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Aveva ragione Beppe Fenoglio

10 Marzo 2010

Fenoglio decise di darsi alla Resistenza. S’incamminò su per le Langhe in cerca dei partigiani azzurri, che preferiva ai rossi.
Lungo il cammino però incontrò prima i rossi, visse qualche tempo con loro e ne narrò alcune atrocità, che lo sconvolsero. Per questo fu messo a bagnomaria quando uscirono i suoi scritti sulla Resistenza, e in particolare quando uscì Il partigiano Johnny. Ma un capolavoro letterario a bagnomaria lo si può tenere per un po’, ma non per sempre, poi straripa e inonda. Così oggi tutto il mondo conosce quel romanzo straordinario.

Oggi è Giampaolo Pansa che, proveniente dall’interno della sinistra, ci narra gli orrori compiuti dai partigiani rossi e dal comunismo. Per questo anche lui, prima stralodato, è messo a bagnomaria.

La sinistra è questa. Nascose a tutti noi le foibe di Tito, e nascose la orrenda strage degli italiani in Urss (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) perpetrato da Stalin sotto gli occhi del “Migliore”, ossia di Palmiro Togliatti. Se penso che quest’uomo, tornato in Italia, aveva sulla coscienza una tale abiezione, e nulla traspariva dai suoi comportamenti, e che tale abiezione ci veniva nascosta da chi queste cose le conosceva, allora io vedo un legame tra le falsità di oggi e le falsità di ieri. Tutto combacia, tutto torna. In Italia ci si batte per due democrazie diverse. Quella elitaria, che vale per la classe dirigente, come accadeva in Urss   (gli elettori non contano nulla), e quella che radica la sua essenza nella scelta e nella condivisione degli elettori.

Non so se i sonni di Togliatti siano stati, da quella esecrabile strage in poi, sereni. Non credo. Non aver mosso un dito per salvare i propri connazionali per il solo fatto che erano soldati mandati da un regime fascista, la dice lunga sulla freddezza ed opacità del suo animo.

Badate: è la stessa cosa che accade oggi con l’esclusione della lista Pdl nella provincia di Roma, confermata ieri sera dall’ufficio elettorale del tribunale di Roma, imbeccato ovviamente dalla fresca decisione del Tar del Lazio del giorno precedente. Quegli elettori esclusi sono per Bersani ciò che i soldati italiani furono per Togliatti: indegni, non meritevoli di tutela. Con la differenza che mentre Togliatti poté compiere il suo disegno senza alcun ostacolo, anzi con gioia di Stalin, Bersani non ha vita altrettanto facile, e si trova un grosso schieramento politico a contrastarlo. Per questo urla e sbraita. Per questo, a Roma, ci tiene a non sfigurare al fianco di Di Pietro, che è un po’ il leader staliniano che oggi ci passa il convento in Italia.

Insomma, hanno nel sangue l’arte dell’ambiguità e del mascheramento. Sanno rigirarti la frittata che è un incanto. Sono più bravi di un prestigiatore. Si riempiono la bocca della parola democrazia, e giù a dire che la democrazia è violata. La Regione Lazio, attenzione, è del centrosinistra, avrebbe tutta la possibilità di rimediare con un proprio intervento, anzi è da giorni che ha in mano questa possibilità, ma sta a guardare il massacro di un qualche milione e passa di elettori. Perché Bersani le ha dato l’ordine di ricorrere alla Consulta contro il decreto legge interpretativo, ma non quello di salvare il diritto di voto di tanti elettori romani. Bersani sta tutto felice dietro la maschera, e si crogiola.

Come sapete, in Lombardia il Tar ieri sera ha ammesso la lista Formigoni. Formigoni ha dimostrato che sono stati adoperati due pesi e due misure per cacciare il Pdl e la Lega dalle elezioni. Un fatto gravissimo che dimostra che qualcuno ha lavorato sporco, e forse lo ha fatto anche nel Lazio. Ciò nonostante, visto che il Tar di Milano ha dato ragione a Formigoni, si vocifera (Tg2 delle ore 20,30 di ieri) che gli avvocati del concorrente Penati, del Pd, intendano fare ricorso. Il gioco non è riuscito e non si rassegnano, dunque.

È emblematico ciò che sta succedendo, e anche i ciechi dovrebbe vedere e capire: in Lombardia, nonostante la decisione del Tar a favore degli elettori del Pdl e della Lega Nord, il Pd briga ancora per non consentire la presenza di questi due partiti nella competizione. Nel Lazio, invece, il Pdl si ostina a battersi per consentire il voto ai suoi elettori. Come vedete, siamo agli antipodi. Dunque, di quale democrazia parlano Bersani e il suo Pd?

Non della nostra. Parlano della democrazia che si praticava nei Paesi dell’Est europeo. La democrazia di pochi, elitaria, non certamente la democrazia del popolo. Resta quello il loro modello. Non potranno mai arrivare a concepire la democrazia occidentale, in cui gli elettori sono il fondamento di uno Stato. In cui l’elettore è un soggetto primario da tutelare poiché esercita il diritto più alto in una democrazia. Per garantire a tutti un tale diritto, pieno ed effettivo, un autentico democratico si batterebbe, supererebbe qualsiasi formalismo, agevolerebbe le soluzioni che tendano ad assicurarlo. Un Bersani realmente democratico direbbe alla regione Lazio: Datti una mossa. Non stare a guardare. Intervieni! E invece fa le valigie per andare il 13 a Roma a manifestare contro il decreto.

Per la nostra sinistra (nella quale ormai si devono mettere anche i radicali) impedire ad un portaborse di entrare in un aula per adempiere al suo incarico, è democrazia. Se il pubblico ufficiale non ha fatto il suo dovere, ossia permettere a costui di entrare e registrarne i fatti, questa è democrazia.

Se la magistratura sospende la lista dell’avversario più temibile, perché non ha tempo di entrare nel merito di ciò che è accaduto e rinvia il tutto al 6 maggio, ad elezioni avvenute, questa è democrazia. Se l’ufficio elettorale del tribunale di Roma, nonostante il decreto, si associa al Tar e dice che è materia della Regione Lazio, e la Regione Lazio sta a guardare sorniona e immobile, questa è democrazia.

Se il governo, assumendosene la responsabilità, richiama il primato della politica su una materia così delicata in modo da non lasciare i cittadini scoperti dei loro diritti, si grida invece che la magistratura è la sola che può decidere, la sola che ha la verità in tasca. Si preferisce abdicare alla politica. Si preferisce non sporcarsi le mani, le stesse mani pulite che alzava Togliatti.

Alla sinistra va bene così: che un parlamento vari le leggi, e poi la magistratura le interpreti a suo piacimento, oggi così oggi cosà, e se il governo, allorché si sta giocando a pari o dispari su una materia delicata come quella elettorale, si permette di intervenire per dare lui l’interpretazione autentica con un decreto apposito da sottoporre – badate – all’approvazione del potere legislativo per eccellenza, il parlamento, allora si attenta alla democrazia.

Si parla di rispetto delle Istituzioni, ma nei confronti del governo, che è una Istituzione tra le più importanti, anzi è il motore diesel dello Stato, la sinistra fa volentieri a meno del rispetto.

Sabato 13 ne vedremo e sentiremo delle belle a Roma, dove i fascisti rossi andranno a sventolare le loro bandiere. Sarà la sagra degli insulti, conditi con ogni salsa. Andranno per dire che il decreto salva-elettori (non hanno il coraggio di chiamarlo così, lo avete notato? Lo chiamano spregiativamente salva-liste) va contro la democrazia. Per loro la democrazia è quella di non avere avversari con cui confrontarsi. Anzi: è il top della loro democrazia. A questo aspirano.

Mi domando se gli italiani che ancora continuano a votarli non si rendano conto della terribile macchina tritatutto che stanno oliando. Se questi, per malasorte, saliranno al governo per un tempo congruo, noi perderemo la democrazia occidentale e vivremo al sol dell’avvenire, ossia sotto il cielo della vecchia democrazia dell’Est che, mentre sta scomparendo là dove è nata, ha trovato qui da noi il tiepido calore mediterraneo, ed è qui che ha scelto di trasmigrare.

Un sogno. Sabato 13 a Roma come mi piacerebbe che andassero quel milione e rotti di romani a cui è stata impedita la scelta di voto, e gridassero a quei fascisti rossi: Ladri! Ci avete scippato il voto. Tornatevene a casa!

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“Di Pietro gela Bersani: «Sabato dico quello che voglio » di Maria Teresa Meli. Qui.

“Un partito prigioniero” di Angelo Panebianco. Qui. Da cui estraggo:

“È possibile che abbia ragione Giuliano Ferrara («Il Foglio », 8 marzo): il Pdl aveva fatto un clamoroso autogol ma il Pd non è stato poi capace di approfittarne. I dirigenti del Pd avrebbero potuto dire: accertato che i nostri avversari sono dei pasticcioni, noi che abbiamo a cuore la sorte della democrazia e che non possiamo accettare che una competizione democratica venga svuotata di significato per assenza del nostro principale antagonista, sosterremo le scelte che farà il presidente della Repubblica per sanare questa anomala situazione. Sarebbero usciti da questa vicenda a testa alta, come l’unico partito importante dotato di senso delle istituzioni. Ma ciò avrebbe anche richiesto che il Pd fosse un partito diverso da ciò che è, un partito forte, capace di decidere da solo la propria agenda politica, non un partito debole e etero- diretto, un partito che l’agenda, nei momenti critici, se la fa dettare sempre da altri, si tratti dei giornali di riferimento o di Antonio Di Pietro.”

“L’analisi/Il Tar ha sbagliato a escludere il Pdl a Roma. Ecco perché” di Paolo Armaroli. Qui. Da cui estraggo:

“Tant’è vero che se da un lato il Tar del Lazio ha escluso l’applicazione del decreto legge, dall’altro l’ufficio centrale circoscrizionale ne ha tenuto conto. Come prova la circostanza che ha permesso ai delegati del Pdl di presentare la lista provinciale di Roma. A riprova che l’Italia è sì la culla del diritto, ma al tempo stesso del suo rovescio.”

“Elezioni, opposizione divisa sul rinvio. Bersani: “Berlusconi è finito, si vince”. Qui.


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3 Comments

  1. Commento by Ambra Biagioni — 10 Marzo 2010 @ 10:49

    Quando, nel primo dopoguerra, i cittadini riempivano le piazze per ascoltare i vari Terracini, Togliatti, Parri, De Gasperi, Saragat, Almirante, Gugliemo Giannini…erano coscienti che dal loro voto sarebbe nato il Governo migliore(?) per avviare nuove sorti del proprio Paese. Scelsero la DC.

    Ci vollero sessant’anni di alterne e criticabili vicende prima che gli stessi cittadini tornassero nelle piazze ad ascoltare i nuovi soloni della democrazia e…scelsero Forza Italia.

    Sono passati meno di vent’anni e dovranno tornare in piazza, ma stavolta per parlare, non più per ascoltare e basta.

    Io temo la piazza di oggi, perché temo che il parlare del Popolo non sia solo fatto di voci, ma di suoni, e sarebbero suoni funesti.

  2. Commento by Ambra Biagioni — 10 Marzo 2010 @ 12:06

    I commenti sul Legno sono da leggere

  3. Pingback by Notizie dai blog su Democrazia? Scusi Bersani, ne parli con Stalin — 15 Marzo 2010 @ 13:30

    […] Aveva ragione Beppe Fenoglio Fenoglio decise di darsi alla Resistenza. S’incamminò su per le Langhe in cerca dei partigiani azzurri, che preferiva ai rossi. Lungo il cammino però incontrò prima i rossi, visse qualche tempo con loro e ne narrò alcune atrocità, che lo sconvolsero. blog: Bartolomeo Di Monaco | leggi l’articolo […]

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