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Bravo Guzzanti. Finalmente il coraggio della verità

22 Agosto 2013

Di Paolo Guzzanti non mi piacque il suo voltafaccia a Berlusconi, quando il suo ultimo governo era in bilico e per resistere agli attacchi del Pd e di Fini aveva bisogno di ogni voto disponibile. Alcuni, invece, del Pdl, lo lasciavano e si iscrivevano al gruppo misto. Uno di questi fu Paolo Guzzanti. Ora Berlusconi è accusato di avere in quella occasione comprato i voti per resistere, e forse si troverà un’altra occasione per condannarlo. Se sono gli altri a comprare i voti, tutto va bene, ma se Berlusconi muove solo un dito, per lui si alzano le grida allo scandalo e al corruttore. Va da sé che queste nefandezze in politica non dovrebbero mai accadere, ma non dovrebbero accadere né da una parte né dall’altra e le denunce allo scandalo e alla corruzione dovrebbero levarsi per tutti.

Ma le nostre istituzioni non solo sono corrotte fin nel midollo, ma nella loro aberrazione non riescono più a separare il grano dal loglio e vedono buono dove invece è stato seminato il cattivo, e viceversa.

Paolo Guzzanti, stamani nel suo articolo apparso sul “Giornale”, ha avuto un coraggio da leoni. Perché? Perché ha fatto una cosa semplicissima, e che in Italia è divenuta merce rara: ha raccontato la verità su ciò che è accaduto a Silvio Berlusconi, attraverso una ricostruzione storica che non fa una grinza.
Nessuno finora lo aveva fatto con tanta genuina chiarezza.
Ne consiglio la lettura, soprattutto a coloro che si sono rifiutati di capire ciò che in Italia sta accadendo.

Alla sua testimonianza aggiungo la mia, e sfido chiunque a contestarla.
Erano gli anni ’70, ossia il dopo ’68, quando tutta l’Europa fu scossa dalla rivolta studentesca di cui ho riportato alcuni autorevoli resoconti nei giorni scorsi, nella mia rivista online “Parliamone” (si scorra la sezione I Maestri), ed io ero impegnato nel sindacato Cisl, giovane trentenne a cui i principi invocati dai ribelli davano contentezza ed entusiasmo. Si veniva da un lungo periodo in cui nel mondo del lavoro si assisteva a molte violazioni da parte di imprenditori senza anima, che approfittavano oltre ogni misura della situazione favorevole, tanto politica quanto giudiziaria. Chiamo a testimoni tutti coloro che come me sentirono il dovere di impegnarsi per rimuovere una tale condizione di ingiustizia. Il lavoratore che si vedeva costretto a rivolgersi alla magistratura per reclamare i suoi diritti (spesso si trattava di licenziamenti ad libitum), raramente vedeva accolta la sua istanza da giudici che si mostravano acquiescenti al sistema dominante.

In quel contesto sessantottesco, qualcosa si mosse anche all’interno della magistratura e si sentì per la prima volta parlare dei “pretori d’assalto”, ossia di giudici che cominciavano ad emettere sentenze favorevoli alla parte più debole, ossia il lavoratore.
Nel ’70, grazie all’impegno di due socialisti, Giacomo Brodolini e Gino Giugni”, era stato promulgato lo Statuto dei lavoratori, una legge che disciplinava (e ancora disciplina) i rapporti tra imprenditore e lavoratore, dando a quest’ultimo una dignità mai prima riconosciuta.
Sullo Statuto dei lavoratori se ne sono dette di cotte e di crude, e si può anche riconoscere che in qualche caso è stato fonte di eccessive pretese, ma non v’è dubbio che di quella legge c’era estrema necessità.

L’art. 28 consentiva addirittura al sindacato di sostenere direttamente in Aula le ragioni del lavoratore, senza l’intermediazione di un legale.
Io stesso ho difeso vari lavoratori, e con successo. Mi tenevo aggiornato sulla giurisprudenza che si andava formando in forza della nuova legge, e non mancavo di citare le sentenze innovative nella memoria difensiva che presentavo al giudice.

Ho conosciuto Ugo Natoli, giurista insigne, di sinistra, e uomo per bene, direttore a quel tempo della Rivista giuridica del Lavoro (ricordo ancora la semplice copertina gialla), il quale volle pubblicare una sentenza da me vinta presso la pretura di Pietrasanta, la quale, passata in giudicato, costituiva il primo precedente sul tema dei lavoratori stagionali utili per raggiungere il numero di 15 unità necessarie al sindacato per costituire la S.a.s., ossia una propria struttura interna all’azienda. Ricordo anche che fui il primo in Italia a far valere, ottenendo il risultato presso la Cassa di Risparmio di Lucca,  la possibilità, interpretando lo Statuto dei Lavoratori, di costituire rappresentanze unitarie all’interno dell’azienda.

Ho raccontato queste mie esperienze (sono certamente vivi alcuni di coloro che le vissero insieme con me), per testimoniare che ciò che racconta Paolo Guzzanti nel suo articolo, è la pura verità. I pretori d’assalto furono il primo nucleo di Magistratura democratica, e il loro obiettivo era apertamente quello di intervenire con le loro sentenze a modificare una condizione sociale e politica che non condividevano.
A quel tempo furono innovatori necessari e benvenuti. Operarono tuttavia in prevalenza sul riscatto del lavoratore, attraverso le loro sentenze, dalla condizione oppressiva in cui era stato relegato.

Oggi però l’area della loro rivoluzione ha varcato i confini della fabbrica e ha raggiunto direttamente la politica. Forse, visto il loro programma originario, ciò era inevitabile e nessuno allora ne aveva ravvisato l’obiettivo recondito. Ma è su questa nuova frontiera che la filosofia dei pretori d’assalto sta clamorosamente sbagliando, a tal punto che tutto il buono e il nuovo che è stato prodotto nel mondo del lavoro, rischia di essere gettato via, a mo’ di quel proverbio che dice che si rischia di gettare via il bambino insieme con l’acqua sporca.

L’invadenza nel campo della politica non è consentita a nessun magistrato. La politica deve la sua origine e la sua impenetrabilità alla sovranità popolare e alle sue scelte democratiche. Le rivoluzioni si fanno nelle urne e non sovrapponendo un potere ad un altro.


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