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Andremo all’unità d’Italia col vestito di Arlecchino

23 Ottobre 2010

L’Italia è la maestra per eccellenza dei paradossi. Quando tutti i grandi popoli europei si erano riuniti in Nazioni, noi ci accontentavano di piccoli orticelli in cui fingere di essere grandi e potenti. Se non che eravamo la terra di conquista di ogni monarca che si mettesse in testa di passeggiare per quello che era considerato semplicemente il giardino dell’Europa, dove era d’obbligo trascorrere un periodo di svago ambientale e culturale. Quando passava l’imperatore di turno, tutti giù col capo chino e in ginocchioni, messa da parte la ridicola baldanza ostentata nei confronti dei più deboli.

Il paradosso a cui stiamo preparando il mondo intero (quella piccola parte di mondo, in realtà, che ancora si interessa di noi) è che festeggeremo fra pochi mesi i 150 anni dell’unità d’Italia. E come li festeggeremo? Tornando ad essere l’Italia frammentata, debole e ipocrita dei Comuni del nostro Cinquecento.

L’unità d’Italia è durata molto poco. Il cammino è stato interrotto, a mio avviso, da due terribili errori della politica, la quale, dopo De Gasperi, non ha avuto mai più veri uomini di Stato a rappresentarla, di quelli in grado, cioè, di segnare il cammino futuro di un popolo. Tutte figure posticce, rattoppate, apparentemente utili per lo spazio di un mattino. Poi ogni volta, il ritorno del vuoto, e la necessità di ricominciare tutto da capo.

Il primo errore lo commise Oscar Luigi Scalfaro, che ancora mantiene il primo posto nella classifica dei peggiori presidenti della Repubblica, insidiato in questi ultimi tempi (a partire dallo scandalo Fini, e dopo i continui interventi sull’attività legislativa, ultimo quello di ieri) da Giorgio Napolitano.

L’errore di Scalfaro fu quello di consentire alla Lega Nord, che aveva fatto cadere nel 1994 il governo Berlusconi e aveva sostenuto il governo Dini nel 1995, di gridare le sue smargiassate di secessione e di costituire il famoso parlamento padano a Mantova. Scalfaro li considerò dei ragazzini che scherzavano, e così il Pd di allora. Altro che ragazzini. Grazie a questa tolleranza, la Lega Nord ha mostrato ogni giorno di più i suoi muscoli di ferro ed oggi la verità è che qualsiasi governo deve fare i conti con essa. Ossia con un partito la cui vocazione originaria era la secessione, peraltro mai rinnegata.

Il secondo errore è quello commesso da Berlusconi quest’estate nello scontro con Fini. Ingannato dalle colombe, non è andato subito alle elezioni, che si sarebbero potute tenere entro la fine di quest’anno.

A scanso di equivoci voglio precisare che l’errore non è stato quello di agevolare con l’ordine del giorno del 29 luglio l’uscita di Fini, perché questa uscita lo stesso Fini l’aveva già programmata, per un proprio disegno di potere personale, con il suo famoso controcanto, durato parecchi mesi e amplificato dal potere che gli conferiva e gli conferisce la sua carica istituzionale.

Nel momento in cui i finiani andavano a distinguersi dal Pdl con la costituzione di nuovi gruppi parlamentari, Berlusconi avrebbe dovuto rassegnare le dimissioni e battersi per tornare alle urne.   Per affidarsi, ossia, al giudizio degli elettori. Sarebbero stati essi, e non Napolitano, a valutare se Berlusconi fosse ancora l’uomo a cui affidare la governabilità del Paese.

Il non averlo fatto ha mostrato una debolezza che l’elettorato non gradisce mai in un leader. A fronte di questa debolezza, il partito di Fini ha dato e sta dando l’esempio che la costituzione di vari partitini, anche di poca consistenza, offre allettanti vantaggi di potere e di leadership.

E così oggi assistiamo ad una proliferazione di partitini che forse non ha precedenti nella storia repubblicana. Il fenomeno è solo agli inizi. Quando festeggeremo l’unità d’Italia saremo tutti vestiti come Arlecchino. Avremo un sacco di partitini e un sacco di staterelli.

Avremo la Lega Nord   e una nuova Lega che si chiamerà Lega Sud o anche (perché no?) Lega della Magna Grecia. Ogni regione avrà la propria combinazione politica quasi interamente localistica. Lo Stato non avrà più un punto di riferimento centrale e i partiti di vocazione unitaria, come il Pd, il Pdl, il Fli, ad esempio, saranno ridotti a larve e reperti archeologici.

Fini ha sbagliato a fare il controcanto, avrebbe dovuto dimettersi dalla carica istituzionale ed entrare attivamente nel Pdl dove avrebbe dovuto aiutare Berlusconi ad arginare il potere della Lega Nord, con una sapienza politica che i due avrebbero dovuto unire. Perché agire politicamente nei confronti della Lega Nord non avrebbe mai potuto significare (forte come è oggi) combatterla frontalmente, ma persuaderla ad un politica non egemonica.

Invece Fini ha preferito tornare a fare il monarca assoluto, anche se in un piccolo regno. L’ambizione personale lo ha indotto a mantenere la carica istituzionale ed anche a crearsi il proprio orticello.
Visto il suo successo, non sono mancati e non mancheranno gli imitatori, soprattutto al Sud.

Berlusconi – ripeto: frastornato dal tubare delle colombe – non ha saputo valutare che il non andare alle elezioni sarebbe stato un segno di debolezza ed una resa al frazionismo.
Gli elettori – ne sono certo – avrebbero premiato il suo coraggio, la sua leadership forte, lo avrebbero sostenuto, gli avrebbero confermato una maggioranza in grado di consentirgli la governabilità anche senza l’apporto dei finiani. I finiani sarebbero scomparsi quasi immediatamente, e il loro esempio non avrebbe istigato altri ad imitarli.

Perso il momento opportuno, ora si devono fare i conti – disarmati spettatori – con i  guasti che gli errori producono. Le elezioni non potranno tenersi ormai che nella tarda primavera. Gli elettori saranno messi di fronte nel frattempo ad una ingovernabilità incomprensibile ed irritante. I piccoli monarchi avranno l’agio di costruirsi in questi mesi il proprio staterello.

E quando nel 2011 festeggeremo l’unità d’Italia, in realtà ne celebreremo il suo funerale.
Invece che andare avanti e progredire, saremo tornati ad essere il giardino di un’Europa che tornerà a considerarci una mera espressione geografica.

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1 commento

  1. Pingback by Andremo all'unità d'Italia col vestito di Arlecchino- Rivistaeuropea — 23 Ottobre 2010 @ 21:16

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