di Gian Gabriele Benedetti
[Oltre a numerosi libri di poesia, ha pubblicato la raccolta di racconti “Paese”, Lalli Editore, 1986]
Io so raccontarti il presepio
e le sue tenerezze.
Il sorpreso silenzio
dei pastori,
l’ingenuo lamento
di fragili agnelli,
l’incedere maestoso dei Magi
– sguardo attento, studiato
alla cometa -,
l’umbratile odore
dei muschi,
fragili frammenti di specchi
per pozze d’acque tranquille,
a riflettere penduli, minuscoli
rami di palme
e indomiti desideri-fanciulli,
le insonni montagne innevate,
le pallide occhiate
di piccole case bianche,
sparpagliate,
sparute,
qualche sillaba di lume
appena acceso,
fiato tremulo,
indeciso,
come in attesa…
In alto, in disparte,
il tetro elevarsi
del castello di Erode.
E in fondo
il prodigio di un Dio,
fattosi carne,
nell’umile pianto
d’una mangiatoia
che docile accoglie.
Maria e Giuseppe
compresi nella gioia segreta
d’una misera capanna.
E tra sussurri di stelle,
nel blu della notte,
l’invisibile filtra,
aleggia in canti d’Angeli a festa
e in piena smania di voli.
È questo presepio,
dove nulla è inerte,
favola d’antichi ricordi,
risacca d’infanzia,
d’affetti,
di caldi abbracci,
di sospesa magia,
che ancora sa ammorbidire
il frastornato passo dei giorni
e ci parla
d’un altro mondo possibile,
dove “spianati sono i colli ed i monti,
riempiti i burroni,
drizzati i passi tortuosi”.
Ed io serro
quest’incanto incorrotto
nel mio cuore di vecchio,
fattosi bambino.
Almeno per un poco.