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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

27 Settembre 2008

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini.]
 

Il matrimonio di Lorna

Le silence de Lorna
Jean-Pierre Dardenne & Luc Dardenne, 2008
Jérémie Renier, Arta Dobroshi, Fabrizio Rongione, Alban Ukaj, Morgan Marinne, Olivier Gourmet, Anton Yakovlev, Grigori Manoukov, Mireille Bailly.
Cannes 2008, Jean-Pierre Dardenne & Luc Dardenne: sceneggiatura.

E pedina pedina, i Dardenne cedono  infine alla tentazione di allargare lo sguardo, dalla “nuca” dei protagonisti all’ambiente circostante (Liegi). Con la bisaccia d’autore appesantita da ben due Palme d’Oro (Rosetta, 1999, L’enfant – Una storia d’amore, 2005), i registi fratelli hanno comunque intascato un altro premio a Cannes, per la sceneggiatura. Difatti, la cinepresa, pur non smettendo di “curiosare” nei singoli momenti della triste esistenza di Lorna, ragazza albanese trafficante (per sé e per altri) di matrimoni di convenienza (per l’acquisizione della cittadinanza belga da parte di immigrati dall’est europeo), presta un po’ più di  attenzione alla scrittura del film, intesa come piano narrativo pre-scritto. E se ne L’enfant il teorema ideologico («Lavorare è da coglioni ») si faceva dimenticare grazie alla “ricchezza” dei dati comportamentali del protagonista (Bruno/Jérémie Renier), qui la “felicità” ritrovata, intima e contestatrice, di Lorna, che si  convince di essere  incinta  per rifugiarsi nella “compagnia” del piccolo nascituro (lo avrebbe concepito per uno slancio affettivo verso Claudy/Renier, il “tossico” suo finto marito e vittima predestinata del malaffare matrimoniale), sa di progetto studiato a tavolino e la metafora  finisce per prevalere sulla bravura dell’attrice kosovara Arta Dobroshi. La tematica dei  nuovi diseredati, accomunati dalle disgrazie della droga e dalla necessità di sopravvivenza in un mondo “avanzato” che difende i propri privilegi, sale in primo piano, attenuando la valenza interiore del dramma.

Burn After Reading

Burn After Reading
Ethan Coen &  Joel Coen, 2008
Brad Pitt, George Clooney, Frances McDormand, John Malkovich, Tilda Swinton, Matt Walton, Logan Kulick, Richard Jenkins.
Venezia 2008, fc.

Leggero ma non troppo. Il terzo capitolo della “Trilogia dell’idiota”   dedicata alla bravura di George Clooney (Fratello, dove sei?, 2000   e Prima ti sposo, poi ti rovino, 2003) continua nella critica sociale già espressa in chiave drammatica in No country for old men (Oscar 2008). Cambiato il registro (qui siamo nella commedia), non si attenua l’ironia, anzi si tinge a tratti di finissimo sarcasmo. La cinepresa è puntata sulle incoscienze degli americani, sui loro tic indicativi di una multiforme alienazione che rende paradossali certi loro modi di essere, nelle situazioni usuali riferite sia alla quotidianità spicciola sia ai livelli più impegnati e segreti dell’Intelligence. Un filo umoristico unisce i piani bassi e i piani alti di un’unico edificio, il divertimento sta proprio nel cogliere i caratteri comuni di personaggi tanto diversi all’apparenza, come l’uomo fitness, il bello Chad  che si crede anche furbo (Pitt), e l’agente della Cia, Osbourne Cox, un po’ troppo “nervoso” e con problemi di alcol (Malkovich); o come Linda, attempatella e hungry (McDormand), e il maturo belloccio, Harry, traditore della moglie e footing-dipendente (Clooney). Per uno strano intreccio, per un CD di dati insignificanti che finisce nelle mani dello spionaggio russo (momento iconologico fuggevole e sublime è il ritratto di Putin nell’ufficio dei cervelloni ex-sovietici), la commedia sconfina in una suspence non di genere, eccentrica di quel tanto da proiettare la propria “inverosimiglianza” sul senso complessivo del film. «Non dev’essere per forza spiacevole », premette brusco il capo di Osbourne mentre sta per licenziarlo; e l’epurato se ne va triste dal papà col proposito di scrivere le proprie memorie: «Il pensiero indipendente non è apprezzato, ma c’è un patriottismo più alto »! Metafora: potrebbe trattarsi del “patriottismo” degli stessi Ethan e Joel, due che sanno ridere delle false virtù. Di certo la qualità degli attori aiuta gli autori nell’ardua (e vinta) scommessa di mantenere dall’inizio alla fine il difficile equilibrio tra “realtà” e “parodia”. L’osservazione dei comportamenti rasenta il “documentario” mentre l’uso degli stereotipi assume il valore di un saggio di storia (del cinema, dei generi). Per cinefili, ma divertente per tutti.

Un segreto tra di noi

Fireflies in the garden
Dennis Lee, 2008
Julia Roberts, Ryan Reynolds, Willem Dafoe, Emily Watson, Carrie-Anne Moss,  Hayden Panettiere,   Ioan Gruffudd, Shannon Lucio, George Newbern, Cayden Boyd, Chase Ellison.

L’esordiente Dennis Lee è orgoglioso degli attori che la produzione Senator è riuscita a mettere insieme per il suo primo film, un cast stellare: «Sono tutti fantastici, non riesco ad immaginare  alcun altro ad interpretare quei ruoli ». Considerato che, specialmente Dafoe, Reynolds e la  Watson  sono impegnati in parti del tutto insolite per loro, l’autore (ha firmato anche la sceneggiatura) ha veramente di che gioire. Gli attori ce la mettono tutta, compresa la Roberts (Lisa), la quale ha il gravoso compito di  dare profondità al “pretesto” narrativo, muorendo in un incidente d’auto proprio all’inizio del film. Così, invece della festa per il diploma al college, conquistato  dalla madre  dopo che per anni si era tutta  dedicata alla famiglia, il figlio Michael (Reynolds), inquieto romanziere di successo, dovrà organizzare il funerale. A Lockhart (Illinois) Michael  ritrova, con il padre (Charles/Dafoe)  sopravvissuto all’incidente, la moglie Kelly (Moss), la sorella minore Ryne (Lucio), la zia Jane. Mentre una serie di flash  ridondanti ci riporta al difficile rapporto col duro genitore, mai risolto fin dall’infanzia, si vanno scoprendo i “segreti” della tipica  famiglia della provincia americana. Il “drammone” lascia intendere più di quanto in realtà mostri e, al di là della bravura dei protagonisti, resta sospeso a mezz’aria, come non finito. Invano si attende la “scena madre”. I personaggi mettono carne al fuoco ma poi tutto si  scioglie in un finale conciliativo senza che si sia passati per una catarsi. Certo non basta la scena notturna delle “lucciole in giardino”, inutile fuga in una dimensione “poetica” che stona e non aggiunge senso.

Sfida senza regole

Righteous Kill
Jon Avnet, 2008
Al Pacino, Robert De Niro, John Leguizamo, Donnie Wahlberg, Curtis “50 Cent” Jackson, Frank John Hughes, Carla Gugino, Shirly Brener, Katie Chonacas, Brian Dennehy, Rob Dyrdek, Trilby Glover.

Tardivo. Questo duetto De Niro – Pacino dà l’impressione di essere arrivato un po’ tardi. La Sfida senza regole sembra una partita tra vecchie glorie o, peggio, giocata con le figurine. I due grandi attori, nella parte di due detective di New York recalcitranti al pensionamento, se la cavano anche egregiamente, ci mettono la faccia con inconsueta generosità, ma non possono fare più di tanto in un contesto fittizio e statico, che li vede protagonisti di una suspence “cartacea”, in un vuoto di progressione che azzera l’attesa seguendo una sceneggiatura fredda, “teorica”. Il serial killer, a cui si starebbe dando la caccia è nientemeno che un poliziotto e la trovata è di spalmare la pseudo-confessione  di uno dei due protagonisti  in un intercalare di flash: vorrebbe indurci all’errore ma, viste le facce dei due amici per la pelle e poliziotti di prima categoria, non  intacca la certezza che ci prende verso la metà del film. Rispettiamo comunque lo spettatore e non riveliamo il “colpevole”. Del resto, chi conosce almeno un po’ le due maschere di De Niro e Pacino non farà fatica. E allora, l’interesse per il film resterà nella paradossale dialettica psico-filosofica che mette in campo l’uccisore di bambini «prosciolto da una giuria di suoi simili », il serial killer “giustiziere” che fa fuori a sangue freddo i “cattivi” e tutta la tiritera di frasi fatte che consolidano i riferimenti proprio al genere (thriller/poliziesco) che vorrebbero riarticolare. L'”umanità” di Turk (De Niro) e Rooster (Pacino) esce intatta dal falso groviglio, grazie alla storia che i  loro volti portano in sé, storia di cinema. Quanto ai   Pomodori verdi fritti di Avnet, sono passati 17 anni. Sembra un secolo.


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Bart