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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

25 Febbraio 2012

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

La scomparsa di Patò

La scomparsa di Patò
Rocco Mortelliti, 2010
Fotografia Tommaso Borgstrom
Nino Frassica, Maurizio Casagrande, Alessandra Mortelliti, Neri Marcorè, Flavio Bucci, Gilberto Idonea, Roberto Herlitzka, Simona Marchini, Guia Jelo, Manlio Dovì, Franco Costanzo, Giacinto Ferro, Pippo Crapanzano, Alessia Cardella, Giovanni Calcagno, Danilo Formaggia, Alessandro Scarpetti, Francesco Capizzi.
Roma 2010, evento speciale.

Patò è Giuda, ma il tradimento è più largo, collettivo. Tradimento di fede e di onestà, in una Sicilia ottocentesta ma non troppo, che ha le facce di Frassica, di Casagrande e di Marcorè, scherza e fa sul serio, recita e non recita, pecca e chiede perdono. Il Giuda è quello del Mortorio pasquale, rappresentazione paesana che a Vigata vede la partecipazione popolare allo spettacolo dell’impiccagione del traditore. Questa volta (solo questa?) Giuda finge di stare al gioco e invece si fa i fatti suoi, cade nella botola e sparisce. Cherchez la femme. Ma cercate anche il direttore della banca di Trinacria: si sa che Andrea Camilleri (il film è tratto dal racconto dello scrittore siciliano) tiene costantemente d’occhio la storia e l’attualità, impastandola in un linguaggio che pare classico ed è moderno, sembra semplice ed è manieristico. E cercate anche i rapporti tra Carabinieri e Pubblica Sicurezza, nel gioco dei rituali compromissori tra Stato e potere locale (il Marchese Cantante non gradisce il palco dell’impiccagione proprio davanti alla propria casa). Dov’è il giallo? Ci sarebbe se ci fosse suspence, ma il film di Mortelliti (La strategia della maschera, 1998, Ugo & Andrea, 2005) scorre lento e cadenzato sulle battute compiaciute e allusive, trattate a dovere dal terzetto di sceneggiatori che hanno messo mano al testo originale (lo stesso Mortelliti, Camilleri e Maurizio Nichetti). Scordatevi Montalbano, la sua “umanità” televisiva. Qui tutto viene raccontato con un’accentuata saggezza letteraria che tiene sotto tiro l’arguzia del maresciallo Giummaro (Frassica), la discrezione del delegato Bellavia (Casagrande) e la furberia del ragioniere donnaiolo (Marcorè). E nonostante alcuni accenni di sconfinamento volgarotto, non v’è libertà di risata.

Un giorno questo dolore ti sarà utile

Un giorno questo dolore ti sarà utile
Roberto Faenza, 2011
Fotografia Maurizio Calvesi
Toby Regbo, Marcia Gay Harden, Peter Gallagher, Lucy Liu, Stephen Lang, Deborah Ann Woll, Ellen Burstyn, Aubrey Plaza, Gilbert Owuor, Dree Heminway, Olek Krupa, Siobhan Fallon, Brooke Schlosser, Kyle Coffman, Johnny Weston, Kate Kiley, Rekha Elizabeth Luther.
Roma 2011, fc.

Ogni volta che l’autore di un film si appoggia alla voce narrante fuori campo del protagonista per trasferire in forma soggettiva allo spettatore il senso del racconto, la derivazione letteraria rischia di restare decisiva rispetto al valore della regia. Tanto più se il film è ispirato a un romanzo. Nel caso di quest’ultimo lavoro di Roberto Faenza, il riferimento esplicito è all’omonimo libro  dell’americano Peter Cameron (2007), che a sua volta ha fatto pensare a Il giovane Holden di J. D. Salinger (1951). Il “dolore” del titolo è provocato al diciassettenne newyorkese James Sveck (Toby Regbo, ventenne inglese molto bravo proveniente dal cinema indipendente) dal suo “disadattamento” nei rapporti col mondo, con la madre, il padre, la sorella, gli amici. L’”utilità” del dolore è profetizzata a James dalla nonna Nanette (Ellen Burstyn, Oscar nel 1974 per Alice non abita più qui di Martin Scorsese), dalla quale il ragazzo cerca comprensione per le proprie inquietudini. Il film si apre appunto con la voce di James che presenta il proprio personaggio: «Ho 17 anni e non amo molto parlare. Sono un anarchico, odio la guerra, la politica e la religione organizzata. I miei dicono che sono un asociale perché non voglio andare all’università. Non ci voglio andare perché non voglio essere indottrinato. Mi bastano le idee che ho. Amo leggere e passare le giornate in campagna da mia nonna ». Il ragazzo non ama parlare ma dice un sacco di cose. Mostra di avere idee precise anche se non chiarissime. E non vorremmo che gli spettatori più giovani le prendessero per oro colato. La religione per esempio, la stessa parola contiene un’idea di organizzazione  (ri-legare) e le idee stesse, quelle che James dice di avere già, non è detto che siano completamente estranee a una qualche forma di “indottrinamento”. Restando al film, il regista sembra intento a mostrare una sua raggiunta dimensione americana. Anzitutto gli sembra giusto aggiornare lo sguardo sulla New York attuale e registrare, con l’aiuto di Cameron, il “nervosismo” della metropoli in questi tempi di crisi. E intanto rimettere qualcosina a posto. La psicoanalisi di Prendimi l’anima (2003) diventa qui una forma di psicoterapia praticona, all’americana appunto, impersonata dalla “life coach” Rowena (Lucy Liu). La consiglia al figlio la madre Marjorie (Marcia Gay Harden, Oscar 2001 per il ruolo da non protagonista in Pollock di Ed Harris), al terzo matrimonio fallito e alla disperata ricerca di un’impossibile “normalità”; e sarà Rowena, insieme a Nanette (pratica e saggezza), a saper dare al giovane una speranza di “adattamento”, col prezioso aiuto dell’indispensabile jogging. Poi l’arte contemporanea. Un esempio della solita presa in giro (degli estimatori) è proprio lì nella galleria di Marjorie, con una serie di bidoni della spazzatura messi in mostra per eventuali acquirenti tedeschi. Poi le teorie del linguaggio, con la sorella di James, Gillian (Deborah Ann Woll), innamorata del suo professore di linguistica molto più grande di lei. Poi la chirurgia estetica, con Paul (Peter Gallagher), padre del giovane protagonista, infatuato perennemente di ragazze/figlie. Il povero James, sballottato in situazioni avverse al proprio carattere, una delle quali – semplificando come si vede nel film – fu la gita scolastica che segnò il punto di rottura con i coetanei – non trova possibilità di raccordo. Non può mancare l’avvertimento circa la pericolosità del web, con le chat che rischiano di confondere ruoli e identità dei frequentatori, uno dei quali è per un momento almeno lo stesso James. Infine la musichetta (di Andrea Guerra), col clarinetto vagamente tradizionale (c’è anche una canzone, Love Is Requited, cantata da Elisa), a scanso di altre inopportune immissioni disturbanti. Woody Allen è dietro l’angolo e controlla, anche considerando che  la sceneggiatura è piena di battute spiritose. In sostanza, le figure compongono un quadro rassicurante. Dice Paul al figlio sul finale: «Non puoi sempre scappare da ciò che non ti piace ». Infatti siamo qui.

Qualcosa di straordinario

Big Miracle
Ken Kwapis, 2012
Fotografia John Bailey
Drew Barrymore, John Krasinski, Ahmaogak Sweeney,  Kristen Bell, Dermot Mulroney, Ted Danson, Stephen Root, Vanessa Shaw, Tim Blake Nelson, Rob Riggle, James Le Gros, Mark Ivanir, Michael Gaston, Andreww Daly, Jonathan Slavin, Logan Grove, Gregory Jbara.

Il “fatto realmente accaduto” assume spesso, se si prova a raccontarlo, i connotati di una vera e propria fiaba. E non per questo il racconto perde il valore simbolico e tutta l’importanza che può avere relativamente alla comprensione del fatto e alla sua estensibilità e valenza culturale. Il salvataggio, nel 1988, della famiglia di balene intrappolata sotto il ghiacciaio al largo della costa di Barrow, in Alaska, è visto dal regista Ken Kwapis (La verità è che non gli piaci abbastanza, 2009) principalmente con lo sguardo del bambino di 11 anni, Nathan (Ahmaogak Sweeney), nativo del posto, sguardo curioso e infantile ma cosciente per esperienza diretta del nonno accanto al quale assiste da sempre alle attività dei cacciatori di balene. La “fiaba” è sostanziata di elementi di verosimiglianza, o meglio di coerenza interna, dovuti alla vita vissuta e al suo linguaggio. Infatti il bambino funziona anche da raccordo con tutto il contesto, non solo della gente del luogo ma di tutto ciò che si muove attorno all’evento in quella piccola cittadina dell’Artico. Non a caso il primo impulso all’impresa viene dato da un reporter locale, Adam Carlson, proprio mentre egli si appresta a lasciare Barrow in cerca di miglior fortuna. La scoperta delle balene che non riescono a nuotare verso il mare aperto per la loro migrazione annuale e del pericolo mortale che le minaccia ravviva in una nuova forma l’interesse per le problematiche ambientali e coinvolge il sistema delle comunicazioni. Emittenti radiotelevisive arrivano sul posto e costruiscono comunque una storia da raccontare, umanizzandola e ritracciandola secondo parametri narrativi adatti ai massmedia. E questo permette il coinvolgimento, necessario per la salvezza delle balene e a un certo punto anche per una propaganda politica, di componenti non strettamente tecniche. A quella data, il muro di Berlino non è ancora caduto, eppure forze militari sovietiche si uniscono a quelle statunitensi per dare i mezzi necessari all’impresa “impossibile”. Mentre nelle case americane le famiglie guardano alla tv l’emozionante avventura del salvataggio delle balene e a scuola i bambini fanno disegni che rappresentano quel fatto straordinario, ecco che perfino il petroliere, interessato più a perforare che a salvare, si piega alla logica elettorale del presidente degli Stati Uniti e finisce per mostrare rispetto verso le istanze di Rachel Kramer, rappresentante del movimento ambientalista e, guarda un po’, ex fidanzata di Adam. Altra componente del film è il filo mitologico che rimanda all’Alaska-salvezza dal deserto disumano di  Resident Evil: Extintion (Russell Mulcahy, 2007) o all’Alaska incontaminata di  Into The Wild (Sean Penn, 2007). Storie/documentario di istanze di sopravvivenza.

Hysteria

Hysteria
Tanya Wexler, 2011
Fotografia Sean Bobbitt
Hugh Dancy, Maggie Gyllenhaal, Rupert Everett, Jonathan Pryce, Felicity Jones, Ashley Jensen, Sheridan Smith, Kim Criswell, Elisabet Johannesdottir, Kate Linder, Corinna Marlowe, Leila Schaus, Jules Werner.
Roma 2011 concorso.

Tutti vorranno sapere quando, come e da chi sia stato inventato il vibratore elettromeccanico che oggi in tutto il mondo procura tanto piace alle donne. Deve averlo pensato la quarantenne americana di Chicago, indagando, come le piaceva, sulla storia dell’isteria, dal IV secolo a.C. (Ippocatre) e via via, passando per il persiano Avicenna che nel X secolo consigliava “sfregamenti”, o per il francese Phare che nel 1500 consigliava alle donne cavalcate nei boschi, fino ad arrivare al 1883, quando a Joseph Mortimer Granville venne in mente appunto l’apparecchio di cui sopra. Pochi anni dopo, nel 1895, Sigmund Freud pensò, a proposito di isteria, di spostare l’attenzione dal malfunzionamento uterino alle origini psichiche del disturbo. Ma ormai il destino commerciale del vibratore era segnato. Del resto, in genere la gente bada al lato pratico delle cose e soprattutto, deve aver pensato la Wexler (al suo terzo lungometraggio, ma ancora sconosciuta al pubblico italiano), sarà utile proporre una versione divertente, in forma di commedia d’ambientazione ottocentesca, dell’arrivo del fantastico strumento capace nei secoli a venire di compensare l’insoddisfazione femminile. Il riso fa bene e fa ben pensare. Così, mentre ci invita dall’inizio alla fine a sghignazzare sugli immaginabili equivoci di senso, ottenuti però con ottica realistica (qui il cortocircuito paradossale), il film viene incontro all’irrinunciabile e inestinguibile istanza di riscatto e di emancipazione della donna. Il giovane Dottor Mortimer (Hugh Dancy), “progressista” e scontento dello stato pietoso in cui sono ridotti gli ospedali londinesi (quando si dice Ottocento reazionario, come non pensare alla Londra vittoriana), riscatta la propria morale passando dall’assistentato presso lo studio esclusivo del Dottor Dalrymple (Jonathan Pryce) alla condivisione incondizionata della scelta “socialista” di Charlotte (Maggie Gyllenhaal), una delle figlie di Dalrymple, impegnata nella generosa assistenza ai poveri. Lei non ha avuto fiducia in quella specie di macchina per spolverare elettrica – così l’aveva vista Edmund (Rupert Everett) -,  ”geniale” amico di Mortimer, prima che questi la trasformasse in vibratore con ben altre funzioni; ma poi, data la propensione del giovane dottore a cedere al fascino del socialismo femminile, non rinuncia a vederlo perfino come marito. Si può ridere, se si vuole, magari superando certe ovvietà di taglio e certe “arditezze” postume, che in fondo non fanno nemmeno male.


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Bart