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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

13 Aprile 2013

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Il volto di un’altra

Il volto di un’altra
Regia Pappi Corsicato, 2011
Sceneggiatura Pappi Corsicato, Monica Rametta, Gianni Romoli, Daniele Orlando
Fotografia Italo Petriccione
Attori Laura Chiatti, Alessandro Preziosi, Lino Guanciale, Iaia Forte, Angela Goodwin, Franco Giacobini, Fabrizio Contri, Giancarlo Cauteruccio, Arnaldo Ninchi, Paolo Graziosi, Elisa Di Eusanio, Emanuele Salce, Daniele Orlando, Rosalina Neri Paziente, Clelia Piscitello.
Roma 2012, concorso.

Variazione del tema della vita “artificiale”. Dopo la sterilità e l’aborto (Il seme della discordia 2008), il regista napoletano (1960) apre con aria spavalda la porta del set per far entrare in abbondanza vistosi gettiti di rifiuti estetici, non di filosofia dell’arte ma di chirurgia plastica, e denuncia la moda dilagante (ma dilagata ormai da un bel pezzo) di cambiare il proprio volto per migliorarne l’aspetto in funzione di modelli dettati dalla dittatura del vivere per “immagine”. La protagonista Bella (Laura Chiatti) si immedesima nella parte della conduttrice/diva di un popolare programma televisivo. Messa in disparte per volontà dello sponsor – dato l’ascolto in calo – e con la complicità del marito René, chirurgo plastico (Alessandro Preziosi), Bella ha la “fortuna” di subire un incidente di macchina che sembra sfigurarla in volto. Nasce l’idea di approfittare dell’accaduto per intascare i soldi dell’assicurazione. Ma è un’idea troppo semplice e non stiamo qui a svelare il doppio risvolto che dovrà sorprendere lo spettatore. Sono lontani gli esordi brillanti di Corsicato (Libera 1993,  I vesuviani 1997). In assenza di un degno e credibile sviluppo della sceneggiatura e in presenza di personaggi inseriti nella vicenda in funzione di semplici ingredienti referenziali (gli operai addetti alla manutenzione idraulica della lussuosa casa di cura che ospita pazienti in cerca di nuova faccia, uomini in tuta sull’orlo dello sciopero e comunque ammiratori persi della Bella diva), preferiamo delimitare il campo critico alla maniera del regista di realizzare la scena.   È il momento della presa di coscienza del valore negativo dell’apparire (televisivo e pubblicitario), con gli annessi e connessi di vario genere, le varie mode comportamentali, i tic e i vizi più o meno nascosti, soprattutto degli italiani. Ma c’è una novità: un “reality” come quello di un Matteo Garrone si traferisce direttamente nella realtà, non quella “reale” bensì la realtà della finzione, con il bagaglio dei codici anche nascosti, di uso comunissimo e di cui ormai non ci accorgiamo nemmeno più. Sicché gli attori e i personaggi si confondono in un manierismo dissimulato per ironia o ancor peggio per grottesco sarcasmo ed è inutile vestire tutti i presenti con costumi fantasiosi fino all’horror (si azzera ogni pur trasparente allusività felliniana) e fotografarli in pose eleganti e traslucide: saranno comunque attori che sembrano giocare a fare gli attori, un po’ come succede nei giochi dei bambini che fingono, anche immedesimandosi, di essere davvero lo sceriffo o il capo pellerossa. Tutto questo non in privato ma sul grande schermo. Non basta fingere lo stereotipo (appunto per dire: io ero lo sceriffo, io ero l’indiano) delle risaputissime figure massmediologiche per avanzare credenziali critiche, la distanza dagli oggetti si misura attraverso l’arte, visto che siamo al cinema. E anche la semplice tendenza farsesca meriterebbe una coerenza interna adeguata almeno al tracciato espressivo di una commedia seppur assai nostrana.

L’ipnotista

Hypnotisören
Regia Lasse Hallström, 2012
Sceneggiatura Paolo Vacirca
Fotografia Mattias Montero
Attori Tobias Zilliacus, Mikael Persbrandt, Lena Olin, Helena af Sandeberg, Jonatan Bökman, Oscar Pettersson, Eva Melander, Anna Azcárate, Johan Hallström, Göran Thorell, Jan Waldekranz, Emma Mehonic, Tomas Magnusson, Nadja Josephson.

L’ipnosi, come metodo per scoprire il colpevole del delitto, non è il tema principale del film. Certo, il medico Erik Maria Bark (Mikael Persbrandt) usa, o meglio riutilizza l’ipnosi che da tempo aveva abbandonato per risolvere il caso della strage di un’intera famiglia (padre, madre, sorellina) avvenuta nei sobborghi di Stoccolma. L’adolescente Josef (Jonatan Bökman), ritrovato in casa sanguinante ma ancora vivo, non sembra in grado di raccontare i fatti di cui è stato testimone. Il ragazzo è ricoverato sotto shock in ospedale e l’ispettore di polizia Joona Linna (Tobias Zilliacus) è alla disperata ricerca di indizi. L’idea di chiedere aiuto all’ipnotista viene a una collega di Erik, la quale conosce bene il medico per aver avuto con lui una relazione.  Entra già qui in gioco una problematica apparentemente collaterale – ma si rivelerà centrale -, di situazioni famigliari in una società compressa nelle sue articolazioni interpersonali. Mentre si delineava una storia di serial killer (sparita la sorella più grande di Josef, destinata forse ad essere la prossima vittima), la pratica dell’ipnosi sul ragazzo porta a una complicanza più interna, che implica la sua stessa condizione di essere figlio. Ne capiremo i risvolti procedendo il film sul versante della famiglia di Erik. L’ipnotista sta vivendo una crisi profonda con la moglie, crisi sofferta visibilmente anche dal figliolo Benjamin (Oscar Pettersson). Famiglie, genitori, figli, tensioni, violenze: ingredienti di una ricetta sociologica che appare il vero centro tematico del romanzo di Lars Kepler, da cui il film di Lasse Hallström, regista di opere molto diverse e lontane dal genere thriller, come La mia vita a quattro zampe (1985), Le regole della casa del sidro (1999), Il pescatore di sogni (2011). Dopo una parte mediana in cui la difficoltà di rapporti marito-moglie sale in primo piano nella casa dell’ipnotista, la terza parte del film vira decisamente verso ragioni e implicazioni relativamente più semplici, con la comparsa di una “madre vera”, di cui non vogliamo chiarire i connotati. Il risultato non è trasparente sul piano artistico, quanto invece finisce per esserlo a livello di “spiegazione” della trama, della cui ovvietà sarà meglio non parlare qui. Vale la pena, piuttosto, accennare alla difficoltà estetica insormontabile nell’uso del flash visivo per “leggere” i risultati “interiori”- qui dell’ipnosi -, privilegio poco pertinente nel cinema, come già visto in tanti altri film, perfino del maestro Hitchcock (Marnie). In Svezia, la figura dell’ispettore Joona Linna ha dato luogo a una serie di ben otto film.

Ci vediamo domani

Ci vediamo domani
Regia Andrea Zaccariello, 2013
Sceneggiatura Andrea Zaccariello, Paolo Rossi
Fotografia Giancarlo Lodi
Attori Enrico Brignano, Burt Young, Ricky Tognazzi, Francesca Inaudi, Giulia Salerno, Liliana Vallasciani, Andrea Mianulli, Giovanna Matechicchia, Luca Avagliano, Corinne Jiga, Salvatore Cantalupo.

Paradosso esistenziale con qualche rischio di “sapienza” o, se preferite, di dose eccessiva di sale nel piatto preparato con la cura di un vero cuoco. Andrea Zacariello, frequentatore premiato di festival di corti, da Roma a Sorrento, da Clermont-Ferrand a Locarno, fino a Berlino e a Santiago del Cile, nonché apprezzato regista di spot pubblicitari,  per il suo primo lungometraggio si avventura in un’operazione che fa pensare, mutatis mutandis, al metodo dantesco di parlare di cose “alte” in una forma “bassa” (divina/commedia). La notizia scientifica, proveniente dall’Università La Sapienza Di Roma, di un paesino del Lazio, Campodimele, popolato da persone in età molto avanzata, le cui caratteristiche cliniche presentano una sorta di mutazione genetica, con valori bassi di colesterolo e una “protezione” dalle ischemie legate all’aterosclerosi e al diabete, gli richiama l’idea e il mistero di un’immortalità da toccare – per così dire – con mano. E costruisce, con l’aiuto di Paolo Rossi, una sceneggiatura che mette al centro della storia “curiosa” il caso estremo di Marcello Santilli (Enrico Brignano), un quarantenne dei nostri giorni, il quale sopporta sulle proprie spalle il peso di una vita “sfortunata”. La moglie lo ha lasciato, la figlia undicenne è scettica sulle sue “difficoltà”, i fondi scarseggiano, i debiti salgono, la vocazione della cucina e di un ristorante è sempre più un sogno lontano. Ma ecco finalmente l’idea nuova e definitiva. C’è in Italia un piccolo borgo abbandonato dove sono rimasti soltanto alcuni novantenni. Marcello viene a saperlo da un trafiletto di giornale e una lampadina gli si accende: è la svolta, il lavoro sicuro, aprirà in quel piccolo paese un’attività di pompe funebri. L’attesa dei primi affari non potrà essere troppo lunga.  A questo punto il racconto si vuol vestire di una forma fiabesca, cercando limiti e contorni paradossali dal sapore di un umorismo dolce, quale si addice alla personalità dell’attore protagonista, buono/cattivo e romanesco come il mitico Albertone e arreso però al fato che premia il sarcasmo utile e comprensivo. La troupe si piazza, per analogia con lo spunto di partenza, in un luogo ideale e insieme concreto che risponde al nome dell’antica Masseria Lupoli, nel territorio di Taranto: una torre medievale, una chiesa del Seicento, le stalle, i dormitori, è un set/universo che sembra attendere nient’altro che i personaggi del film. L’affarismo disperato di Marcello si attenua man mano e si rassegna all’andamento quotidiano che ci fa sentire “eterni” solo perché possiamo dire, giorno per giorno: “Ci vediamo domani”. Ecco che i vecchi non muoiono, pensano a passare la giornata senza pretese, lontano delle illusioni della “modernità”. E Marcello viene conquistato da quella “bontà” naturale, non si limita più ad attendere la morte dei paesani per averne il vantaggio da imprenditore, finisce anzi per aiutarli nel vivere “sano”, immedesimandosi anche nelle loro storie personali. L’autore lavora un po’ di fantasia e a tratti esagera forse in rimandi metaforici e in didascalie filosofiche che frenano il ritmo narrativo senza tuttavia abbandonarlo per un passaggio all’astrazione. Il film soffre un po’ di tale ambiguità, ma il segno è delicato e Brignano si mostra spiritosamente disponibile alla traduzione fiabesca di un’aspirazione che circola oggi nell’aria, di uno sguardo all’indietro, non per una retromarcia ma per ritrovare il filo di una vita che rischia di essere persa del tutto.

La città ideale

La città ideale
Regia Luigi Lo Cascio
Sceneggiatura Luigi Lo Cascio, Massimo Gaudioso, Desideria Rayner, Virginia Borgi
Fotografia Pasquale Mari
Attori Luigi Lo Cascio, Catrinel Marlon, Luigi Maria Burruano, Massimo Foschi, Alfonso Santagata, Aida Burruano, Roberto Herlitzka.
Venezia 2012, Settimana della critica.

L’alone filosofico del titolo va sfrondato dalle probabili implicazioni idealistiche e utilizzato, se mai, per una lettura psico-socio-politica, suggerita anche dalle angosce diffuse che caratterizzano la crisi contemporanea, individuale e collettiva. Luigi Lo Cascio, alla sua prima regia, conosce bene il cinema soprattutto attraverso i personaggi interpretati da attore, guidato da registi italiani importanti in film come I cento passi,  La meglio gioventù, Romanzo di una strage (Marco Tullio Giordana, 2000, 2003, 2011), Buongiorno, notte (Marco Bellocchio, 2003), La bestia nel cuore (Cristina Comencini, 2005), Baarìa (Giuseppe Tornatore, 2009), Gli amici del bar Margherita (Pupi Avati, 2009), Noi credevamo (Mario Martone, 2009); interpretazioni che disegnano una figura complessiva di uomo dei nostri tempi, le cui esperienze rimandano a una coscienza critica andata maturandosi nei decenni, attenta ai segnali e alle lezioni della storia. Il protagonista de La città ideale incarna la causa e l’effetto di una “fissazione” specifica proveniente dall’istanza ecologista, esasperata in termini comportamentali fino a incidere sui dettagli personali della vita quotidiana, condizionata dal rigore di una  scelta univoca e, al dunque, alienante. L’architetto Michele Grassadonia (Lo Cascio) si è intestardito a condurre un’esistenza “libera” dai consumi usuali, fino a fare a meno dell’acqua corrente e dell’elettricità. Stimato da alcuni e tollerato da altri come tipo un po’ speciale, ha scelto come residenza “ideale” la città di Siena, dove s’è trasferito dalla nativa Palermo. Il centro toscano gli è parso avere quella certa misura “umana”, giusta per il suo esperimento esemplare. Bene o male l’esistenza di Michele procede e gli dà piccole soddisfazioni, sufficienti a vedere confermata in pratica la possibilità di una riforma sensata, per un mondo “al risparmio”. Ma succede qualcosa d’imprevisto. Per fare un favore al suo capo, Michele, il quale da otto anni ormai non ha più guidato un’automobile, ritorna per una volta alla guida e il destino vuole che ciò avvenga in una notte di maltempo. La pioggia forte è causa di uno strano incidente, le cui conseguenze infileranno Michelle in un giro kafkiano. Da questo punto in poi, le cose, i fatti, le parole, le situazioni si accavallano e si confondono in un tessuto di significati e allusioni che avvolge la realtà in un incubo “mortale”. La casualità dell’incidente si trasforma in una concatenazione “logica” che porta Michele a subire un processo per omicidio colposo. E’ la “logica” di parole, idee, procedimenti, regole della vita associata, le quali diventano assurde se decontestualizzate, o meglio ricontestualizzate in modo da stravolgere le pertinenze e proiettare sull’individuo il malessere dell’incomprensione, sociale e individuale. La punta di maggiore incongruenza è segnalata dall’intervento dei giudici e degli avvocati in una storia che, invece, riguarderebbe il civile comportamento di un cittadino cosciente di sé e del prossimo, appunto in una “città ideale”. Fatto sta che, stretto nella morsa delle procedure, Michele rischia di venire stritolato in una alienazione che lo costringe a ripiegare su vecchie e malefiche scelte tattiche. Esemplare (anche per la magistrale interpretazione di Luigi Maria Burruano) l’intervento “salvifico” del mafioso avvocato Scalici, consigliato/imposto al protagonista dalla sua provvida e saggia madre. Misurato ed efficace come sempre l’attore Lo Cascio, mentre il regista si lascia sedurre, a tratti, da qualche insistenza allusiva, sottolineata da un andamento slow tipico da “opera prima”. Il tema della nuova alienazione contemporanea è comunque trattato con acuta intelligenza.

Oblivion

Oblivion
Regia Joseph Kosinski, 2013
Sceneggiatura Karl Gajdusek, Michael Arndt, William Monahan, Joseph Kosinski
Fotografia Claudio Miranda
Attori Tom Cruise, Morgan Freeman, Olga Kurylenko, Andrea Reseborough,  Nicolaj Coster-Waldau, Melissa Leo, Zoe Bell.

Via dalla Terra. E chi si ricorderà più del mondo com’era? Il nostro Pianeta ancora simile al Paradiso Terrestre di cui, raccontavano, sarebbe stato la diretta prosecuzione, con la sola conseguenza limitativa dovuta a quello che chiamavano il Peccato Originale… Quando il “come eravamo” avrà preso dimensioni cosmiche, sentimenti quali la nostalgia saranno talmente affievoliti che non saremo più in grado di aspirare al recupero della dimensione umana? Pericoli di disperazione. Contro di essi l’arte tenta di farsi scudo, rappresentando “miracoli” spettacolari, a volte in forma cinematografica. Joseph Kosinski, il regista di Tron Legacy (2010), va a pescare nel profondo della Memoria collettiva e persegue un’idea creativa ispirandosi al fumetto di cui è coautore insieme ad Arvid Nelson. Potrà succedere, immagina, che “vediamo” accadere cose e vivere persone e ci troviamo coinvolti in uno stato di reinvenzione del tempo e della visione, in modo che non riusciamo più a distinguere premonizioni da ricordi, speranze da rimpianti, progetti da realizzazioni. Tutto è leggero, aereo, azzurro chiaro e trasparente, velato appena di grigio (fotografia del premio Oscar per  Vita di Pi), nella zona sopra le nuvole, dove gli ultimi rimasti a controllare la Terra si trattengono per il tempo della missione residuale, a ripulire e recuperare oggetti tecnologici, soprattutto i droni (robot comandati a distanza), lasciati laggiù da quanti ormai si sono trasferiti verso Titano e verso altri paradisi. Nel 2077, il vecchio Pianeta non è che un sito della rottamazione, ruderi oggettuali sparsi testimoniano di una civiltà in disuso, segno di una guerra definitiva vinta da chi poi se ne andò verso altri mondi lasciando ad alieni oscuri il dominio senza più valore. Eppure… eppure… Il riparatore Jack Harper (Tom Cruise) con la sua collega Vika (Andrea Reseborough) esegue con cura la ripulitura del Pianeta, ritocchi senza troppa importanza prima di andar via per sempre. Per Cruise, il passo da Minority Report (2002) a qui non dev’essere poi stato troppo lungo. E in fondo, il cuore “antico” del Top Gun (1986) non ha mai smesso di battere. C’è di nuovo, però, un oggetto che piove da un cielo sconosciuto, una navetta che contiene un’urna e da quell’urna una donna (Olga Kurylenko) “rinasce”. Da dove viene? Si chiama Julia o si chiama Camille? La ricordiamo accanto al Craig/Bond di Quantum of Solace, ma quello era un film ed eravamo nel  2008. Ci sembra anche di ricordare un altro improvviso arrivo da un mondo “oltre”, una dolce Eva ecologista che faceva innamorare lo “spazzino” Wall-E settecento anni avanti nel tempo, in un mondo anche quello abbandonato dai nostri simili. Ma era un’animazione Pixar-Disney. Ora siamo nel passato o nel futuro? L’occhio della cinepresa è curioso e ci mette a parte – noi che siamo non meno curiosi – di alcuni flash che fanno l’effetto di certi sogni-lampo, quando al risveglio la mattina ci sembra istantanea e tutta la vita senza tempo si presenta improvvisa e rivelatrice ai nostri occhi e alla mente. La pagina di un vecchio libro, una canzone che ci fu cara, la copertina di un LP e il disco che gira, il quadro di una vita in pace, nel verde con l’amore di una donna e la certezza dei bambini… tutto ci sembra così limpido e confuso nella smemoria futura. Se tenete conto che simili turbamenti occupano la testa di Jack mentre intorno a lui s’affacciano minacce di agguati micidiali non del tutto risolti (scavengers alieni si aggirano per i luoghi in apparenza deserti); e che l’”empireo” provvisorio della celestiale piattaforma super attrezzata e sospesa a migliaia di chilometri dalla Terra garantisce sì relativa sicurezza, ma per ancora pochi giorni prima del trasferimento in altri mondi, capirete la fascinazione di quella specie di elastico mentale che, al di là delle invenzioni e delle ingegnose (a tratti ingegneristiche) rappresentazioni fantascientifiche, traccia le linee di un viaggio ondivago, durante il quale nella mente del protagonista c’è posto per il ritrovamento o per la perdita di sentimenti e di aspirazioni. E’ un viaggio dove, alla ricerca del tempo perduto, non si esaurisce la primitiva tensione dell’uomo verso “sistemazioni” oltre l’avventura e infine tranquillità dopo il diluvio. E’ un futuro da conservare, un passato da recuperare? Direte che per tutto questo la maschera di Tom Cruise può sembrare non proprio all’altezza? Ma è qui il bello del film, nella fusione, fantascientifica appunto, di un piano “elettrotecnico” dell’evoluzione con l’”ingenuità” del gioco inconsapevole: navicelle vanno e vengono, inseguimenti e scontri robotizzati si alternano con corpo-a-corpo antidiluviani, ricordi e anticipazioni riformulano continuamente lo sguardo dell’uomo che mira al proprio destino cercando coscienza nel mentre, mentre il giocattolo si fa verità. L’unica possibile, stando così le cose.


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Bart