di Marisa Cecchetti
[I suoi ultimi libri: “Straniero tu che non mi accogli l’anima”, Edizioni Del Cerro, 2005; “Cantieri”, Edizioni Del Cerro, 2007]
Un viaggio di trenta giorni a piedi, da solo, tra Toscana e Umbria, per conoscere meglio la terra dove vive e passarne ai figli la conoscenza, è quello che racconta Andrea Bocconi nel suo ultimo libro, Di buon passo (Guanda 2007).
Nato a Lucca ma residente da tempo ad Arezzo, dove esercita come psicoterapeuta, amante di viaggi e di filosofia orientale, Bocconi risponde alla domanda ricorrente: “Ma tu che viaggi tanto, l’Italia la conosci?”, con un percorso apparentemente semplice, un anello che parta da “località Fontiano, frazione Il Matto, ufficio postale di Olmo, a pochi chilometri da Arezzo,…(per) andare a nord, verso il Casentino, fino alle sorgenti dell’Arno, poi ad est verso il Tevere e giù fino al Trasimeno; da lì tornare a casa arrivando da Cortona, anzi da Le Celle”. Con lo zainone sulle spalle, il “cinghiale”, garante di sopravvivenza, con tendina da campeggio, bussola e carte dell’Istituto Geografico Militare, parte in un inizio freddino della primavera 2005. Passa tra campi, vigneti, boschi, su su, verso le sorgenti dei suoi fiumi, nei luoghi di Francesco, convinto che “dove passano le grandi anime resta una traccia sottile che si avverte anche a distanza di secoli” e che “la forza del luogo e quella della grande anima si mescolano”. Le recinzioni di proprietà lo costringono a deviare, i cani padronali gli ringhiano, i rovi nascondono i sentieri, arranca nella neve vecchia, la pioggia scende a cascata dalla mantellina. Non ci aspettano avventure mozzafiato, se non quella umana dello stare in silenzio con se stessi, la più difficile: “c’è bisogno di fermarsi per fare il pellegrino. L’azione si fa interna”. E l’incontro con una umanità inattesa o una disumanità imprevista, che si traducono rispettivamente in una parola cordiale ed un caffè o nell’esclusione dell’estraneo, viaggiatore-barbone temuto. Ma la Toscana e l’Umbria gli fanno riconoscere ad ogni passo l’arte, nel mistero diffuso di Piero della Francesca, nei versi di Dante, e gli riaccendono antichi fatti della storia. Così la solitudine si affolla di vissuto e di meditazione, e porta ad una straordinaria sintesi, che vede intrecciarsi il pensiero orientale col misticismo francescano, in una sorta di rinforzo spirituale. Le figure dei tarocchi introducono e giustificano ogni tappa del viaggio, partendo dal Matto, l’arcano del viaggio. E se è vero che “nel viaggio l’identità muore di continuo”, quale padre rinnovato è tornato ad abbracciare i suoi figli, che gli correvano incontro?
Commenti
Una risposta a ““Di Buon passo”, Guanda, 2007”
grazie della recensione, che non avevo visto
saluti
Andrea B