di Bartolomeo Di Monaco
Il 7 luglio prossimo, lo scrittore lucchese compirà 76 anni. Desta meraviglia, perciò, come la sua mente sia rimasta ancora fresca e entusiasta qual era negli anni giovanili. Tiene una rubrica settimanale sulla pagina della cronaca lucchese de La Nazione, in cui tratta ogni tipo di argomento che riguardi l’attualità. Sullo stesso quotidiano ogni tanto appare un suo scritto che mette a fondo temi letterari ed altro. Per non dire dei suoi racconti continui pubblicati su vari giornali sparsi per l’Italia.
Egli non è più un semplice scrittore, ma un critico di valore su temi letterari e non solo. Per esempio, egli resta il più acuto e raffinato osservatore e conoscitore degli animali e della natura. In tale campo, nessuno come lui.
In questi giorni, è uscito il suo ultimo libro: “I figli di Wanda e altri racconti”.
Sapendo il suo valore, è notevole in me la curiosità di leggerlo, quale frutto, lo si può dire, di un’esperienza conoscitiva e sensitiva che l’autore si porta dietro, via via accrescendola, sin dagli anni giovanili, quando stupì il mondo letterario italiano con la sua scrittura particolare che, ancora oggi, resta una sua caratteristica di alto livello e valore.
Per “Il falco doro” uscito con Mondadori in elegante veste cartonata nel 1983, Natalia Ginzburg nel risvolto di copertina scrisse: “Questo è il mondo che appare nei racconti di Pardini; lo disegnano poche linee tracciate con risolutezza e riluttanza; brevi frasi secche, mozze, nodose e rugose come i rami di un albero nell’inverno.”.
E Cesare Garboli, nella sua introduzione al romanzo di Pardini “Il racconto della Luna”, scrive: “Pardini non scrive ‘come si respira’, ma come si soffre, si rantola, si stupra, si graffia, si morde: scrive come ci si difende.”. È qui che troviamo quella bella definizione, divenuta famosa, della sua scrittura: “Tratta gli animali meglio di London e di Kipling; li tratta da fratello a fratello, senza paternalismo, senza nessuna ombra di superiorità. Li tratta con parole fatte di terra, impastate di terra, come certi utensili ideati e formati per un oscuro progetto dalla stessa materia di cui sono fatti.”.
Ma affrontiamo ora il suo ultimo lavoro, composto da 7 racconti.
“I figli di Wanda” è quello che apre la raccolta e dà il titolo al libro. È il più lungo e corposo, il maggiore, quasi un romanzo breve.
Parliamo dei nomi, assai particolari, dei suoi protagonisti: Beriade Alarico, che ha sposato Gloriana. Dal matrimonio è nato Astolfo, che ha sposato Adelaide, i quali hanno generato Ladis, il nipote che ama tanto il nonno.
Sono nomi che hanno il valore e l’accezione di un attaccamento al passato; nomi di una civiltà agricola e montana, antica, pressoché scomparsa, di cui Pardini ha memoria e cura ogni volta che scrive una sua storia.
Siamo negli anni Settanta del secolo scorso. Beriade, che è stato “conduttore delle Ferrovie dello Stato”, ha superato gli 80 anni, ma è un uomo ancora forte e va in giro nei boschi della sua montagna. Ha rispetto per gli animali. Un giorno, nella sua stalla, scorge una lupa che, sdraiata a terra, sta figliando; la rispetta e si allontana. Vede anche nel bosco alcuni cani maremmani, messi a custodia delle greggi, e ora morti, lacerati dai denti aguzzi di un branco di lupi, due dei quali giacciono a terra, con la schiena spezzata.
Come non pensare allo stupendo film di Giuseppe De Santis “Uomini e lupi” del 1957, con Yves Montand, Silvana Mangano e Pedro Armendariz.
Vi si avverte la stessa intensa e tragica atmosfera.
Tornato alla stalla, la lupa ha figliato e ha ai capezzoli i suoi due cuccioli (molto più avanti figlierà ancora, questa volta tre cuccioli, di cui una femmina nana, un po’ sdegnata dalla madre, ma accudita da lui: “La cucciola lo seguiva ovunque.” La chiamerà Nana). Beriade decide di tenerla e di avere cura di lei e dei suoi cuccioli. Non gli interessa più di ricevere la visita dei suoi familiari; ora ama stare solo con la lupa, a cui ha dato nome Wanda, lo stesso che aveva una sua cagna, un pastore maremmano.
S’instaura un rapporto affettivo, ma anche magnetico, fra l’uomo e la bestia. Prima sospettosa, ora Wanda gli si è affezionata, “una mattina gli si accostò, lasciandosi carezzare.” ed ha fiducia nell’uomo, il quale la ricambia dello stesso affetto, prendendosi cura anche dei cuccioli.
Si sta sviluppando in questo primo racconto, e continuerà anche nei prossimi, un tema caro allo scrittore lucchese: il rapporto tra l’uomo e l’animale, e più ancora tra l’uomo e la natura.
Un giorno non trova più Wanda né i suoi cuccioli. Ha appreso che probabilmente dei cacciatori le avevano ucciso il maschio ed era rimasta sola ad accudirli. Fermatasi per un po’ nella stalla di Beriade, ora aveva prevalso la sua natura di animale libero. Beriade ne avverte la mancanza.
Riprende la sua vita solitaria. Si spinge nei paesi a fare provviste, a girovagare, e si accorge che tutto sta cambiando. Il progresso ha corroso il passato e ferito le sue abitudini a cui si sentiva legato e di cui si sentiva figlio: “Il passato gli sembrava un sogno.”.
È una critica, questa nei confronti dei nostri tempi, che Pardini riprende spesso nei suoi scritti. E Beriade prende a somigliargli sempre di più.
Il protagonista ha fatto anche la Prima guerra mondiale, quale attendente di un ufficiale e quale portaordini. Come denunciato da Francesco Rosi nel suo film “Uomini contro”, del 1970, ispirato al romanzo di Emilio Lussu “Un anno sull’Altipiano”, del 1938, anche Pardini rivolge una non troppo velata accusa alle gerarchie militari per il duro e spietato trattamento riservato ai soldati e per la irresponsabile strategia adottata.
Sarà congedato col grado di sergente. Troveremo anche accenni al periodo fascista e alle crudeltà del regime. Pardini, però, non risparmierà critiche neanche alle Istituzioni democratiche.
Wanda coi suoi figli, ormai grandicelli, torna a trovarlo. Ne è felice. Ma dura poco. La lupa, assecondando la sua natura, di nuovo scompare.
Intanto, della perniciosa presenza dei lupi si accresce in paese il lamento; pecore, capre, pollame sono le vittime prescelte. Non se ne può più. Al bar se ne parla con astio e risentimento.
Si dà loro la caccia con ferocia. Si avverte la sensazione di una pace tra gli uomini e gli animali che fatica a realizzarsi e che forse è impossibile: “Gli avventori convennero, quindi, che i lupi non stavano vicini agli uomini con propositi affettuosi. Ma, semmai, in attesa di coglierli in un momento di malessere o di infortunio per assalirli. Beriade notava fra sé che non li consideravano bestie ma avversari da eliminare.”.
Beriade tenta di essere una cerniera tra le due nature, l’animale e l’umana, disponendo il suo animo ad una speranza che via via si fa più rattrappita e pigra.
Wanda e i suoi figli si sono uniti, intanto, ad un grosso lupo maschio (ma presto Wanda diventerà una capobranco): “Aveva il mantello bruno e gli occhi di un giallo che sembrava fosforescente, con qualcosa di accorto e di implacabile.”.
Passano le stagioni, Beriade ne avverte l’inesorabile trascorrere. Una malinconia lo assale, la stessa insita nella natura, di cui ci accorgiamo soltanto se ci mettiamo in un attento ascolto più col cuore che con la mente. Tutto trascorre e si consuma. Beriade anche di questo è simbolo e testimone: “No, niente di quello che era stato il suo passato lo ritrovava nel presente; impossibile, quindi, prefigurarsi un futuro. Ognuno vive dentro un proprio tempo, una propria stagione che, quando finisce, porta via tutto, come accade quando irrompono i monsoni.”.
La scrittura di Pardini, sempre così rocciosa, in questo caso si veste di malinconia. Beriade e Pardini finiscono per vivere la stessa vita, gli stessi istanti, gli stessi sentimenti: “I lupi gli avevano rivelato un’altra dimensione del mondo che, pur essendo vicina a noi, non tutti riescono a vedere. Esseri viventi, piante e rocce, non sono mai come possono sembrare a prima vista. Dentro e attorno hanno storie e vicende che gli uomini nemmeno immaginano. I lupi appartenevano a questo novero. Beriade sentiva il richiamo di un’antica alleanza, quando il lupo, prima del cane, viveva insieme all’uomo.”.
Il lupo è per Pardini l’animale nobile prescelto, ne sa a memoria conformazione, movenze e abitudini: “Con la torcia, a tratti, illuminava il suolo, per vedere se avesse scorto tracce di lupo. Infine, comparvero in un sentiero che scendeva nel folto della boscaglia. Le riconosceva perché lasciavano nel suolo, oltre il cuscinetto plantale, quattro dita, il primo dei quali, il pollice, alto e grossolano.”.
Un giorno trova Wanda preda di una trappola che gli sta lacerando il collo. Liberatala, la porta nella stalla e la cura: “Lei gli lambì una guancia.”. Per questa amicizia con la lupa e i suoi figli, in paese lo guardano in cagnesco. Lo ritengono complice delle stragi compiute nei dintorni.
Ma Beriade continua a interessarsi a Wanda e al branco di lupi che le si erano aggregati, riconoscendola come capobranco. Di quanto pensa la gente poco gli importa: “Da poi che Beriade si dedicava ai lupi, il tempo dentro di lui s’era annullato”. Si convince sempre di più che gli animali sono” di gran lunga migliori delle persone, specie riguardo a senso di amicizia e comprensione.”; “Stare coi lupi, faceva passare a Beriade ogni malessere.”.
Si ha la sensazione di vivere, grazie a questo straordinario personaggio, una simbiosi tra animali e persone, foriera di uno status fatto di pace e felicità; difficile, però – si intuisce – da raggiungere.
La simbiosi con la lupa Wanda (“quasi senza avvedersene, gli era subentrato il desiderio di ululare.”), la si deve mettere, a questo punto, a paragone di quella con un altro animale, a cui Pardini ha dedicato nel 1993 un libro, “Giovale”, il nome del suo mulo, che è un romanzo-diario impregnato di amore.
Questo primo racconto è ricco di descrizioni della natura, con la quale l’autore ha istaurato una confidenza rara e prestigiosa. La notte in cui si trova nella sua casa, di sera, e fuori è caduta tanta neve e tutto intorno è silenzio, vi si raggiungono momenti di magica bellezza. Ci pare, pure noi, di essere lì, con Beriade, in ascolto e in attesa. Si avverte il palpito della vita, che ci ammalia e stupisce, sebbene non si arresti.
Beriade morirà. All’improvviso cade a terra vicino ai suoi lupi e al torrente presso cui si abbeveravano insieme. Secondo un rito in uso ai lupi, Beriade subirà la stessa sorte, onorato come se fosse stato uno di loro: “Lo divorarono brano a brano: lo stesso avveniva alla morte di uno di loro.”; “Di Beriade non rimase nemmeno lo scheletro.”.
Questo racconto basterebbe ad esaudire la curiosità del lettore circa la bravura di Pardini, capace di immergersi in un mondo che, originariamente non suo, lo è diventato per esperienza e amore.
Ma il libro ci riserva altri 6 racconti.
Andiamo a leggerli.
Sono tutti abbastanza brevi.
Il secondo s’intitola “Il contagio del lupo” ed ha per protagonista un asino di nome Platone, i cui attributi maschili sono ben descritti da Pardini, al punto che ci accompagnano ogni volta che l’animale si muove e si fa interprete della scena.
Teme la morte, poiché avverte, attorno al suo recinto protetto, la presenza dei lupi, che cercano il modo di aggredirlo. Solo quando arriva la padrona, Emilia, si rasserena. Continua, tuttavia, ad avvertire la vicinanza dei lupi, che stanno facendo stragi nei dintorni. Ma si fa coraggio e una volta salva una capra assalita da un lupo, scacciandola coi suoi zoccoli. D’ora poi, comunque, sarà guardingo, sempre più attento e sospettoso. Emilia si è accorta che ormai è cambiato, non più sereno come i primi giorni che lo aveva condotto nella stalla.
Ma ecco che Platone esce dal recinto e fugge; s’inoltra nella selva, e anche lui diventa violento, aggredisce. Il paese è allarmato. Lo stanno cercando per catturarlo. Emilia è accusata di non averlo saputo custodire.
Platone si è ormai inselvatichito, vive insieme ad altri animali, come due cervi. All’avvicinarsi dei lupi, si prepara a scalciare per frantumargli il muso e le ossa. Non ha più paura: “Senza alcuna prova di forza, Platone divenne il capo di quella mandria bizzarra ed eterogenea.”; “Platone aveva scelto una nuova vita lontano dalla civiltà.”.
Ma vivere è una continua lotta. Platone sarà sventrato da un branco di lupi, e lui morirà tenendo maciullata in bocca la testa di uno di essi.
“Tacca di mira” è il terzo racconto. Questa volta al centro della storia non abbiamo gli animali, se non un lupo di striscio, ma un essere umano, Alvino Tarasconi, che ha subito vessazioni e violenze e cerca la sua vendetta. Ricorda che suo padre gli aveva parlato di una pistola che possedeva e che aveva nascosto, tacendogli, però, il nascondiglio. Quell’arma avrebbe fatto proprio al caso suo. La cerca e infine, trovatala, la fa rimettere a nuovo da un suo amico, Tinche, esperto e trafficante d’armi. Ora ha finalmente lo strumento per realizzare la sua vendetta.
Sarà così.
Il quarto racconto ha il titolo “Piazza Arieti”. Che non è una piazza, “ma una piattaforma di pietra dura e ampia, circondata da bosco e rupi innalzate verso la montagna.”. Insomma, un sito archeologico, forse destinato a sacrifici “umani e animali”. È un racconto che ha diverse striature e consente all’autore di seguire vari percorsi, non alterandone le omogenee atmosfere.
Nelle greggi, caproni e montoni vanno a caccia delle femmine in estro. Qualche volta duellano a cornate per possederle. I pastori spesso organizzano gare di combattimento tra i maschi di loro proprietà, rispettando un’antica tradizione.
Nel racconto, tornano anche i lupi, sempre voraci e temuti.
La presenza di uno o più lupi diventa una costante in questa raccolta, e non solo essi sono oggetto di una descrizione accurata, ma – lo stiamo vedendo – anche tutti gli altri animali, vittime o meno, sono analizzate e sezionate con la minuzia di un disegno di Leonardo. Spettacolare la lotta tra due “pecori” opposti in duello l’uno contro l’altro. Forte lo stridio delle corna che cozzano tra loro: “Le teste basse, gli occhi stravolti, le corna che si aggrovigliavano, lucide come di sudore.”.
Pardini non ci tradisce, non svicola dal suo mondo, che gli dona forza e ispirazione. Riconosce, tuttavia, che i lupi, che pur stima, soprattutto un tempo, quando erano ancora più numerosi e inselvatichiti, costituivano un pericolo soprattutto nei paesi isolati sui monti.
Un accenno alla sessualità viene spontaneo nel momento in cui si affronta il quinto racconto, intitolato “L’agguato”. Essa tra le bestie e tra gli umani ha spesso una sua violenza che Pardini fa risaltare. In questi casi sovviene il suo romanzo “Il racconto della Luna” uscito con Mondadori nel 1987.
Giacinto Turbati è il protagonista del quinto racconto. Ama cacciare i cinghiali, oltre che frequentare prostitute e trans. Ha la foga di voler uccidere. Se fosse stato in guerra, avrebbe voluto essere un cecchino, nascosto e in agguato, pronto a uccidere. È un eccellente tiratore e dispone di un ottimo fucile.
Coi compagni va a caccia. Se la devono vedere coi lupi che riescono ad azzannare i cinghiali più giovani. Lui non prende niente. Ha sparato un colpo, ma si trattava di un lupo che era riuscito a svignarsela. Mentre sta per tornare a casa deluso, si avvede che gli manca un cane. Va a cercarlo, ma sarà vittima di un cinghiale che gli stritola una gamba e poi lo finisce “maciullandogli volto e testa.”.
Ne “La ghiandaia di Enzo” Pardini ricorda il suo rapporto con lo scrittore Enzo Siciliano, anche a me molto caro, il quale gli aveva domandato come fosse fatto l’uccello che ha nome Ghiandaia. Gli aveva risposto con una email, ma Enzo muore e lui non sa se ha fatto in tempo a leggerla. In essa, gli descriveva il volatile. La ghiandaia è “Più grossa di una tortora, ha testa pesante e becco forte, il piumaggio colore dell’aurora, coda e ali striate di nero e azzurro.”. La ghiandaia parla come i pappagalli, sa anche fare da sentinella e avvertire del pericolo. L’autore ne osserva una che viene spesso a trovarlo, posandosi su un ciliegio; è la ghiandaia descritta a Siciliano: “Tra i suoi rami la ghiandaia fa provvista di frutti.”.
È un racconto struggente, in cui, inoltratosi nella boscaglia, l’autore parla con gli uccelli, li comprende, non solo comprende le ghiandaie appollaiate sulle piante, tra cui “la ghiandaia di Enzo”, ma anche gli altri uccelli. A un gufo “Gli chiesi che facesse.”.
L’autore vi si muove e vi agisce come ispirato e avvolto da una speciale sacralità. È un racconto che colpisce e ammalia, forse anche il più bello, sebbene breve, ispirato da una diffusa e penetrante poesia.
Ecco che un giorno, aiutato dai cani, trova tra i rovi una ghiandaia ferita ad un’ala, che non riesce a sfuggire ai cani. Pardini li ferma e raccoglie da terra il volatile ferito che dapprima si agita, poi si avvede di essere protetto e si quieta. Pardini se ne prenderà cura. Come si prenderà cura di una poiana e di una volpe, anch’esse ferite.
È un racconto di puro amore, sottile e luminoso. Ora nei sogni gli appare Enzo: “ha affrettato il passo, e non riesco a seguirlo. Mormora che l’amicizia è una fede, e gli amici sono come l’amore per Dio. Si portano dentro. Ovunque e sempre. Alla ghiandaia piacendo, possiamo rivederci.”.
Siamo arrivati al settimo racconto, l’ultimo: “Una barca di anatre”. È ancora Pardini il protagonista, come lo è stato nel precedente. Al tempo di suo padre, lui ancora ragazzo si oppone ad una infelice sorte di un Germano, che, grazie alle sue cure, vivrà in casa 13 anni. Gli è affezionato e l’animale lo ricambia.
È una femmina. La chiameranno Orlandina.
Si affeziona anche ad un gruppo di anatre, che imparano a conoscerlo e a non fuggire da lui. La loro vista lo acquieta dai suoi tormenti. Sogna perfino di volare come loro.
Il racconto si fa trascendente; si configura una barca su cui sono salite le anatre, che ogni tanto scompare e ogni tanto riappare senza dar modo di essere fermata e tratta a riva. È la vita che sfugge? È un sogno malevolo che ci perseguita? L’autore ci dice soltanto che: “Ma perché questo avvenga la barca dovrebbe portarsi alla sponda, in modo da ancorarla saldamente a un albero. Invece fino a oggi, fino a questo nevrotico, infame e convulso oggi, ogni volta che ho cercato di avvicinarla si è trasferita al largo o, addirittura, verso l’altra riva. Non riesco a darmi pace. Ma ho deciso: non appena le anatre se ne saranno andate, impugnate armi non convenzionali, la bersaglierò di fuoco.”.