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Tre articoli

24 Maggio 2012

Bruxelles, il Consiglio europeo si apre con lo scontro Merkel-Hollande sugli eurobond
di Alessio Pisanò
(da “il Fatto Quotidiano”, 24 maggio 2012)

La crisi del debito e la recessione incalzano, la Grecia fa paura e i mercati mordono dopo le voci di un piano europeo su una possibile uscita di Atene dall’euro: l’Europa deve uscire dal guado e la sfida ora è la crescita, perchè il rigore, da solo, non basta. Ma la sfida sul tavolo stasera dei 27 a Bruxelles – in un vertice “cruciale” anche in vista del Consiglio europeo di giugno – è tutt’altro che facile. Resa ancor più complicata dai tanti distinguo e divisioni. A cominciare dagli eurobond, fortemente caldeggiati da Roma e Parigi che sanciscono un nuovo asse al posto di quella tradizionale alleanza tra Francia e Germania che si è rotta con l’arrivo di Hollande all’Eliseo. E che ha lasciato Angela Merkel sempre più isolata. Voce, quasi unica, a continuare a brandire quel niet alle euro obbligazioni – “non rilanciano la crescita”, è tornata a dire stasera – in nome di un rigore che ormai sta stretto a tutti. E che resta contraria ad ogni ‘mutualizzazione del debitò e qualsiasi allentamento dei cordoni, anche se in chiave produttivà, come la golden rule.

Il vertice è continuato fino a tarda sera. Alle scintille delle dichiarazioni di Merkel e Hollande all’ingresso della sala segue il silenzio della riunione dove sul tavolo ci sono argomenti fino al mese scorso tabù in queste riunioni. Due le posizioni a sfidarsi nel chiuso dell’aula: l’austerità a tutti i costi della Germania contro gli incentivi alla crescita della Francia.

Un dato su tutti: prima del vertice Hollande ha parlato con Monti e Rajoy. La Merkel non ha parlato con nessuno. Questo fatto tradisce un certo isolamento della Cancelliera adesso che il suo compagno Sarkozy non c’è più. Perfino lo spagnolo Mariano Rajoy, popolare come la Merkel, è più vicino alla posizione di Hollande, d’altronde di mezzo c’è il destino della sua Spagna.

Entrando al vertice, i due duellanti, Merkel e Hollande, avevano manifestato idee perfettamente opposte sugli Eurobond (obbligazioni comuni dei Paesi zona Euro). “Possibilità da considerare” per il presidente francese e “inutili per la crescita” per la tedesca. Di mezzo Monti, che quasi a smorzare i toni aveva precisato che “quella di oggi è una riunione importante ma dove non si prederanno decisioni”. E meno male che il Presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy aveva invitato i leader europei a venire a Bruxelles “senza tabù” e con “la mente aperta a ogni soluzione”.

Tuttavia le parole di Monti, così simili a quelle di Hollande a tratti, avevano tradito l’incontro a tu per tu tra i due poco prima del summit. “Ci saranno delle idee forti che saranno menzionate, e gli Eurobond appartengono a questa categoria”, aveva detto Monti. “Sappiamo che per diversi stati membri non sono digeribili in questo periodo, ma è ben elencarle”. Insomma, “una riunione forse più importante di tante altre perché è una pagina aperta”.

È la prima volta che il discorso, o meglio lo scontro, sugli Eurobond finisce sul tavolo del vertice europeo. La ferma opposizione della Germania non è di certo una novità (sia per motivi di interesse nazionale a non avere un unico debito europeo che per fedeltà alla filosofia dell’austerità fiscale in tutti i Paese dell’Eurozona), ma per parlarne a Bruxelles c’è voluto un nuovo presidente francese che non avesse paura di contraddire la collega tedesca.

E la Merkel non può trovare appoggio nemmeno nel connazionale Presidente del Parlamento europeo, il tedesco Martin Schulz, che a vertice iniziato ha detto in conferenza stampa che “la Germania deve riflettere”, la situazione attuale “a lungo termine non è sostenibile”, perché se ora i tedeschi “sono avvantaggiati dall’avere prestiti allo 0,01% mentre gli altri pagano il 6%”, il risultato finale sarà che “non ci sarà più un mercato europeo per i prodotti tedeschi”, perché “gli altri non avranno i mezzi per comprarli”.

A rimbalzare sul tavolo della riunione di Bruxelles di stasera, tutta concentrata sulla crescita, c’è anche la drammatica situazione della Grecia. E quello spettro – l’uscita dall’euro, paventato anche oggi dal suo ex premier Papademos – che aleggia con l’avvicinarsi delle nuove elezioni del 17 giugno da cui si teme esca una vittoria dei partiti che non sostengono il piano di salvataggio. L’Europa si prepara. La Bce – si è saputo oggi – ha in cantiere un comitato ad hoc per valutare (e forse gestire) il possibile impatto di una riapparizione della dracma, mentre gli sherpa dell’Eurogruppo avrebbero già invitato i Paesi membri a preparare piani nazionali per sostenere l’impatto dell’addio greco: una notizia accompagnata da qualche smentita, ma anche da molte conferme.

E sulla quale Monti glissa, mentre le indiscrezioni parlano di un possibile ‘indennizzò (50 miliardi di euro) ai greci cui si preparerebbero Bce e Fmi. Anche la Bundesbank esamina lo scenario, giudicandolo “gestibile” anche se “complicato”. Di certo il problema Atene c’è e va affrontato. Come quelli sul tavolo dei leader stasera. Lo ha chiesto il G8. Ma soprattutto lo esigono i mercati. Come hanno dimostrato oggi, innervositi dalle notizie e le attese sul vertice di Bruxelles, anche in chiave greca: le piazze europee hanno bruciato 140 miliardi (fino a -3,5 Piazza Affari) mentre l’euro si è portato ai minimi degli ultimi due anni sul dollaro e lo spread sui bund tedeschi ha ripreso a volare. Sui btp italiani (oltre 440 punti) e sui bonos spagnoli (sopra 480).

I mercati restano ora alla finestra, in attesa di riaprire domani mattina i listini, forse con un incoraggiamento – magari nero su bianco in un comunicato finale del vertice – che superi le divisioni. Come sollecitato anche dal presidente del Pe Martin Schulz, che ha invitato la Germania a fare un passo avanti, a “riflettere”. Perchè le istituzioni europee – parlamento, commissione e consiglio – guardano dall’altra parte rispetto a Berlino. Ad un pacchetto più orientato alla ripresa, come dimostrato dal via libera ai project bond, alla Tobin Tax e all’apertura al ‘redemption fund'(fondo per ‘mutualizzarè l’eccedenza dei debiti oltre il 60% del Pil, che rappresenta un embrione degli eurobond).

Tra i punti affrontati stasera, anche la ricapitalizzazione della Bei e l’uso dei fondi strutturali. E se non è esclusa anche una riflessione sulla politica della Bce – al vertice c’è anche il responsabile dell’Eurotower Mario Draghi – e sulla necessità di un allentamento del costo del denaro per liberare potenza di fuoco, un giro di tavolo potrebbe toccare anche la Spagna, alle prese anche con il nodo della ristrutturazione del suo sistema bancario. E, ancora, il rischio di una corsa ai depositi da parte dei cittadini europei. Sempre più angosciati dalla crisi, dall’austerity e dalla mancanza di lavoro.


Sinistra e Repubblica davano del “guitto” al giudice Falcone…
di Mariateresa Conti
(dal “Giornale”, 24 maggio 2012)

Oggi, per la sinistra tutta, è «l’amico Giovanni ». Perché, per dirla con De André, «ora che è morto la patria si gloria di un altro eroe alla memoria ». Ma quando l’eroe Falcone era vivo, quando aveva bisogno di sostegno, perché «si muore generalmente perché si è soli », disse lui stesso, profeticamente, nel libro intervista a Marcelle Padovani Cose di Cosa nostra, altro che elogi, altro che osanna, altro che «amico Giovanni ».

Da Repubblica all’Unità, dal Pci alla Rete del redivivo neo sindaco Idv di Palermo Leoluca Orlando, persino qualche toga rossa di Magistratura democratica, tutto un coro: dalli a Falcone, tutti contro.

La colpa, anzi le colpe? Diverse – dall’incriminazione per calunnia del pentito Giuseppe Pellegriti che accusò Salvo Lima, alla scelta di andareaRoma, alfianco dell’allora ministro di Giustizia Claudio Martelli, a dirigere gli Affari penali- riconducibili però a un unico peccato originale: l’essere, Giovanni Falcone, un magistrato tutto d’un pezzo, che non si lasciava influenzare da politica e umori di piazza, e che soprattutto, ai teoremi tanto cari a sinistra, preferiva una regola, così sintetizzata ancora in Cose di Cosa nostra : «Perseguire qualcuno per un delitto senza disporre di elementi irrefutabili a sostegno della sua colpevolezza significa fare un pessimo servizio ».

Fare memoria, nell’anniversario della strage di quel maledetto sabato di 20 anni fa, è anche questo. Perché è facile, potenza della tv, ricordare Orlando che accusò Falcone di «tenere le carte nei cassetti »(accusa costata all’«amico Giovanni » di oggi un procedimento davanti al Csm), o il «Giovanni, non mi piaci nel Palazzo » di un altro retino doc dell’epoca, l’avvocato Alfredo Galasso, durante una storica staffetta televisiva antimafia, a un mese dall’uccisione di Libero Grassi, tra Maurizio Costanzo e Michele Santoro, a settembre del 1991. Ma pochi forse ricordano un articolo firmato dal blasonato Sandro Viola pubblicato il 9 gennaio del 1992 da Repubblica e adesso prudentemente rimosso dal sito internet del quotidiano di Ezio Mauro.

«Falcone che peccato… », il titolo. Che non rende appieno l’attacco, durissimo, al magistrato che quattro mesi dopo sarebbe stato ammazzato sull’autostrada, a Capaci. «Da qualche tempo – scrive Viola nell’editoriale–sta diventando difficile guardare al giudice Falcone col rispetto che s’era guadagnato.Egli è stato preso infatti da una febbre di presenzialismo. Sembra dominato da quell’impulso irrefrenabile a parlare che oggi rappresenta il più indecente dei vizi nazionali ». Viola si chiede «come mai un valoroso magistrato desideri essere un mediocre pubblicista ». E attacca proprio Cose di cosa nostra , diventato dopo le stragi del ’92 una sorta di testamento morale di Falcone.

«Scorrendo il libro- intervista – scrive ancora l’editorialista – s’avverte l’eruzione d’una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste del ministro De Michelis o dei guitti televisivi ». Non che Repubblica non fosse in buona compagnia, quanto a “sinistri” attacchi. PaoloBorsellino, vittima anche lui (57 giorni dopo Capaci, il 19 luglio del ’92) di quell’estate di sangue,diceva che l’«amico Giovanni » (stavolta sì che la familiarità è autentica), aveva cominciato a morire quando il fuoco amico dei colleghi gli aveva sbarrato la strada nel 1988, alla nomina a procuratore capo di Palermo.

Fu Md- tra le toghe di sinistra si distinse Elena Paciotti, poi europarlamentare Pd- a guidare la crociata contro Falcone. E sempre il fuoco amico di sinistra e colleghi di sinistra sbarrò a Falcone, poco prima di morire, la strada alla nomina alla guida della neonata Direzione nazionale antimafia. «Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché », tuonarono i compagni sull’Unità . Il tritolo di Capaci, poi, fece il resto. Quanti attacchi, quante amarezze da sinistra per l’«amico Giovanni ».

Attacchi che non si spengono, neanche dopo 20 anni. Al neo sindaco Leoluca Orlando- fu lui, da sindaco, a sposare nel 1986 Giovanni Falcone e Francesca Morvillo – Maria Falcone, la sorella del magistrato ucciso, ha mandato a dire, oggi: «Dica quattro parole: “Con Falcone ho sbagliato” ».

Ma da Orlando è arrivato il niet: «Esprimo il mio rammarico umano per quell’incomprensione. Ma ribadisco che il compito del politico è diverso da quello del magistrato ». L’«amico Giovanni » non merita scuse. Neanche da morto.


Non sanno neppure dimettersi
di Maurizio Belpietro
(da “Libero”, 24 maggio 2012)

Ieri mattina le agenzie di stampa ci hanno informato che l’onorevole Sandro Bondi si è dimesso da coordinatore del Pdl. La notizia ci ha colto del tutto impreparati, principal ­mente perché non sapevamo neppure che 1′ ex ministro fosse in carica. Da tempo infatti ne avevamo perso le tracce, al punto che do ­po la sua sfortunata esperienza ai Beni cul ­turali ritenevamo si fosse ritirato a scrivere poesie. Dai dispacci dell’Ansa abbiamo ap ­preso invece che Bondi non solo non si è pensionato, ma ancora occupa il posto di triumviro del Popolo della libertà, incarico da cui si è affrettato a dimettersi dopo il titolo di prima pagina di Libero.

Da quanto abbiamo capito, l’ex ministro non ha digerito la nostra lettera ai vertici del partito, con la sollecitazione a dimettersi tutti. Per questo, essere stato invitato a far le valigie, Bondi le avreb ­be polemicamente fatte. Non prima però d’essersi dichiarato privo di ogni responsabilità nella sconfitta elettorale e di averci ac ­cusato di attacchi e denigrazioni personali, oltre che di colpe nel naufragio del centrodestra ai bal ­lottaggi. «Una delle ragioni più evidenti delle nostre difficoltà », ha spiegato il pio coordinatore, «riguarda direttamente la linea, gli argomenti e il linguaggio stes ­so di quei quotidiani che, come Libero, dichiarano di riconoscer ­si nell’area di centrodestra ».

Affermazioni così azzardate ovviamente meritano una rispo ­sta. Prima di entrare nel merito di quanto sostenuto dall’onorevole Bondi, vogliamo però tranquil ­lizzare i lettori allarmati dalla no ­tizia delle dimissioni del triumvi ­ro: l’addio è già stato respinto Berlusconi e Mano in persona hanno pregato il coordinatore di rimanere al suo posto, per cui tutto procederà come prima, nella migliore tradizione. Dimis ­sioni finte per un vertice finto, che è già stato commissariato un anno fa, con la nomina a segreta ­rio di Angelino Alfano.

Ma ora veniamo al dunque, cioè alla reazione permalosa dell’ex ministro, il quale, senza neppure essere stato da noi cita ­to e nonostante si sia da tempo fatto dimenticare, si è sentito ti ­rato in ballo e – punto sul vivo – ha reagito accusandoci d’essere alla base delle difficoltà in cui versa il Pdl. Quale sarebbe il nostro tor ­to? Di usare un linguaggio franco e non genufletterci di fronte ai voleri del Popolo della libertà e dei suoi capi? Beh, allora dobbia ­mo dichiararci colpevoli. Da quando abbiamo l’età della ra ­gione non riusciamo a nascon ­dere il nostro pensiero e, giusto o sbagliato che sia, abbiamo l’abi ­tudine di esporlo in maniera chiara, affinché l’interlocutore lo capisca. Per quanto ci sforziamo di correggerci e di rendere un po’ più incomprensibili e più sfuma ­te le nostre opinioni, alla fine il vecchio vizio di dire pane al pane e vino al vino ha il sopravvento e la frase ci scappa di bocca o dalla penna.

Ciò detto, restando alle parole nette, per quanto la si voglia far sembrare un mazzo di fiori degli elettori, quella dei ballottaggi era e rimane una sconfitta, anche se dirlo provoca un dolore al tenero Bondi. E le sconfitte, così come le vittorie, di solito se le intestano i gruppi dirigenti, i quali a seconda dei risultati o vengono riconfer ­mati o vanno a casa, concluden ­do la propria carriera. L’ex mini ­stro dice di aver letto attentamente il nostro editoriale e di non avervi trovato una sola ragione «seria, motivata e onesta delle cause vere » che hanno provocato la disfatta del Popolo della libertà. La qual cosa ci colpisce: segno evidente che il coordinatore, nonostante recen ­sisca libri, ha difficoltà nella let ­tura. Ieri abbiamo scritto che le ragioni del fiasco sono da ricer ­care negli errori del governo Ber ­lusconi, nell’appoggio a un ese ­cutivo che applica il programma del Pdl al contrario, nell’impresentabilità di alcuni candidati e nel fallimento di alcuni sindaci. Si può essere d’accordo o meno su quanto diciamo, ma è difficile sostenere che gli argomenti por ­tati non siano seri, motivati e onesti. Soprattutto non ci si può dichiararsi «intellettualmente onesti » e poi ravvisare nelle criti ­che di un quotidiano i motivi di una débàcle. Non è per gli argo ­menti di Libero o per il suo lin ­guaggio se a Parma il Pdl è passa ­to dal 30 per cento al 4, ma per la disfatta dell’amministrazione di centrodestra. Dov’ era l’onorevo ­le Bondi quando la giunta emilia ­na sprofondava nel baratro della vergogna? Faceva il coordinatore di un partito o passava il tempo a scrivere poesie? Si era accorto che qualcosa non funzionava e in tal caso aveva agito di conse ­guenza? Il triumviro con la pas ­sione delle arti, oltre a inviare let ­tere ai giornali, ne ha mai inviata ad esempio una al sindaco di Pa ­lermo, l’uomo che insieme alla giunta Pdl è stato travolto da una montagna di rifiuti? L’elenco ov ­viamente potrebbe continuare, perché ogni singolo tracollo del Popolo della libertà ha le sue ra ­gioni e non vanno di sicuro cer ­cate tra le righe di Libero. Nelle dichiarazioni alle agenzie di stampa, l’onorevole Bondi dice di non sentirsi colpevole di alcunché. Bene, ne siamo felici: sapere che l’ex ministro e i suoi colleghi non si ritengono respon ­sabili della batosta elettorale ci aiuterà a dormire più sereni. Non siamo però sicuri che altrettanta serenità la manifesteranno gli elettori quando saranno di nuo ­vo chiamati ad esprimersi. Per ora, comunque, ai vertici del partito auguriamo una buona notte, sperando che sia breve.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart