di Leonardo Sciascia
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 26 agosto 1970]
Un grosso paese, quasi una città, al confine tra le provin ce di Palermo e Trapani. Ne gli anni della prima guerra mondiale. E come se questa non bastasse, il paese ne ha una interna: non meno sanguinosa, con una frequenza di morti ammazzati pari a quella dei cittadini che cadono sul fronte. Due cosche di mafia sono in faida da lungo tempo. Una media di due morti al mese. E ogni volta, tutto il paese sa da quale parte è venuta la lupara e a chi toccherà la lupara di risposta. E lo sanno anche i carabinieri. Quasi un giuoco, e con le regole di un giuoco. I giovani mafiosi che vogliono salire, i vecchi che difendono le loro posizioni. Un gregario cade da una parte, un gregario cade dall’altra. I capi stanno sicuri: aspettano di venire a pat ti. Se mai, uno dei due, il capo dei vecchi o il capo dei giovani, cadrà dopo il patto, dopo la pacificazione: nel suc chio dell’amicizia.
Ma ecco che ad un punto la faida si accelera, sale per i rami della gerarchia. Di soli to, l’accelerazione ed ascesa della faida manifesta, da par te di chi la promuove, una volontà di pace: ed è il momento in cui, dai paesi vicini, si muovono i patriarchi a in tervistare le due parti, a riu nirle, a convincere i giovani che non possono aver tutto e i vecchi che tutto non posso no tenere. L’armistizio, il trat tato. E poi, ad unificazione av venuta, e col tacito e totale assenso degli unificati, l’elimi nazione di uno dei due capi: emigrazione o giubilazione o morte. Ma stavolta non è così.
I patriarchi arrivano, i dele gati delle due cosche si incon trano: ma intanto, contro ogni consuetudine e aspettativa, il ritmo delle esecuzioni conti nua; più concitato, anzi, e im placabile. Le due parti si ac cusano, di fronte ai patriar chi, reciprocamente di slealtà.
Il paese non capisce più nien te, di quel che sta succeden do. E anche i carabinieri. Per fortuna i patriarchi sono di mente fredda, di sereno giu dizio. Riuniscono ancora una volta le due delegazioni, fan no un elenco delle vittime de gli ultimi sei mesi e « questo l’abbiamo ammazzato noi », « questo noi », « questo noi no » e « noi nemmeno », ar rivano alla sconcertante con clusione che i due terzi sono stati fatti fuori da mano estra nea all’una e all’altra cosca. C’è dunque una terza cosca segreta, invisibile, dedita allo sterminio di entrambe le co sche quasi ufficialmente esi stenti? O c’è un vendicatore isolato, un lupo solitario, un pazzo che si dedica allo sport di ammazzare mafiosi dell’una e dell’altra parte? Lo smar rimento è grande. Anche tra i carabinieri: i quali, pur rac cogliendo i caduti con una certa soddisfazione (inchiodati dalla lupara quei delinquenti che mai avrebbero potuto in chiodare con prove), a quel punto, con tutto il da fare che avevano coi disertori, aspettavano e desideravano che la faida cittadina si spe gnesse.
I patriarchi, impostato il problema nei giusti termini, ne fecero consegna alle due cosche perché se la sbrigassero a risolverlo: e se la svignarono, poiché ormai nessuna delle due parti, né tutte e due assieme, erano in grado di garantire la loro immunità. I mafiosi del paese si diedero a in dagare; ma la paura, il sen tirsi oggetto di una imperscrutabile vendetta o di un mici diale capriccio, il trovarsi im provvisamente nella condizio ne in cui le persone oneste si erano sempre trovate di fronte a loro, li confondeva e intor bidiva. Non trovarono di me glio che sollecitare i loro uo mini politici a sollecitare i ca rabinieri a un’indagine seria, rigorosa, efficiente: pur nu trendo il dubbio che appunto i carabinieri, non riuscendo ad estirparli con la legge, si fossero dati a quella caccia più tenebrosa e sicura. Se il gover no, ad evitare la sovrappopo lazione, ogni tanto faceva spar gere il colera perché non pens are che i carabinieri si dedi cassero ad una segreta elimi nazione dei mafiosi?
Il tiro a bersaglio dell’igno to, o degli ignoti, continua. Cade anche il capo della vec chia cosca. Nel paese è un senso di liberazione e insieme di sgomento. I carabinieri non sanno dove battere la testa. I mafiosi sono atterriti. Ma subito dopo il solenne fune rale del capo, cui fingendo compianto il paese intero aveva partecipato, i mafiosi perdono quell’aria di smarrimento, di paura. Si capisce che sanno da chi vengono i colpi e che i giorni di costui sono contati. Un capo è un capo anche nella morte: non si sa come, il vecchio morendo era riuscito a trasmettere un segno, un indizio; e i suoi sono arrivati a scoprire l’identità dell’assassino. Si tratta di persona insospettabile: un professionista serio, stimato; di carattere un po’ cupo, di vita solitaria; ma nessuno nel paese, al di fuori dei mafiosi che ormai sapeva no, l’avrebbe mai creduto ca pace di quella caccia lunga, spietata e precisa che fino a quel momento aveva consegnato alle necroscopie tante di quelle persone che i carabinieri non riuscivano a tenere in arresto per più di qualche ora. E i mafiosi si erano anche ricordati della ragione per cui, dopo tanti anni, l’odio di quell’uomo contro di loro era esploso freddamente, con lucido calcolo e sicura esecuzione. C’entrava, manco a dirlo, la donna.
Fin da quando era studen te, aveva amoreggiato con una ragazza di una famiglia incer tamente nobile ma certamen te ricca. Laureato, nella fer mezza dell’amore che li lega va, aveva fatto dei passi pres so i familiari di lei per arri vare al matrimonio. Era stato respinto: ché era povero, e non sicuro, nella povertà da cui partiva, il suo avvenire pro fessionale. Ma la corrispon denza con la ragazza conti nuò; più intenso si fece il sen timento di entrambi di fronte alle difficoltà da superare. E allora i nobili e ricchi parenti della ragazza fecero appello alla mafia. Il capo, il vecchio e temibile capo, chiamò il gio vane professionista: con pro verbi ed essempli tentò di con vincerlo a lasciar perdere; non riuscendo con questi, passò a minacce dirette. Il giovane non se ne curò; ma terribile impressione fecero alla ragaz za. La quale, dal timore che la nefasta minaccia si realiz zasse forse ad un certo punto passò alla pratica valutazione che quell’amore era in ogni caso impossibile: e convolò a nozze con uno del suo ceto. Il giovane si incupì, ma non diede segni di disperazione o di rabbia. Cominciò, eviden temente, a preparare la sua vendetta.
Ora dunque i mafiosi l’ave vamo scoperto. Ed era condan nato. Si assunse l’esecuzione della condanna il figlio del vecchio capo: ne aveva il di ritto per il lutto recente e per il grado del defunto padre. Furono studiate accuratamen te le abitudini del condanna to, la topografia della zona in cui abitava e quella della sua casa. Non si tenne però conto del fatto che ormai tutto il paese aveva capito che i ma fiosi sapevano: erano tornati all’abituale tracotanza, visibil mente non temevano più l’ignoto pericolo. E l’aveva ca pito prima d’ogni altro il con dannato.
Di notte, il giovane vendi catore uscì di casa col viatico delle ultime raccomandazioni materne. La casa del profes sionista non era lontana. Si mise in agguato aspettando che rincasasse; o tentò di en trare nella casa per sorpren derlo nel sonno; o bussò e lo chiamò aspettandosi che com parisse ad una data finestra, a un dato balcone. Fatto sta che colui che doveva essere la sua vittima, lo prevenne, lo aggirò. La vedova del ca po, la madre del giovane de legato alla vendetta, sentì uno sparo: credette la vendetta consumata, aspettò il ritorno del figlio con un’ansia che do lorosamente cresceva ad ogni minuto che passava. Ad un certo punto ebbe l’atroce rive lazione di quel che era effet tivamente accaduto. Uscì di casa: e trovò il figlio morto davanti alla casa dell’uomo che quella notte, nei piani e nei voti, avrebbe dovuto es sere ucciso. Si caricò del ra gazzo morto, lo portò a casa: lo dispose sul letto e poi, l’in domani, disse che su quel let to era morto, per la ferita che chi sa dove e da chi aveva avuto. Non una parola, ai ca rabinieri, su chi poteva aver lo ucciso. Ma gli amici capi rono, seppero, più ponderata mente prepararono la ven detta.
Sul finire di un giorno d’estate, nell’ora che tutti stavano in piazza a prendere il primo fresco della sera, seduti davanti ai circoli, ai caffè, ai negozi (e c’era anche, davanti a una farmacia, l’uomo che una prima volta era riuscito ad eludere la condan na), un tale si diede ad av viare il motore di un’automo bile. Girava la manovella: e il motore rispondeva con vio lenti raschi di ferraglia e un crepitio di colpi che somiglia va a quello di una mitraglia trice. Quando il frastuono si spense, davanti alla farmacia, abbandonato sulla sedia, c’era, spaccato il cuore da un colpo di moschetto, il cadavere del l’uomo che era riuscito a se minare morte e paura nei ran ghi di una delle più agguer rite mafie della Sicilia.