La donna di sabbia (H. Teshigahara, 1964)

di Claudia Di Monaco

Tratto dall’omonimo romanzo di Kōbō Abe, che ne ha curato anche la sceneggiatura, il film “La donna di sabbia” tratta il tema dell’alienazione dell’uomo nella società, affrontandolo nel contesto di due diverse realtà, apparentemente opposte ma in verità non molto dissimili: da un lato vi è la moderna società industrializzata, rappresentata nel film dalla Tokyo degli anni 60, metropoli in via di sviluppo ed in pieno boom economico, nella quale vive e lavora il protagonista Jumpei Niki, insegnante di professione ed entomologo per diletto; dall’altro, la comunità primitiva ed arretrata rappresentata dal villaggio immerso nelle dune sulla costa orientale del Giappone, la cui sopravvivenza è costantemente minacciata dall’avanzare della sabbia. Questa realtà disagiata e primordiale, appare vittima dell’altra, vittima cioè di uno Stato forte, industrializzato, che l’ha completamente abbandonata. Privi di aiuti e di sostegno, gli abitanti del villaggio sopravvivono come possono, chiusi in un microcosmo emarginato dal resto del mondo e dotato di proprie leggi che si contrappongono alle leggi dello Stato, nella consapevolezza che lo Stato è assente e come non interviene in aiuto, così neppure interverrà a reprimere. L’economia del villaggio si regge sul commercio della sabbia, che viene venduta ad una cooperativa per essere utilizzata nell’edilizia, mescolata illegalmente al cemento. La sabbia da vendere viene spalata dagli abitanti delle povere abitazioni che si trovano nelle buche, grandi depressioni sabbiose tra le dune, i quali con il loro incessante lavoro proteggono il villaggio dalla minaccia della sommersione. Al fine di reperire forza lavoro per questa faticosa attività quotidiana, gli abitanti del villaggio non esitano a rapire i forestieri che si avventurano, per i motivi più vari, in questa zona impervia ed inospitale. È ciò che accade al protagonista che, addentratosi tra le dune alla ricerca di una nuova specie di insetto, viene dagli abitanti del villaggio convinto con l’inganno a calarsi tramite una scala di corda in una di queste buche in cui si trova la casa di una vedova, (che ben presto comprendiamo essere complice dell’inganno); il fine è apparentemente quello di ospitarlo per la notte, dato che aveva perduto l’ultimo autobus per il ritorno a Tokyo, ma l’obiettivo reale è quello di imprigionarlo nella buca, per costringerlo ad aiutare la donna nel duro, incessante lavoro di spalatura della sabbia. Gli abitanti non temono la repressione dello Stato perché esso si manifesta in questo microcosmo solo sporadicamente, attraverso l’invio di ispettori e funzionari inconcludenti, figure evanescenti incapaci di incidere sulla realtà, ed il cui passaggio si risolve in una mera formalità. Lontana e contrapposta a questa realtà è la grande metropoli da cui il protagonista proviene, fatta di un brulicare di umanità, densa e articolata, composta da migliaia e migliaia di persone che possono svanire nel nulla senza che ci se ne accorga neppure. Nessuno dei forestieri catturati è infatti mai stato recuperato alla metropoli, nessuno è mai riuscito a fuggire.

La condizione umana che emerge da entrambe queste realtà è inquietante e richiama la visione hobbesiana dell’homo homini lupus, secondo la quale l’uomo, nella sua lotta incessante per la sopravvivenza, è nemico e predatore dei propri simili. Nel “De Cive” (1642) e poi nella sua opera principale “Il Leviatano” (1651)— di cui la prima anticipa molti dei temi fondamentali — Thomas Hobbes confuta la concezione aristotelica dell’uomo come essere naturalmente incline alla socialità. Contro l’idea di Aristotele secondo cui l’essere umano sarebbe spontaneamente portato alla convivenza, intrinsecamente sociale e ben disposto verso i propri simili, e la società sarebbe il suo fine naturale, indispensabile per il suo perfezionamento e la sua felicità, Hobbes sostiene che la società nasca da una drammatica necessità. Per Hobbes l’uomo è naturalmente diffidente, egoista, aggressivo e asociale, e la convivenza civile non rappresenta il compimento naturale della sua essenza, ma il risultato di un calcolo utilitaristico: gli individui accettano di vivere in società soltanto perché riconoscono che, senza un ordine condiviso, la loro esistenza sarebbe dominata da una violenza incessante e dalla continua paura verso i propri simili.
La società è dunque un prodotto artificiale che impone regole sottostando alle quali gli istinti naturali sono controllati e si previene quello stato di bellum omnium contra omnes che altrimenti si avrebbe in natura. Lo Stato è frutto di un patto siglato tra gli individui (“pactum subiectionis”) che rinunciano alla libertà assoggettandosi ad un potere sovrano (Il “Leviatano” che dà il titolo all’opera di Hobbes). La legge (da “legere”, legare) vincola gli uomini, tuttavia da sola non è sufficiente a garantire l’ordine. Senza il pactum subiectionis, infatti, gli uomini finirebbero inevitabilmente per violare la legge, in quanto in una situazione di perenne conflittualità la ragione suggerirebbe a ciascuno di usare i mezzi che egli ritiene più adeguati per la propria sopravvivenza. È quanto accade, secondo Hobbes, nella relazione tra gli Stati: essi si trovano in una sorta di perenne stato di natura, perché ciascuno di essi detiene un potere sovrano che non riconosce entità superiori; perciò, anche quando stipulano trattati o alleanze, questi restano validi rebus sic stantibus e vengono infranti non appena cessano di essere convenienti. Per questo motivo è indispensabile il pactum subiectionis tramite il quale, per vedersi garantito il diritto alla vita e alla sicurezza, l’uomo abdica a tutti gli altri diritti, trasferendoli al Leviatano, un potere comune, artificiale e sovrano, incaricato di garantire la pace e proteggere gli individui dalla reciproca violenza.

Questa concezione hobbesiana dell’uomo e della società si riscontra in entrambe le realtà sperimentate dal protagonista. Nella metropoli egli vive immerso in un brulicare di umanità ma in verità è solo, privo di legami affettivi autentici. Nel romanzo di Kōbō Abe questo aspetto emerge con particolare evidenza nelle pagine dedicate al rapporto del protagonista con i colleghi e con la moglie, dove vengono messe a nudo le dinamiche di invidia, competizione e ipocrisia che dominano l’ambiente di lavoro, insieme alla freddezza e al distacco emotivo del legame coniugale. Significativi, in tal senso, sono alcuni dialoghi tra il protagonista e la moglie, che condensano la natura del loro rapporto. Lei gli dice: «I nostri rapporti sono, dopotutto, come uno scambio di merce, non è così?». E lui, in un pensiero interiore, osserva: «Tu ti rinchiudi nella tua storia riflessa allo specchio, in cui soltanto tu sei la protagonista, mentre mi abbandoni da questa parte dello specchio, solo…».
Nel villaggio domina l’istinto di sopravvivenza e la logica brutale della prevaricazione. Gli abitanti cercano di sopravvivere con i propri mezzi, rozzi e primitivi, non facendosi scrupoli a sequestrare i forestieri o vendere illegalmente sabbia pur sapendo che verrà impiegata nelle costruzioni, mettendo in tal modo a rischio la sicurezza di altri esseri umani. La vedova con cui il protagonista viene costretto a vivere aderisce pienamente a questa logica, e collabora nella trappola a lui tesa per il fine egoistico di avere qualcuno che allievi la sua solitudine e la aiuti nel duro lavoro quotidiano di spalatura della sabbia. Gli abitanti lo mortificano ed umiliano. Dopo mesi di reclusione, alla sua richiesta di poter uscire dalla buca per vedere il mare e respirare aria fresca almeno una volta al giorno, anche per pochi minuti e sotto scorta, (richiesta che l’uomo non comprende come non possa essere accolta, dato che, come si legge nel romanzo, “persino un criminale condannato alla reclusione possiede il diritto a delle ore di libertà all’aria aperta”) la risposta del villaggio è tuttavia brutale e spietata: gli concederanno l’uscita soltanto se, in loro presenza, egli avrà un rapporto sessuale con la donna, come forma di intrattenimento in grado di spezzare la monotonia della loro routine quotidiana. L’uomo è quindi ridotto alla condizione di un animale da circo, costretto a mortificarsi per il divertimento di chi detiene il potere su di lui. E lo stesso protagonista, di fronte al rifiuto opposto dalla donna, non esita a cercare di violentarla, per ottenere quella sorta di libera uscita. La sua condizione ricorda quella degli insetti che lui catturava tra le dune all’inizio del film: egli li rinchiudeva in una provetta, soffermandosi poi ad osservarli scivolare lungo il vetro nel vano tentativo di trovare una via di fuga; ora è lui fonte di svago per gli abitanti del villaggio, che lo guardano dall’alto della buca e lo deridono. Ed egli ad un certo punto giungerà ad una consapevolezza che sembra aderire pienamente alla visione hobbesiana della condizione umana: “Ormai ho capito. Ognuno pensa solo a stesso, a sé stesso e basta. Tutti ci sfruttano e noi scodinzoliamo. Ma quando apriamo gli occhi non c’è più nessuno, non restiamo che noi soli.”

L’ alienazione dell’uomo ha origine proprio nel pactum subiectionis descritto da Hobbes: nella società l’uomo, in cambio di benessere e protezione, rinuncia alla propria libertà, delegando le proprie scelte ad una sovrastruttura artificiale, impersonale, burocratica (la versione moderna del Leviatano di Hobbes) che lo imbriglia ed in cui egli non è più il fine ma una componente funzionale del sistema. Man mano che la società si allarga, l’uomo diviene sempre più piccolo fino ad annullarsi nel sistema: si fa numero, mezzo, ingranaggio dell’apparato burocratico. La società massifica, uniforma, provoca una reductio ad unum in cui il singolo viene annullato nella sua individualità, allontanato da se stesso e affogato in una vita fatta di routine e di burocrazia: quelle carte di identità, bolli, patenti e certificati di cui parla il protagonista all’inizio del film, riflettendo tra sé e sé, durante la sua ricerca di insetti tra le dune; carte che, lui constata sentendone tutta l’inutilità e l’oppressione, danno il diritto di esistere e muoversi all’interno della società, contrariamente a quello che avviene nel mondo degli insetti, dove non c’è bisogno di formalità per avere il diritto di vivere e di uccidersi.
Emblematica è la domanda che il protagonista pone alla donna, nella vana speranza di suscitarne una presa di coscienza sull’assurdità della loro condizione: “Spali sabbia per vivere o vivi per spalare sabbia?” E nella risposta della donna: “E chi sta chiuso in fabbrica, in ufficio?” si intuisce come l’alienazione dell’individuo è una condizione inevitabile, presente in ogni realtà sociale, più o meno evoluta. La riduzione da fine a mezzo non è che il prezzo pagato dall’uomo per aver accettato la logica del Leviatano, Il cui potere ed il cui controllo si esprimono attraverso atti amministrativi impersonali, dai quali il singolo viene codificato, registrato e ridotto ad un numero e che, tramite la burocratizzazione priva l’uomo della sua unicità, ne standardizza i bisogni e i comportamenti per renderlo controllabile e governabile, integrato nel sistema stesso, come un ingranaggio in un continuo produrre e consumare. Il potenziale critico dell’individuo viene sterilizzato ed egli non pone in discussione il sistema, non si pone la domanda se esso sia giusto o meno ma cerca solo di affermarsi sopra gli altri, ottenere un riconoscimento che lo contraddistingua. Egli non si oppone al potere che lo opprime perché esso è diventato la fonte dei suoi piaceri effimeri e della sua stessa identità sociale. Dunque, quel desiderio di prevaricazione che secondo Hobbes ha l’uomo nello stato di natura viene canalizzato dal Leviatano, che stabilisce in anticipo i criteri per essere vincenti, cosicché gli uomini non si coalizzano per cambiare la società opprimente ma competono tra loro per ottenere quel riconoscimento sociale che è l’unico modo per confermare la propria identità, riproducendo in modo edulcorato quello stato di bellum omnium contra omnes descritto da Hobbes.

Così anche il protagonista, di fronte alla sua esistenza monotona e meccanica nella Tokyo moderna, cerca di uscire dall’anonimato, cerca un riconoscimento che lo elevi sopra la massa: vuole scoprire un nuovo insetto per vedere il suo nome scritto su un’enciclopedia. Ed è proprio questo tentativo dell’uomo di affermarsi nel sistema che lo opprime, il principale sintomo della sua alienazione. Egli soffre l’oppressione del sistema (i ritmi di lavoro, la burocrazia che lo soffoca, l’ansia di affermarsi), ma invece di combatterlo, ne interiorizza i valori, non rendendosi conto che così facendo si sta imprigionando nell’ingranaggio che lo annulla.
Questo tentativo di affermarsi nella società è il tragico tentativo dell’ostaggio di farsi amare dal proprio carceriere, e ricorda quello che avviene nella dinamica psicologica della sindrome di Stoccolma: come l’ostaggio dipende dai sequestratori per i beni primari e per la stessa sopravvivenza, così l’uomo dipende interamente dall’apparato del Leviatano per la propria sussistenza (il lavoro, la sanità, gli altri servizi essenziali).Come l’ostaggio sviluppa gratitudine per il carceriere che mostra un minimo di umanità o evita di ucciderlo, così i benefici ed i confort che la società concede sviluppano nell’uomo un senso di appagamento e fedeltà al sistema che lo sfrutta. Come la vittima per sopravvivere al trauma devia l’ostilità dal sequestratore alla polizia, finendo per assumere il punto di vista del sequestratore, così l’individuo difende i valori del sistema in cui vive, vi aderisce e vuole essere riconosciuto e rispettato al suo interno.
È questa la condizione in cui vive il protagonista a Tokyo, ed è questa la condizione in cui vive la donna nel villaggio, ed alla stessa condizione approderà anche l’uomo nel finale, a conferma che essa è l’ineludibile destino di ogni individuo.

Quando egli viene imprigionato nella buca, la sua identità civile viene azzerata. Nella realtà rozza e primitiva in cui è catapultato, ove si lotta ogni giorno per sopravvivere e poter soddisfare i bisogni primari, i suoi titoli e la sua cultura non hanno alcun valore. Egli inizialmente non se ne rende conto e si appella alla sua identità di uomo civile, per convincere gli abitanti a rilasciarlo: “Sono un uomo civile, ho un impiego, un domicilio” egli dice nel film. E nel libro si legge: “Mi dispiace per voi ma non sono un vagabondo: pago le tasse e sono munito della carta di identità. Tra poco i mei denunceranno la mia scomparsa e sarà un grosso guaio per voialtri. Come spiegherete tutto ciò alle autorità?” Tutto gli appare inizialmente così assurdo: “Un uomo regolarmente iscritto all’anagrafe, con un lavoro preciso, contribuente puntuale dell’erario, munito perfino della mutua per l’assistenza sanitaria: era permesso che un tale soggetto venisse preso in trappola come un topo o un insetto qualsiasi? Si trovava forse in un mondo strano, eroso dalla sabbia, in cui non era più possibile ragionare secondo i criteri normali della vita umana?” Egli è inizialmente perfino convinto di poter tenere in pugno i suoi carcerieri, perché ha la legge dalla sua parte. Ma ben presto dovrà rendersi conto che la legge del mondo da cui proviene non conta in quel microcosmo, conta solo chi detiene i beni primari, essenziali per la sopravvivenza. Ed è per la sopravvivenza del collettivo che viene ridotto a pura forza lavoro, un mezzo meccanico (“una parte di ricambio, una delle ruote dentate che mandano avanti la vita del villaggio”, si legge nel libro) ed è costretto, ad assolvere una funzione elementare, che egli sente mortificante per lui. Dalla realtà frenetica della metropoli, è catapultato improvvisamente in una realtà dove non serve più l’orologio: il tempo scivola come la sabbia, assume i ritmi di questa, ed è scandito da momenti di vita essenziali (il lavoro notturno, perché di notte la sabbia è umida e fa più presa, l’arrivo con regolare periodicità delle razioni di acqua e di altri beni di necessità o di svago), e dall’alternanza sonno-veglia. Inizialmente egli si ribella, non riesce ad accettare quella condizione assurda e mortificante, non comprende l’ottusità del villaggio nel ricorrere ad un lavoro così mortificante per difendersi dalla sabbia, rispetto ad altri modi più evoluti ed efficienti per proteggersi da essa, e non accetta di fare proprio lui quel lavoro, avendo sempre svolto un impiego di natura intellettuale (“Io sono un insegnante, anche le scimmie potrebbero fare un lavoro simile”), così tenta con vari mezzi di sottrarvisi: inizialmente tenta la fuga, con l’obiettivo di giungere fino alla statale, la strada-si legge nel libro- “percorsa dagli autobus e dal senso comune degli uomini normali”; si finge poi malato, sperando di poter essere percepito come un ostacolo, un impiccio e dunque liberato; infine, tenta la via del ricatto, legando e imprigionando a sua volta la donna. Ma il villaggio mostra assoluta indifferenza verso la sorte quest’ultima, (anche in questo microcosmo non c’è empatia, non c’è benevolenza verso il prossimo) e spezza la resistenza dell’uomo attraverso un ricatto a sua volta: grazie alla collettivizzazione dei beni, il villaggio detiene il controllo delle risorse primarie e non, che distribuisce in razioni periodiche a condizione che ciascuno faccia il proprio lavoro ed adempia al proprio compito (periodicamente vengono fornite anche razioni di sigarette, alcool, giornali).Ed è proprio privandolo dell’acqua che il villaggio ne provoca il cedimento. Questo processo che provoca la resa del protagonista ricorda il sistema tramite il quale nel bel libro di George Orwell “1984” (1949)il Partito fonda il proprio potere, attuando un sistema capillare di controllo delle masse: anche in “1984” la forza del Partito si fonda sulla collettivizzazione, che consente a chi è al potere di controllare la distribuzione dei beni e quindi controllare le masse private di tutto (ricordiamo anche nel libro di Orwell le razioni periodiche, in quel caso di cioccolato e tabacco, dispensate per edulcorare una realtà terribilmente alienante in cui gli uomini vivono in ermetica solitudine, diffidando gli uni degli altri e sotto il controllo capillare del Partito), e sulla sofferenza: è solo infliggendo dolore e sofferenza che si può affermare il potere sull’uomo perché solo con essi può esserci garanzia di obbedienza. Come gli oppositori al Partito, come il protagonista di “1984”, Winston, anche il nostro protagonista viene umiliato, mortificato. Come gli abitanti di Oceania- il superstato totalitario in cui è ambientato il libro di Orwell e che insieme all’Eurasia e all’Estasia si contende il dominio del mondo- soggetti a costante vigilanza in ogni momento della giornata- tramite i teleschermi presenti ovunque, perfino nei bagni, e il minuzioso controllo della Polizia del Pensiero- anche il nostro protagonista viene sottoposto alla costante vigilanza del villaggio, che ne controlla i movimenti dalla torre antincendio che si erge al limitare della buca. “Si dice che un prigioniero si renda conto della sua condizione umiliante non per la porta di ferro o per le pareti che lo circondano, ma soprattutto per quello spioncino sulla porta”, si legge nel libro di Kōbō Abe.

Così, dopo l’iniziale ribellione, piegato dal ricatto, il nostro protagonista è costretto ad accettare il suo ineludibile destino. Perché, come dice Orwell nel suo libro,” tirare avanti fino al giorno dopo, fino alla settimana dopo, prolungando un presente che non ha futuro, è un istinto irriducibile come il respiro che i polmoni ripetono finché c’è aria”. Per non impazzire egli cambia prospettiva, comincia a vedere in quel lavoro manuale qualcosa di positivo, sente che esso può servire come punto di appoggio per un uomo e rendere sopportabile il passare delle ore anche quando non c’è una meta vicina. A tal proposito, egli si ricorda di quanto udito durante una conferenza a cui prese parte con un collega: “Per superare il lavoro esiste una sola via: il lavoro. Non che il lavoro abbia valore in sé, ma esso vale perché si supera il lavoro solo lavorando… Quella forza di abnegazione, essa è il vero valore del lavoro.” E comincia così anche lui a svolgere, come la donna, piccoli lavori semplici, che gli fanno passare il tempo e riempiono le sue ore con la consapevolezza gradita di essere una persona utile. L’uomo sente una piccola pienezza in quella lotta continua contro la sabbia e nei lavori manuali diventati ormai parte della sua routine. Approda così ad una condizione che richiama quella del Sisifo felice teorizzato dal filosofo Albert Camus nel suo saggio “Il mito di Sisifo. Saggio sull’Assurdo”, del 1942: al centro della riflessione camusiana vi è l’idea dell’assurdità della vita, il divario insanabile tra il bisogno umano di attribuire un senso all’esistenza e l’impossibilità per la ragione umana di comprendere il mondo che lo circonda. In questa prospettiva, Sisifo -personaggio della mitologia greca condannato dagli Dei a spingere per l’eternità un enorme masso sul pendio di una montagna fino a raggiungere la cima solo per vederlo ogni volta rotolare giù e dover ricominciare da capo la sua eterna fatica-diviene il simbolo della condizione umana: un’esistenza segnata dalla ripetizione, dalla fatica e dall’assenza di un fine ultimo. Eppure, Camus ci dice: “Dobbiamo immaginare Sisifo felice”. Sisifo infatti, secondo Camus, una volta compreso che non può fuggire alla sua condanna, si rende conto che quel masso è il centro della sua vita, accetta l’assurdità della sua condizione, e trova un senso nella sua stessa azione ripetitiva, nella soddisfazione di arrivare ogni volta alla cima: “Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo” si legge nel saggio. È dunque proprio nell’assunzione lucida e consapevole del proprio destino, senza illusioni né speranze consolatorie che, secondo Camus, è possibile conquistare una forma paradossale di libertà e di felicità. Sisifo diventa quindi felice nel momento in cui non si interroga più sul fine e fa in modo che l’azione stessa riempia la sua vita. La fatica senza senso e senza fine a cui è destinato Sisifo è, in fondo, la routine a cui è destinato il protagonista nella società industrializzata nonché la fatica ugualmente senza senso e senza fine dello spalare la sabbia a cui egli è costretto nel villaggio. E come Sisifo, che smette di interrogarsi sul fine, così l’uomo, smarrito sé stesso nella società industrializzata, smarrisce i veri fini dell’esistenza e si concentra ossessivamente sui mezzi: l’importante è essere efficiente nell’azione standardizzata, senza interrogarsi sul fine ultimo, sul significato dell’azione stessa, far carriera ed essere un ingranaggio efficiente del sistema. Similmente, nella realtà derelitta e primordiale del villaggio, egli arriva per necessità a dare un senso a quella vita assurda, a quell’attività quotidiana di spalare la sabbia che si ripresenterà continuamente, cancellando l’utilità del lavoro del giorno prima, in uno sforzo ripetitivo e perpetuo, del tutto simile a quello di Sisifo. “Non si poteva forse metter lì, in quei gesti, la meta del nostro vivere ed accontentarsi?” Pensa l’uomo nel romanzo di Kōbō Abe. Tuttavia, a differenza di Sisifo, egli inizialmente mantiene ancora dentro di sé, pur nella resa, una speranza, che lo affranca dalla totale sottomissione al sistema e consente di mantenere viva in lui ancora una piccola parte di sé stesso: “Che cosa importa, anche se è infondata, quello che conta è che una speranza ci sia, che ogni giorno si attenda qualcosa di nuovo per l’indomani”, egli dice nel film. E Speranza è il nome che dà alla trappola che costruisce nella sabbia per catturare i corvi e poter legare alla zampa un messaggio di aiuto, sperando che qualcuno un giorno possa venirlo a salvare. Similmente, nel libro di Orwell, il Partito inizialmente non ha il pieno potere su Winston: egli sente che, in una realtà in cui tutto è collettivizzato e controllato, niente gli appartiene più tranne i pochi centimetri cubi della cavità cranica, perché, egli ne è certo, possono costringerti a fare qualunque cosa, a dire qualunque cosa, ma non possono costringerti a crederci, non possono entrarti nella testa, né possono modificare i tuoi sentimenti, perché le vicende del cuore, misteriose perfino a sé stessi, restano insondabili.

Ma, come insegna il libro di Orwell, la vera vittoria a cui mira chi detiene il potere -il Partito, il Leviatano, o come di volta in volta lo si voglia chiamare – è il governo della mente, perché è il potere sulla mente che consente di evitare definitivamente la ribellione ed il ritorno al caos, allo stato di natura hobbesiano. L’obiettivo del sistema, dunque, non è quello di sottomettere l’individuo con la forza, ma di convincerlo a aderire ad esso, a desiderare le sue catene, trasformando la gabbia in cui si trova nell’unico luogo in cui sentirsi al sicuro.
Così, in “1984”, dopo il processo di riconversione cui Winston è sottoposto, viene piegata la sua stessa volontà, ed egli è riplasmato nel suo interno (“Sarai vuoto. Ti sgombreremo di tutto e poi ti riempiremo noi” dice O’Brien a Winston), arrivando infine ad amare il suo carceriere, ad amare il Grande Fratello (che, come si spiega nel libro, è “la veste con cui il Partito sceglie di mostrarsi al mondo”, e che “ha la funzione di calamitare amore, paura, riverenza, emozioni che è più facile rivolgere ad un individuo che ad un organismo”), perché il Partito non vuole solo l’ubbidienza ed il possesso della sfera intellettuale, vuole anche il dominio della sfera emotiva (“Tu devi amare il Grande Fratello. Non è sufficiente obbedirgli, tu devi amarlo”, dice ancora O’Brien a Winston), cosicché la sua sottomissione appaia come una “libera” scelta ed una “autentica” adesione. Similmente, ne “La donna di sabbia” dopo la resa e l’assuefazione, si compie l’adesione totale del protagonista alla nuova realtà, e ciò avviene grazie ad una scoperta casuale, legata proprio alla Speranza, alla trappola per i corvi che egli aveva elaborato: si rende infatti conto fortuitamente che quel marchingegno è in grado di catturare l’acqua, e da quel momento si dedica assiduamente a perfezionare quel meccanismo, per elaborare un sistema per l’estrazione dell’acqua potabile che sia il più efficiente possibile. È proprio l’elaborazione di quel sistema che gli consente di trovare un senso alla sua esistenza in quel microcosmo: egli trova la propria realizzazione ed il proprio valore sociale nel contributo tecnico che, con la propria intelligenza (non più, dunque, con la sola manualità) sente di poter dare al gruppo. Ed alla fine, pur avendone la possibilità (in quanto la scala di corda era stata lasciata appesa dagli uomini che avevano prelevato la donna dalla buca per portarla in ospedale, colpita da un’emorragia interna causata dalla gravidanza extrauterina), decide di rimanere, per mostrare al villaggio la sua scoperta. Egli arriva dunque a sentirsi un membro di quella comunità, e, dimentico della prigionia fisica e delle umiliazioni subite, desidera fare qualcosa per il bene della comunità ed aspira ad ottenerne un riconoscimento, ricordando in questo il paradosso della sindrome di Stoccolma, tanto che viene da chiedersi se la scala di corda sia stata lasciata appesa inavvertitamente o perché il villaggio- che osservava sempre il suo ostaggio dalla torre- si era accorto che togliere la scala non era ormai più necessario, come avveniva per le case in cui abitavano persone assuefatte ormai da generazioni. Così, dopo essere uscito dalla buca per andare a vedere finalmente il mare, egli vi fa ritorno, con l’obiettivo di raccontare al villaggio del serbatoio e costruirne uno grande per tutti, o meglio, per ogni casa. La catena che alla fine lo lega al villaggio non è più dunque una catena di natura fisica ma una catena ancor più pericolosa perché invisibile, psicologica, data dalla completa alienazione in quel gruppo, che si è ormai compiuta, e con essa la convinzione che il proprio valore dipenda dall’utilità che si ha per il gruppo e dal riconoscimento che si può ottenere all’interno dello stesso. Egli dunque sceglie di non far più ritorno alla società civile da cui proviene, a quella società di massa indifferente, priva di empatia, quel deserto di umanità (Ningen Sabaku, deserto di umanità è il termine che i giapponesi usano per indicare Tokyo) in cui viveva in solitudine, senza legami affettivi autentici ( è significativo che nel libro il protagonista paragoni i colleghi e la stessa moglie a stampi per biscotti, dalle forme definite ma privi di contenuto), perché ormai adattato a quella nuova realtà, in cui ha trovato una sua stabilità, un suo equilibrio, e anche perché convinto che solo in quella realtà la sua scoperta possa essere apprezzata e valorizzata: “Se ne parlassi a gente che non è di qui, non mi crederebbero o non saprebbero che farsene della mia scoperta. Invece mi sta troppo a cuore, è una cosa troppo importante. Voglio spiegarla a questa gente, insegnare loro come si fa…” È dunque quel marchingegno a legarlo al villaggio più di quanto non facessero le pareti della buca. Il marchingegno è per lui la sua rivincita intellettuale ed egli vuole mostrarla al villaggio per elevare la sua condizione da quella di pura forza lavoro, destinata ad un lavoro puramente manuale che non richiede alcuno sforzo intellettivo né alcuna cultura e differenziarsi dagli altri, come già il desiderio di differenziarsi lo aveva spinto ad addentrarsi nell’ambiente inospitale delle dune. Ma al contempo questo suo atto d’orgoglio è espressione della vittoria del villaggio su di lui, perché esso non ha più bisogno di una gabbia per trattenerlo.

Ossessivamente presente nel corso di tutto il film e nel libro, la sabbia rappresenta metaforicamente proprio la società e la sua oppressione verso l’individuo: come nella sabbia esistono milioni di granelli privi di identità, così nella società (come anche nell’immagine del Leviatano presente nel frontespizio della prima edizione dell’opera di Hobbes, ove esso è raffigurato come un gigante composto da una moltitudine di minuscoli uomini) l’individuo perde la sua identità per divenire ingranaggio di un meccanismo più grande. Non a caso, nel villaggio nessuno conosce né chiede mai al protagonista il suo nome, che verrà rivelato solo nel finale, attraverso la dichiarazione di scomparsa di Jumpei Niki emessa dal Tribunale di Tokyo su richiesta della moglie, dopo 7 anni di assenza; un atto che sancisce ufficialmente la sua cancellazione dalla società, ma che al tempo stesso mette in luce l’assurdità di simili asseverazioni burocratiche- spesso, come in questo caso, non corrispondenti alla realtà- ed il fallimento della società rispetto al compito di prendersi cura dei suoi membri.
La sabbia si insinua dappertutto, pervade ogni elemento dell’ambiente e del corpo, è opprimente e pervasiva come la società, come il Leviatano, che domina ogni aspetto della vita dell’individuo, ed a cui egli ha abdicato tutte le sue libertà. Essa è come un essere vivente, in continuo movimento, non riposa mai. E, a differenza dei corpi solidi, è perenne, non si crepa, non si distrugge, come perenne è la società, il Leviatano. “Senza rumore, ma con certezza, invade la superficie della terra distruggendola a poco a poco” si legge nel libro. I suoi movimenti vengono rappresentati nel film con una fluidità che richiama apertamente l’acqua: scivola lungo i pendii delle dune, si insinua negli spazi, avanza come una materia liquida. Questa voluta commistione tra sabbia ed acqua, così come l’alternarsi nel film delle immagini della sabbia a visioni dell’acqua limpida e corrente, crea un legame simbolico tra i due elementi, che sono simili (come l’acqua, la sabbia è mutevole ed informe), ma anche molto diversi (mentre nell’acqua si può nuotare, la sabbia imprigiona e uccide sotto il suo peso): la sabbia rappresenta l’elemento onnipresente che invade e consuma la vita, l’acqua l’elemento raro e prezioso, continuamente evocato nella sua assenza, indispensabile per la sopravvivenza.

Proprio comprendendo il significato metaforico della sabbia, possiamo comprendere appieno il titolo “La donna di sabbia”: il riferimento è alla donna con la quale il protagonista viene costretto a vivere e di cui condivide la sorte, ma il titolo non si spiega sic et simpliciter con il fatto che ella vive da sempre immersa nella sabbia (la sabbia cade dal soffitto della sua misera casa, si insinua in ogni spazio, ella stessa è intrisa di sabbia in ogni poro, in ogni millimetro della pelle). La spiegazione è di natura antropologica e sociologica: se la sabbia è l’emblema dell’oppressione del sistema, la donna è donna di sabbia perché da quel sistema è permeata e plasmata, da quel sistema trae financo la sua stessa identità divenendo ella stessa l’emblema dell’alienazione umana, tanto da meritare il titolo di quest’opera che fa dell’alienazione umana l’oggetto della sua riflessione. Ella vive in una condizione di totale asservimento al bene collettivo del villaggio, ama il villaggio e sente di farne parte perché vi è nata e non si è mai allontanata da lì (all’uomo chiede infatti notizie sul mondo esterno: le donne della città sono tutte belle? I cinema e i ristoranti sono aperti tutto l’anno?), dunque ella è già in quella condizione di alienazione a cui il protagonista approderà solo sul finale. E tale alienazione si palesa con tutta la sua drammaticità attraverso le domande che il protagonista le pone inizialmente, nel tentativo di farle comprendere l’assurdità della sua condizione, ed alle quali lei risponde con il silenzio oppure mostrando una totale adesione alle logiche del villaggio. Nel libro assume particolare risalto la risposta che ella fornisce in difesa della vendita illegale della sabbia alla cooperativa, e che ella pronuncia seccamente, con tono gelido, molto distante dal suo abituale atteggiamento passivo: “Che cosa ti importa? Sono affari nostri, no?” Da quella risposta, l’uomo vede davanti a sé il volto del villaggio denudarsi attraverso il volto della donna. Ella, dunque, a differenza di lui, non è una prigioniera, e la scala non è stata tolta per lei, che non sarebbe mai fuggita, ma solo per trattenere l’uomo. Lei non vuole lasciare la sua casa nemmeno quando ne è costretta, per essere portata in ospedale. Alla domanda che il protagonista le rivolge: “Come fai a vivere sempre in mezzo alla sabbia come un insetto?”, lei risponde: “Sono nata anch’io in mezzo alla sabbia e fuori da qui chi vorrebbe curarsi di me? Non è così? Neanche tu!”, a significare che il mondo là fuori non è meglio di questo e che è qui che lei trova il suo ruolo e si sente protetta (ecco riaffiorare il pactum subiectionis hobbesiano). E ancora, alla domanda del protagonista che le chiede il perché delle razioni, non comprendendo come non si possa uscire a comprare quelle cose personalmente, ella risponde che il lavoro è pesante, non si ha tempo di fare le spese, e che dato che il lavoro è per il villaggio, è il villaggio a pagare.

Ella appare agli occhi del protagonista come un essere inconsapevole che fa parte di un mondo primitivo e brutale, lontano dal mondo civile e razionale dal quale egli proviene e lontano dalla sua identità di uomo civile, intellettualmente evoluto. Il rapporto che egli instaura con lei non è un rapporto d’amore, bensì di collaborazione utilitaristica. Lo dimostra non solo quello che egli pensa di lei (si legge nel libro: “una donna simile ad un animale, senza ieri e senza domani, un cuore come un punto geometrico”, figlia di “un mondo che si crede capace di poter cancellare le persone come se queste fossero tracce disegnate col gesso…non aveva mai immaginato che in un angolo di questa nostra epoca s’annidasse una simile primitiva brutalità”) ma anche il fatto che con lei non condivide mai realmente nulla di se stesso: non le spiega alcunché riguardo al serbatoio, né di fronte alle domande della donna le rivela alcunché sulla sua vita passata (in particolare, alla domanda della donna se avesse o meno una moglie a Tokyo, risponde seccamente che non è cosa che la riguarda). E quando decide di rimanere, non è trattenuto dal pensiero di lei, ma solo da quello del serbatoio. Addirittura, nel film, proprio ad uno degli uomini che stanno portando via la donna egli accenna, quasi a rivelare, del serbatoio, con ciò dimostrando che anche in quel momento drammatico, in cui la vita della donna è in pericolo, il suo primo pensiero è per sé stesso. E seppure nel finale del film egli rivolga un pensiero per lei esprimendo il desiderio d’aver notizie di “quella povera donna” (da segnalare tuttavia che nel libro di ciò non vi è traccia), questo suo pensiero non è animato dall’amore ma piuttosto da un sentimento di compassione per quella donna che è divenuta ormai parte della sua quotidianità; una quotidianità vissuta in quel piccolo spazio chiuso ove l’esistenza è fatta di fatica incessante ed incessante ripetizione degli stessi gesti, ed è dominata da bisogni primari, istinti primordiali (la fame, la sete, il sonno, la sessualità) e lunghi silenzi. Spazio chiuso in cui, come la donna di sabbia, egli stesso finirà per circoscrivere definitivamente il proprio orizzonte.

(29/05/2026)

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