di Giuseppe Caronia
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 12 giugno 1969]
Alla metà del Quattrocento veniva ricostruito al po sto dei fatiscenti palazzi vetus e communis, il cui im pianto originario risaliva al tredicesimo secolo, il Palatium Novum Communis Vicentiae detto comunemente il Palazzo della Ragione.
Verso la fine dello stesso secolo veniva eretto attorno al nuovo edificio, progettato da Domenico da Venezia, un duplice ordine di logge (i caratteristici «pozzoli ») sul la cui validità estetica non si hanno sicure testimonian ze, mentre se ne hanno in vece, e inoppugnabili, sulla loro non validità statica. Nel 1494 infatti le logge crol lavano rovinosamente a cau sa di accertati difetti nella costruzione cui aveva sovrin teso il vicentino Tommaso Formenton.
Le vicende politiche dei primi anni del Cinquecento, la « guerra santa » contro la Serenissima, le sconfitte ve neziane in seguito alle quali Vicenza fu occupata dalle truppe imperiali di Massimi liano d’Absburgo, procrasti narono la ricostruzione, e so lo nel 1538 il Comunale Consiglio dei Cento cominciò a interpellare per dei pareri preventivi prima il Sansovino, poi il Serlio, il Sanmicheli e infine Giulio Roma no, allora in piena attività a Mantova.
Nessuno di questi illustri architetti diede risposte sod disfacenti e il Consiglio, sag giamente preoccupato tanto della ricostruzione del cen tro civico quanto del rispetto delle nobili preesistenze am bientali, decise di rivolgersi allora al trentasettenne con cittadino Andrea Palladio.
Il maestro vicentino aveva già compiuto il suo secondo viaggio a Roma e al contatto con artisti e letterati del ce nacolo di Gian Giorgio Trissino aveva assimilato il nuo vo linguaggio architettonico dei grandi maestri che ope ravano al servizio dei Papi. I suoi disegni per il palazzo Thiene, per il palazzotto Da Monte e per la villa Marcello a Bertesina e molti altri, stavano a dimostrare che il modesto scalpellino di pro vincia era già divenuto un architetto completo anche se, impegnato in esperienze concrete, non si era ancora volto a quella speculazione teorica dalla quale dovevano più tardi scaturire i famosi Quattro libri.
Davanti all’ardito tema che gli veniva proposto dai suoi concittadini, davanti al le loro legittime perplessità per il problema dell’accosta mento del nuovo all’antico, il Palladio, sicuro dei suoi mezzi espressivi e convinto sostenitore dei «nuovi » idea li classici, sceglie la via più coraggiosa: presenta un pro getto spregiudicato e « mo dernissimo » nel quale con fluiscono i due motivi prin cipali che caratterizzeranno in seguito le sue opere: la marcata evidenziazione delle « classiche » membrature ar chitettoniche (che « recupe rano » i modelli romani sem pre presenti alla fantasia dell’artista) e la ricerca di una continuità spaziale, sot tilmente legata alla tradizio ne tardo-antica e bizantina.
Il progetto palladiano ven ne approvato dal Consiglio con 99 sì e appena 19 no; quella votazione, notano gli storici, « decideva della for tuna di Andrea Palladio e con essa dello splendore di Vicenza ».
La matrice culturale delle logge vicentine, il loro si gnificato urbanistico (in quan to generatrici di ben tre piazze) sono acutamente ana lizzati da Franco Barbieri nel secondo volume del Corpus Palladianum, pubblicato sotto la direzione di Rodolfo Pallucchini con un ottimo cor redo di fotografie e di per fetti rilievi realizzati da Gil da D’Agaro (Franco Barbieri; La Basilica Palladiana -Istituto Internazionale di stu di di architettura «Andrea Palladio », Vicenza, L. 15.000).
Il Barbieri sottolinea l’e quilibrio e il vigore plastico delle logge palladiane, ne ri vendica l’originalità rispetto ai modelli serliani e rispetto alla Libreria sansoviniana, comunemente invocati come precedenti; e stabilisce infi ne, attraverso serrate e mi nuziose analisi, interessanti rapporti con altre opere del l’antichità classica e di mae stri coevi.
Se si può dissentire con l’Autore circa alcune « paren tele », bisogna convenire con le sue conclusioni circa l’ori ginalità delle logge e il loro straordinario potenziale este tico. In realtà se la « Roton da », cui è stato dedicato il primo volume del pregevole Corpus in corso di pubblica zione, è la più famosa crea tura del Palladio, la Basilica vicentina può considerarsi la sua più geniale invenzione che raccoglie complesse solle citazioni urbanistiche, risolve in felice sintesi problemi sta tici e funzionali e riassume in una splendida frase archi tettonica uno dei più brillanti esperimenti linguistici del Manierismo.
Le logge palladiane hanno subito nei secoli successivi molti interventi di consolida mento e restauro. La grande carena fu interamente ricostruita dopo le distruzioni provocate dai bombardamenti aerei dell’ultima guerra, e in quell’occasione le fabbriche vennero rinforzate con ossature in cemento armato. Ma la fisionomia dell’opera non ha subito sostanziali variazioni e rispecchia fedelmente il progetto del Palladio; a meno che non si voglia riaprire una vecchia polemica per l’abbassamento della Piazza dei Signori e della Piazzetta Palladio, realizzato dopo gli ultimi restauri per creare alla Basilica un breve podio di tre gradini.