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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

1 Maggio 2010

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.  È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

La fisica dell’acqua

La fisica dell’acqua
Felice Farina, 2010
Fotografia Pietro Sciortino
Claudio Amendola, Paola Cortellesi, Stefano Dionisi, Lorenzo Vavassori, Lorenzo Pavanello, Samuele Longhi, Francesca Brizzolara, Fabio Ferrari, Anita Zagaria.

Il ritorno dell’Amendola. Dopo  Il ritorno del Monnezza (Carlo Vanzina, 2005), Claudio Amendola si cimenta ancora in un film, questa volta più impegnativo. Farina giustifica così la scelta dell’attore per il ruolo di protagonista: «Se Claudio fosse uno dei quattro elementi, sarebbe la terra. Quando è davanti alla cinepresa infatti è ben piantato a terra e questo fa sì che la sua figura parli in modo forte e naturale. Ho pensato che questo era importante per il tormentato personaggio che c’era da mettere in scena, per creare il contrasto, lo sdoppiamento che lo possiede ». Non abbiamo visto alcun contrasto. Amendola sembra non recitare, il personaggio risulta trasparente. Nessun mistero, meno che mai psicologico. Tanto che tocca al piccolo Vavassori prendersi il peso del primo ruolo, con risultato non esaltante per il film: non per demerito dell’attore bambino  ma per il carico eccessivo che la sceneggiatura riversa su di lui non assistita da un adeguato lavoro di sfumature espressive da parte della regia.  In uno psicothriller è quasi inutile l’articolazione del racconto in scene che si incastrano in funzione esplicativa fino a divenire didascaliche. E non raggiunge lo scopo di creare una qualche suspense nemmeno  la fotografia netta e limpida che non lascia dubbi ai tagli dell’inquadratura. Inutile, così, anche l’”umanità” della Cortellesi, appiattita perfino rispetto a certe sue uscite comiche televisive. Qui l’attrice finisce per fare da “cuscinetto”, morbido e duttile, al contrasto che, sulla carta, dovrebbe svilupparsi tra suo figlio  Alessandro, di 7 anni, e il fratello del marito morto qualche anno prima in un incidente casalingo. Il bambino odia istintivamente lo zio, il quale si ripresenta nella casa in riva al lago dove Alessandro vive con la madre Giulia e prospetta alla donna l’intenzione di vendere la propria metà. Non sarà facile convincere soprattutto Alessandro, il quale, invece, va ripescando nella propria memoria le ragioni dell’antipatia per Claudio. Il lato più debole del film sta  nell’intenzione allucinatoria, visivamente non riuscita, di tale ricerca interiore per nulla emozionante.

Iron Man 2

Iron Man 2
Jon Favreau, 2010
Fotografia Matthew  Libatique
Robert Downey Jr., Scarlett Johansson, Mickey Rourke, Samuel L. Jackson, Jon Favreau, Sam Rockwell, Gwyneth Paltrow, Olivia Munn, Don Cheadle, Leslie Bibb, Kate Mara, Clark Gregg, John Slattery, Helena Mattsson.

Con il sequel se ne va quel certo sapore archeologico del ferro e rimane quasi soltanto il fracasso effettistico della “protesi ad alta tecnologia”. «Ho privatizzato la pace, la gente mi ama », grida enfatico il miliardario Tony Stark (Downey Jr.)  alle telecamere che riprendono i suoi trionfali show. Contornato da ballerine felici e contente, Iron Man si gode il successo della sua impresa “rivolta al bene dell’umanità” trascinando nel trionfo la casa madre Marvel, dal cui fumetto nascono i film sulle gesta del supereroe ferroso. C’è un ostacolo però. Come non aspettarselo? Ai militari americani non va giù che un privato – guarda un po’ – detenga il potere che gli deriva dalla sua invenzione e vedono di buon occhio le aspirazioni un po’ mitomani di una specie di  ”parente russo” di Iron Man, Ivan Vanko (Rourke),  il quale sembra in grado di contrapporre all’armatura rivoluzionaria di Iron Man un’altra invenzione, simile e forse  addirittura più potente. Inutile raccontare qui l’evolversi della vicenda, soprattutto perché quel che conta è l’effetto spettacolare, sono gli scontri la cui esasperazione digitale raggiunge saturazioni ragguardevoli. Godimento dell’occhio e di tutto l’apparato sensorio dello spettatore (a tratti tremano le poltrone). Tutto il resto quasi non conta. Passa in second’ordine la morale buonista  della favola – difficile pensare, del resto, che gli intenti umanitari possano giovarsi gran che  di una propaganda urlata a squaciagola – e tra un boato e l’altro di fanno largo le figure eccellenti del cast, specialmente una straordinaria Scarlett Johansson,  sdoppiata in una  glaciale e pur provocante interpretazione. Si usa anche accennare all’ironia con cui i protagonisti traducono i loro ruoli riferendoli ad analoghi comportamenti noti ormai  sia al grande pubblico televisivo che agli “addetti ai lavori” (impiegati e quadri aziendali). Tuttavia l’umorismo che ne deriva ha una dimensione molto più ristretta rispetto alla valenza delle scene spettacolari. Certe battute e certi ammiccamenti somigliano piuttosto alle “barzellette” che il capo racconta ai dipendenti per far credere loro di appartenere tutti alla stessa famiglia.

Cosa voglio di più

Cosa voglio di più
Silvio Soldini, 2010
Fotografia Ramiro  Civita
Alba  Rohrwacher, Pierfrancesco Favino,  Giuseppe Battiston, Teresa Saponangelo, Monica Nappo, Titiana Lepore, Sergio Solli, Gisella Burinato, Gigio Alberti, Fabio Troiano, Francesca Capelli, Danilo Finoli, Martina De Santis, Leonardo Nigro, Adriana De Guilmi, Mauro Marino, Raffaella Onesti, Clelia Piscitello, Ninni Bruschetta.

Dopo la proiezione per la stampa, nel chiacchiericcio generale, abbiamo colto al volo il commento secondo cui il succo di Cosa voglio di più sarebbe  che, insomma, «oggi una persona normale ha l’amante ». Detto così, il  parere  potrebbe  equivalere ad un  giudizio del film come di  uno spettacolo di mediocre ovvietà, di scontato rispecchiamento sociologico minimale. E l’idea  sembrerebbe poter essere  rafforzata da una prima parte del racconto in cui l’abbozzo dei caratteri  pare  alquanto usuale, costruito su di un  referente selezionato con puntigliosa annotazione di un certo dire/fare comune.  Già ad  apertura di film siamo “in media res”, Anna (Rohrwacher) e Alessio (Battiston)  vengono svegliati in piena notte dall’urgenza di assistere un’amica nel momento del parto. Li vediamo umanissimi  accorrere e subito entriamo nel quotidiano di una Milano periferica, lavorativa, sofferente per la crisi economica; ci troviamo immersi in un sociale imbevuto di standardizzazione, sulla modellistica di istanze comportamentali sofferte più che  realmente volute. Lavori per la sopravvivenza, paghe e stipendiucci ridotti all’osso, desideri frustrati, divertimenti immiseriti; e amori ristretti  nell’orizzonte “casalingo”, dominato da una cintura morale ancora  chiusa sulle convenzioni  della  piccola tradizione ormai poco più che  seminconsapevole. Per farla breve, saremmo  nella solita commedia italiana “di costume”, magari un po’ meno approssimativa e meno volgare. Non  colpirebbe più di tanto l’”improvvisa” attrazione dell’impiegata Anna per Domenico (Favino), un uomo  che si arrangia con  mille lavori.  Alessio, il compagno di Anna, è così  trasparente nella propria disponibilità affettiva da indurre presto a previsioni maliziose; e  la vitalità di Domenico, la sua fisicità  prorompente risalta al primo impatto con la “novità”, rispetto al non facile “tirare avanti” con la moglie  Miriam (Saponangelo) e con i due figli.    Invece, per una sorta di feroce  destino narrativo, la scintilla dell’incontro casuale produce un incendio neoromantico violento che presto s’incanala sui binari di un inusitato love-thriller.  Qui  si esalta la capacità di Soldini (Giorni e nuvole) di combinare gli elementi del racconto in un  reticolo progressivo di  istanze represse e di impellenze che vengono in primo piano,  restando agganciate al contesto situazionale e tuttavia proiettate in una prospettiva di sacrosanta “fuga” emotiva verso risarcimenti  sentimentali e anche erotici di cui il regista sembra volerci trasmettere l’attualità necessaria. Anna e Domenico vivono la loro avventura in una dimensione di suspence che non lascia margini di scelta neutrale. Cosciente dell’impegno chiesto allo spettatore, il regista scandisce la progressione con l’inserimento di punti di nero, momenti di rifiato utili al distacco indispensabile dalla materia e alla trasformazione del coinvolgimento in riflessione estetica. Ben altro da uno stucchevole “dibattito” sulla condizione di crisi dei nostri giorni. Come finirà l’amore sconvolgente tra i due protagonisti? La risposta che ciascuno potrà dare a suo piacimento sarà comunque meno interessante e senz’altro meno “teorica”  della tensione prodotta dal loro rapporto così come lo abbiamo visto succedere durante il film. La bravura degli attori (tutti, anche gli interpreti dei ruoli “minori” che in Soldini minori non sono mai) non è affatto estranea all’ottimo risultato.

Gli amori folli

Les herbes folles
Alain Resnais, 2009
Fotografia Eric Gautier
Sabine Azéma, André Dussollier, Anne Consigny, Emmanuelle Devos, Mathieu Amalric, Michel Vuillermoz, Annie Cordy, Sara Forestier, Nicolas Duvauchelle, Vladimir Consigny, Dominique Rozan, Jean-Noel Brouté, Roger-Pierre.
Cannes 2009: concorso.

Mettiamo che un giorno un bravo  regista proponga di rilanciare su  larga scala  un autore come Alain  Resnais  a suo tempo apprezzato da una ristretta élite, rilanciare Resnais invece – diciamo –  di  Enzo G.  Castellari. In che mondo saremmo? In un mondo dove Gli amori folli sarebbe un film vietato ai maggiori di 5 anni! La logica con cui va vista l’ultima fatica dell’ottantottenne regista francese prescinde dal rispetto dei generi. Resnais punta al proprio  originalissimo realismo poetico, continuando ad annotare, come ha sempre fatto da Hiroshima mon amour (1959)  a Smoking no smoking (1993) e a Cuori (2006).  Si tratta di un realismo (usiamo la parola in modo provocatorio)    di  caparbia quanto amorosa astrazione, vòlto a cogliere ed a tradurre in immagini i movimenti interiori soggettivi – memoria e sentimento – secondo una disciplina metodica che non lascia spazio alla “normalità”. O meglio, la considera e la decostruisce “in soggettiva”, ritagliandone i dettagli per riproporsi in funzione di un continuo spostamento di senso sul filo di una suspense non immediatamente rintracciabile. La fantasia che ne scaturisce ha la libertà della prima infanzia, quando le associazioni non tengono conto delle “conseguenze” pratiche e vanno creando e ricreando, già distruggendo anche a volte, ipotesi di mondi nuovi, più o meno istantanei o duraturi: un accumulo di sensazioni e di scelte, di preferenze e di scarti che si viene formando secondo un interesse, per così dire, “disinteressato” delle sorti altrui. Georges (Dussollier) è un “bambino” di una certa età, un uomo maturo entrato, o voglioso di entrare alfine,  in quella  dimensione infantile che gli permette di associare liberamente i dettagli del quotidiano e di seguirli con fantasia, ripescando in sé, nel profondo e in superficie si direbbe senza molta differenza, associazioni possibili, soddisfazioni frustrate, progetti irrealizzati, ironie esercitabili. L’inizio del film sembra riproporci una continuazione ideale del perseguimento della casualità o, se si preferisce, della curiosa drammaticità del destino individuale visto con la solita capacità di osservazione umoristica. Un borseggiatore rapina Marguerite (Azéma) e poi abbandona il suo portafoglio nel garage di un grande negozio. Il caso vuole che sia proprio Georges a trovare quel portafoglio. Lo consegnerà alla polizia, ma rimarrà “prigioniero” della foto della donna, dal cui misterioso fascino non potrà più separarsi. E da parte sua, Marguerite subirà analogo destino, irritata dapprima dalle insistenze dello sconosciuto e poi man mano sempre più attratta dalle misteriose ragioni di lui. Una storia romantica? Tutto qui? Nemmeno per sogno. Il racconto si frantuma in un accumolo di osservazioni e di tagli. Calma esterna e frenesia interna. Veniamo condotti in un labirinto di “non detto”, dove le cose materiali e le intimità indescrivibili si mescolano senza continuità, con discrezione. Inquadrature e sequenze si legano facendoci sentire partecipi di una conquista indicibile, di un recupero, di un riscatto trasognato e realizzato come per caso e perciò bellissimo, soddisfacente. Cinema e vita “reale” si fondono e si sostengono a vicenda, nella fantasia/memoria di Georges, coniugando tra loro  per analogia spunti  fantastici  (per esempio la visione  del vecchio  film  I ponti di Toko-Ri – Mark Robson, 1955, con William Holden e Gace Kelly)  e l’ebrezza di un volo nello spitfire di Marguerite,  in un  finale indimenticabile che  disegna in giravolte nel cielo azzurro  la conclusione “fatale” della storia-non-storia di un uomo immaginario e futuro. Christian Gailly, autore del romanzo L’incident da cui il film, ha detto: «Resnais non filma la letteratura, compone immagini che ci raccontano qualcosa di completamente diverso: che cosa non lo so, ma è qualcosa di visibile ».


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Bart