La lezione di Albertini

di Indro Montanelli
[dal Corriere della Sera”, mercoledì 8 gennaio 1969]

Ho conosciuto Luigi Albertini pochi mesi prima della sua morte, a Milano, in casa del comune amico Piero Gadda Conti. Ci andai, ricordo, con una certa trepidazione: final ­mente stavo per dare un cor ­po e un volto a un fantasma che non aveva cessato di per ­seguitarmi da quando, poco più che ragazzo, ero entrato al Corriere.

Pochi giorni dopo aver fir ­mato il contratto che mi le ­gava al giornale, ero stato convocato in amministrazione da un signore che mi chiese dove usavo prendere i miei pasti. Glielo dissi. Mi rispose che lo sapeva e che mi aveva chiamato appunto per ricor ­darmi che Albertini non avrebbe mai consentito a un suo redattore di frequentare un locale di quella categoria. Gli obbiettai che il mio sti ­pendio non era tale da con ­sentirmene di più dignitosi. E lui mi porse, già compilato, un nuovo contratto a condi ­zioni più favorevoli, sul quale non c’era la firma di Alberti ­ni, che già da una quindicina d’anni aveva lasciato l’azienda; ma io ce la vidi ugual ­mente.

Da allora non me l’ero più scrollato di dosso. La sua om ­bra mi seguiva implacabile. Non si stancavano di evocarla quelli della sua « vecchia guardia » per accampare un titolo di supremazia su noi giovani. Essi non dicevano che i nostri articoli erano brutti.

Dicevano che « ai tempi di Albertini non sarebbero pas ­sati ». Ricordo la tremenda battaglia che dovetti ingaggia ­re per il col. Il revisore me lo correggeva regolarmente in con il perché, diceva, Alber ­tini il col non lo avrebbe tol ­lerato. E non vi dico cosa suc ­cedeva quando qualche lettore smentiva un nostro dato o notizia. Per settimane il fantasma di Albertini ci appariva in sogno, svegliando di soprassalto e in sudore, per indicarci col dito la porta.

Fui quindi commosso fin quasi alle lacrime, quel giorno, quando dalla voce viva e vera di Albertini udii degli apprezzamenti su certe mie corrispondenze, dai quali capii che esse sarebbero passate anche ai suoi tempi. Il vecchio si ­gnore che mi stava di fronte somigliava ben poco al cerbe ­ro grintoso e scontroso, dagli atteggiamenti scostanti e dai giudizi taglienti, che avevo im ­maginato dalle descrizioni dei suoi epigoni. Lo trovai fer ­missimo nella condanna del regime, ma per nulla rancoroso, misoneista e arroccato nei suoi ricordi, anzi molto ag ­giornato su uomini e cose, pa ­cato e amabile. Insomma, mol ­to più umano della sua leg ­genda.

E ora la giustezza di questa impressione mi viene confer ­mata dal suo monumentale Epistolario che, per cura e con un’eccellente prefazione di Ot ­tavio Bariè, l’editore Monda ­dori sta per pubblicare. Esso abbraccia il periodo 1911- 1926, cioè gli « anni ruggenti » della guerra, dell’impresa di Fiume, della marcia su Roma. E forse rappresenta la deposi ­zione più completa e credibile su quegli avvenimenti e i lo ­ro retroscena, perché resa da un uomo che vi ebbe parte di protagonista, ma non tanto da infirmare la sua qualità di te ­stimone.

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Albertini era allora direttore e comproprietario del Corrie ­re. Era arrivato a quella catte ­dra, la più alta del giornali ­smo italiano, nel 1900, che non aveva ancora trent’anni. Veniva da una solida famiglia di «notabili » marchigiani, e forse il segreto della sua stra ­ordinaria carriera sta nel trauma ch’egli subì da ragazzo quando il banco di suo padre e di suo zio â— industriali e armatori molto accreditati ad Ancona â— dovette dichiarare fallimento. Oggi queste sono disavventure che non tolgono il sonno e l’appetito a nessu ­no, tanto sono consuete. A quei tempi provocavano tra ­gedie. I due Albertini, dopo aver versato nelle tasche dei creditori fin l’ultima palanca, ne morirono di crepacuore. E Luigi, da figlio di papà avvia ­to alla continuazione di una florida azienda, si trovò di colpo, a vent’anni, orfano, po ­vero e con la madre e cinque tra fratelli e sorelle sulle spalle.

Aveva frequentato sin allo ­ra il collegio militare e i corsi di Legge all’Università di Bo ­logna. Trasferì i suoi a To ­rino probabilmente per sot ­trarli alle umiliazioni e meschinerie che i piccoli ambienti provinciali infliggono a chi cade di rango. E lì, non senza parecchie difficoltà, terminò i suoi studi. Non aveva scelto una strada. Aveva soltanto deciso, come scrisse a Nitti, di raggiungere «una eminente posizione prima dei trent’anni »: una posizione, in ­tendeva che gli consentisse di restituire alla sua famiglia non solo il conto in banca, ma anche il credito e il prestigio di un tempo. E a questo im ­pegno non solo si consacrò, ma esigette che si consacras ­sero anche i suoi fratelli e sorelle. Li protesse, li spinse, ma li tenne anche ai remi per ­ché a loro volta spingessero la barca e contribuissero solidal ­mente, e senza deviazionismi, a restituire alla ditta l’antico lustro. Anche il suo rigoroso moralismo trovò forse il pro ­prio concime in questo ane ­lito di rivalsa. Albertini aveva del suo nome lo stesso con ­cetto, quasi metafisico, che i Mitsuhi e i du Pont hanno di quello loro.

Nel giornalismo capitò qua ­si per caso, grazie a un viag ­gio che fece a Londra per ap ­profondirvi i suoi studi eco ­nomico-sociali. La Gazzetta Piemontese â— che poi con Frassati diventò La Stampa â— gli commissionò alcune corri ­spondenze, in cui Luigi Luzzatti annusò subito un grosso talento. Lo chiamò a dirigere una piccola rivista, Credito e Cooperazione, e poi lo racco ­mandò a Torelli Viollier, fon ­datore e direttore del Corriere della Sera.

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Il Corriere era un quoti ­diano già abbastanza solido, ma che non aveva ancora con ­quistato un primato neanche sul piano cittadino, dove do ­veva vedersela con la Perse ­veranza e col Secolo. Alber ­tini ci entrò come segretario di redazione: un posto che può essere importante o tra ­scurabile secondo chi lo oc ­cupa. Con Albertini diventò importantissimo, un centro â— come oggi si direbbe â— di potere decisionale.

Quando il Torelli si ritirò per ragioni di salute, la dire ­zione passò a Oliva, che la esercitò soltanto a mezzo. Sta ­va quasi sempre a Roma, di dove si limitava a dettare, con le sue corrispondenze, l’atteg ­giamento politico del giornale. Era un atteggiamento che Al ­bertini non condivideva, tro ­vandolo eccessivamente con ­servatore e chiuso ai fermenti sociali che già in quella fine di secolo cominciavano ad agitare le acque italiane. Va ­rie volte egli aveva corretto le « note » di Oliva, provo ­candone le reazioni. L’inciden ­te che precipitò la rottura av ­venne il 18 maggio del 1900, quando Albertini si assunse la responsabilità di pubblicare un editoriale del redattore-capo Banzatti, che contraddiceva alla « linea » Oliva.

Ci sono, su questo episodio, varie versioni. Qualcuno dice che fu un colpo di mano ar ­chitettato da Albertini d’ac ­cordo col maggior azionista del giornale, Benigno Crespi, per far fuori l’Oliva, legato agli altri due proprietari, De Angeli e Beltrami. Ma dalle lettere che poi i cinque inte ­ressati si scambiarono non ri ­sulta nulla di tutto questo. Ri ­sulta solo che il Crespi condi ­videva più le idee del segre ­tario che quelle del direttore, e gli riconosceva superiori ta ­lenti editoriali. Può darsi che Albertini si fosse deciso a quella prova di forza anche perché sentiva di avere dalla sua l’azionista più forte. Ma il contrasto veniva proprio da una diversa concezione poli ­tica e imprenditoriale, e l’in ­cidente affrettò un cambio del ­la guardia che prima o poi sarebbe ugualmente venuto e che â— nessuno potrà metterlo in dubbio â— fece la fortuna del giornale.

Albertini non ne mutò sol ­tanto l’orientamento. Ne tra ­sformò radicalmente le strut ­ture sul modello del Times, che aveva studiato nel suo viaggio a Londra. Era un mo ­dello più facile da sognare che da realizzare in un giornali ­smo come quello italiano, pro ­vinciale e ciabattone, fatto di rumorosi « mattatori » che re ­citavano i loro « a solo » in un pattume di errori di stam ­pa (e spesso anche di sintas ­si) e di notizie arretrate o sballate.

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Albertini fu il primo a con ­cepire e a dirigere il giornale come un’orchestra. Non si con ­tentò di chiamarvi le penne migliori da Einaudi a Gaetano Mosca a Ojetti a Villari a Barzini a Amendola. Ne cavò una sinfonìa. E fu proprio in questo che si rivelò grande editore. In pochi anni il Cor ­riere diventò non il primo, ma l’unico quotidiano italiano da potersi allineare con i tre o quattro di più alto livello europeo: non solo per l’auto ­revolezza delle firme, ma an ­che per la ricchezza, l’esattez ­za e la tempestività delle in ­formazioni. Si diceva che se il Corriere annunziava la par ­tenza di un treno per le dodici mentre l’orario ferroviario la dava alle undici, i milanesi andavano alla stazione a mez ­zogiorno meno un quarto (e il treno non lo perdevano).

L’Epistolario documenta la straordinaria ascesa del gior ­nale e l’influenza ch’esso eser ­citava sulla politica, a tutti i livelli. Leggendolo, mi sono chiesto dove i suoi collabora ­tori e corrispondenti trovava ­no il tempo di scrivere articoli con tutte le lettere che dovevano mandare al loro direttore per informarlo di tutto ciò che dovevano tacere al pub ­blico perché frutto di confi ­denze ch’essi non potevano tradire. Ne vengono fuori par ­ticolari ignorati, o poco cono ­sciuti, di politica interna ed estera, episodi curiosi, aned ­doti, battute, quadri di costu ­me dell’Italia e dell’Europa di quel primo quarto di secolo; ma anche il ritratto di una équipe giornalistica che, per quanto composta di persona ­lità discordi e prepotenti, era però unita da una rigorosa co ­scienza professionale e da un orgoglioso spirito di « scu ­deria ».

Il creatore di tutto questo si rivela nelle lettere che a sua volta scriveva ai suoi uo ­mini. Perché a tutti risponde ­va ringraziando o contestan ­do, impartendo ordini o dan ­do suggerimenti e consigli. E proprio qui si vede quanto egli fosse diverso e migliore della leggenda che gli epigoni gli avevano creato intorno di cerbero digrignante, di puri ­tano inflessibile e arcigno.

Valutandoli col senno del poi, non ci sentiamo di condi ­videre tutti i suoi atteggia ­menti politici: la sua tenace ostilità a Giolitti, per esem ­pio, e la campagna per l’in ­tervento in guerra. Ma anche questi errori (se tali furono: e chi lo sa?) erano riscattati da un nobile assoluto disinte ­resse. Da Giolitti dissentiva non solo per motivi ideologici, ma anche morali. Più che la sua azione, riprovava i suoi metodi, la sua tendenza a sfruttare le debolezze altrui più che a castigarle e correg ­gerle, la sua disponibilità al compromesso con una realtà italiana, la quale forse non consentiva che il compromes ­so. I due uomini non potevano intendersi, erano di diversa fa ­miglia. Albertini apparteneva a quella, intransigente e spi ­golosa, dei Ricasoli e dei Sonnino.

Il suo rigore tuttavia non era puntiglio, e lo si vede dai suoi rapporti coi collaborato ­ri. Ne esigeva la totale dedi ­zione al lavoro, l’esemplare correttezza nella condotta pro ­fessionale e privata. Ma le ri ­pagava, e talvolta sapeva es ­sere anche indulgente. Quan ­do uno dei suoi più illustri re ­dattori prese una famosa cotta per una certa signora già ac ­casata, e tutta Milano ne par ­lò, Albertini lo spedì per un anno in Giappone, che a quei tempi era la luna o poco me ­no. Ma quando il poveraccio gli tornò più innamorato di prima, si rassegnò allo « scan ­dalo » sebbene questo lo fa ­cesse visibilmente soffrire.

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Un altro curioso episodio, di cui nell’Epistolario non c’è traccia, ma che dimostra l’u ­manità e anche il sense of hu ­mour del severo editore, l’ho sentito raccontare dai vecchi del Corriere, ed ebbe a prota ­gonista Guelfo Civinini, il più bislacco, balzano e estroso componente dell’équipe. Lo era a tal punto che un giorno si presentò a Albertini e gli disse: « Signor direttore, mi guardi. Come vede, sono brut ­to. E siccome sono anche sca ­polo, le donne le devo pagare, perché per amore con me non ci vengono ». Albertini fu tal ­mente sbigottito da quell’inso ­lito linguaggio che non trovò la forza di obbiettare che non era vero nulla: Civinini era brutto, sì, ma affascinante, e di donne ne aveva a bizzeffe. « Questo â— continuò lo scon ­sigliato â— pone un problema amministrativo. Io a Milano ho un’amica in pianta stabile, che mi costa, e questo è affar mio. Ma quando il giornale mi manda in missione all’este ­ro, delle due, l’una: o mi con ­sente di portarmi dietro l’ami ­ca pagando la diaria anche a lei, o mi dà un soprappiù per i surrogati che devo procu ­rarmi ».

L’Albertini della leggenda avrebbe replicato a una pro ­posta così sfrontata con un li ­cenziamento in tronco. Quel ­lo vero, dopo lunga medita ­zione, rispose: «Riconosco che la sua tesi ha un certo fonda ­mento. Ma questo soprappiù, nella nota-spese, come lo elen ­chiamo? Non possiamo mica mettere… ». « Ci ho già pen ­sato â— rispose trionfalmente Civinini. â— Bisogna inventa ­re una nuova voce. Per esem ­pio, l’uomo non è di legno, li ­re…. tot…. ». Albertini accet ­tò. Ma una volta, riguardando un conto di Guelfo, si accorse che l’uomo non era di legno anche due volte al giorno. Ci scrisse sotto: « Ma nemmeno di ferro », e smise di pagare.

La comprensione di Alber ­tini per i suoi collaboratori non si limitava alle loro pic ­cole veniali debolezze. Si tra ­duceva anche in affettuosa sollecitudine per i loro più gravi problemi materiali e mo ­rali, e in rispetto per le loro idee, anche quando contraddi ­cevano alle sue. Il carteggio con Emanuel, suo corrispon ­dente da Parigi subito dopo l’altra guerra, testimonia l’al ­tissima coscienza liberale di questo editore, che passava per un despota, e forse in qualcosa lo era, ma non si per ­metteva di alterare il pensiero del suo fiduciario, pur dissen ­tendone (e aveva ragione lui).

Quando Albertini lasciò il Corriere nel 1925, per impo ­sizione di Mussolini, l’addio al giornale dovett’essere il giorno più nero, l’episodio più amaro nella vita di quest’uomo tut ­tora nel pieno delle sue ener ­gie: non aveva che cinquan ­taquattro anni. Il coraggio e la fermezza con cui affrontò questo terribile passo fanno di lui, oggi, la più alta pietra di paragone del giornalismo ita ­liano.

L’Epistolario si ferma a que ­sta data. Ed è giusto, perché da allora tutto non fu, per lui, che un dopo, anche se durò fino al ’41. L’uomo si era to ­talmente incarnato nella sua creatura. Ma anche la sua creatura era talmente incarna ­ta in lui che non è più riu ­scita a liberarsene. Tutti gli uomini della sua équipe sono scomparsi. Sulla sua poltrona si sono dati il cambio una doz ­zina di direttori. Della vecchia sede non è rimasto che l’indi ­rizzo. Ambienti, mobili, at ­trezzature: tutto è mutato. Ma l’ombra d’Albertini è sempre lì. Anche se non ha più la forza di suggerire ciò che si deve fare, ha tuttora quella di ricordare ciò che non si deve fare.

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