Emilio Praga, gentile e maledetto

di Guido Bezzola
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 8 maggio 1969]

Molti e molti anni fa, in questo stesso giornale, Alfredo Panzini, pubblicando al ­cuni suoi ricordi personali, disse che Emilio Praga gli era sempre stato caro per una sua gentile fiamma di poe ­sia che non riusciva a spe ­gnere per quanti liquori ci versasse. E certo il cliché del poeta maledetto, un po’ pro ­vinciale rispetto ai grandi modelli parigini, nessuno è riuscito a levarglielo di dosso al Praga: non senza una certa ragione, del resto, per ­ché anche il figlio Marco si rammentava, di averlo visto più di una volta stramazzare a terra ubriaco, proprio mentre andavano insieme a passeggio e il padre lo teneva per mano.

Sorte comune e tristissima di parecchi membri della Scapigliatura, quella di pa ­gare di persona la propria devozione al mito dell’irrego ­larità. Rovani, Tarchetti, Pra ­ga e non soltanto loro bru ­ciarono così il meglio di sé, con risultati discontinui, ine ­guali e tutto sommato stima ­ti meno dei loro meriti. La reazione carducciana prima e dannunziana poi sembrò spazzar via per sempre tutto il mondo in cui gli scapiglia ­ti e i loro eredi avevano cre ­duto e che si erano sforzati di tradurre in opere d’arte. Non da molto, a far bene i conti, la letteratura setten ­trionale del secondo Ottocen ­to, la lombarda soprattut ­to, è tornata di moda, se ne è capita l’importanza, il va ­lore determinante anche per i suoi nessi con la storia ci ­vile del nostro paese. Il De Marchi, il Dossi delle Note Azzurre, Igino Ugo Tarchet ­ti sono stati ripubblicati in edizioni critiche, con eccel ­lenti introduzioni e osserva ­zioni a cura rispettivamente del Ferrata, dell’Isella, del Ghidetti: ora tocca a Emilio Praga, di cui Mario Petruc ­ciani ha egregiamente cura ­to tutte le Poesie (pp. 432, L. 5000) per gli «Scrittori d’I ­talia » del Laterza (e fa pia ­cere salutare l’ingresso d’uno scrittore così recente e così poco accademico in una col ­lezione fino a qualche anno fa togata e seriosa).

Ebbene, riletto tutto il Praga, preso atto delle serie cure finalmente date al te ­sto, bisogna pur dire che il Panzini aveva ragione, e che la « gentile fiamma di poe ­sia » nel Praga ardeva dav ­vero. Il suo è un mondo sem ­plice (quando va nel filoso ­fico o nello storico il tono scade subito), un mondo di umori, di sentimenti, di im ­pressioni rapide e immediate, colte d’un tratto e messe in carta in una forma così di ­messa da parer talvolta sciat ­ta senza esserlo; però è un mondo vivo, da cui traspaio ­no una delicatezza d’animo e una profondità di sentimenti che contrastano totalmente con l’irregolarità della vita e delle abitudini del Praga: ba ­sti vedere i componimenti dedicati alla nascita del fi ­glioletto.

Trentasei anni di vita, dal 1839 al 1875, sono pochi dav ­vero, specie se bruciati con così ossessiva ansia di auto ­distruzione: perciò, al di là delle notate derivazioni da Baudelaire (se n’era accorto anche il Dossi, che nelle No ­te Azzurre cita il Praga solo due volte, e con freddezza), da Hoffmann, da Poe, da Heine, conta vedere quel che il Praga ci seppe dire di suo. E il meglio si trova proprio in un linguaggio semplice e spontaneo, in versi facili ma non slombati, che è poi la prosecuzione lombarda della teoria manzoniana del lin ­guaggio popolare, anche se il Praga si professa antiman ­zoniano su molti punti. Se leggiamo « Che nebbia fra i comignoli e il selciato, Che freddo per le strade, e quan ­ti ombrelli!… » oppure « E ci son certe strade in Valtelli ­na Cui far l’amore. Meglio che al muso e alla carta ve ­lina Di un editore » vediamo bene che la lezione dei Pro ­messi sposi non era passata invano, anche se il fiorentinismo veniva volutamente  ignorato. E, ancora, la bella poesia sui Re Magi, dedicata alla madre, con quell’attacco ricchissimo di memoria favo ­losa «I bei vegliardi dallo scettro d’oro Che per la ne ­ve, sotto il ciel sereno. So ­star sommessi alla mia por ­ta udia, La notte della santa Epifania, O son morti di freddo, 0 son malati, Nei paesi del sole, I bei vegliardi dallo scettro d’oro! » mostra una più impegnata ricerca di linguaggio, ma insieme ha il suono e il timbro delle cose scritte da un poeta vero.

A sbalzi s’intende, non sem ­pre e non tutto vivo, con pa ­recchio ciarpame, ma ricono ­scibile nei paesaggi, nelle piccole scene immediate, in certi delicati schizzi femmi ­nili: non poeta vate (per fortuna) ma poeta.

Se è permesso introdurre una nota personale, dirò che in certi appunti manoscritti del mio nonno paterno, scul ­tore nato nel 1846, si narra di una cena col Rovani, po ­chissimi anni prima che egli morisse, e dei generosi sfor ­zi dei non ricchi amici per pagargli una camera all’al ­bergo del Cappello, dato che l’autore dei Cento Anni non sapeva dove andare a dormi ­re, ridotto in miseria come era: e quasi uguale era la si ­tuazione del Praga, privato dell’impiego al Conservatorio, separato dalla famiglia, com ­pletamente alla deriva. Il Rovani morì nel 1874, Emilio Praga nel 1875: due destini assai simili, due ingegni più che notevoli entrambi voltisi al peggio.

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