Africa di Stanley

di Paolo Monelli
[dal “Corriere della Sera”, lunedì  12 maggio 1969]

E’ uscita di questi giorni la traduzione dell’opera di Stan ­ley, How I found Livingsto ­ne, che quando fu pubblicata, l’anno 1872, suscitò la curio ­sità di lettori in ogni parte del mondo; e non mancarono ac ­cuse all’esploratore, di incre ­duli o di malevoli, di avere inventato buona parte delle sue straordinarie esperienze, poi confermate dai diari di  Livingstone e da documenti originali (Henry M. Stanley, Come trovai Livingstone, ed. Gherardo Casini, Roma, 1969). Il bel volume riprodu ­ce gli efficacissimi disegni del ­l’originale, che come appare da quanto scrive lo Stanley al capitolo 26 debbono essere tut ­ti di sua mano, per quanto né l’edizione originale né la tra ­duzione facciano menzione al ­cuna del nome del loro autore.

Riassumo in fretta per quei rari lettori ai quali i nomi di Stanley e di Livingstone pos ­sano suonare nuovi, gli avve ­nimenti da cui l’opera è na ­ta. Un missionario ed esplora ­tore scozzese, David Living ­stone, partito nel 1840 per l’Africa Centrale e rientrato in patria sedici anni più tar ­di (1856) dopo avere percor ­so in lungo e in largo quel continente, in regioni dove prima di lui non s’era mai visto un uomo bianco, e ave ­re scoperto laghi montagne e fiumi ed uno dei più grandiosi fenomeni naturali, le gigantesche cascate del fiume Zambesi, ripartito per laggiù il ’58 e rimpatriato nel ’64, il ’65 era di nuovo nel cuore del continente nero; ed erano ormai due anni che non se ne avevano più notizie quel gior ­no d’ottobre del 1869 quando il direttore del New York Herald J. Gordon Bennett ri ­chiamò dalla Spagna un suo giovane inviato speciale che seguiva quei moti rivoluzio ­nari, e gli ordinò di partire per l’Africa Centrale con una sola consegna, trovare Livingstone. vivo o morto. Se vivo, dargli denaro e tutto quanto chiedesse per condurre a termine la sua missione; se morto, narrarne le ultime vicende.

Stanley giunto il 6 gen ­naio 1871 a Zanzibar, dopo un lungo indugio in Asia di cui narra i curiosi motivi nel suo libro, e partito da Bagamoyo porto sull’Oceano In ­diano il 21 marzo 1871, il 10 novembre di quell’anno dopo 233 giorni d’un viaggio irto di rischi e di traversie d’ogni genere s’incontrava finalmente con Livingstone ad Ugigi sulle rive del lago Tanganica; e si svolgeva fra loro quel notissimo lapidario dia ­logo: « Doctor Livingstone, I presume? »     « Yes ».     E una stretta di mano, e un legge ­ro sorriso di Livingstone. (E‘ inutile ch’io dica che Stanley sapeva bene che nel raggio di centinaia di miglia non c’e ­ra alcun altro uomo bianco oltre a loro).

Una decina di anni fa mi trovavo a Nairobi nel Kenya al tempo della ribellione dei mau mau. Avevo nella biblio ­teca dell’albergo una copia del libro dello Stanley; e in tre quattro sere me lo lessi tutto, con la foga, col rapi ­mento con cui avevo letto in altri tempi le storie di Erodo ­to e la favola degli Argonau ­ti. Pochi giorni dopo, a bor ­do di un aereo noleggiato dal signor de Amici rappresen ­tante della ditta Astaldi che costruisce strade in quel continente, comodissimamente ammirando dai duemila metri in tre quattro tappe di volo quella regione equatoriale che mi era sconosciuta, da Nairo ­bi ad Entelle nell’Uganda, a Stanleyville nel Congo, a Bukavu nel Ruanda-Urundi, e di nuovo ad Entelle, sorvolan ­do vastissimi laghi, crateri di erti vulcani fumanti di lava in fiamme, l’enorme intatta fittissima foresta congolese (« Virgin, I presume? »), mi tornavano alla memoria come un rimprovero i cento episo ­di della lenta marcia di Stan ­ley: il passaggio del fiume Ungerenge enormemente gon ­fiato dagli acquazzoni, gli uo ­mini immersi fino al petto sot ­to la pioggia battente per tra ­sportare i bagagli, cinque gior ­ni di affanni per uscire da! pantano, un focolaio di pe ­stilenze brulicante di fastidio ­si vermi, di vespe velenose, di schifosi esseri striscianti come nel vestibolo dell’inferno dan ­tesco, « abomination to memory »; il tormento delle mar ­ce pomeridiane per deserti senza vita sotto la sferza del sole; il portatore ammalato di vaiolo che stramazza a terra sulla pista ed è abbandonato a morirvi di fame e di sete; gli snervanti indugi all’anda ­re imposti dagli attacchi di febbre palustre che prostrava ­no il capo della carovana o manipoli di portatori e di ar ­mati.

Una mattina a Stanleyville, mentre si faceva una succulen ­ta colazione nel parco dell’al ­bergo all’ombra delle grandi acacie servita da un boy in giacchetta bianca, vennero ver ­so di noi a prendere ordini i due piloti del nostro aereo; e il signor de Amici disse che oggi non ne aveva bisogno, saremmo forse partiti il gior ­no dopo, non avevamo furia, era delizioso il clima in quel ­la stagione. E rividi nella sua efficace narrazione lo Stanley roso dall’impazienza e dall’an ­goscia per una sosta forzata di tre mesi in una regione cor ­sa da una guerra fra tribù ri ­vali, costretto a studiare un nuovo itinerario per terreno mai prima percorso da alcuno per evitare masnade di predo ­ni sanguinari che terrorizzava ­no i villaggi. E mi vituperavo dentro di me, « che viaggiato ­re d’Africa sei, hai già vedu ­to in due tappe di volo come in una pellicola cinematografi ­ca più parte di Africa dì quan ­to non ne abbia visto lo Stan ­ley in nove mesi; sicuro del ­l’alloggio e del bar, con una automobile sottomano per vi ­sitare i villaggi indigeni nel ­l’ombra perpetua della fore ­sta; e potendo ascoltare, se te ne viene curiosità, le noti ­zie di eventi contemporanei da tutto il mondo ». (Lo Stan ­ley viaggiando con il ritrova ­to Livingstone da Ugigi verso oriente riceve da gente sua tornata dalla costa lettere e giornali vecchi di un anno, legge notizie da Parigi, « la Commune ribelle all’assem ­blea nazionale, le Tuileries, il Louvre in fiamme, le truppe francesi che trucidano uomi ­ni donne e fanciulli » etc; « quali efferatezze veniamo a conoscere nel cuore della bar ­bara Africa Centrale! », scrive nel suo diario).

Viaggiare in Africa in quel tempo era veramente un’im ­presa sovrumana. Occorreva predisporre una complicata organizzazione che prevedesse tutti i bisogni; suppellettili tende, vesti, armi, barche, medicinali, strumenti astronomi ­ci, coltelli da macellaio, zappe, picconi, sapone zucchero caffè carne in scatola. Stan ­ley partì da Bagamoyo con una carovana di 172 persone fra cui due bianchi e un indiano, e una quarantina fra asini e cavalli;  i quadrupedi e più di metà dei portatori non recavano altro che il denaro per il viaggio, ché non servivano allora con gli indigeni dollari o assegni, le sole monete di scambio per ottenere servizi o acquistare viveri o pagare i pedaggi ai cento ti-rannelli indigeni erano balle di stoffa, sacchi di conterìe e rotoli di grosso filo di ferro.

Si andava a piedi, o tutt’al più a cavallo di una bestia che resisteva poche settimane al clima e poi crepava, del ­l’acqua di una fonte malsana o di vermi che ne divoravano le interiora. L’itinerario doveva essere inventato giorno per giorno, dirigendosi con la bus ­sola o lo stelle, giovandosi ogni tanto di piste di carova ­ne o di predoni che poi biso ­gnava abbandonare per mag ­gior sicurezza. La natura era ostile, feroce; bisognava con ­quistarsi ogni sera il luogo per collocare la tenda o trovar l’acqua, e predisporre le dife ­se dagli uomini e dalle bestie selvagge.

Certo quei primi esplorato ­ri, giunti dopo mesi ed anni alla meta agognata, di fron ­te alla scoperta d’un lago di un fiume d’una altissima mon ­tagna non ancora indicata sul ­le carte, ad intatti paesaggi

bucolici, ad una reggia barbarica come quella che accolse Livingstone, con una bellissima regina sontuosamente vestita, circondata da un cor ­po di gagliarde amazzoni ar ­mate di lancia, si sentivano ri ­compensati ad usura degli strapazzi, delle sofferenze, dei mali ricorrenti che li inchio ­davano per settimane sul lettuccio. Quando Stanley, giun ­to a poche ore di marcia da Ugigi sul Tanganica ove avrebbe finalmente incontrato Li ­vingstone, scorge da un pog ­gio il lago, « un riflesso ar ­gento fra i rami degli albe ­ri », è invaso da un giubilo così traboccante che gli can ­cella dalla mente i duecento e più giorni di tormenti di pene e di dubbi, si ritrova « allegro e felice come il gior ­no che lasciò Zanzibar »; e per la sua narrazione trova i più lucidi aggettivi, le espres ­sioni più tenere, più affettuo ­se per i colori del cielo e dei campi, per i floridi palmizi, per la folla dei negri che lo acclamano ridendo sganghera ­tamente. (Ma io quando tra ­svolai il lago Victoria, vasto come il Piemonte la Lombar ­dia e il Veneto riuniti, credo che fossi nello stato d’animo di quel modenese che giunto la prima volta in America, e subito portato da un amico pratico traverso tutto lo Sta ­to di Nuova York a vedere le cascate del Niagara, non tro ­vò altre parole di fronte allo spettacolo che queste, « bén, a l’è tott’acqua »; e scrissi an ­noiatamente nel mio libretto: « il lago Victoria, infinito pal ­lido azzurro fuso con l’oriz ­zonte, qualche vela. Dalla par ­te del sole groppe di isole emergono nere come il carbo ­ne contro una luce di cielo e di veli nebbiosi ».

Oggi ciò che era fino a qualche generazione fa l’at ­trattiva principale del viaggio in paesi sconosciuti, l’imprevi ­sto, è quasi del tutto scom ­parsa, tutto è preordinato, quel poco di inatteso che ci è riservato non ha nulla di fantastico, sono solo le secca ­ture e i contrattempi per non aver trovata la camera riser ­vata all’albergo, per uno scio ­pero di treni o di aerei che manda a male gli appunta ­menti. Il viaggio nell’Africa non più misteriosa è quasi so ­lo pretesto di caccia, per il gusto di uccidere, per portare a casa una pelle o un paio di corna, nei limiti fissati dai re ­golamenti, agli ordini di un « cacciatore bianco » che as ­solda la scorta e stabilisce il luogo del sicuro agguato. Stanley cacciava per necessi ­tà, per difendersi dall’improv ­visa carica d’un bufalo o d’un leone, per procacciare carne fresca alla carovana, per te ­ner lontani gli animali dal ­l’accampamento; un giorno che i suoi uomini sono affamati, da un pezzo non si nutrono che di scarsi frutti dei campi, s’imbatte in un branco di’ giraffe e una ne uccide, e l’indigeno che lo accompagna è giubilante; « ecco buona car ­ne fresca finalmente, padro ­ne! », ma lui scrive nel suo diario: « ero addolorato nel vedere quel nobile animale di ­steso ai miei piedi; se avessi potuto rendergli la vita credo che lo avrei fatto ».

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