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Dumas e i quattro moschettieri

1 Marzo 2010

L’Italia è troppo modesta. È vero che è confusionaria e pasticciona, ma, diciamolo con tutto il cuore, viene considerata nel mondo meno di quel che vale.  

Facciamo qualche esempio. La Francia si vanta di Napoleone Bonaparte; gli ha edificato un monumento a Les Invalides che fa quasi vergognare di sé le piramidi dei Faraoni.
L’Inghilterra ha in William Shakespeare il suo genio di cui si fa vanto in tutto il mondo.
La Spagna nella cattedrale di Siviglia a destra guardando il grande altare ha il sarcofago gigantesco in cui sono conservate le spoglie di Cristoforo Colombo.  

Ognuna di queste Nazioni assicura (perfino la Spagna) che quei celebri protagonisti della Storia e dell’Arte sono figli della loro terra.
E invece no.  

Se è vero che Napoleone è nato ad Aiaccio un anno dopo che la Corsica fu ceduta dall’Italia alla Francia, è indiscutibile che il grande Corso ha sangue italiano.
William Skakespeare pare sia di origine italiana e anche la Spagna, che sostiene che Colombo sia nato laggiù, deve fare i conti con la Storia che lo vuole nato in una modesta casa di Genova.  

Dunque tre grandi protagonisti hanno sangue italiano nelle vene. E se a questi geniacci aggiungiamo Giotto, Dante, Petrarca, Boccaccio, Leonardo, Michelangelo, Raffaello (ma fermiamoci qui), a questa povera Italia l’Europa e l’universo tutto devono molto.  

Per non parlare di coloro che riconosciuti come geni hanno amato l’Italia. Primo fra tutti Goethe.
Ma anche Alexandre Dumas padre, il grande autore del Il conte di Montecristo e de I Tre moschettieri (pensate: scritti nello stesso anno, il 1844!) amò molto l’Italia. Goethe e Dumas (e che dire di Stendhal?) la percorsero in lungo e in largo.  

Che fine hanno fatto oggi i tre moschettieri? Che poi sappiamo bene che furono quattro: ai primi tre, Athos, Porthos e Aramis si aggiunse infatti D’Artagnan che ne divenne il capo. Nel 1952 dal romanzo (che ha avuto almeno una ventina di trasposizioni cinematografiche) fu ricavato dal regista Lewis Allen un altro film dal titolo I figli dei moschettieri con Cornel Wilde, Maureen O’Hara, Robert Douglas, Gladys Cooper, dove compare una donna, la bravissima Maureen O’Hara, come figlia di Athos.  

Ho voluto precisare questo dettaglio femminile della seconda generazione dei moschettieri, perché il grande amore che Dumas ha avuto per il nostro Paese ha indotto taluni scapestratelli a voler imitare, ma in malo modo, quegli illustri personaggi creati dalla fantasia di uno scrittore tra i più celebrati e amati nel mondo.  

Non vi è dubbio che oggi in Italia si sono voluti vestire dei panni dei quattro moschettieri, però scalcagnati e con le spade arrugginite, una brutta copia insomma, indovinate chi? Proprio loro, che mentre duellano sono talmente imbranati che la punta della spada, nel goffo tentativo di farla roteare, se la infilano negli occhi: Marco Travaglio, Giuseppe D’Avanzo, Antonio Di Pietro e, al posto di Maureen O’Hara, nientemeno che la figlia dell’europeista Altiero Spinelli che, da cotanto padre, è finita per scivolare in discesa, prima come compagna di Tommaso Padoa Schioppa, e poi a braccetto dei tre cecchini della seconda Repubblica: parlo come avrete capito di Barbara Spinelli.  

Dunque, grazie a loro, Dumas rivive, anche se i nuovi protagonisti lo faranno rivoltare nella tomba. Ma ogni epoca ha i suoi moschettieri, ed alla nostra toccano queste quattro cartucce.  

Ma non basta. Come il Rinascimento italiano ha prodotto e diffuso nel mondo la grande Arte, così due figure straordinarie stanno rappresentando sulla scena italiana, con ambizioni rivolte ad una platea più vasta, il detto popolare: Dio li fa e poi li accoppia.  

Non voglio farvi spremere le meningi: se da una parte occupano la scena i quattro suddetti moschettieri, poco più in là su di un altro teatrino recitano a soggetto nientemeno che Bersani e la Bindi.  

L’altro giorno la Bindi/Pinocchio cercò di darcela ad intendere, dichiarando impudicamente: “Non abbiamo sperato nella condanna di Berlusconi”, e gli si allungò il naso.  

Ieri Bersani, nell’apprendere che c’erano stati pasticci nella presentazione della lista elettorale del Pdl (con forti rischi quindi della sua esclusione dalla competizione con il Pd e compagni), sentenziò asciutto asciutto e con malcelato piacere: E’ la legge, e va rispettata (oggi gli fa coro anche la Bonino).  

Così, se Napolitano non accoglierà l’appello di Renata Polverini, noi avremo Cavallo solitario (ossia il Pd e compagni) che correrà da solo senza essere disturbato dal partito che molto probabilmente avrebbe vinto le elezioni.  

A distanza di 16 anni, dopo Occhetto, ecco che è Bersani a mettere in moto “la gioiosa macchina da guerra”. Solo che Occhetto si giocò lo scontro con un avversario, diciamo così, in carne e ossa, mentre Bersani fa la parte del don Chisciotte, e la gioiosa macchina da guerra la conduce in battaglia a scontrarsi con il nulla.  

Mi domando che gioia si possa provare a competere con un avversario che, per un banale errore, viene eliminato dal nastro di partenza. Nel gioco del calcio, quando un giocatore rimane a terra, l’avversario getta la palla fuori campo, perché si possa assisterlo e fare in modo che riprenda ad occupare il suo ruolo.  

Ma Bersani è più incline alla canzonetta e si esibisce più volentieri al Festival di Sanremo, dove non si rischia di prendere calci negli stinchi e si può stare comodamente in giacca e cravatta.  

Vincere in questo modo è da competitori bolsi. Sono sicuro che non piacerà a molti elettori del Pd trovarsi senza l’avversario più temibile a contrastarlo. La eventuale vittoria resterebbe come un marchio di improntitudine e di vigliaccheria.  

Viene da pensare alla battaglia che, con l’aiuto di certa parte della magistratura, il Pd sta facendo dal 1994 per abbattere Silvio Berlusconi. Le due volte che ha vinto le elezioni, per pochi voti, è andato in cancrena velocemente, incalzato dall’avversario. Ora ha l’opportunità di sedersi sugli scranni senza l’avversario a ostacolarlo.  

Si farà mai scappare un’occasione simile?
Ma la domanda è un’altra: Ne potrà trarre vanto? Non credo proprio.

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L’articolo continua con riferimenti molto interessanti.


Letto 2007 volte.


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Bart