[dal Corriere della Sera di giovedì 23 novembre 1967]
All’ indomani dell’assegnazione del Premio Montefeltro a Carlo Emilio Gadda, Alberto Moravìa è andato a fargli visita, per parlare del suo lavoro e della sua vita. Ecco il testo delle domande e delle risposte.
MORAVIA. E’ bene che uno scrittore si guadagni la vita con il mestiere dello scrittore? Oppure è preferibile che eserciti un’altra professione e riserbi alla letteratura le sue ore più disinteressate?
GADDA. Poiché allo scrit tore si domanda ormai dal pubblico e dai critici un vasto magazzino di idee e di infor mazioni, quasi il possesso men tale della interminata enciclo pedia, più esperienza di vita (Vissuta (eventualmente in un lager), più attitudini e abilità di carattere pratico esecutivo quali condotta della macchina, tennis, alpinismo, guida velica su mare agitato, pronto soccor so al morso dei serpenti vele nosi, gioco degli scacchi e della scopa maggiore o scopone, galuppamento di cocktails o sorbimento di long drinks, foto e riprese cinema, golf, pallacorda e ping-pong, così opino sia bene che lo scrittore impari di buon’ora l’arte del saper tutto, frequenti i filosofanti Geronti e le dive quindicenni, ammesso che Platone e Frine non disdegnino di intrattenersi con lui. Guadagnare o mendicar sua vita a frusto a frusto con ulteriore occupazione o com mercio oltrepassa la misura or mai colma della pena e della fatica accettabile.
MORAVIA. Qual è il nes so interno, dialettico, tra il tuo primo periodo « milanese » e quello posteriore non milane se? Linguistico, sentimentale, contenutistico ?
GADDA. E’ la mia residen za obbligata nella vivida, gene rosa, fattiva città già « rasa al suolo » dal buon Barbarossa co me lo rimemorava nel 1310 l’a bate di San Zenone, ben retri buito portinaio degli Svevi; in di l’accostamento affettivo della mente al suo popolo e alla par lata di codesto popolo così po co ortodossa dal punto di vista di eccellenti puristi.
Mio padre leggeva, non male, le sestine di Carlo Porta, pri ma che mia madre mi leggesse il primo Dante o mi porgesse da leggere il Manzoni. L’obbli go di risiedere a Milano era fi glio della povertà oltreché d’una elezione imperterrita esclusiva d’altre residenze urbane, anche occasionali.
MORAVIA. II Pasticciacciaccio e La cognizione del dolore sono due romanzi non finiti. Che significato ha nella tua opera questo frammentismo, o meglio questo rifiuto del fi nito?
GADDA. L’incompiutezza, il frammentismo, hanno avuto le solite, forse riprovevoli, più probabilmente ineluttabili cau se. Sono stati anzitutto un pres soché disperato tentativo di re cuperare il tempo che s’era dissolto nella dis’opera e nel dis lavoro, ove comprendo in essi anche la fatica inutile e la pena inflittami da strutture educati ve inadeguate alle mie naturali attitudini, operanti contro di me, secondo la regola feroce mente obbligatoria di una mor bosa crudeltà del castigo o di vessatoria costrizione delle fa coltà mentali dell’alunno. Otti me, per altro, nel 1904, le scuole elementari del Comune di Mi lano, le maestre e il maestro a cui serbo memore gratitudi ne nel cuore.
Ebbi docenti buoni e ottimi al liceo, ma vietati dall’istituto familiare i peccati di desiderio nei confronti di Virgilio e di Orazio. Ricordo un mio irrive rente distico latino venutomi troppo breve di mezza sillaba e subito medicato dall’insigne poeta mio maestro in gara col Pascoli ad Amsterdam: Gallina satanae caliceque vendita perit nsidens monstris anima laeta uis. Il buon maestro emendò caliceque con atque calice. Corresse il zoppicante esametro, non l’irriverenza blasfema d’aspetto epicureo gallinaceo. Certo comprese e compatì.
Il rifiuto del finito, nel caso del giallo, trainant per riprovevoli divagazioni e per alcuni eccessi verbali, è dovuto al con sapevole desiderio di chiudere in apocope drammatica il rac conto che tendeva a deformar si. Nel caso della Cognizione, l’incompiutezza ebbe momenti lirici, affettivi (passaggio, suo ni dell’ora), o più apertamente sociali (povera gente) che con trastano il canone estetico e strutturale della narrativa pu ra, la quale, secondo me, non esiste come non esiste la stra tegia pura.
MORAVIA. Pensi che conservatorismo e umorismo siano sempre collegati? e per ché?
GADDA. Nel senso da te chiaritomi e precisatomi ver balmente, l’umorismo si fonde rebbe su un dato, su un giudi zio estetico e morale già acqui sito, procedendo a un ulteriore giudizio che risulterebbe in con trasto ironico e morale col già fermo e coagulato dal « conser vatorismo ». Posso concedere, anche se penso che la casistica dello humour può comprendere molte combinazioni: e chiedo tempo di pensarci su.
MORAVIA. Si parla da qualche tempo della fine della parola come mezzo espressivo. Saremmo all’inizio di una civiltà dell’immagine, del segno? Che ne pensi ?
GADDA. Superi la mia possibilità di seguirti. Rifuggo dall’insicurezza dell’avvenire: sono una scatola cranica del perento Ottocento, del vecchio positivi smo di Saint Louis Pasteur, come lo chiamò Bernard Shaw, nella prefazione della sua San ta Giovanna.
MORAVIA. II tuo plurilinguismo (dialetti, gerghi di mestieri, lingua classica) sta a denotare in te la sfiducia nella lingua della cultura? Op pure corrisponde a una sen sualità o « furore » linguistico di cui sono alcuni precedenti nella nostra letteratura? O in fine indica una implicita po lemica contro il monolinguismo induttivo della classe dirigente?
GADDA. L’uso di un idio ma composito mi è derivato dalla tema di perdere qualcosa della dovizia o dell’esattezza o del vigore espressivo delle gen ti parlanti, o di taluni « aspetti regionali » delle loro parlate. Nel caso italiano, i dialetti e le espressioni popolari si sono ar ricchiti e intorbidati nei secoli fino a risultarne incomprensi bili all’orecchio di chi è straniero alla regione e magari al la provincia o al circondario o al mandamento. Non è questa una buona ragione per obiurgarmi d’un tentativo forse ar dito e troppo volonteroso per le mie forze. Nella vicenda ita liana, « dialetto » significa par lata popolare stretta, chiusa, ermetica, cifrata. Nella lingua greca, si distinsero rispettati e chiari dialetti, quasi altrettante lingue a forma autonoma e nes sun greco arrossì, direi, del suo dialetto o della sua nobile parlata.
MORAVIA. Tra umorismo verbale (c’è anche un umorismo non verbale, per esempio Swift) e nevrosi c’è un nesso e quale?
GADDA. Che cosa esiste che non sia nevrosi al dì d’og gi? Una nevrosi può essere cu rata e guarita da uno sciroppo ricostituente o calmante, da una dieta appropriata, da qual che doccia tiepida. Altro caso è la psicosi, anticamera del ma nicomio, e i pazzi non sono sempre umoristi. Se per nevro si intendi un cedimento mo mentaneo della consapevolezza, quasi uno svenire del senso lo gico, un fading della ragione, dovuto per esempio a polemi ca, ad aspra irrisione, a sarca smo, a un moto di difesa o di aggressione, a uno spirito di ingiuria smodata, posso conce dere. In tal caso l’umorismo è nell’accento, nella pronuncia, nella struttura della frase, nel tono.
MORAVIA. Credi che la rivoluzione scientifica debba avere dei riflessi diretti nella letteratura? Non parlo di fantascienza, parlo di rapporto con il reale, del rapporto fra l’artista e la materia.
GADDA. Mi hai fatto ver balmente l’esempio di Einstein, ma qual è il « letterato » che può riflettere direttamente nel la sua opera contenuti einstei niani o quell’altro che può leg gere Einstein? No, non credo a riflessi diretti della rivoluzione scientifica sulla ormai insop portabile letteratura. Bisogne rebbe che il Creatore ricreasse l’uomo col cervello di un ro bot. Preferisco credere nei ri flessi dell’impiego al consolato francese di Giuseppe Gioacchino Belli sul sonetto « Fra tutti quanti l’ommini assortati / pa pa Gregorio ce po’ fa’ er cam pione ».
MORAVIA. E’ possibile scrivere in Italia? Se non è possibile, di chi è la colpa? di che cosa?
GADDA. Non è possibile, a parer mio, scrivere un unico e a tutti leggibile italiano. La colpa è d’ognuno e di tutti, scriventi o leggenti italiani. Ognuno d’essi, come un pas sante distratto, urta quello che incontra. D’altronde una im pensabile « buona educazione », in questo caso, equivarrebbe alla tirannide del simbolo.