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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

23 Aprile 2012

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Una spia non basta

This Means War
McG (Joseph McGinty Nichol, 2012
Fotografia Russell Carpenter
Reese Witherspoon, Chris Pine, Tom Hardy, Til Schweiger, Chelsea Handler, John Paul Ruttan, Abigail Spencer, Angela Bassett, Rosemary Harris, George Touliatos, Clint Carleton, Warren Christie, Leela Savasta, Natassia Malthe, Laura Vandercoort, Viv Leacock, Jesse Reid, Daren A. Herbert, Kevin P’Grady, Jenny Slate.

Felicità. Un buon lavoro alla Cia, esercizio fisico, donne a volontà e, presentandosi l’occasione, pronti all’innamoramento. Frank (Chris Pine, Star Trek, Unstoppable – Fuori controllo) e Tuck (Tom Hardy, Inception, La talpa) sono fatti così, sono due ragazzi perbene, i migliori del mondo nel loro lavoro (nobile lavoro, si sa) e amici più che fraterni, specie quando si tratta di uscire dai giochi di prestigio delle superazioni spionistiche per tuffarsi nel quotidiano ed essere se stessi. Ed è proprio lì che viene il bello, quando lealtà e abilità si confrontano nella corsa a ostacoli per la conquista della ragazza che li ha colpiti al cuore, casualmente entrambi. La ragazza è Lauren (Reese Witherspoon), moderna e pimpante, brava nel suo settore (al servizio dei consumatori), è abituata a valutare la qualità dei prodotti. Sarà un osso duro giacché Lauren non è altrettanto sciolta nei rapporti con l’altro sesso. E al dunque, anche i nostri due eroi non si dimostreranno poi così disinvolti. Non sarà mica una generale mancanza di “cultura”? Non sono infatti ben chiari i parametri di riferimento delle scelte di vita dei tre personaggi. Non ne parlano mai seriamente tra di loro, non sappiamo come la pensano. Una sola stranezza colpisce in verità: la preferenza di Lauren per l’arte moderna. La ragazza rimane estasiata davanti a un quadro di Gustav Klimt, l’Art Nouveau la fa impazzire. Reese Witherspoon, frequentando il grande schermo, ne ha viste di tutti i colori, dalla nostalgia per gli anni ’50 (Pleasantville) alla psicosi americana degli yuppies fine Novecento (American Psyco), alle finte acrobazie nella piena depressione melodrammatica (Come l’acqua per gli elefanti), ma il passaggio dai forni elettrici e dagli smartphone al simbolismo della Secessione viennese, dobbiamo dire, ci ha lasciato perplessi. Direte che è solo un particolare in un film pieno di vitalità e di spirito contemporaneo, eppure ci si mette un po’ a coordinare il particolare col tutto sulla via di un traguardo facilissimo come l’arrivo buonista della corsa al diritto d’amore. I due amici lottano lealmente e alla fine lasciano che, su Lauren, vinca il migliore. La giostra degli scontri è solo un pretesto, forse un po’ come l’arte moderna.

To Rome with Love

To Rome with Love
Woody Allen, 2012
Fotografia Darius Khondji
Woody Allen, Alec Baldwin, Roberto Benigni, Penélope Cruz, Judy Davis, Jesse Eisenberg, Greta Gerwig, Ellen Page, Antonio Albanese, Fabio Armiliato, Alessandra Mastronardi, Ornella Muti, Flavio Parenti, Alison Pill, Riccardo Scamarcio, Alessandro Tiberi, Carol Alt, David Pasquesi, Lynn Swanson, Monica Nappo, Corrado Fortuna, Margherita Vicario, Rosa Di Brigida, Giovanni Esposito, Gabriele Rapone, Camilla Pacifico, Cecilia Capriotti, Duccio Camerini, Lina Sastri, Roberto Della Casa, Ariella Reggio, Gustavo Frigerio, Simona Capparini, Sergio Solli, Massimo De Lorenzo, Marta Zoffoli, Lino Guanciale, Fabio Bonini, Marina Rocco, Sergio Bustric, Augusto Fornari, Mariano Rigillo, Gian Marco Tognazzi, Vinicio Marchioni, Donatella Finocchiaro, Ninni Bruschetta, Carlo De Ruggieri, Giuliano Gemma, Rita Cammarano, Matteo Bonotto, Antonio Taschini, Vinicio Cecere, Ruggero Cara, Maria RosdariaOmaggio, Maricel ílvarez.

Dev’essere stato tutto ciò che nel film non si vede a impedire che Woody Allen s’innamorasse di Roma. E non gli si può dare torto. Il mostruoso agglomerato di cemento e automobili, di arroganza e opportunismo corruttivo, lo strascico semincosapevole dell’albertosordismo non autoriale (non più postneoreralistico) e tutto il resto dell’arrivismo residenziale (ministeriale e bottegaio) non poteva riguardare le sue letture del mondo, né Manhattan né altri luoghi della coscienza critica, né di sé né di simili ch’egli abbia incontrato. Infatti apre il film – un po’ come avveniva in  Midnight in Paris col Bechet di “Si tu vois ma mère” per la Belle époque – un pezzo musicale che, per essere estraneo alla cultura e alla storia romana, sa di riferimento pretestuale: nientemeno che “Nel blu dipinto di blu”, di Domenico Modugno nella versione originale sanremese (1958). Ed ecco il divertimento sarcastico e in parte ancor pure struggente – ma soltanto perché agli anziani, anche disperati, capita spesso di intenerirsi un momento; ecco la cartolina spedita per un soggiorno forse non precisamente gradito. Mai amore (Love) fu meno coinvolgente. Lo zio Woody ci saluta, noi cittadini del mondo che abbiamo visto Cinecittà, con un gesto che magari vuol essere anche gentile, ma che non riesce a trasmettere un sentimento profondo, autentico. «Non psicoanalizzatemi »,  dice Allen come chiedendo venia, senza però aver bisogno della nostra compassione. Le quattro storielle messe insieme a mo’ del “film a episodi” tanto in voga negli anni ’50-’60 (e non a caso riaffacciatosi di recente sugli schermi) lasciano la migliore commedia italiana là dov’è, in bianco & nero, documentaria più che mai di un cinema e di una realtà tutt’altro che “leggera”. Tuttavia, ed è il lato interessante del film, questa ennesima tappa europea di Allen porta con sé un discorso cinematografico che proprio dal nostro cinema trae lezione, quasi fosse una proposta di seminario per un ipotetico popolo di studenti. Il sogno di Antonio (Alessandro Tiberi) e Milly (Alessandra Mastronardi), gli sposini che da Pordenone vengono a Roma sperando in una sistemazione migliore, viene inquinato dalla “casuale” intrusione di una prostituta (Penélope Cruz) e dall’incontro di Milly con il famoso attore Luca Salta (Antonio Albanese).

Il rimando al Fellini dello Sceicco bianco sarebbe elementare se non fosse che poi la via Veneto che si vede nel film non è quella della Dolce vita sfavillante di luci bensì dell’odierno pendìo dei tristissimi tavolini dei bar/ristoranti sui marciapedi. È la stessa via dove finisce l’avventura di Leopoldo Pisanello (Roberto Benigni pesce fuord’acqua, immolato al principio che “la vita è bella”), comune impiegato stravolto da improvvisa e “immotivata” notorietà masmediologica. E anche qui, i giornalisti, la Tv e i paparazzi che perseguitano il Pisanello non sono certo i paparazzi di quella via Veneto del ’60, né la “falsità” televisiva è la stessa di cui soffriranno Amelia Bonetti e Pippo Botticella (Ginger/Masina e Fred/Matroianni) nel 1985. C’è poi il discorso sull’architettura. Le piazze, le scalinate e gli angoli, i chiaroscuri e i notturni archeologici, le luci dei tramonti rossastri sulle facciate barocche e rinascimentali di Roma (la fotografia di Darius Khondji asseconda lo sguardo del regista) sarebbero materiale interessante in un contest, più vissuto e rimasto nascosto e inespresso, con la città “invisibile” e “invivibile” che possiamo immaginare sull’altra faccia della cartolina. Invece l’architetto-maestro è John (Alec Baldwin), l’attempato professionista americano che tempo fa visse per un anno a Roma. Ora si occupa di centri commerciali ed è venuto a riposarsi un po’. In Trastevere, nella stessa via dove abitò, incontra Jack, giovane architetto. Lo assisterà nel nevrotico approccio con Monica (Ellen Page, Juno 2007, Inception 2010 ), amica della propria ragazza e bandiera dispersa nel vento delle mitologie ultracontemporanee.

Qui, se non per contrasto, né Roma né l’Italia e nemmeno forse l’Europa c’entrano più alcunché. C’entra invece il cinema, per la figura di Jack, per il suo inconfondibile volto di ragazzo genialmente “intraprendente” (The Social Network), il quale, grazie all’arguta intelligenza di Allen, si rivela fragile e liquido. Diffidenza verso i nuovi mezzi tipica di una personalità tradizionalista come quella del regista. Per lui, i veri stranieri a calpestare i sampietrini romani possono essere quei due architetti americani, ospiti non tanto adeguati di una Roma come piacerebbe al regista/poeta, il quale la sente sulle note di Arrivederci Roma (e non è solo la canzone di Renato Rascel, Pietro Garinei e Sandro Giovannini, del 1955, ma anche il film di Roy Rowland, del ’58, con Mario Lanza, Rascel e Marisa Allasio in una Roma non meno fittizia di quest’ultima figlia woodyana). Le cose si aggiustano meglio, guarda un po’, proprio per Jerry (Woody Allen) e per la sua famiglia. Corso a Roma con la moglie Phyllis (Judy Davis) per conoscere Michelangelo (Flavio Parenti), il nuovo ragazzo della figlia Hayley (Alison Pill), incontrato da lei ai piedi del Campidoglio cercando la Fontana di Trevi (ancora la Dolce vita), Jerry si elettrizza alla scoperta che il padre del giovane (Fabio Armiliato) ha una voce da tenore. Jerry, ora in pensione, è stato regista d’opera lirica con spiccate ambizioni sperimentali. Se non potrà realizzare la sua massima e vana ambizione, di allestire un Rigoletto con tutti i cantanti vestiti da topi bianchi, vorrà provare a mettere sul palcoscenico quel fantastico tenore che nella vita ha un’impresa di pompe funebri a cantare sotto una vera doccia, come fa ogni volta a casa sua mentre s’insapona e si lava. La critica a una certa estetica è feroce e implicitamente si rivolge, in prospettiva inversa, proprio a quella Roma che nel film non abbiamo visto. La cartolina To Rome with Love, nella sua gentile sfrontatezza, sarà pure molto personale, ma ci sono i riferimenti per almeno una piacevole conversazione sui perduti anni ’50-’60, quando gli americani, non sapendo ancora bene di Rossellini, conobbero di Roma a mala pena le vacanze della piccola Audrey, principessa in Vespa. Anche allora agli attori italiani toccarono parti meno importanti, Paolo Carlini un parrucchiere, Alfredo Rizzo un tassista. E c’era pure Paola Borboni.

Il primo uomo

Il primo uomo
Gianni Amelio, 2011
Fotografia Yves Cape
Jacques Gamblin, Maya Sansa, Catherine Sola, Denis Podalydès, Ulla Baugué, Nino Jouglet, Abdelkarim Benhabouccha, Hachemi Abdelmalek, Jean-Paul Bonnaire, Jean-Franí§ois Stévenin, Nicolas Giraud, Djamel Saïd, Mohammed Zahir Taifour, Alexandre Delamadeleine, Franck Beckman, Oualahi Messouda, Christophe Dimitri Réveille, Michael Batret, Jean-Benoit Souilh.
Toronto 2011, Premio Fipresci (Critica Internazionale).

Più che primo, primario. L’uomo di Albert Camus è un uomo ideale, a dispetto dell’esistenzialismo, filosofia che coinvolse in parte lo scrittore di origine Algerina, tra la polemica con Jean-Paul Sartre e l’impegno comunista. Nel primo uomo c’è l’essenza dell’umanità, il vivere con sentimento critico – non sia contraddizione e, se dev’esserlo, la si viva come nel cuore della generazione assurda, che rende “possibile” l’esistere senza l’ottimismo della Metafisica – e al centro, il senso di una fatica che le condizioni storiche generano e determinano. “Il primo uomo” è anche il romanzo incompiuto di Camus, l’ultimo, rimasto in forma di appunti per la morte dell’autore in un incidente d’auto, il 4 gennaio 1960. Gianni Amelio è entrato in quell’autobiografia introspettiva, non finita ma molto netta, e vi ha trovato se stesso, non in fotocopia – si capisce – ma nello spirito e nell’assonanza di tempi, sensazioni, ricordi, all’indietro fino all’infanzia. Ed ecco il bambino Jacques (Nino Jouglet) che rivive durante la visita di Jacques Cormery adulto (Jacques Gamblin), alter ego di Camus, in Algeria alla ricerca di persone, luoghi, memorie di 40 anni prima. È il 1957, lo scrittore ha già pubblicato Lo straniero, La peste, La caduta e sta vivendo un momento di profonda riflessione. Va a trovare la vecchia madre (Catherine Sola) e gli torna in mente l’infanzia, la scuola, i giochi con i compagni di classe, la povertà, l’educazione rigida subìta dalla nonna analfabeta, la dolce tolleranza della giovane madre (Maya Sansa) e soprattutto la mancanza del padre, andato nella guerra mondiale e non più tornato. Il “privato” che riemerge dalla memoria non è però staccato dal contesto, non è depurato dal dolore collettivo che il Paese sopporta ancora in quegli anni di incerta e contrastata convivenza tra arabi e francesi. È anzi dal disagio di quella ricontestualizzazione interna che emergono il malessere di una vita incompiuta e la difficoltà di una riconciliazione necessaria ma ancora lontana. La bravura degli attori, tutti gli adulti e specialmente il piccolo Jouglet, è contenuta da Amelio entro i limiti di una miracolosa “non recitazione”, omogenea al senso complessivo della “regia di ricerca” che l’autore persegue dall’inizio della carriera, da La fine del gioco a Il ladro di bambini, a Le chiavi di casa. Il “miracolo” è di un cinema non inquinato da nervosismi formali, ciascuna inquadratura nasce per produrre e per condurre al senso – qui in particolare il senso di una sofferenza espressa, non-raffigurata. Indimenticabile la “presenza” culturale e storica del maestro Bernard (Denis Podalydès), un insegnante che tutti avremmo voluto avere (e non è detto che, negli anni ’40-’50, non l’abbiano avuto in molti). Gli alunni entrano in classe, lo trovano dietro la lavagna: «Non ho fatto i compiti, dice a Jacques che lo guarda con aria interrogativa, mi aiuti tu? ».


I dieci migliori film del 2012


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart