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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Caro papà, Caro figlio/Dear Dad, Dear Son (Trad. Helen Askham) #17/22

1 Novembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

Caro papà, Caro figlio  #17

Diario di Efisio

Nel rispondere alla lettera di Anthony, mi sono dilungato a parlargli dei miei autori inglesi preferiti. Forse ho un po’ esagerato, ma desidero tanto che nei suoi studi Anthony sappia di questo mio amore per gli autori di quella che per un po’ di tempo sarà la sua nuova Patria. Voi non ci crederete, ma da quando Anthony si è trasferito laggiù, le mie visioni sopra quel tetto fantastico sono aumentate. Si sono ravvicinate. Ho visto Dickens più di una volta, circondato dai suoi personaggi. Quello che non lo lascia mai è Pickwick[1], gli sta sempre tra le gambe, qualche volta rischia perfino di precipitare dal tetto, se non fosse che Dickens, conoscendolo come nessun altro, lo afferra in tempo per la giacca. Pickwick agita le sue gambette e volta il viso in su a guardare il suo autore, non so se per ringraziarlo dello scampato pericolo o perché preferirebbe che lo calasse in strada, per poter salire magari su di un’auto e conoscere le sorprendenti novità di questo mio tempo. Ma Dickens non lo perde di vista, e credo che non lo lascerà mai andare. Da tempo invece non vedevo Thomas Hardy, il piccolo grande autore che ha colmato di entusiasmo molte delle mie giornate. La sua tristezza, il suo pessimismo non aiutano certo a vivere, ma è la sua scrittura che affascina. Stava con il pastore Oak e con la Bathsheba[2], in mezzo a loro, e la bellezza della Bathsheba ancora oggi mi turba, che sono vecchio ed ho perso molta della mia turbolenza. Ho visto Lawrence, la cui casa natale di Eastwood, vicino a Nottingham, ho visitato tanti anni fa, come pure visitai nel bosco di Dorchester, a sud di Londra, la casa dove Hardy ha scritto alcuni suoi romanzi. È una mia debolezza quella di visitare, quando ciò sia compatibile con i miei viaggi, i luoghi dove hanno vissuto i miei autori preferiti. Sono stato a trovarli anche sulla tomba!, come è accaduto per Yeats, sepolto in un piccolo cimitero, a Drumcliff, vicino alla città di Sligo, in Irlanda, ai piedi del monte Benbulben, o a Parigi dove, oltre al cimitero di Père Lachaise, ho visitato anche quelli di Montparnasse e di Montmartre, cimiteri pieni di ricordi e di gloria! In Scozia sono arrivato perfino a visitare la casa del poeta a me caro, Robert Burns. Anche lui ogni tanto compare sul tetto e, distratto dalla sua poesia, spesso scivola sulle tegole, o, passeggiando lassù, si ferma proprio a tempo per non precipitare! Quando appare, sono sempre in ansia, e gli grido di stare attento, ma lui mi sorride, quasi non udisse le mie parole. Foster, le sorelle Brontë, Stevenson, Scott, e poi gli irlandesi, che hanno fatto grande la lingua inglese: Joyce, Beckett, Wilde, ma non voglio dilungarmi, perché se mi affanno a redigere un elenco completo, quelli che eventualmente, per mia dimenticanza, restassero fuori, non verrebbero più all’appuntamento, e leggendo i loro libri, forse avvertirei la propria delusione nei miei confronti. Li amo tutti, come amo gli autori in generale, a qualsiasi popolo appartengano. Essi sono i creatori, coloro cioè che sanno generare la vita. Cosa c’è di più grande? Quando penso ai critici, mi viene di fare il paragone tra la luce originale che emana dall’autore e la luce sempre riflessa che illumina un critico letterario. Eppure molto spesso sono questi critici che, soprattutto al tempo d’oggi, possono decidere la conoscenza o meno di un autore presso il grosso pubblico. Mai però decidono la sua grandezza, perché sarà il tempo ad assegnarla, il tempo e i lettori che continuerà ad avere negli anni futuri. Anche su Dickens i critici non furono teneri e cercarono di spegnere la sua arte, ma furono i lettori, fu il popolo, sono stati i secoli a decretarne la grandezza.
Ad Anthony ho dato un incarico, confesso che gliel’ho affidato anche per coltivare in lui l’amore per i miei autori preferiti. L’ho incaricato di andare a cercare per Londra le strade nominate nei suoi libri da Dickens, gli ho fatto un elenco puntiglioso! Gli ho dato però qualche anno per completare la ricerca. Così andrà in giro per questa metropoli anche con lo scopo di far rivivere il passato, che è sempre una grande ricchezza per l’uomo. Lo si deve sempre apprezzare il passato, anche quando è stato ostile all’uomo, doloroso. Il passato insegna. Gli ho scritto che deve andare nel bosco a vedere la casetta di Hardy, e arrampicarsi sulla collina di Eastwood (è la collina di Figli e amanti) per bussare alla porta della modesta casa di Lawrence, fino ad arrivare ad Alloway, in Scozia, a visitare la bianca dimora dove è nato Burns. Insomma, gli ho procurato un bel po’ di grattacapi! E tutto ciò per le ubbie di un vecchio innamorato dei libri!
Sono stato alla finestra tutto il giorno, prima davanti al tetto magico. Oggi che ho pensato spesso agli scrittori, non me n’è apparso nemmeno uno. Forse perché erano già dentro i miei pensieri. Poi sono andato all’altra finestra, che dà sulla campagna. Al mattino, verso mezzogiorno, vi brillava il sole, ora è già sera. Le ore sono trascorse in fretta. Ho cercato di sedermi alla scrivania per raccogliere qualche emozione, qualche pensiero, ma l’occhio non riusciva a posarsi sul computer, se ne andava sulla campagna, scorreva nel cielo, si fermava sul tetto dalle tegole rosse. Non me la sono presa più di tanto. Non è la prima volta che mi accade, e giudico questi momenti assai fruttuosi. È sempre successo che dopo questa specie di imbambolamento, ho narrato una storia.

Uilio non ha più scritto. Lo ha fatto invece Anthony, che nelle sue lettere parla anche di suo padre, segno che Uilio ha continuato a scrivere a lui. Efisio è caduto in una profonda malinconia. Olema lo scuote, è una donna molto forte.
«Finché avevamo qui con noi Anthony, Uilio ci scriveva. Ora si è dimenticato un’altra volta di noi. Perché? »
«Non si è dimenticato di noi, Efisio. Lo vuoi capire che non ha tempo. Scrive ad Anthony, ed è Anthony che ci informa su di lui. È come se continuasse a scrivere a noi in questo modo. »
«Nostro figlio è un ingrato. »
«Non ti permetto di parlare così. Nostro figlio è buono, è stato sfortunato, ecco la verità. Se n’è andato di casa, si è sposato ed ha avuto un figlio, ha fatto tutto lontano da noi. Sarebbe stato diverso se fosse rimasto qui. Uilio è buono, non ci dimentica. Dobbiamo essere noi a capirlo, e se necessario a perdonarlo. »
«Gli ho perdonato tanti anni fa. Non ricordi? Ma ora dico che dopo la partenza di Anthony, avrebbe dovuto continuare a scriverci. Non sappiamo più nulla di lui! »
«Anthony ci racconta tutto. Noi sappiamo tutto di Uilio, sei tu che sei diventato testardo! »
Stavano soli in casa. Donato e Giselda erano usciti dopo cena a trovare degli amici. Si erano sposati. Uilio non era venuto al loro matrimonio. Non aveva nemmeno scritto. Da qui il risentimento del vecchio. Aveva scritto Anthony ed era venuto lui al matrimonio. Aveva mostrato le poche righe che Uilio aveva vergato in calce alla lettera scritta ad Anthony. Una grafia frettolosa, quasi mutata rispetto a quando scriveva direttamente ad Efisio. C’era scritto che aveva fatto di tutto per trovare il tempo di venire, ma all’ultimo momento si erano presentate delle grosse difficoltà. Incaricava Anthony di venire e di dare a Giselda il bacio del cognato che non conosceva. Si scusava, ripeteva le sue scuse due, tre volte. Efisio lo ricordava benissimo. Soprattutto si scusava con il fratello. Ti voglio tanto bene, diceva a lui in quelle poche righe. Efisio era montato in collera, e si era trattenuto davanti a Anthony perché così gli aveva comandato Olema. Anthony era imbarazzato, si vedeva. Era vestito con un abito scuro da cerimonia. Era diventato ancora più bello. Per quei mesi che era stato a Londra, non riusciva più a parlare l’italiano senza l’inflessione straniera. Rosa appena aveva saputo del suo arrivo era corsa a casa di Efisio. Efisio aveva cercato di nascondere il suo malumore. Davanti a quei due ragazzi che si abbracciavano si sentì pungere dalla tenerezza. A Olema cadde qualche lacrima. Tentò di asciugarsela goffamente.
«Non vedremo più il nostro Uilio. Invecchieremo, moriremo senza rivederlo » disse Efisio.
«Non servirà rivederlo. » Olema, era lei ora a consolare il marito, al contrario di quanto accadeva mesi prima, quando era Efisio a difendere la scelta di Uilio. «Tu hai sempre detto che è felice. Allora, non ti basta? A che serve rivederlo? Io l’ho sempre avuto davanti agli occhi, giovane e bello. Perché è stato un bel ragazzo nostro figlio. Le giovani di qui se lo mangiavano con gli occhi. Non te lo ricordi? Sfido che Jenny se lo è sposato! Un altro come lui dove avrebbe potuto trovarlo! Jenny è stata fortunata ad incontrare Uilio. »
«Domani gli scriverò. Non volevo farlo, ma gli scriverò. »
«Vedrai che ti risponderà, questa volta. »  

[1] Samuel Pickwick, protagonista de Il circolo Pickwick, già ricordato.
[2] Gabriel Oak e Bathsheba Everdene sono i personaggi principali di Via dalla pazza folla.

Dear Dad, Dear Son #17

Efisio’s Diary

In answering Anthony’s letter I wrote at some length about my favourite English writers. Perhaps I overdid it a bit but I do so want Anthony to know of my love for those writers of what will be his country for some time. Strangely, since Anthony went to London, my visions on the magic roof have increased and come nearer. I’ve seen Dickens several times surrounded by his characters. The one who never leaves me is Pickwick.[1] He’s always around somewhere and sometimes would have fallen off the roof if it hadn’t been for Dickens (who knows him better than anyone else) grabbing him by his jacket. Pickwick waggles his little legs and looks up at his author but whether thanking him for his narrow escape or because he’d rather have fallen into the street, got into a car and discovered the surprising novelties of my own time, I don’t know. Dickens never takes his eye off him and I don’t think he’ll ever let him escape. It’s a while since I’ve seen Thomas Hardy, the great author who has filled many of my days with fervour. His sadness and pessimism certainly don’t help us to live but his writing fascinates. He stands between the shepherd Oak and Bathsheba,[2] and Bathsheba’s beauty stirs me still though I’m old now and not so easily roused as I used to be. I’ve seen Lawrence whose house near Nottingham I visited many years ago, just as I visited the house in the woods near Dorchester, south of London, where Hardy wrote some of his novels. When my travels allow, it’s a weakness of mine to visit the places where my favourite writers lived. I’ve also visited their graves – Yeats, for example, who’s buried in the little cemetery in Drumcliff near Sligo in Ireland at the foot of Ben Bulben. I’ve also been to the Père Lachaise cemetery and those in Montparnasse and Montmartre, places which are full of memories and glory. In Scotland I visited the house of Robert Burns, a poet very dear to me. He too sometimes appears on my roof. Sometimes he’s so absorbed in his poetry that he slips on the tiles or stops just in time before he falls. I’m always anxious when he appears. I call out to him to be careful but he just smiles, almost as if he hadn’t heard me. Foster, the Brontë sisters, Stevenson, Scott and the Irish writers who have made the English language great – Joyce, Beckett, Wilde… but I don’t want to go on because, if I make a complete list, those people I miss out because I forgot them might not come back to the roof. And I might feel they were disappointed in me while I was reading their books. I love them all, as I love authors in general, whatever race they belong to. They are the creators, that is, the people who know how to create life. What could be grander than that? When I think of the critics, I find myself comparing the original light that shines from the author and the always reflected light that comes from a literary critic. Very often it’s these critics who decide whether a writer will become known to the general public or not, especially nowadays. However, they’ll never be able to rule on whether a writer has greatness or not – only time will do that, time and the readers he will continue to have in the future. Take Dickens. The critics weren’t kind to him and tried to snuff out his art but his readers, the people and time have decreed his greatness.
      I’ve given Anthony a task which I’ve entrusted to him as a way of encouraging him to love my favourite authors. I’ve told him to go and find all the streets in London that are mentioned in Dickens’ books and he’s made a meticulous list. However, I’ve given him a few years to finish the search. This way when he goes round the city he’ll have the additional purpose of reviving the past which is always a source of great interest. We must always appreciate the past even when it’s hostile and painful. The past teaches us. I’ve written to him to tell him he must go to the woods and see Hardy’s cottage, climb Eastwood Hill (the hill in Sons and Lovers) to knock at the door of Lawrence’s modest house, and on to Alloway in Scotland to see the whitewashed house where Burns was born. So I’ve given him plenty to think about and all on account of the whims of an old man in love with books!
      I’ve been looking out of the window all day. First I watched the magic roof. I often thought about the writers but not one of them appeared, perhaps because they were already in my thoughts. Then I went to the other window which has a view of the countryside. In the morning, about noon, the sun was shining but now it’s evening. The hours have passed quickly. I tried sitting at my computer to gather my thoughts and emotions but my eyes wouldn’t stay on the screen. They wandered over the countryside and the sky and lingered on the red tiles. I didn’t worry about this much. It’s not the first time it’s happened to me and I regard these times as very fruitful. I’ve always written a story after this kind of blankness.  

Uilio didn’t write again. Anthony did, however, and he always mentioned his father in his letters which meant that Uilio continued to write to him. Efisio became very depressed. Olema was stronger and tried to bring him out of this.
      “As long as we had Anthony here with us,” said Efisio, “Uilio wrote to us. Now he’s forgotten about us again. Why?”  
      “He hasn’t forgotten about us, Efisio. You have to understand he doesn’t have time. He writes to Anthony and Anthony tells us about him. It’s as if he’s still writing to us but in a different way.”
      “Our son is ungrateful.”
      “I can’t allow you to talk like that. Our son is a good man. He left home. He married and had a son. He did all this a long way away from us. It would’ve been different if he’d stayed here. Uilio is a good man, don’t forget that. It’s we who have to understand him and forgive him, if need be.”
      “I forgave him years ago. Don’t you remember? But now I’m saying he should’ve kept on writing to us after Anthony went away. We don’t know anything about him anymore.”
      “Anthony tells us everything. We know all about Uilio. You’re just being pig-headed!”
      They were alone in the house. Donato and Giselda had gone out to meet friends after dinner. They were married. Uilio hadn’t come to the wedding, hadn’t even written. This was why the old man was feeling resentful towards him. Anthony had written and come to the wedding. He’d shown them the few lines Uilio had added at the bottom of a letter he’d written to Anthony. The writing was hasty, almost different from the writing in letters he’d sent directly to Efisio. He wrote that he’d tried his utmost to find the time to come but huge problems had arisen at the last minute. He’d asked Anthony to give Giselda a kiss from the brother-in-law she didn’t know. He apologised two or three times. Efisio remembered this clearly. He especially said sorry to his brother. “I love you very much,” he’d said in those few lines. Efisio had been furious but had contained his anger when he was with Anthony because Olema had insisted. Anthony had worn a dark formal suit and was handsome than ever. After all those months in London, however, he no longer spoke Italian without a foreign accent. As soon as Rosa had heard he’d arrived, she’d come to Efisio’s house. Efisio tried to hide his ill humour and when he saw the two young people embracing, he felt a stab of tenderness. Olema wept a few tears and clumsily tried to brush them away.
      “We’ll never see Uilio again,” said Efisio. “We’ll grow old and die without ever seeing him again.”
      “We don’t need to see him again.” Months before, it had been Efisio who had defended Uilio’s choice but now Olema comforted him. “You’ve always said he’s happy. Well then, isn’t that enough? What purpose would it serve to see him again? I can see him in my mind’s eye, young and handsome. Our son was a good-looking boy. Don’t you remember? I bet that’s why Jenny married him. Where would she have found another one like him? She was lucky to meet Uilio.”
      “I’ll write to him tomorrow. I didn’t want to before but I’ll write to him now.”
      “This time he’ll write back, you’ll see.”

[1] Samuel Pickwick, the hero of Pickwick Papers.
[2] Gabriel Oak and Bathsheba Everdene are the principal characters in Far from the Madding Crowd.


Letto 4900 volte.


1 commento

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