di Claudio Marabini
[da: La Nazione, venerdì 25 ottobre 1974]
Saltando a piè pari la filologia, da chi altri avremmo po tuto tollerare una vita di Dante?
Da nessuno, indubbiamen te. Dopo il Boccaccio, dopo Giovanni e Filippo Villani, do po Leonardo Aretino e il Manetti, chi ha avuto il coraggio di affrontare una vita colma di vuoti? Da ultimo, a parte Zingarelli, Barbi, Gallarati Scotti, la vita di Dante fu affrontata per settori. La giovinezza, la maturità, le varie città: Dante e Verona, Dan te e Ravenna eccetera. Per averne un profilo intero, un ri tratto a tutto tondo, bisogna magari aprire la storia d’Italia di Montanelli e Gervaso al ca pitolo sul Trecento!
A prendere di petto Dante, a dire che era bello, a scrive re la storia « sacra » della sua intera vita occorreva un poeta, e un poeta strapieno della mu sica della bellezza e della poe sia. Occorrevano una fede re ligiosa nel mito dantesco e quel senso musicale della lin gua e del narrare che è tipico della favola. Occorreva un aedo, un rapsodo che sostituisse con musica di pure parole la mu sica assente dell’antica cetra, e che avesse la forza di im maginare davanti a sé l’uditorio incantato, a cui rivolgersi di-| rettamente.
Ne sarebbe uscita la vita d un santo, alla maniera di quel le del Trecento, edificanti e favolose, o il cavalleresco poema di un eroe, in ottave dissolte in quella musica. Oppure l’arazzo araldico di una intera epoca e del suo interprete, tra forti colori, leggiadria di se gni, grande armonia d’insieme Occorre credere soprattutto che la poesia viaggi per le stra de del mondo con un marchio speciale sulla fronte. Occorre credere che il poeta è un uomo diverso, una specie di semidio che emana luce, spande intorno grandezza e armonia, scopre la verità e la giustizia, indica il bene tra il quotidiano disor dine della realtà. Non solo: ma rende oro tutto quello che toc ca, oro eterno, sicché ogni co che l’ha sfiorato non finirà mai.
Per questo non basta un nor male discorso letterario, una prosastica narrazione intessuta di parole e di immagini comu ni. Si rende necessario un di scorso di tono superiore, con immagini più rare e più belle. Occorre cercare sfumature, co lori, pàtine, luccichii, e fru gare nei fondi più antichi della metafora per svelarne significati dimenticati e per rinno varli, così come si rinnovano e tornano a brillare certi me talli rimasti sepolti per secoli o millenni. Ecco allora che il cervello bollente di grandi idee del poeta diventa una « ruota di mulino mossa da profonda gora ». Ecco che in Firenze « i venti della lussuria, invidia, su perbia, avarizia, fischiano per le sue strade, si infilano per ogni porta socchiusa, per ogni spiraglio di finestra… ». Ecco che un papa, Bonifacio, per im padronirsi di Firenze, vuole « conficcare di più gli artigli ».
Ecco che mentre il poeta si trova in Romagna, presso la « segreteria degli Ordelaffi », volgendo sfavorevolmente il destino, « l’ago batte al tempo scuro, all’acqua tinta ». Ecco che l’anima dei re diventa un sorta di oscuro sacrario: « Ma cortigiani sanno leggere nei silenzi dei loro re, come avessero in mano una torcia camminano nei sotterranei della lori anima ».
A chi, se non a Mario Tobino, di creare questa « sacra favola » di Dante? Io non conosco poeta e narratore che come Tobino abbia conservati nel sangue la sacra retorica popolare, il gusto favoloso delle cose grandi e belle, e l’orecchio musicale degli antichi cantari. Tutto quello che Tobino tocca s’allontana, s’impreziosisce, si imbelletta di pàtine e di smalti. La realtà si trasfigura, forza i suoi caratteri, tende ad esaltarsi. Egli può parlare dei suo matti, degli eroi del deserto della Libia o della sua antica saga familiare: uomini e cose salgono su una ribalta dominante, in cui gli uomini parlano con un tono di voce più alto e le cose assumono valori inconsueti. Il senso popolare della sua letteratura gode delle virtù estreme dell’anima popolare dei grandi incantesimi e delle plebee violenze, delle dolcezze raffinate e dei sacri sdegni, del le eleganze più leggiadre e dei beffardi anatemi.
Il suo Dante, sottoposto al titolo Biondo era e bello (Mondadori), che è già di per sé un titolo fiabesco e araldico, è anche un Dante incontrato per strada, sentito ricordare ai crocicchi, alle osterie, alle cancellerie, alle corti. E’ un fanta sma che Tobino sente per i viottoli della sua Toscana e che ogni giorno controlla nel la parlata della gente e nelle facce La sua poesia, vale a di re la sua diretta parola, vibra ancora nell’aria: i versi della « Divina Commedia » prendo no vita sulle labbra del popolo. Questo Dante lo si può an cora toccare e udire come un viandante che all’improvviso si affianca al nostro cammino.
Poi, da questo fondo di an tica provincia e di antico mon do popolano, si stacca il mito, la favola sacra, Tonda mu sicale della celebrazione della poesia e del suo sacerdote. Ed ecco che il poeta Tobino misura il passo su quello dell’antico maestro dei maestri, come lui fece con Virgilio, e sale il col le della Poesia, quella che nel suo cuore non tramonta mai. E Dante, brutto, nero, piccolo, un po’ bistorto, sdegnoso, ta citurno, superbo, diventa bello e biondo, alto e sereno.
Il lettore non crede al poeta Tobino ma gli sta dietro volentieri perché sente che la sua passione è pulita e rara. Sente che Dante è un tramite e che il vero protagonista è la Poe sia. E allora plaude a Tobino e al libro, oggi che di poesia non si parla più, come si plau de agli eroi di un tempo che non si vorrebbe veder finire.