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Berlusconi e il dovere di non mollare

14 Giugno 2010

Ieri su Libero Maurizio Belpietro scriveva: “E se il Cavaliere si stesse stancando? Se, non divertendosi più, pensasse al ritiro?”.

Ora: se c’è una cosa che Berlusconi non può proprio fare è quella di arrendersi. Il suo destino è segnato. Vincere o morire sul campo. Non gli è dato di ritirarsi a vita privata. Il regalo potrà averlo solo da vincitore, e allora ci penserà la Storia a consacrarlo.

La sua battaglia, per la quale è sceso in campo, la deve combattere tutta, fino in fondo.
Gli elettori si aspettano questo da colui che hanno visto come uno spartiacque tra uno Stato inefficiente ed obsoleto e una sua modernizzazione al passo con le altre evolute democrazie occidentali.

Belpietro, coraggioso e che stimo, non le deve nemmeno scrivere queste cose. Berlusconi ha bisogno, per la dura battaglia che sta conducendo, di sentire che i suoi elettori gli sono vicini. Deve difendersi da una masnada di nemici, taluni (vedi Fini) perfino all’interno del Pdl, che si aspettano la sua caduta per spartirsene spoglie e tesori. Sciacalli: che non mancano mai.

Berlusconi fa di tutto per domandare solidarietà ed incoraggiamento. Quanti raccolgono l’invito?
Chiedere ai propri elettori che gli manifestino la loro solidarietà non è sintomo di debolezza. Anzi. È fondamentale per dare più energia alla propria battaglia. Un generale che sta affrontando una guerra feroce, deve ogni tanto guardarsi in giro e verificare la solidità delle sue forze in campo.
E se questa solidità c’è, il coraggio e la determinazione si centuplicano.

Io sono convinto, anzi sicuro, che il nostro Paese ha bisogno delle riforme proposte da Berlusconi e dal Pdl. Ho scritto più volte che se Berlusconi cade, noi non cambieremo più questo Stato corrotto e marcescente.

Perciò chiedo a Berlusconi di battersi fino in fondo. La resa e il ritiro non appartengono al suo dna, se ho imparato a conoscerlo. Di forza e di coraggio ne ha mostrati a iosa. È schierato sul fronte da sedici anni. Ciò dimostra la difficoltà dell’impresa, nonché la consistenza delle forze avversarie, custodi di privilegi e vizi cui non intendono rinunciare. Ma non c’è nulla di impossibile.

Quello che è sicuro, è che non sarà una guerra dei cento anni. Le riforme in cantiere saranno l’artiglieria che finalmente sgombererà il campo dalle ultime resistenze. Tutto sta a non lasciare che i cannoni s’impantanino. Come un ariete vada avanti. Si apra il varco con la forza, e se sarà necessario utilizzi il voto di fiducia. È una battaglia senza esclusione di colpi. Non siamo ad un confronto democratico, ahimè. Le ultime minacce dell’opposizione parlano di Vietnam, parlano il linguaggio della guerra.

Gli avversari non si fanno scrupoli. Hanno perfino occupato il Parlamento. È solo l’inizio. Diffondono calunnie e falsità per andare al potere calpestando la democrazia. Si avvalgono già e si avvarranno sempre di più di truppe lanzichenecche, annidate nella magistratura e nella stampa. Sono cecchini ben addestrati, costoro, che colpiscono alle spalle, e non si fanno vedere.

Berlusconi deve sapere che i suoi elettori restano e resteranno con lui. Può starne certo. Alla fin fine, nonostante il battage della sinistra e la mobilitazione di uomini strumentalizzati come Saviano, lo sanno bene che il ddl sulle intercettazioni non imbavaglia affatto la libertà di stampa, ma riporta al centro della società, che l’aveva smarrito, il diritto di ogni cittadino alla riservatezza, garantita dall’art. 15 della Costituzione. Lo sanno bene che la sinistra si oppone a disegni di legge della maggioranza che furono i suoi, e lo furono di contenuto assai meno permissivo, e che oggi rinnega spudoratamente solo per far la guerra a Berlusconi (il ddl sulle intercettazioni di Prodi; il processo breve della Finocchiaro, ad esempio). Come pure, negandosi al federalismo, la sinistra vorrebbe in realtà che l’Italia si spaccasse in due (mentre subdolamente finge di difendere l’unità del Paese), per creare così una situazione di tipo belga, che alimenti la confusione e il disordine. Confusione e disordine sono l’obiettivo a cui tende per conquistare il potere senza il consenso popolare.

Meglio cadere in battaglia, dunque, piuttosto che arrendersi.
È il destino dei grandi rivoluzionari. E Berlusconi, pur coi suoi difetti umani (chi non ne ha?), per questa Italia incartapecorita, lo è.

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2 Comments

  1. Pingback by Processo Breve »  Bartolomeo Di Monaco » Berlusconi e il dovere di non mollare — 14 Giugno 2010 @ 03:03

    […] … e lo furono di contenuto assai meno permissivo, e che oggi rinnega spudoratamente solo per far la guerra a Berlusconi (il ddl sulle intercettazioni di Prodi; il processo breve della Finocchiaro, ad esempio). … Leggi l`intero post » […]

  2. Commento by Mario Di Monaco — 14 Giugno 2010 @ 09:40

    Il titolo dell’articolo di Ferrara pubblicato oggi sul Foglio “La grande guerra contro il bavaglio è solo fuffa per lettori gonzi” la dice lunga sull’efficacia della gran canea organizzata dai gattopardi per contrastare l’azione del governo.

    Costoro devono fare attenzione perché in certe situazioni più si muovono e più è probabile che si facciano del male.

    Per essi, mi sento di dare a Berlusconi lo stesso suggerimento fornito da Virgilio a Dante all’incontro con gli ignavi: Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

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