Il magistrato di cassazione che ha condannato definitivamente Silvio Berlusconi sta cercando di difendersi con le unghie dalle accuse che gli sono state rivolte per aver anticipato alla stampa le motivazioni della condanna, ancora non scritte o almeno non rese pubbliche.
Il punto centrale dell’intervista (qui), che ha dato luogo alle accuse a suo carico, è racchiuso nelle seguenti due risposte date alle domande del giornalista Antonio Manzo:
Lasciamo in un angolo le polemiche. Può esistere, chiamiamolo così, un principio giuridico secondo il quale si può essere condannati in base al presupposto che l’imputato «non poteva non sapere »?
«Assolutamente no, perché la condanna o l’assoluzione di un imputato avviene strettamente sulla valutazione del fatto-reato, oltre che dall’esame della posizione che l’imputato occupa al momento della commissione del reato o al contributo che offre a determinare il reato. Non poteva non sapere? Potrebbe essere una argomentazione logica, ma non può mai diventare principio alla base di una sentenza ».
Non è questo il motivo per cui si è giunti alla condanna? E qual è allora?
«Noi potremmo dire: tu venivi portato a conoscenza di quel che succedeva. Non è che tu non potevi non sapere perché eri il capo. Teoricamente, il capo potrebbe non sapere. No, tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva. Tu non potevi non sapere, perché Tizio, Caio o Sempronio hanno detto che te lo hanno riferito. È un po’ diverso dal non poteva non sapere ».
Dunque: la condanna si regge sul fatto che alcuni testimoni avrebbero dichiarato di aver portato a conoscenza di Berlusconi l’operazione che stavano preparando e che ha costituito la frode fiscale.
La difesa di Berlusconi ha subito reagito alle dichiarazioni di Antonio Esposito affermando che nelle carte non vi è traccia di questi testimoni, e dunque si sarebbe emessa una sentenza sbagliata, e qualcuno ha già avanzato l’ipotesi che essa dovrà essere annullata (io tra questi).
Ma le due risposte di Esposito esprimono anche un principio molto importante e che i giornaloni non hanno inteso evidenziare: che è quello secondo il quale nessuna condanna può essere comminata sulla base del criterio, assente nel diritto penale, del “non poteva non sapere”. Alla base di una condanna ci deve essere sempre il fatto, ossia la prova concreta.
Perché i giornaloni si sono limitati a criticare il magistrato solo perché ha anticipato irritualmente le motivazioni della sentenza, e invece non hanno sottolineato questa affermazione di principio, che è in linea con le norme che esigono che ad ogni cittadino sia assicurato un processo giusto e che la condanna eventuale sia motivata da prove al di là di ogni ragionevole dubbio?
Semplice. Le sentenze di condanna già emesse che si poggiano sul solo astruso principio del “non poteva non sapere” sono numerose e hanno riguardato una varietà di casi, non solo Berlusconi.
Chi non ricorda i dibattiti sulla stampa apertisi a seguito delle prime sentenze che si basavano su questo criterio (uno pseudo-principio), nuovo e praticamente inventato?
Costituzionalisti da una parte e costituzionalisti dall’altra si scontravano circa l’ammissibilità o meno di un nuovo e presunto principio che andava a sconvolgere uno dei cardini del diritto penale: la responsabilità personale, che fa capo sempre a chi ha materialmente commesso il reato (qui).
L’astruso “non poteva non sapere”, consentiva e consente, invece, di estendere ad libitum tale responsabilità, chiamando in causa cittadini sulla base di un’argomentazione “logica”, la quale, come ci fa sapere nell’intervista il magistrato di cassazione, può anche lusingare e compiacere la mente di chi la formula, “ma non può mai diventare principio alla base di una sentenza.”
Il silenzio dei giornaloni significa una sola cosa: che nessuno intende sollevare il problema nel timore di scoperchiare un vespaio e di pagarne il conto nei confronti di quella parte di magistrati (politicizzati) che ha fatto del “non poteva non sapere”, uno strumento non di giustizia ma di parzialità e di potere.
Commenti
2 risposte a “Esposito. In quelle risposte una verità scomoda”
Caro di monaco e’ proprio così.
Il coraggio è una virtù dei forti e a me sembra che il “coraggio” dei nostri temerari giornaloni non vada oltre lo sberleffo e il maramaldaggiamento su Berlusconi. Dalle mie parti la chiamano VILTA’ .
Don Abbondio è un gigante rispetto a moltissimi giornalisti, che hanno la schiena curva più della sua.