Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Chi saranno i nuovi capi dello Stato e del governo

14 Aprile 2013

di Eugenio Scalfari
(da “la Repubblica”, 14 aprile 2013)

Giorgio Napolitano ha preso ufficialmente congedo dalla sua carica nel momento stesso in cui il comitato dei “saggi” da lui nominato gli ha consegnato il documento con le proposte su alcuni problemi da lui stesso indicati per risolvere questioni economiche, sociali e istituzionali che saranno trasmesse al suo successore come eventuali linee-guida nella misura in cui il nuovo inquilino del Quirinale vorrà tenerne conto.

Ero andato a salutarlo un paio di giorni prima; spero di vederlo più spesso quando tra poco sarà senatore a vita. Ci conosciamo da molti anni e siamo da tempo legati da sentimenti di amicizia. Ho ancora una volta tentato di fargli cambiare opinione su una eventuale prorogatio del suo mandato, ma mi ha elencato molte e solide ragioni per le quali riteneva impossibile accettarla: avrebbe profondamente turbato l’ordinamento costituzionale senza produrre alcun concreto vantaggio per uscire dallo stallo che stiamo attraversando. Le sue motivazioni mi hanno convinto e tuttavia non sarà facile riempire il vuoto che la scadenza del suo settennato lascerà.

Napolitano è uno dei pochissimi presidenti della nostra Repubblica ad essere stato, dal momento della sua elezione, rigorosamente super partes. Nessuno degli altri, salvo Luigi Einaudi e Carlo Azeglio Ciampi, lo è stato. Non lo fu Gronchi e neppure Segni né Saragat né Leone né Pertini né Cossiga e neppure Scalfaro.

Napolitano sì, lo è stato ed ha instaurato un metodo di ascolto non soltanto delle forze politiche ma anche di quelle sociali e della pubblica opinione e un’attenzione all’Europa, alle potenze internazionali, alla cultura in tutte le sue manifestazioni, che ha scarsi riscontri nei suoi predecessori.

Non sarà facile sostituirlo ma per fortuna non impossibile.

Basterà trovare una persona che non abbandoni quel metodo che fa del capo dello Stato un punto di riferimento capace non solo di rappresentare l’unità nazionale nel senso pieno del termine, ma in particolare delle ragioni dei ceti più deboli, degli esclusi, dei giovani, delle minoranze, garantendo a tutti la libertà, l’eguaglianza dei punti di partenza, l’interesse generale, l’indipendenza delle istituzioni, la separazione dei poteri costituzionali.

Cioè la presenza e il rafforzamento della nostra ancora gracile democrazia.

Questo è stato Giorgio Napolitano. Auguriamoci che il suo successore proceda nel segno della continuità.

* * *

Nelle attuali circostanze il compito primario e urgente del nuovo Presidente è di dar vita ad un governo dotato di una solida maggioranza; un governo di scopo e di lunga durata, capace di mantenere la nostra credibilità internazionale, di collaborare ad un mutamento della politica economica europea per uscire dalla recessione e soprattutto di stimolare la crescita economica e l’occupazione.

L’Italia soffre in questa fase della nostra storia d’una crisi di fiducia della politica. Il popolo disprezza i partiti ed anche le istituzioni da essi indebitamente occupate. C’è una sfiducia profonda che crea un distacco assai pericoloso tra il paese reale e quello cosiddetto legale. Questo distacco è in parte motivato ma in parte va al di là del giusto accomunando tutti i partiti in un medesimo giudizio negativo che non corrisponde alla realtà.

Questo è comunque il dato di fatto che va superato attraverso riforme importanti e sostanziali cambiamenti. Bisogna che avvenga in modo evidente la “disoccupazione” delle istituzioni da parte dei partiti. Fu uno degli obiettivi di Enrico Berlinguer nei primi anni Ottanta del secolo scorso, ma non ebbe alcuna attuazione. Sono trascorsi trent’anni da allora e la situazione è addirittura peggiorata. Ho visto con piacere che Fabrizio Barca ripropone quell’obiettivo come il principale per uscire dal pantano della corruzione e superare la sfiducia nella politica. Ha ragione, purché alle parole questa volta corrispondano i fatti.

Nel frattempo – non sembri un paradosso perché non lo è – né al Quirinale né alla guida d’un governo di scopo vadano dirigenti di partito. Credo che queste siano le due condizioni indispensabili affinché i partiti riacquistino la fiducia, anch’essa indispensabile affinché la democrazia funzioni nella sua pienezza, le istituzioni tornino a riscuotere consenso dal popolo e i partiti riprendano a svolgere il ruolo prezioso di raccordo tra il popolo sovrano e i poteri costituzionali.

Il capo dello Stato deve avere piena conoscenza della Costituzione, tutelare la separazione dei poteri ed una leale collaborazione tra di loro, avere la necessaria credibilità internazionale, capacità di ascolto, intuizione politica, forza di carattere e di iniziativa. Non serve un notaio al Quirinale, ma un uomo di garanzia e di equilibrio. Ce n’è più d’uno che possiede questi requisiti e una biografia che li documenta. Ce ne sono in particolare tra i membri della Corte costituzionale, nelle accademie delle scienze ed anche in quelle figure (purtroppo ormai pochissime) che sono ritenute “riserve della Repubblica”.

Le forze politiche che siedono in Parlamento trovino l’intelligenza di scegliere la persona più adatta al compito e mettano da parte i loro interessi particolari. Se sapranno e vorranno farlo questo sarà il primo passo verso la loro necessaria rigenerazione.

* * *

Il governo delle larghe intese auspicato da Napolitano non solo è possibile ma necessario. Bisogna tuttavia intendersi su che cosa significano le larghe intese.

Bersani è stato molto chiaro su questo aspetto della questione, distinguendo le intese su riforme istituzionali e costituzionali da quelle propriamente politiche. Proprio da questo punto di vista ho scritto prima che anche il governo che dovrà essere al più presto insediato non potrà essere guidato da un dirigente di partito. Ci vorrà anche lì una persona, uomo o donna che sia, proveniente dalla società civile. L’esempio Ciampi del 1993 si attaglia anche in questo caso ad essere imitato. Potrà avere, quel governo, nella sua composizione anche qualche personaggio politico come ministro, ma non come premier. È dunque necessario che sia un governo del Presidente. Un governo politico (non esistono governi tecnici perché hanno bisogno di ottenere la fiducia duratura del Parlamento) che sia votato per il suo programma di scopo e duri fintantoché lo scopo non sarà stato raggiunto.

Maurizio Crozza in una sua recente trasmissione ha mimato un duetto tra Bersani e Berlusconi (video), ritmato da due frasi: Berlusconi dice “ti compro l’anima” e Bersani risponde “ma non te la vendo”. È così. Un governissimo è impossibile.

Il voto di fiducia ciascun partito lo darà a quel programma fatto di punti concreti che, essendogli stati affidati dal capo dello Stato, non comportano uno schieramento politico e non raffigurano una grande alleanza. Si chiamarono un tempo “convergenze parallele” e di questo infatti si tratterà.

Una volta realizzati gli obiettivi, ma soltanto allora, il capo dello Stato potrà sciogliere le Camere per indire nuove elezioni, essendovi già – tra gli scopi realizzati – una nuova legge elettorale.

Il percorso è dunque chiaro sia per quanto riguarda la persona adeguata da eleggere tra quattro giorni al Quirinale, sia per il governo nominato dal nuovo capo dello Stato dopo le consultazioni che riterrà di fare.

Grillo e il suo movimento. Stando ai sondaggi di Mannheimer, i 5 Stelle sono in leggero ma costante declino. I sondaggi fotografano l’esistente, sia pure con incerta attendibilità, ma è un fatto che gli eletti grillini in Parlamento non sono più un monolite e lo saranno sempre di meno.

Potranno però essere – e l’hanno già dimostrato per il fatto stesso di esserci – uno stimolo potente al cambiamento se daranno anch’essi una mano per attuarlo.

Potrebbero per esempio condividere l’elezione d’un presidente della Repubblica proveniente dalla società civile e perfino un premier di analoga provenienza votando almeno su alcuni provvedimenti da essi condivisi o proposti. I parlamentari 5 Stelle non possono rinchiudersi nell’autosufficienza, il Parlamento comporta inevitabilmente una partecipazione altrimenti tanto sarebbe valso per i grillini scegliere l’astensione dal voto anziché un movimento-partito. Anche Grillo lo capirà, anzi da qualche indizio sembra lo stia già capendo. Nelle cose giuste che a volte dice e sostiene, merita d’essere ascoltato; il resto sarà la realtà a suggerirgli di cambiare. Nessuno vuole comprargli l’anima, partecipare non significa venderla.

Quanto al Pd, esso rappresenta allo stato dei fatti il solo partito che abbia tuttora un’anima e un corpo, ammaccati tutti e due ma tuttora vivi e operanti. Purtroppo quell’anima e quel corpo, in questa fase di crisi, si sono decomposti in varie correnti. Punti di vista diversi possono essere una ricchezza, correnti organizzate attorno ad interessi di potere sono invece l’anticamera della dissoluzione.

Se Bersani sarà il promotore sia d’un capo dello Stato con le caratteristiche sopra indicate e sia d’un governo del Presidente, lui e il suo partito ne usciranno rafforzati.

Emergono nel frattempo le personalità di Barca e di Renzi e questo è un altro segno di cambiamento, ma non sono i soli emergenti e si vedrà al prossimo congresso di quel partito.

Qualche osservatore obietta che si sente odore di centralismo democratico, cioè di vecchio comunismo. Occorre però analizzare la sostanza del centralismo democratico che ha due modi di essere praticato: uno è il tentativo d’una nomenclatura oligarchica di trasmettere slogan e ordini obbligatori da eseguire alla base dei militanti. L’altro è un movimento che viene dal basso, che elabora e indica i temi che la società richiede e li trasmette agli organi centrali del partito affinché diano a quei temi aspetto concreto ed entrino a comporre la visione del bene comune di quel partito. Questo è l’aspetto positivo e augurabile.

Il futuro dirà quale strada sarà percorsa. Molto dipende dal Bersani dei prossimi giorni e dal partito nei prossimi mesi.


Prodi manda in tilt Pd e Pdl
di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 14 aprile 2013)

Com’era previsto, le pubbliche uscite di Bersani e del Cavaliere non aumentano la comprensione reciproca. Il segretario Pd ripete da Roma che il «governissimo » non si può fare, mica «perché Berlusconi fa schifo » è l’argomento poco lusinghiero, bensì in quanto non sarebbe segno sufficiente di cambiamento. Con l’altro che a Bari, davanti a una vasta folla, va giù piatto: o «governissimo » e scelta condivisa del successore di Napolitano, oppure di corsa alle urne (dove Berlusconi si attribuisce 4 punti di vantaggio). Inutile aggiungere chi sarebbe in quel caso candidato premier del centrodestra… Quando all’elezione del nuovo Presidente mancano quattro giorni, siamo dunque ancora in pieno delirio propagandistico.

Ma la vera buccia di banana, su cui può ruzzolare l’intesa Pd-Pdl, l’ha piazzato Grillo (o Casaleggio, chi può dirlo?). Nella lista M5S dei dieci potenziali candidati per il Colle, compaiono alcuni nomi che sembrano studiati apposta per mettere in crisi il Pd. Il più ragguardevole è quello di Prodi, ma c’è pure Rodotà (già presidente dei Democratici di Sinistra) e così anche il costituzionalista Zagrebelsky: riferimenti sicuri per tutti quanti respingono l’«inciucio » col centrodestra. Prodi si schermisce, addirittura a Lucca per un convegno ieri ha fatto finta di bastonare con un giornale arrotolato un amico che lo chiamava «Presidente »; né sembra probabile che domani, quando i grillini pescheranno dal mazzo la candidatura definitiva, spunti fuori proprio il Professore.

Tuttavia il mondo prodiano è in fermento, e non quello soltanto. Renzi, nei giorni scorsi, aveva espresso una chiara preferenza prodiana per il Quirinale. Contro il Cavaliere che spera solo di sfuggire alla giustizia (intesa come patrie galere) si lancia Tabacci, leader di Centro democratico… Insomma, la sola presenza di Prodi nella hit parade a Cinque Stelle, per quanto contestata da molti grillini, è sufficiente a far sognare quanti vorrebbero l’ex premier sul Colle in funzione anti-berlusconiana. Con il Cav che già annuncia sfracelli, casomai dovesse farcela il suo più acerrimo rivale: «Ci toccherebbe davvero scappare tutti all’estero », grida dal palco di Bari.

Senonché, si domandano al vertice del Pd, «se poi molliamo un ceffone del genere al Cavaliere, dove prendiamo i voti per far partire il governo del cambiamento? ». Vendola è convinto che qualche soluzione si troverebbe, qualora il nuovo Capo dello Stato mandasse Bersani a cercarsi i voti in Parlamento. La paura di non essere rieletti spingerebbe magari alcuni grillini a sostenere il governo di minoranza targato Pd… Però a Largo del Nazareno sono in pochi quelli che farebbero l’esperimento. Prevale la convinzione che, eleggendo Prodi, si correrebbe a rotta di collo verso nuove elezioni. «Una cosa folle », va ripetendo a tutti gli interlocutori Casini. Il quale si è ripreso una certa autonomia da Monti che, pure per effetto del distacco Udc, ha fatto sapere tramite «Corsera » di voler togliere il suo nome dal simbolo di Scelta Civica, non sentendosi egli uomo di partito ma riserva della Repubblica.

Tutti questi calcoli, ed altri ancora, fanno sì che la strategia delle larghe intese, quantomeno per la scelta del prossimo Presidente, nonostante tutto resista. O perlomeno: ieri sera non risultava fosse definitivamente crollata. Tuttavia, ecco spuntare un ulteriore possibile inciampo. Ai negoziatori berlusconiani, guidati da Verdini, è giunta dall’altra sponda una soffiata: martedì Bersani martedì sottoporrebbe a Zio Silvio (così l’ha accolto il sindaco Pd di Bari, Emiliano) non una rosa di 4-5 nomi, ma una candidatura secca: prendere o lasciare. La personalità che lascia interdetti i «berluscones » si chiama Anna Finocchiaro, già presidente dei senatori Pd. Il Cavaliere invece vorrebbe poter scegliere tra Marini, D’Alema, Violante, con una predilezione con quanti vengono dal vecchio Pci. Non lo confesserà mai, ma senza i «comunisti » si sentirebbe solo.


Un incubo sul Quirinale: il Frankenstein della sinistra
di Paolo Guzzanti
(da “il Giornale”, 14 aprile 2013)

Non c’è niente da fare, le Italie sono due. Ed è ingiusto chiamarle di destra e di sinistra: c’è un sacco di gente orientata a sinistra che vota a destra perché non trova digeribile l’ex Pci comunque si chiami; e ci sono persone che si dicono di destra, ma che poi stanno dall’altra parte.
Ciò che li distingue questi ultimi è l’omologazione garantita dai santi canali televisivi (3 e La7) e dai sacri giornali, indovinate quali. Viviamo ore di vigilia per l’elezione del successore di Napolitano e dunque siamo piombati nel gioco perverso dell’identi-quiz, o toto-Quirinale. Per il popolo conformista di sinistra, la scelta del candidato ideale è facile: c’è solo l’imbarazzo della scelta, basta sfogliare la rosa dei candidati del Movimento Cinque Stelle. Prendendo in prestito i loro pezzi possiamo costruire da soli il Frankenstein del Colle. Ricordate la leggenda? Si prendono un po’ di corpi, ci si arma di un trinciapollo, ago e filo e si compone un individuo cucito come Frankenstein. I nomi sono noti e useremo quelli che generano incubi, ma anche l’orticaria.
Cominciamo dal più inquietante: Romano Prodi, l’uomo dalle carriere inspiegabili (sia detto senza offesa) mosso da una forza misteriosa che lo portava su, sempre più su. Fu l’uomo che, da presidente dell’Iri, vendette la Sme a Carlo De Benedetti evitando di avvertire il presidente del Consiglio Bettino Craxi. De Benedetti mi ha detto in un’intervista: «Prodi fece una cosa pazzesca e Craxi ebbe ragione a incazzarsi come una jena ». Uno strano manager. Ma anche l’uomo della seduta spiritica in cui un piattino da tè, mosso dai fantasmi di don Sturzo e di La Pira, saltellava componendo la parola «Gradoli » mentre Aldo Moro era nelle mani dei suoi rapitori, che non chiamerò Brigate Rosse, perché furono in molti nella partita del rapimento, depistaggio e uccisione dell’uomo. Basta ricordare che Moro avrebbe dovuto essere eletto presidente della Repubblica per garantire il processo del compromesso storico inviso a Mosca e gradito a Washington (basta leggere i documenti originali della Cia, desecretati e pubblicati da Maurizio Molinari della Stampa) e che fu liquidato prima di poter compiere l’opera.

Io interrogai Prodi come presidente di una Commissione parlamentare d’inchiesta a proposito di quel piattino semovente, e lui si strinse nelle spalle: «Confermo quanto ho già detto davanti all’autorità giudiziaria ». Cioè confermò che il piattino si muoveva per propulsione fantasmatica. Io osservai: «Guardi che i piattini non si muovono da soli » e lui fece una faccia come dire «tanto non parlo » e non parlò. Prodi è senz’altro il peggior incubo. Era anche l’opinione di quel poveraccio di Alexander Litvinenko nell’intervista che io stesso ho messo sulla Rete, quando raccontava che secondo il generale Trofimov suo comandante (morto ammazzato) Prodi era considerato dai sovietici «our man », il nostro uomo. Qualcuno dirà: ma come? Prodi una spia? Ma no, semmai il sospetto che fosse un influente agente di influenza, hobby che non è nemmeno reato. A Litvinenko queste rivelazioni non portarono fortuna: gli fu subito offerto un tè al polonio e, come diceva Stalin, dove c’è uomo c’è problema, niente più uomo, niente più problema. Prodi merita dunque di prestare la propria testa al nostro mostro.
Altro incubo degli anticonformisti è Gian Carlo Caselli, un magistrato divo del fronte di sinistra perché incarna il sogno manettaro del giustizialismo e perché soddisfa i palati più esigenti quanto a retorica. Schieratissimo, il divo di Travaglio e del Fatto, non ha troppe sfumature ma una bella chioma. Dario Fo è un altro incubo. Io adoro Dario Fo attore e scrittore di testi in cui ha inventato un finto linguaggio padano rinascimentale e conosco a memoria tutto il suo primo Mistero Buffo. Ma l’uomo Dario Fo, star della sinistra simbolista e radical-fiabesca sembra preda sia della confusione politica nel mainstream del conformismo. Dario Fo fornisce al nostro mostro il corpaccione dinoccolato.

La chioma del mostro la rubiamo allo stesso Grillo, che una volta ci faceva molto ridere e oggi anche, se non fosse per quest’attacco di isteria urlatrice che lo ha travolto e che fa di lui un minaccioso invasato. Le sue idee sono almeno diecimila e fra esse ce ne sono anche di banalmente buone, mescolate a quelle banalmente idiote. Da lui preleviamo oltre ai capelli anche il lobo del cervello addestrato a creare invasati che hanno lo straordinario potere di sembrare cretini appena aprono bocca, motivo per cui Grillo vieta loro di andare in televisione.
Gino Strada è un altro protagonista del Grande Conformismo Italiano. Con la sua Emergency, oltre a fare il medico soccorrevole, ha incarnato e incarna l’avversione per l’Occidente e i suoi valori, mantenendo eccellenti rapporti con dittatori discutibili. Essendo uno straordinario coltivatore dell’apparenza, piace da matti all’Italia conformista. C’è poi Gustavo Zagrebelsky, un giurista costituzionalista sempre tutto da una parte sola, scienziato stimato, ma polemista schieratissimo, organico, anelastico, un amminoacido del Dna di Repubblica. Da lui preleveremo la sola espressione, incerta e mesta, che non sembra portare fortuna. Fra i prescelti dai grillini ci sono poi Milena Gabanelli, Ferdinando Imposimato e Emma Bonino. Non credo che queste persone possano fornire pezzi utili al mostro. Certo, la Gabanelli è vissuta dagli anticonformisti come una giacobina che fa i processi in televisione. Preoccupazione comprensibile, ma penso che questa giornalista abbia lavorato menando fendenti da tutte le parti. Ferdinando Imposimato, per come lo conosco, è un candidato eccellente: lui sa sui misteri della Repubblica moltissimo e potrebbe persino fungere da antidoto contro i conformisti, che certo non lo eleggeranno mai.


Il Pd genera mostri
di Giuliano Ferrara
(da “il Giornale”, 14 aprile 2013)

Il sonno della ragione genera mostri, e il disastro di Bersani genera Prodi. Andiamo con ordine. Il segretario del Pd è a fine carriera per un motivo che tutti capiscono: insufficienza personale, inidoneità alla leadership.
Non ci sa fare. Si ritrova con una non vittoria elettorale, dopo una campagna soporosa. Ma si ritrova con la massima responsabilità per lo stallo in cui ha cacciato il Paese. Voleva la foto di Vasto con Vendola e l’alleanza con il centro. Vasto, Vendola e il centro sono scomparsi nelle brume. Mario Monti lascia come capopartito (era ora: lo dico per lui e per noi), e restano truppe sparse senza nome che si metteranno agli ordini di Renzi o di altri feudatari piddini dell’ultima ora. Casini è un fantasma. Ma Bersani non vuole un’intesa con Berlusconi, obbligata per via dei numeri parlamentari e della realtà dei rapporti di forza nel Paese, urgente per un governo all’altezza della situazione incandescente dei conti pubblici e dell’economia reale in crisi; la sua ostinazione sul governo di minoranza, un lusso che oggi non si potrebbe permettere nessuno, è considerata grottesca dal presidente della Repubblica, che l’ha giustamente impallinata, e dal grosso del suo partito (e non voglio tornare sul trattamento che a Gargamella ha inflitto quel teppista allegro di Beppe Grillo). Ha in mano, il compagno segretario, un partito completamente feudalizzato dalle correnti e dalle lobby, fino al ridicolo di una candidatura «di sinistra », come quella di Fabrizio Barca, generata da un tecnocrate estraneo al Pd, fresco di nomina nel dannatissimo governo Monti (e che in un anno e mezzo si è segnalato per aver chiacchierato tanto di coesione, fatto ovviamente nulla).

Ma questa balcanizzazione è farina del sacco bersaniano, carburante incendiario attinto alla pompa di benzina di Bettola. Il titolare ha promosso Renzi avversario strategico con le primarie, poi lo ha marginalizzato in campagna elettorale e ha lasciato che fosse umiliato (e fortemente innervosito) da quattro consiglieri regionali toscani alla vigilia dell’elezione del capo dello Stato. Ha coltivato una corrente di giovani neolaburisti, che chiacchierano di un mondo ideologico inesistente dovunque, morto e sepolto da decenni, e questa corrente cosiddetta «turca » gli si sta rivoltando contro. Allo spezzettamento baronale del Pd contribuiscono vecchie care immagini come la Bindi e il barbuto romanziere Franceschini, entrambi in rivolta. Gli elefanti del partito come D’Alema e Veltroni sono fuori, e lavorano per rimanere dentro accerchiando una segreteria emiliana ormai spenta. Alle Camere sono stati promossi i quaquaraquà e le quaquaraquesse, la mascherata della società civile. Devo continuare?
Ecce Prodi. Se tutto risulta bloccato da un soldato affetto da evidente insufficienza toracica, ecco che lo stato maggiore si preoccupa, cerca soluzioni d’emergenza, passa oltre una cortina di risentimenti, che nel caso di Prodi è lunga come la più lunga delle code di paglia, e tende a fare gruppo intorno a un nome che taglia il nodo, visto che la leadership non è capace di scioglierlo. Se il segretario lastrica di mancate intese le vie del suo inferno, perché gli mancano i peli sullo stomaco, gli manca l’astuzia, gli manca quasi tutto tranne l’onore personale e una certa competenza da ministero di rango intermedio, viene il momento della rottura, guidata da altri, e lui minaccia di acconciarsi con la candidatura dell’ex tutto dell’Ulivo. Ora, a me i Prodi piacciono. Amo Reggio Emilia, Bologna, il paesaggio appenninico, e vado pazzo per le famiglie numerose piene di professori davvero competenti e anche bizzarri, come sono i fratelli o alcuni dei milioni di fratelli di Romano. Ma di Prodi come politico diffido, e molto. È anche lui uno di quelli che, avviato al catechismo da Giulio Andreotti, alla prima occasione si è mascherato da società civile, e ha impresso all’ulivismo le stimmate, e sopra tutto il birignao, di una velleitaria antipolitica di serie B. Ha una cultura economica da solidarista senza arte né parte, nel senso che non l’ha mai realizzata in opere e mai la realizzerà. È vendicativo come carattere, talvolta oscenamente. Ha parlato male, come un qualsiasi Ken Livingstone, ma senza il rango di una vittima della Iron Lady, di Margaret Thatcher, cui non avrebbe potuto allacciare nemmeno la cinghia della borsetta. La sua candidatura avanza nel segno della chiusura dei conti con Berlusconi, dunque della divisione ulteriore del Paese e dell’umiliazione di quei poveri cristi che il Cav l’hanno votato per vent’anni («il nulla, il nulla, il nulla »: si lasciò sfuggire una volta con tono ribaldo il Romano, parlando dei berluscones). L’unica consolazione è che, dovesse avere successo la congiura universale del Pd sconfitto per portare al Quirinale un carattere che è l’opposto della gentlemanship partenopea di Napolitano, i primi a pagarla cara sarebbero poi proprio loro, i congiurati D’Alema, Veltroni e altri di cui si parla. L’unico a guadagnarci, e anche questa è una consolazione, sarà forse Renzi, un generale fortunato che si avvierebbe a vincere ancora un biglietto della Lotteria. Quanto a Bersani, non ci sarà bisogno neanche delle vendette quirinalizie del professore. Basterà la forza di gravità, cadrà come una pera.


Lo strano caso di Fini, demolitore della destra
di Marcello Veneziani
(da “il Giornale”, 14 aprile 2013)

Non riuscirono la legge Scelba, l’antifascismo militante, l’arco costituzionale, i processi, le violenze, gli scontri di piazza, la ghettizzazione, le scissioni pilotate e mille altri accidenti a far sparire la destra in Italia. Ci è riuscito il suo ex leader Fini (salvo accusare Berlusconi della sua scomparsa, lui che portò la destra al governo, ma la destra si rivelò incapace d’incidere).

Esce ora il libro di un costituzionalista e una penna affilata, Paolo Armaroli, già parlamentare di An, dal titolo significativo: «Lo strano caso di Fini e il suo doppio » (edito da Pagliai). Armaroli fa la storia del dottor Jekyll/Hyde della destra italiana ma conviene sulla tesi che alla morte di Tatarella – il suo burattinaio – Fini fu ossessionato dall’idea di liberarsi di Berlusconi. Legittima aspirazione, ma a tre condizioni: una, di non succhiare benefici e incarichi da chi vuoi abbattere; due, di non fare del proprio partito la pallida fotocopia del suo; tre, di essere un vero leader e non solo uno speaker. In Fini non ci fu niente di questo, lo muoveva solo il rancore, più qualche ormone vagante.

Chi, come me, lo criticava da tempo e prevedeva questa parabola (Armaroli ha contato negli anni cinquanta miei pezzi su Fini) non lo faceva da berlusconiano ma da uomo di destra tradito da un suicidio con infamia. Fini non meriterebbe il necrologio politico se non avesse trascinato nella sua follìa omicida-suicida tre partiti e mezzo, un’area politica, un governo e un Paese. A volte anche microbi possono produrre catastrofi.


Monti esodato, parte la diaspora dei voti
di Roberto Scafuri
(da “il Giornale”, 14 aprile 2013)

Roma – Addio Monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo… Non ha nulla di aulico o crepuscolare, però, nulla che meriti una penna manzoniana, la parabola mesta di Mario Monti che sta per giungere all’epilogo.
Piuttosto storia minore d’Italia, e molto baronale, di un professore assurto alla politica con mire elevate ma con divoranti ambizioni terra terra.
Il premier in carica per gli affari ordinari abbandona la navicella di Scelta civica al suo destino. Troppi rancori, troppe beghe interne. Non si può nemmeno essere certi che si tratti di addio definitivo, non potendo escludere persino il gesto disperato di liberarsi della zavorra per tentare in extremis l’arrivo al Quirinale in mongolfiera. Eppure fa tristezza, l’ultimo degli esodati trascurati dalla Fornero, che decide di far togliere il nome dallo statuto e persino dal simbolo della lista che ha fondato. Senza Monti non ci sono neppure più montiani, se non nel senso approssimativo di centristi in cerca di acquartieramento, considerato che il Prof non lascia in eredità una dottrina, un’ideologia, un orizzonte, ma solo una recessione, una probabile manovra economica e il disperante sospetto che la politica fatta dai tecnici è persino peggio di quella praticata dai politici.

Scelta che lascia in braghe di tela i volontari saliti sul taxi per sostenere la sua scalata pubblica, già divisi in almeno tre frange litigiose e incerti ora sul da farsi, specie alle prossime amministrative. È noto che molti montezemoliani guardano alle mosse di Renzi per acconciarsi, altri (specie in Lombardia) hanno già un piede nel Pdl, mentre Riccardi pensa al partito cattolico. Ma non è detto assieme all’Udc di Casini, il più deluso e pentito – però anche il più velenoso nei contraccolpi – dell’annichilimento montiano. Un’intervista nella quale ammetteva l’errore, «il più grande della mia vita politica », pare che sia stata l’ultima goccia nel vaso già colmo di amarezza del premier. Dall’insuccesso delle sue ricette di governo alla sensazione di ingratitudine nutrito da Monti; dalle reprimende di Napolitano all’insofferenza nei confronti delle dinamiche spicciole di gruppi eterogenei che aspiravano a ben altre spartizioni, l’esperienza montiana finisce tra risentimento e minacce. «Non resto a fare lo zimbello, se volete vado via subito » disse alla prima riunione con deputati e senatori. Un crescendo di malumori, fino allo sfogo: «Non vedo l’ora che finisca tutto ».
Ofelé fa il tò meste’, si dice a Milano. Monti in fin dei conti prende atto, con colpevole ritardo, che quello di capo partito «non è il mio mestiere ». Ieri, dopo un’anticipazione del Corsera, pare abbia cercato di rassicurare i suoi. «Nessun disimpegno », si sono affrettati a far sapere gli stessi parlamentari in procinto di abbandonare la nave. Ora forse seguirà un messaggio dell’ex Capo che vuole trascendere a padre nobile. Non sembra possa trattarsi di un «Torno a bordo, cazzo ». Meglio a casa, miseria ladra.


Fuori dall’euro o strangolati. Il bivio del nuovo governo
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 14 aprile 2013)

Anche il ministro dell’Economia e delle finanze, Vittorio Grilli, dopo Mario Monti, ha dichiarato che i conti dell’Italia sono in ordine. Non ce ne eravamo accorti. Anzi, pensavamo il contrario: non perché disponessimo di dati diversi dai suoi, visto che ci atteniamo a quelli ufficiali, ma perché, oltre a leggere le statistiche (attività sconsolante), abbiamo l’abitudine esecrabile di osservare la realtà. Che è drammatica.
Quando un Paese registra un costante aumento della disoccupazione, e un altrettanto costante aumento di aziende costrette a chiudere i battenti, nonché la crescita del debito pubblico e la diminuzione dei consumi, per non parlare del Pil (quello dell’Italia è negativo e tale sarà nell’anno in corso), significa che i conti non sono affatto in ordine. Ci stupisce che uomini come Grilli e Monti facciano gli gnorri. Vabbè. Lasciamo perdere: avranno i loro cattivi motivi per non ammettere la verità. Che non induce all’ottimismo.
Da anni ormai siamo in recessione e la famosa luce che i tecnici continuano a vedere in fondo al tunnel è un’illusione ottica. La crisi, lungi dall’essere in procinto di terminare, si acuisce di giorno in giorno, e le conseguenze bruciano sulla pelle dei cittadini, sempre più sfiduciati e addirittura rassegnati. Tant’è che un milione e rotti di disoccupati hanno perfino smesso di cercare un lavoro, consapevoli di non poterlo trovare perché non c’è. Si lasciano vivere in attesa di miracoli improbabili.
Gli economisti alla Monti, quasi tutti (salverei il professor Alberto Bagnai), con le loro predizioni solenni hanno rivalutato gli astrologi. Si ostinano a stare aggrappati alla sottana di Angela Merkel, che è bravissima a tutelare gli interessi della Germania a scapito nostro, e ubbidiscono quali scolaretti timidi e impacciati ai precetti europei. Non notano, nonostante vantino un curriculum da scienziati, che l’Europa è un bidone e che il mercato unico non esiste né esistono i presupposti per dare omogeneità al continente. Il quale è solo un’espressione geografica, privo di un comune denominatore bancario, di vigilanza, di politica industriale, estera, militare e fiscale. Cosicché ogni Paese marcia per i fatti propri infischiandosene dei problemi altrui. Ciò crea un caos tutt’altro che calmo, nel quale il sogno europeista degenera in barzelletta.
Dopo oltre mezzo secolo di tentativi velleitari tesi a formare una Ue in grado di emulare gli Usa, siamo ancora ai nastri di partenza; anzi, più indietro; l’euro e la burocrazia di Bruxelles hanno spolpato vari Paesi deboli: Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda, Olanda, Cipro e altri. Il principio che regola i rapporti nell’area della moneta unica è «mors tua vita mea ». La Germania infatti è florida. Gli imprenditori tedeschi prelevano soldi a credito pagando tassi irrisori; i nostri, vessati da un sistema che pratica legalmente l’usura e da un fisco predatorio, non hanno alcuna chance per reggere alla concorrenza internazionale né possono sfruttare il mercato interno, afflitto da una riduzione impressionante dei consumi dovuta all’immiserimento dei redditi.

O l’Italia riesce a sconfiggere la politica cieca dell’austerità, che fa tanto comodo ai tognini, e a correggere i protocolli comunitari vigenti, oppure le conviene valutare l’opportunità di uscire dalla moneta unica. Senza la quale saremmo all’altezza di gestire il debito pubblico? In proposito non risulta sia stato svolto uno studio acconcio. Che si aspetta ad avviarlo? Una volta accertato che è stato un errore entrare nell’euro, più tardi se ne esce e peggio è. È incredibile come, invece, i partiti politici abbiano quasi paura ad affrontare la questione: si rifiutano anche solo di discuterne a livello teorico. La sinistra poi, che un tempo era di lotta e ora è di salotto, pur davanti al disastro provocato dalle soffocanti restrizioni europee, considera chiunque ne attribuisca le responsabilità a Bruxelles una specie di nemico, comunque indegno di assurgere al ruolo di interlocutore.
Eppure perfino il premio Nobel per l’economia, Joseph Stiglitz, in un’intervista rilasciata a Repubblica si è espresso con chiarezza: «Il sistema attuale è instabile, incompiuto. Ci vuole più Europa oppure meno euro ». È così difficile comprendere simile concetto? Il prossimo governo, qualunque sia, dovrà spremersi le meningi.


Ingroia, il calcio dell’asino
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 14 aprile 2013)

Uno straniero che si trovasse a passare in Italia in questi giorni, nel leggere certi titoloni contro Antonio Ingroia, penserebbe che l’ex pm di Palermo sia stato colto con le mani nel sacco a rubare, a dire falsa testimonianza, a trescare con mafiosi, a coprire assassini, a corrompere minorenni.

“Ingroia, vai a lavorare”. “Ingroia ha mentito anche a se stesso” (Libero). “L’antico vizio di sentirsi il più antimafia di tutti. Ecco perché ha fallito il giudice palermitano coccolato dai media” (La Stampa). “Il finale grottesco del giudice Ingroia” (Repubblica). Cos’ha fatto Ingroia per meritarsi tutto questo?

Si è candidato in politica come decine di suoi colleghi, ha perso le elezioni, ha chiesto il permesso di lavorare in un incarico extra-giudiziario – quello di commissario delle esattorie siciliane – a metà stipendio. Ma il Csm gli ha risposto picche confinandolo in Val d’Aosta (l’unica regione dove non era candidato). La prima destinazione, ineccepibile dal punto di vista delle regole, era quella di giudice: solo che ad Aosta gli organici giudicanti sono tutti coperti, dunque Ingroia sarebbe stato “in soprannumero”: avrebbe percepito stipendio pieno scaldando una sedia. A quel punto il Csm s’è accorto che la porcata era troppo sporca persino per i suoi standard e l’ha nominato pm, derogando al divieto di funzioni requirenti per  chi si è candidato. Lui ha annunciato ricorso: deroga per deroga, c’è un posto ben più consono alla sua storia e competenza: quello di sostituto alla Procura nazionale antimafia, che ha competenza su tutta Italia e funzioni di puro coordinamento di indagini altrui, dunque non striderebbe troppo col divieto di tornare in toga dove ci si è candidati.

Resta da capire perché Ingroia non può fare il commissario delle esattorie siciliane, crocevia di interessi illegali e spesso anche mafiosi, che richiede proprio un uomo della sua esperienza. La risposta dei sepolcri imbiancati è che l’incarico non ha attinenza con l’attività giudiziaria, dunque un magistrato non può ricoprirlo. Ingroia ha chiesto di esser sentito, per spiegare che così non è. Ma non l’hanno neppure degnato di una risposta. Che strano. Un anno fa il Csm autorizzò la giudice Augusta Iannini in Vespa, dal 2001 distaccata al ministero della Giustizia, a passare al Garante della privacy: che attinenza avrà mai quel ruolo con la giustizia? Del resto, in questi anni, Palazzo dei Marescialli ha autorizzato vari magistrati a fare gli assessori nella regione in cui fino al giorno prima erano pm (Russo nella giunta siciliana Lombardo e Marino nella giunta Crocetta): funzioni non elettive, ma di nomina politica, ben più delicate di un’esattoria.  Perciò ha ragione da vendere Ingroia a denunciare il trattamento contra personam di un Csm presieduto da Napolitano, la cui voce fu da lui casualmente ascoltata intercettando Mancino.

Fare due più due è facile, ma anche legittimo. Eppure commentatori che non hanno mai scritto una riga in difesa di Ingroia quand’era massacrato perché indagava sui potenti, oggi lo massacrano perché s’è dato alla politica. Il solito Francesco Merlo, su Repubblica, lo accusa financo di aver “usato le indagini antimafia per uscire dalla magistratura” e di “danneggiarla” dando ragione a Sallusti. Ora – a parte il fatto che Sallusti non è in carcere grazie a Merlo che chiese per lui la grazia e a Napolitano che la concesse – dov’era Merlo quando Ingroia veniva isolato con i suoi colleghi perché osava indagare sulla trattativa Stato-mafia? Se gli piaceva tanto il pm Ingroia, perché non l’ha difeso quando tutti lo attaccavano? Il Fatto è stato il primo a criticare la scelta di Ingroia di fare politica (non perché non ne avesse diritto, ma perché rischiava di scendere di livello anziché salire). Ma pure a solidarizzare con lui e i suoi colleghi isolati e linciati da tutti. Anche da quanti ora si esercitano nello sport italiota più diffuso e più vile: la bastonata allo sconfitto, detta anche il calcio dell’asino.


E’ il quarto segreto di Fatima a guidare i passi di Francesco
di Antonio Socci
(da “Libero”, 14 aprile 2013)

Papa Bergoglio è alle prese col giallo del «quarto segreto » di Fatima, la misteriosa parte della profezia della Madonna che non sarebbe ancora stata pubblicata? Lo si evince da una serie di eventi sorprendenti di questi giorni.
Prima di esporli ricordiamo l’antefatto. Nel pieno della Prima guerra mondiale la Madonna appare, il 13 maggio 1917, a Fatima, in Portogallo, a tre pastorelli: Lucia dos Santos e i due cuginetti Francesco e Giacinta Marto. L’evento si ripete ogni 13 del mese, fino al 13 ottobre di quell’anno, quando la Madre di Cristo dà il «segno » richiesto – come sfida – dai giornali laici e dai commentatori del tempo: il sole che vortica nel cielo. Nell’apparizione del 13 luglio la Madonna aveva affidato ai bambini un messaggio per il mondo intero, una grande profezia di ciò che sarebbe accaduto di lì a poco se l’umanità non fosse tornata a Dio: la rivoluzione comunista in Russia, la diffusione del comunismo in tutto il mondo, grandi persecuzioni sulla Chiesa e infine una nuova e più terribile guerra mondiale col genocidio di popoli (si avverò tutto).

La terza parte di quel messaggio del luglio 1917, che – secondo l’indicazione della Madonna – doveva essere rivelata nel 1960, fu invece secretata nel 1959 da Giovanni XXIII. Fiorirono così per anni attorno ad essa paure apocalittiche e ipotesi di ogni genere. Nel 2000 Giovanni Paolo II decise di rendere pubblico il Terzo Segreto: in quel testo suor Lucia descrisse la visione del «vescovo vestito di bianco », la sua dolente Via Crucis in una città distrutta, in mezzo ai cadaveri, infine il suo martirio, sul monte della Croce, insieme a tanti vescovi e fedeli.

Era stato l’allora monsignor Bertone a istruire la pratica della pubblicazione del Segreto. Ma in quella istruttoria, nella pubblicazione e nell’interpretazione di quel testo molte erano le falle. Nel mio libro Il quarto segreto di Fatima, uscito nel novembre 2006, mostrai le tante contraddizioni e gli indizi che inducevano a pensare che quel terzo segreto fosse incompleto: mancava un testo, di cui si conoscevano alcune caratteristiche, contenente le parole profetiche della Madonna sulla Chiesa e sul mondo di oggi.

Riferivo pure che l’antico segretario di Giovanni XXIII, monsignor Capovilla, testimone diretto degli eventi, in una conversazione con Solideo Paolini aveva accennato proprio all’esistenza di quel testo misterioso. Nel maggio 2007 Bertone, nel frattempo diventato Segretario di Stato vaticano, uscì con un suo libro-intervista dove ribadiva la versione sua (e non solo sua), senza però dare una sola risposta alle tante domande e ai dubbi.

Qualche giorno dopo partecipò a una trasmissione tv durante la quale – senza contraddittorio – ripeté la sua idea e mostrò le buste aperte nel 2000 e contenenti il terzo segreto. Questo coup de théatre, che avrebbe dovuto confutare ogni dubbio, fu però un autogol. Infatti fu facile osservare che su quelle buste mancava qualcosa che doveva esserci. Perché monsignor Capovilla aveva riferito, in un’intervista di alcuni anni prima, che quando – nel 1959 – papa Roncalli lesse il Terzo segreto e decise di secretarlo, disse allo stesso Capovilla di «richiudere la busta » scrivendoci sopra «non dò nessun giudizio » perché il messaggio «può essere una manifestazione del divino e può non esserlo ». Ebbene questa scritta, di pugno di Capovilla, nelle buste mostrate in tv non c’era. Perché? Bertone non dette risposta. Evidentemente c’era un’«altra » busta che conteneva la parte controversa.

Di lì a pochi giorni lo stesso Capovilla, interpellato da Paolini, confermò l’esistenza di qualcos’altro: un «allegato ». Qualcosa che – secondo Capovilla, che faceva suo lo scetticismo di Roncalli – non proveniva dalla Madonna, ma era piuttosto una «riflessione » della suora «sul vescovo vestito di bianco ».
È la parte mai rivelata del terzo segreto che – dalle testimonianze dei pochi che la lessero – pare essere esplosiva. Del resto ad aprire nuovi scenari sul terzo segreto è stato lo stesso Benedetto XVI nel maggio 2010.

Il Segretario di Stato infatti aveva ripetuto fino ad allora che esso riguardava l’attentato a Wojtyla del 1981 e si era già tutto realizzato e scriveva polemicamente a pagina 79 del suo volume: «L’accanimento mediatico è quello di non volersi capacitare che la profezia non è aperta sul futuro, è consegnata al passato. Non ci si vuole arrendere all’evidenza ».

Invece papa Benedetto XVI affermò l’esatto opposto: «Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa ». Disse queste parole nel pieno dello scandalo pedofilia, durante un improvviso pellegrinaggio a Fatima, il 13 maggio 2010, davanti al Santuario. In quella circostanza egli inserì nella profezia del Terzo segreto proprio lo scandalo della pedofilia, culmine di una drammatica crisi del sacerdozio e della Chiesa. Ed è evidente che tale scandalo non poteva essere compreso nella visione rivelata nel 2000 (dove non c’è traccia di esso), ma in un’altra parte che è tuttora da pubblicare.

Benedetto XVI disse infatti: «Oltre questa grande visione della sofferenza del Papa, che possiamo in prima istanza riferire a Papa Giovanni Paolo II, sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano… e quindi sono sofferenze della Chiesa che si annunciano… Quanto alle novità che possiamo oggi scoprire in questo messaggio, vi è anche il fatto che non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa ».

Come si vede Benedetto XVI evitò di indicare l’attentato del 1981 come «la » realizzazione del terzo segreto e collocò il compimento del Terzo segreto steso negli anni successivi all’attentato del 1981 e nel nostro stesso futuro: «Sono realtà del futuro che man mano si sviluppano e si mostrano… sofferenze della Chiesa che si annunciano ».

È il contrario di quanto affermato dal Segretario di Stato. Benedetto XVI addirittura fece capire che il «trionfo del Cuore Immacolato di Maria » annunciato a Fatima dalla Madonna stessa, come conclusione della sua profezia, non poteva essere identificato nella mera caduta del comunismo del 1989, ma doveva ancora realizzarsi. Il Papa infatti nel maggio 2010 disse: «Possano questi sette anni che ci separano dal centenario delle Apparizioni (2017) affrettare il preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria a gloria della Santissima Trinità ».

Evidentemente per Benedetto XVI stavano per arrivare gli anni decisivi. Questi. Ed eccoci ad oggi. Papa Ratzinger, ormai 85enne, sente mancargli le forze di fronte alla sfida dei tempi e rinuncia al pontificato l’11 febbraio, festa della Madonna di Lourdes.
Il successore viene eletto il 13 marzo successivo (il giorno 13 del mese richiama la devozione di Fatima). Molti riflettono sulla misteriosa espressione del Terzo segreto: «Il vescovo vestito di bianco ». Di cui suor Lucia scriveva: «Abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre ».
Ci si chiede se quelle parole possano riferirsi al papa dimissionario. O al successore che ama definirsi «vescovo di Roma ».

Lo stesso papa Francesco, devoto a Maria (a cui dedica la sua prima uscita), cita Fatima all’Angelus del 17 marzo. Poi una decina di giorni fa un episodio sorprendente. Papa Bergoglio telefona a monsignor Capovilla, ormai novantenne, che vive nella bergamasca. Lo vuole incontrare.
Capovilla aderisce. Questo strano incontro e i suoi contenuti restano tuttora avvolti nel mistero. Perché nel primo mese del suo pontificato il Papa ha sentito il bisogno di vedere riservatamente l’antico segretario di Roncalli? Per quale urgenza?

Infine tre giorni fa, a un mese esatto dalla sua elezione, un annuncio a sorpresa: papa Francesco ha chiesto al patriarca di Lisbona, il cardinale José Policarpo, di consacrare il suo pontificato alla Madonna di Fatima.
Cosa significa? E che dobbiamo aspettarci?


Letto 2745 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart