di Bartolomeo Di Monaco
Non v’è dubbio che il sommo poeta Ovidio (Publio Nasone Ovidio, nato a Sulmona in provincia de L’Aquila, il 43 a.C e morto in esilio a Tomi, l’attuale città di Costanza, in Romania, il 17/18 d.C) avesse una grande opinione di sé e del valore della sua arte.
Non mi pare di aver trovato in nessun altro autore tale sicumera, ma d’altronde è difficile leggere un’opera altrettanto bella e suggestiva, a conclusione della quale scrisse:
“Ecco: ho compiuto l’opera che non potrà l’ira di Giove, né il fuoco, né la spada distruggere, né il tempo che tutto divora. E quel giorno che ha potere solo sul mio corpo e su null’altro, ponga pure fine, quando vorrà, alla mia incerta vita. Con la parte migliore di me volerò eterno al di sopra degli astri e il mio nome non si potrà cancellare: fin dove arriva il potere di Roma sui popoli soggiogati, là gli uomini mi leggeranno, e per tutti i secoli, se sono veri i presentimenti dei poeti, vivrò della mia fama.”. (Traduzione in prosa di Giovanna Faranda Villa nella edizione BUR, 2018.)
Non ebbero altrettanto ardire Omero, Virgilio, Dante, Shakespeare, Miguel Cervantes, Tolstoj, per citare, in letteratura, tra i maggiori di ogni tempo
E Manzoni? Manzoni ci provò, quando scrisse queste poche righe, subito dopo che, nel primo capitolo, don Abbondio, aveva ricevuto le famose minace dai bravi di don Rodrigo. (“… questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai.”).
Scrive, infatti:
“Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare sull’animo del poveretto, quello che s’è raccontato.”.
Manzoni sapeva (l’ultima revisione del romanzo è del 1840) di aver scritto un’opera ragguardevole, e destinata a ben più di venticinque lettori, tant’è che ancora oggi, a ragione di molti, e anche del sottoscritto, “I promessi sposi” resta il romanzo più importante della letteratura italiana. I narratori di casa nostra che gli si avvicinano, senza però superarlo, sono Giovanni Verga e Riccardo Bacchelli. Ad essi aggiungerei Carlo Sgorlon, al quale ho dedicato l’unica opera monografica esistente che lo riguarda, “Omaggio a Carlo Sgorlon. I romanzi”, specie per aver scritto “La conchiglia di Anataj”, del 1983.
Fu, dunque, falsa modestia, quella di Don Lisander? Sì, e in quelle poche righe si nasconde la stessa sicurezza e lo stesso vanto che intridono le parole di Ovidio, conclusive del suo capolavoro.