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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

15 Dicembre 2012

[Franco Pecori  dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.  È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Tutto tutto niente niente

Tutto tutto niente niente
Giulio Manfredonia, 2012
Fotografia Roberto Forza
Antonio Albanese, Lorenza Indovina, Nicola Rignanese, Davide Giordano, Lunetta Savino, Manuela Ungaro, Noki Novara, Vito, Fabrizio Bentivoglio, Paolo Villaggio.

Sul destino dei personaggi solo noi cittadini italiani potremo dire la nostra. Ma intanto cerchiamo di capire chi sono i tre protagonisti, Cetto La Qualunque, Rodolfo Favaretto e Frengo Stoppato. Verrebbe di domandarlo al politico senza nome (Fabrizio Bentivoglio), Sottosegretario di un governo traballante, presieduto da un premier non meglio identificato (ma sembra proprio Paolo Villaggio, meglio di così…). È proprio il vicepremier, pare potentissimo, a incaricarsi  di tirar fuori dalla galera Cetto, Olfo e Frengo e di piazzarli in Parlamento con l’unico obbligo di votare come e quando si chiederà loro. Una cosa da niente, i tre accettano i privilegi (non pochi) e continuano a “impegnarsi” nelle abituali attività. Salvo poi restare disillusi quando la realtà, pubblica e privata, si mostrerà nella sua crudezza. Ma prima di arrivare al finale, avremo modo di verificare certe loro qualità non proprio eccezionali – tutt’altro, comuni a molti. Non stiamo a descrivere le caratteristiche dei protagonisti – e non solo di loro ma di tutto il contorno, famiglie e società -, sarà meglio gustarseli in azione, nella loro indecenza così poco (tanto) divertente da coinvolgerci in un appassionato disgusto. Della figura di Cetto il pubblico più vasto sa già non poco per via della televisione, ma qui se ne potrà scoprire un risvolto malizioso, fornitoci da Albanese secondo la dantesca legge del contrappasso. Aspettatevi – come potrebbe essere altrimenti? – qualche problemino sessuale e, comunque, continuate a farvi i c…. vostri. Anche di Olfo (è sempre Albanese che si cambia d’abito, uno e trino) si sa o si può immaginare abbastanza, le referenze di base provengono dai telegiornali, ma ora il vantaggio è di vedere il personaggio con la maschera più vera, autentica, nella sua piena falsità, scafista indaffarato a “secedere, secernere, secessionare” (fate voi). Quanto a Frengo, il suo scopo principale sembra di non perdere contatto con il fumo più vicino alla natura, “biologico ed ecocompatibile”, senza trascurare i rapporti con la Santità vaticana. Sua l’idea delle grandi feste del “Tutto tutto niente niente” con suoni balli e l’armamentario godereccio – la musica, non soltanto dei momenti di festa ma per tutte le fasi maggiormente attrattive del film, è di Paolo Buonvino.  Verrà da dire: possibile che un paese civile, di antichissime radici culturali, possa o addirittura debba essere governato da gente così? Non dobbiamo chiederlo ad Albanese, o almeno non dobbiamo fare a lui – e nemmeno al bravo regista Giulio Manfredonia (È già ieri  2003,  Si può fare  2008,Qualunquemente  2010) –  la domanda politica. Il film ci fornisce piuttosto un taglio del costume, del degrado che permette a certi personaggi di emergere nella vita associata, perfino imponendo le caratteristiche di volgarità e insipienza che purtroppo sono, anche nella realtà, sotto gli occhi di tutti. Antonio Albanese (sua e di Piero Guerrera la sceneggiatura, con la collaborazione di Giulio Manfredonia, Andrea Salerno e Enzo Santin) fonde in pieno la propria carica comico-satirica con lo sguardo antitelevisivo della regia regalandoci una ficcante provocazione documentaria, utile non solo al divertimento. Al non-punto-di-vista della Tv, lo sguardo generico qualunquistico del mezzo elettronico generalista, costitutivamente  – si direbbe – povero di scelte (basta anche osservare il modo di illuminare la scena in certi programmi in studio), viene qui contrapposta una ricostruzione immaginifica che non nasconde e anzi esibisce la piena inventiva del “falso” (scenografia di Marco Belluzzi e costumi di Roberto Chiocchi), restituendocene l’impatto simbolico-estetico con l’effetto di una bomba-vomito, tale da assicurarci il definitivo rifiuto di quel certo menu.

La parte degli angeli

The Angels’ Share
Ken Loach, 2012
Fotografia Robbie Ryan
Paul Brannigan, John Henshaw,  Roger Allam, Gary Maitland, Jasmin Riggins,  William Ruane, Siobhan Reilly, Charlie Maclean,  Daniel Portman, William Ruane, Lorne MacFadyen,   David Goodall, Finlay Harris.
Cannes 2012, Prix du Jury.

Dalle botti pregiate dei migliori whisky evapora ogni anno il 2% del prezioso contenuto, è “la parte degli angeli”. Un film sul whisky? Anche, perché no? – sempre che si sia disponibili, come del resto non potrebbe non essere, a cogliere il portato metaforico dei linguaggi relativamente alle diverse circostanze. Senza darlo troppo a vedere, Ken Loach fa un cinema “diretto” solo in apparenza. A prima lettura, il suo sguardo “realistico” sembra cogliere senza troppe mediazioni la vita di protagonisti “presi dalla strada” (usiamo il termine che appartenne al nostro Neorealismo e fu per molto tempo veicolo di equivoci culturali che ci portiamo ancora dietro sotto forma di “commedia”) e in genere ai livelli bassi della società, con problemi di lavoro e sopravvivenza, di emarginazione soprattutto giovanile, immigrazione, integrazione; ma la qualità della rappresentazione artistica – non solo la recitazione bensì tutto l’apporto creativo della componente “cinema” in ciascuno dei film del regista inglese, Leone d’oro alla carriera a Venezia già nel 1994 – dà all’opera un senso ben oltre il valore di “documento” e materia di riflessione e dibattito. I personaggi e le loro situazioni contengono e producono rimandi a un livello di autonomia estetica che mentre proietta i significati in una sfera di rigore e responsabilità morale non disperde la memoria delle radici referenziali da cui trae il primo nutrimento, perfino quando il racconto “esce” in un’area quasi fiabesca e ci porta a respirare gli effluvi di un paradosso beffardo. E’ il caso dei profumi e dei sapori di una mitologia alcolica recuperabile e celebrabile a più livelli parlando e raccontando di distillerie, degustazioni, vendite del risultato della complessa e appassionata trasformazione del malto. Da bevanda tradizionale a supervalore simbolico, il whisky scozzese comporta fasi comunicative che possono mettere a contatto – il film lo dimostra con raffinatissimo e raschiante humor – strati della società e visioni del mondo molto diverse e anche opposte tra loro. Il punto d’incontro è la distilleria del Dornoch Firth, dove è prevista un’asta a cifre sbalorditive. Il broker Thaddeus (Roger Allam) rappresenta le offerte di qualcuno che dalla Russia è attratto dallo status di una botte specialissima, ma il cliente resterà deluso. Ed ecco la mossa geniale di Robbie (Paul Brannigan), il protagonista, giovane dai trascorsi tumultuosi e sofferti, senza lavoro e dal futuro più che mai incerto. Coinvolto in aggressioni per vecchie storie famigliari e perseguitato dal padre di Leonie (Siobhan Reilly), la ragazza che ama e che sta per avere da lui un figlio,  Robbie si è appena salvato dal carcere (il film si apre con una sequenza nel tribunale di Glasgow) e ha conosciuto altri tre giovani dal destino simile, tutti sono condannati a “lavori socialmente utili”. Harry (John Henshaw), il sorvegliante che si cura di loro, è un bravuomo che non disdegna il consumo di whisky, ha preso a cuore il caso di Robbie e lo ha introdotto nel mondo degli intenditori. Per la gita alla distilleria segreta il ragazzo s’è portato dietro la banda, hanno perfino indossato il kilt scozzese e sono pronti ad attuare un progetto ardito. Il valore di quel whisky è troppo alto e favoloso per non attrarre la loro fantasia. Non raccontiamo il “colpo” che Robbie ha in mente, ma va sottolineata la chiave di lettura che il giovane stesso ha della situazione. Dal contatto con la cultura del malto, tradizione ed esperienze che travalicano la materialità del gusto, Robbie trae l’ispirazione per la svolta della propria vita: nella compravendita di quella botte esclusiva è compresa l’occasione per chiedere finalmente un lavoro vero, basato sulle nuove competenze acquisite grazie all’aiuto generoso di Harry e voluto grazie al tenero sentimento paterno venuto a Robbie dalla nascita del piccolo Luke. Il neonato è bellissimo, ha gli occhi azzurri di suo padre, da grande non rischierà il carcere.


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Bart