di Bartolomeo Di Monaco
Il forte ma drammatico e breve amore tra l’architetto giapponese e l’attrice francese nonché il continuo dialogo che si svolge tra loro per tanta parte del film rappresentano il tentativo di unificare e trattenere il ricordo di una tragedia vissuta da entrambi. Lui insiste nel dirle che non sa niente della sua città, Hiroshima, e lei risponde che non è vero e racconta ciò che ha visto durante il suo soggiorno nella città, in cui si sta girando un film sulla pace: immagini strazianti della miseria umana provocata dalla guerra e in particolare dalla esplosione nucleare del 6 agosto 1945. Ma lui non demorde. Continua a dire che lei non sa niente di Hiroshima, facendo intendere che le immagini che la donna ha visto hanno una profondità che sfugge a chi non ha vissuto la tragedia. Ossia, non bastano gli occhi per vedere e capire, ma si vede e si capisce soltanto con lo scuotersi e lo straziarsi della propria coscienza.
Il dialogo continuo e ossessivo produce in entrambi mutamenti di identità, a tal punto che il ricordo sfugge alle loro individualità per assumere connotati universali.
L’attrice, invece, ha vissuto il tempo della guerra, il suo tempo tragico, a Nevers, il paese natale, situato sulle rive della Loira, in Francia, dove ha conosciuto l’amore per un soldato tedesco, poi ucciso da un cecchino, e di questa relazione ha subito le conseguenze in famiglia e nella società. Le hanno tagliato i capelli per condannare la sua relazione col nemico, e l’hanno isolata. Racconta tutto questo all’architetto che – ora succede – nel ricordo di lei assume i contorni del soldato tedesco che ha amato, e l’architetto se ne sente investito. Siamo in presenza di ricordi e di sentimenti trasfiguranti. Scomposizioni e ricomposizioni si alternano nel tentativo di resistere alla insistente, infida e invasiva dimenticanza. Al punto che, nel tentativo di non arrendersi all’oblio, si daranno il nome della città in cui sono nati e che ha segnato la parte più importante (e tragica) della loro vita. Lei gli darà il nome di Hiroshima e lui a lei quello di Nevers.
È un film difficile che ha parecchie parentele nel mondo dell’arte. Penso a Giorgio De Chirico, a Luis Buñuel, a Salvador Dalì, ma soprattutto a Marcel Proust e a Ingmar Bergman.
In Bergman ci sono film come “Persona”, “Sussurri e grida”, “Luci d’inverno”, “Il silenzio” (ma un po’ è in lui una consuetudine), in cui è tutto un riflettere sulla vita e sulla condizione umana, quasi sempre vista come indefinibile e tragica.
Per Proust basti pensare alla sua opera monumentale “La Recherche”.
Dalì per l’onirismo drammatico che incide, trasforma e ci smarrisce.
Buñuel per la caparbietà nell’affrontare il martirio e la sofferenza, soprattutto nei primi film (“Il cane andaluso”, L’âge d’or”, “Nazarin”, “L’Angelo sterminatore”).
De Chirico (i suoi manichini) per il processo di smarrimento della propria identità contro cui è difficile lottare.
Ossia, li accomuna a Resnais l’ansia di ricerca per arrivare alla conoscenza di sé, lo smarrimento e il dolore insiti nella stessa ricerca, nonché la insicurezza e la vaghezza permanenti della propria identità.
14 febbraio 2026