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Casa di Montecarlo. Un esempio di malagiustizia?

18 Marzo 2011

Insisto sull’affaire di Montecarlo per due motivi. Il primo è che sin dal principio ho avuto forti dubbi che le cose fossero state condotte in modo trasparente. Vendere a meno di 300 mila euro un appartamento situato a Montecarlo non è faccenda che non desti qualche meraviglia. Venduta poi ad una società off-shore di cui è risultato proprietario il cognato del venditore (o dello svenditore, se piace di più).

Ho seguito quindi sin da subito il caso, visto che tutti questi miei sospetti vedevano coinvolta la terza carica dello Stato, ossia una persona che è tenuta ad operare in modo limpido e trasparente, nel rispetto delle leggi e dei vincoli, ad esempio, posti dallo Stato italiano a trattare con società off-shore collocate in Paesi a rischio, come quello di Santa Lucia.
Mi sono chiesto, ossia, per quale motivo il presidente della Camera ha venduto ad una tale società. Capirete che di curiosità la faccenda ne smuove più del solito.

Poi è arrivata la conferma dell’archiviazione da parte del gip, e da qui nasce il secondo motivo.
Nell’estate scorsa, quando la mia curiosità aveva raggiunto livelli a me inconsueti, avevo scritto che, a mio avviso, il senatore Francesco Pontone conosceva la verità e lo invitavo a dirla. Così pure mi rivolgevo a Donna Assunta Almirante affinché lo incoraggiasse a non nascondere nulla, essendo nota la fedeltà assoluta e la devozione che il senatore aveva avuto nei confronti di Giorgio Almirante.

Ieri (potete leggerlo qui) si è data la seguente notizia:

“Un documento del tribunale di primo grado di Monaco ha certificato infatti che non era con ­sentito a nessuno l’ingresso nella casa di Montecarlo (le chiavi era ­no sotto sequestro giudiziario in attesa della definizione del pas ­saggio ereditario) se non su autorizzazione scritta dello stesso tri ­bunale. L’autorizzazione è stata concessa per la prima (e definiti ­va) volta nell’agosto 2002, vale a dire due anni dopo la presunta vi ­sita di Pontone. Sembra una ba ­nalità, ma la testimonianza di Ca ­ruso e quel documento ottenuto per rogatoria certificano senza ombra di dubbio che Pontone sul punto nell’interrogatorio mentì, rischiando per altro di sviare le indagini del pubblico ministero. L’ex segretario di An non era in ­dagato al momento dell’interro ­gatorio, e quindi avrebbe compiuto un reato (false informazioni al pub ­blico ministero) punito fino a 4 anni ai sensi dell’articolo 371 bis del codice penale.”

Dunque i pm e il gip di Roma avevano tra le carte la testimonianza del senatore Caruso che diceva: «no, l’apparta ­mento l’abbiamo visto solo dall’esterno. Non siamo entrati perché non avevamo le chiavi » e, soprattutto, l’importante documento del tribunale di Monaco dal quale risulta che nessuno poteva entrare nell’appartamento e che l’appartamento è stato reso disponibile alle visite solo nel 2002, “vale a dire due anni dopo la presunta vi ­sita di Pontone.”

Beh, se quanto riferito dall’articolista di Libero, Fosca Bincher, è vero, noi ci troveremmo davanti un caso di malagiustizia avvenuto alla luce del sole. Non solo, quindi, non sono stati interpellati alcuni testimoni importanti, quali il presidente della Camera e il cognato Giancarlo Tulliani, ma si è passati sopra un reato, quale quello di falsa testimonianza reso esplicito dal documento del tribunale di Monaco.

Quindi, o Pontone è entrato utilizzando chiavi false o sfondando qualche porta o finestra (ma Caruso smentisce) o effettivamente nessuno in quel 2000 è entrato nell’appartamento. La sua, perciò, sarebbe falsa testimonianza.
Ricordo bene che gli eredi della contessa Anna Maria Colleoni hanno sempre smentito che l’appartamento fosse fatiscente, dichiarando che esso fu abitato dalla loro congiunta fino a pochi giorni prima della morte.

Dunque: l’affaire Montecarlo sembra trasformarsi in un caso di malagiustizia esercitata non solo alla luce del sole ma pure, vorrei aggiungere, perfino sfacciatamente, se il documento di Montecarlo è davvero così esplicito.

Mi domando se i pm e il gip hanno compiuto volontariamente una mancanza rispetto all’obbligatorietà dell’azione penale, promossa la quale, forse molte altre cose sarebbero potuto emergere.
Poteva essere, quella, infatti, l’occasione affinché il senatore Pontone dicesse non solo agli inquirenti, ma a tutti gli italiani, la verità, su di una faccenda che appare intrisa di miseria e di squallore.

Non so se la sentenza di archiviazione potrà essere in qualche modo rivista o impugnata, ma ciò che mi aspetto, da cittadino sempliciotto quale sono, è che qualche organo o autorità dello Stato (Csm, ministro della Giustizia) intervenga per fare chiarezza.
Perché non solo lo Stato passerebbe per imbecille, ma anche tutti noi, me compreso, e questo davvero non mi piacerebbe per nulla.

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