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Caso Napolitano. Cercasi eroe

11 Agosto 2012

Non sono poche le oltre 70.000 firme raccolte in un paio di giorni da il Fatto Quotidiano affinché sia fatta piena luce sulla trattativa fra lo Stato e la mafia che coinvolse i vertici dello Stato negli anni 1992 e 1993.

Ormai appare chiaro, nonostante le smentite del Quirinale, che le due telefonate che il Colle cerca di far distruggere intercorse tra Napolitano e Mancino abbiano un contenuto imbarazzante per chi, come il capo dello Stato, dovrebbe vigilare sulla integrità delle Istituzioni. In pratica, Napolitano parrebbe essersi mosso per favorire l’indagato Nicola Mancino e quindi in qualche modo interferendo nel processo in corso a Palermo sulla scottante materia che riguarda la trattativa Stato-mafia.

Ricordiamo che in quegli anni anche Napolitano ricopriva importanti incarichi. Così scrive Marco Travaglio oggi:

“Il Pd non vuole la verità perché quando il Ros trattò con Ciancimino erano al governo i suoi Amato e Mancino, e a togliere il 41-bis a 334 mafiosi fu il suo Conso, e le supercarceri di Pianosa e Asinara furono chiuse quand’era ministro della Giustizia il suo Flick e ministro dell’Interno il suo Napolitano, che subito dopo invocò una legge contro i pentiti (a suo dire “troppi”: i pentiti, non i mafiosi) e fu prontamente accontentato. Il Pdl non vuole la verità perché già la conosce, essendo il partito di B. e Dell’Utri. E l’Udc perché ha portato in Parlamento i Cuffaro e i Mannino. E allora ecco le telefonate di Mancino al Quirinale, che preme sul Pg della Cassazione perché prema sul Procuratore antimafia perché prema sui pm di Palermo (anzi, pardon, li “coordini”).”

Perciò non è un sacrilegio supporre che a Napolitano potrebbe interessare non arrivare alla verità. Anche per questo le due telefonate che il capo dello Stato ha intrattenuto con Mancino sono politicamente rilevanti. Se, come dicono i pm, non hanno rilievo penale, ciò non significa che non siano intaccate da una gravità ben superiore, come potrebbe essere quella tutta politica di togliere d’impiccio un indagato come Mancino, accusato di falsa testimonianza, dunque un uomo che, al momento, si troverebbe nella spiacevole situazione di aver tentato di ostacolare la ricerca della verità.

E se Napolitano avesse cercato, come sembra dalle intercettazioni del suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, di agevolare la posizione di Nicola Mancino, non vi è dubbio che politicamente egli si sia reso colpevole di un comportamento da impeachment, come dichiara senza mezzi termini Salvatore Borsellino, fratello di Paolo.

Fino ad oggi questo appare essere l’inquieto fondale in cui si stanno svolgendo i fatti, ossia da una parte la magistratura di Palermo che cerca di arrivare alla verità (e perciò viene perseguitata da provvedimenti assai opinabili), e dall’altra la macchina possente dello Stato, coi suoi prosseneti a far da contorno, per allontanarla. Allora non vi è dubbio che chiunque (giornalista o meno) riuscisse a rendere pubblico il contenuto delle due telefonate farebbe – non ho timore a scrivere le parole – un’azione eroica al servizio non solo della verità, ma della democrazia, consentendo ai cittadini di fare piazza pulita di uno Stato corrotto per sostituirlo con uno Stato in cui nuove leve della politica abbiano una chiara discontinuità con il passato, che ormai ha allungato le sue cupe ombre su quasi tutta l’attuale classe politica italiana.

Mi aspetto, perciò, che questo eroe, come ve ne furono nel Risorgimento di cui abbiamo da poco festeggiato i 150 anni, si metta al lavoro al più presto, prima che la verità venga inquinata da chi sa quali furberie e sotterfugi, e trovi il modo di consegnare alla pubblica opinione, attraverso anche quotidiani e televisioni, il contenuto di ciò che Napolitano e Mancino si sono detti nelle due telefonate che tengono in bilico la serietà e il prestigio delle nostre Istituzioni, prima fra tutte quella del Colle.


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Bart