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CINEMA: I MAESTRI: Il divismo nel cinema muto

25 Luglio 2009

di Arturo Lanocita
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ; gioved√¨ 26 giugno 1969]

Se c’√® ancora, batta un colpo; diciamo Ersilia Lu ¬≠carelli. Ci piacerebbe che rac ¬≠contasse come, ai primissimi del secolo, le riusc√¨ di scon ¬≠figgere, in un concorso di bel ¬≠lezza, a Napoli, l’elezione della ¬ę regina del mare ¬Ľ, la signorina Elena Vitiello. Etto ¬≠litri di inchiostro si consuma ¬≠rono, negli anni successivi, per testimoniare del primato, italiano o addirittura eu ¬≠ropeo, della bellezza della si ¬≠gnorina battuta da quella Er ¬≠silia Lucarelli che da allora √® scomparsa; mentre, ses ¬≠sant’anni dopo, di Elena Vi ¬≠tiello si parla tuttora, sebbe ¬≠ne prevalga l’uso di menzio ¬≠narla come Francesca Ber ¬≠tini.
La Bertini. Fosse lecito in ¬≠serire nelle note biografiche su una diva i ricordi perso ¬≠nali di un cronista, ci richiameremmo a una quindicina di anni fa, quando, a Barcello ¬≠na, in un albergo del paseo de Gracia, ci avvenne di in ¬≠contrarla. Da molto tempo mancava dall’Italia, forse dal ¬≠la fine della guerra; di sua volont√†, viveva in Spagna co ¬≠me esiliata, e il suo lavoro non era pi√Ļ il cinema, ma il teatro. Appariva, di tanto in tanto, nel programma di uno spettacolo drammatico. Era ancora sottile e slanciata, la figura orgogliosamente eretta, il volto prodigiosamente sen ¬≠za rughe; in contraddizio ¬≠ne con l’anagrafe, conserva ¬≠va una quantit√† rilevante di fascino. Ci parl√≤ del suo pas ¬≠sato e del suo avvenire, ma tacque del presente. Fece ca ¬≠pire che, se il cinema italiano avesse avuto bisogno di lei, avrebbe risposto di s√¨ a una eventuale chiamata. La no ¬≠stra corrispondenza sul Cor ¬≠riere, che riferiva quel col ¬≠loquio, contribu√¨ al rinato in ¬≠teresse dei produttori; la chiamata venne, e poco pi√Ļ tardi cess√≤ il suo esilio.
Il ricordo di quell’incon ¬≠tro e degli altri che seguiro ¬≠no in Italia √® riproposto alla memoria, ora che si pubbli ¬≠ca un volume di Pietro Bian ¬≠chi, La Bertini e le dive del cinema muto (ed. Utet, pp. 303, L. 4000) che a lei dedica i primi capitoli. Come ogni altro biografo della Bertini, Bianchi √® stato costretto a lavorare sulle sabbie mobili del generico e del contraddit ¬≠torio; nulla, ad esempio, ri ¬≠sulta positivamente accertato sulla nascita e sugli anni giovanili della diva; ella stessa ha consentito agli storici del divismo, mancando le notizie, di fare ricorso alle supposi ¬≠zioni, ciascuno le sue. Dove e quando nacque, chi furono i genitori, quali furono i pri ¬≠mi passi √® narrato nelle sto ¬≠rie del cinema in tanti modi, che escludono le coincidenze ma non escludono l’arbitrio e avvolgono ogni cosa nelle cortine fumogene volute dal ¬≠l’interessata, giacch√© anche il mistero determina fascino.
Come Elena Vitiello, o come Franceschina Favati, esord√¨, giovinetta, questo pare certo, al teatro Nuovo di Napoli; si appagava di particine di gra ¬≠cile rilievo, non si pu√≤ dire che part√¨ a razzo n√© che ven ¬≠ne, vide e vinse. Allora era ignota quasi quanto quell’Er ¬≠silia Lucarelli che si permise d’essere pi√Ļ bella di lei.
Di questa Lucarelli e della disavventura capitata all’at ¬≠trice nella gara di bellezza, Bianchi preferisce non far menzione; egli accetta, e non √® detto che non sia nel giu ¬≠sto, ogni opinione √® valida, l’ipotesi romantica che i sag ¬≠gi ammaestramenti, di un poeta, Salvatore Di Giacomo, che l’avrebbe scoperta e indirizzata, abbiano molto con ¬≠tribuito alla carriera trionfa ¬≠le d√¨ Francesca Bertini. Pro ¬≠babile anche questo; ma √® indubbio che la personalit√† e il carattere di lei, di estremo spicco, e la fiducia di un produttore, Giuseppe Barat ¬≠tolo, l’aiutarono pi√Ļ d’ogni altra cosa ad ottenere quel che voleva, e voleva il pri ¬≠mato assoluto. Lo meritava, del resto; ma lo sapeva troppo. Cos√¨, fu lei ad instaurare il sistema, poi adottato da molte attrici del muto, di cancellare dai film l’apporto del regista, imponendo che le riprese si facessero a modo suo. Cominci√≤ relegando in un cantuccio Gustavo Sere ¬≠na, che dirigeva Assunta Spi ¬≠na, interpretato da lei; e da allora non ebbe parte in una pellicola che non fosse in ¬≠teramente sua, dalla prima ideazione al lancio pubblici ¬≠tario.
Altro che alterigia, altro che tappeti rossi dalla ¬ę li ¬≠mousine ¬Ľ sulla Strada allo studio, altro che milioni, milioni di allora, a compenso delle prestazioni; le dive del muto, non solo la Bertini, controllavano e rifacevano i soggetti, guidavano la regia, accettavano o respingevano gli altri attori, in un despotismo, del resto, non sempre ingiustificato, se era vero, e spesso era vero, che il suc ¬≠cesso dei film dipendeva dal ¬≠la loro partecipazione. Pur con l’indulgenza suggerita dalla nostalgia di quegli an ¬≠ni facili, Pietro Bianchi que ¬≠ste cose le lascia intuire, narrando della Bertini e delle altre della sua epoca, Lyda Borelli, la Gallone, la Gys, le Jacobini, la Menichelli, la De Liguoro e via cos√¨. Bianchi, secondo la sua vocazione, per ripristinare il colore del tem ¬≠po a cui appartenne il vec ¬≠chio cinema, richiama fatti e figure della letteratura di al ¬≠lora, pertinenti ai film o no. Di sicuramente assimilato dalla letteratura nel cinema muto e nel modo di recitare dalle bellissime streghe c’era la suggestione del decadenti ¬≠smo dannunziano, scuola di isteria e di smanceria per le ¬ę signore aggrappate alle ten ¬≠de ¬Ľ, come si diceva a propo ¬≠sito del fatalismo della Borelli e delle sue epigone.
A parte i capitoli su Pi ¬≠randello e su Petrolini, che sono i pi√Ļ gustosi del volu ¬≠me, questa gradevole storia del divismo √® tutta affetto e bonariet√†. Comprensibile: si riferisce a un ciclo di anni che il tempo, nella nostra memoria, ha cosparso di pol ¬≠vere d’oro e che corrisponde all’infanzia dei sessantenni d’oggi o, per i giovani, alla parte pi√Ļ stravagante delle et√† precedenti alla creazione del mondo. A guardarlo da tanto lontano, il divismo del cinema non fu un fenomeno di insania collettiva e, per gli italiani, di provincialismo del tipo balcanico: fu la di ¬≠vertente sagra delle affasci ¬≠nanti divoratrici di perle, che sventolavano le braccia, co ¬≠me oggi Mina, e si conficca ¬≠vano le unghie, per espri ¬≠mere il tormento, nel palmo della mano.
Ci si estasiava, allora, per ¬≠ch√© a Parigi certe sale di cinema, invece di annunciare un titolo di film, esponevano i cartelli ¬ęStasera Bertini ¬Ľ.
Ma gi√† nasceva, in America, un altro divismo che non si chiudeva nei confini di un solo continente e conferiva lauree in celebrit√† universa ¬≠le. Una ragione deve esserci stata se nessuna diva otten ¬≠ne, oltre Atlantico, venendo dall’Italia, la gloria interna ¬≠zionale delle ammirazioni fu ¬≠ribonde, come la ottenne un divo, Rodolfo Valentino. Gi√† le sorelle Gish, nate sugli schermi degli Stati Uniti, in ¬≠crementavano dovunque la produzione delle lagrime e Mary Pickford, precorrendo le imminenti Grete Garbo, diventava ¬ęfidanzata del mondo ¬Ľ, quando le silfidi mediterranee, spesso pi√Ļ belle e spesso meno brave, si contor ¬≠cevano da un tendaggio al ¬≠l’altro e, irradiando sensuali ¬≠t√†, si appagavano d’essere le amanti del Sud ovest eu ¬≠ropeo.


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Bart