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Ezio Mauro: dove sbaglia

24 Agosto 2012

Dico io: Come si può dirigere un giornale e pretendere di essere un opinion leader quando non si riesce a discernere il grano dal loglio.

Ezio Mauro, chiamato in causa per il suo silenzio sullo scontro tra il Quirinale e la procura di Palermo, ha voluto fare la morale a chi sta dalla parte dei pm palermitani.
In che modo: spiattellando loro un esempio che a suo dire dovrebbe convincerli che le telefonate che hanno colto Napolitano in conversazione con Mancino devono essere distrutte.

Prima però si premura, come altri hanno già fatto, di prendere le distanze dal Quirinale in modo felpato, ossia da gatto astuto che si prepara alla ritirata nel caso che spuntasse all’orizzonte un cane che invece che soltanto abbaiare dovesse pure mordere e mordere di brutto.
Scrive infatti:

“Ma il Presidente non ritiene che i testi delle sue conversazioni private debbano essere divulgati, a tutela delle sue prerogative più che del caso specifico. Solleva un conflitto di attribuzione su un “buco” normativo: può il Capo dello Stato essere intercettato, sia pure indirettamente? Questo conflitto è perfettamente legittimo. Può non essere opportuno, ed è una valutazione politica: io non lo avrei aperto.” (il grassetto è mio).

Poi viene a impartirci la lezione:

“Ma sollevo una questione di semplice buon senso repubblicano (che vorrà mai dire “buon senso repubblicano”? ndr), di cui non si è ancora parlato. Il lavoro del Presidente della Repubblica, fuori dagli impegni istituzionali solenni e pubblici, è in gran parte fatto di colloqui, incontri, conversazioni (anche telefoniche) attraverso i quali il Capo dello Stato raccoglie elementi di conoscenza e di valutazione e esercita la sua moral suasion al servizio della Costituzione. Ora, rispondiamo a una domanda: è interesse di Napolitano (posto che non si parla in alcun modo di reati) o è interesse della Repubblica che queste conversazioni non vengano divulgate? Secondo me è interesse di tutti, con buona pace di chi allude senza alcuna sostanza a misteriosi segreti da proteggere, già esclusi da tutti gli inquirenti. Facciamo un’ipotesi astratta, di scuola.
Quante telefonate avrà dovuto fare il Capo dello Stato nelle due settimane che hanno preceduto le dimissioni di Berlusconi da palazzo Chigi? Quante conversazioni avrà avuto, quando le cancellerie europee non parlavano più con il governo, i mercati impazzivano, il Paese era allo sbando senza una guida esecutiva e molti di noi temevano il colpo di coda del Caimano? Se quelle conversazioni   –   che hanno necessariamente preceduto e preparato l’epilogo istituzionale di vent’anni di berlusconismo   –   fossero diventate pubbliche, quell’esito sarebbe stato più facile o sarebbe al contrario precipitato nelle polemiche di parte più infuocate, fino a rivelarsi impossibile?”

Il povero Mauro confonde lucciole per lanterne. Infatti mette sullo stesso piano le telefonate che il capo dello Stato fa con personalità e cittadini anche comuni, con telefonate che intrattiene con indagati eccellenti, come Nicola Mancino.

Mauro si dimentica che non è la stessa cosa sapere che Napolitano conversa, che so io, con il pizzicagnolo di fronte al Quirinale e sapere che Napolitano conversa con un indagato per falsa testimonianza, per di più sapendo già di che cosa vuol parlare l’indagato: di questioni in cui il capo dello Stato non può assolutamente entrare.

Queste telefonate, poiché ci sono state, interessano, eccome, i cittadini e la Repubblica, i quali hanno il diritto di conoscere perché Napolitano ha ascoltato l’indagato eccellente ed eventualmente che cosa gli abbia detto, visto che dalle telefonate intercettate tra il suo segretario giuridico Loris D’Ambrosio e Mancino si ha motivo di credere che Napolitano intendesse aiutarlo.

Caro Mauro, non c’è segreto che valga mantenere, quando la massima carica dello Stato è lambita dal sospetto di aver cercato di aiutare un indagato eccellente. Non si domanda, Mauro, perché Napolitano non sollevò la questione nel 2009 e l’ha sollevata oggi e difende strenuamente il segreto sul contenuto delle due conversazioni?

Dimentica inoltre Mauro, che nessun procuratore si è permesso di intercettare Napolitano, come il suo esempio fasullo lascerebbe credere, ma è Napolitano che è stato sorpreso a conversare con un indagato il cui telefono (e non certo quello di Napolitano) era stato sottoposto a controllo.

Mauro fa in più una cosa spiacevole, lascia intendere che errori siano stati commessi da D’Ambrosio, e così conferma la mia ricostruzione dei fatti, ossia che D’Ambrosio sia morto di crepacuore proprio perché si è cercato di far convergere le responsabilità unicamente sulla sua persona, mentre toccava a Napolitano intervenire nel solo modo che poteva liberare dai sospetti il suo consigliere: autorizzando la pubblicazione delle sue telefonate con Mancino, al fine di dimostrare   che D’Ambrosio usava cortesia diplomatica nei confronti dell’ex presidente del Senato, lungi Napolitano dal voler realmente intervenire a suo favore.

Napolitano non lo ha fatto e ancora non lo fa. Da qui i   forti sospetti, che Mauro si rifiuta aprioristicamente e ingenuamente di esaminare. E ancora non lo fa, Napolitano, non perché debba proteggere a futura memoria le sue prerogative (che nel caso specifico non sussistono), prerogative che non difese nel 2009 quando le sue telefonate con Bertolaso furono intercettate indirettamente e ancora si trovano depositate presso la procura di Perugia, ma perché il contenuto di quelle due telefonate è, come scrive il senatore Li Gotti, “scottante”.

Ma ecco il punto che non fa onore a Mauro:

“E veniamo al secondo punto. Un testimone di rango, poi indagato, l’ex ministro degli Interni Mancino, si agita molto per l’inchiesta. Essendo stato presidente del Senato e vicepresidente del Csm ha accesso al Quirinale, ai collaboratori più stretti del Presidente, ai quali telefona continuamente senza sapere di essere intercettato. Così come parla col Capo dello Stato. Ho già detto, e ripetuto, che il comportamento dei consiglieri di Napolitano secondo quelle telefonate è imprudente e improprio, perché sembrano consigliare più il testimone Mancino che il Presidente della Repubblica: e innescano iniziative del Colle tutte legittime, ma sollecitate da una parte in causa   –   Mancino   –   che ha una possibilità di accesso al Quirinale che altri cittadini non hanno.” (il grassetto è mio)

E poi, Mauro, mannaggia: ma prima di scrivere che “innescano iniziative del Colle tutte legittime” sarebbe bene che lei distinguesse tra la legittimità penale e la legittimità politica.

Perché non vi è dubbio che l’aver solo parlato con un indagato eccellente (Napolitano non lo doveva fare) è colpa politicamente gravissima, a prescindere da ciò che si son detti. Ma è gravissima anche perché solleva automaticamente dubbi e sospetti sull’integrità morale e politica della massima carica dello Stato.
Una cosa è parlare con il pizzicagnolo, un’altra cosa è conversare con un indagato che chiede aiuto (e Napolitano sapeva dal suo consigliere D’Ambrosio che chiedeva aiuto).

Il presidente della Germania Wulff si dimise per qualcosa di molto più mondano rispetto a ciò che avrebbe tentato di fare Napolitano, aiutando un indagato ad uscire dai guai:

“In sintesi, il giornale  Bild  ha pubblicato un articolo in cui rivelava che  nel 2008 il Presidente Wulff aveva ricevuto, tramite la moglie di un ricco uomo d’affari,  Egon Geerkens, un prestito di 500 mila Euro, ad un tasso d’interesse molto basso.”;

“Inoltre, il Presidente è accusato di avere ricevuto  favori politici  e vacanze pagate da uomini d’affari ed è stato aspramente criticato per aver cercato di evitare che il giornale Bild pubblicasse la storia.”

Mauro si ricorda di queste recenti dimissioni del presidente tedesco?
Si ricorda di quelle di Richard Nixon che grazie a due giornalisti che stanno facendo ciò che stanno facendo Padellaro e Travaglio, aveva fatto mettere delle microspie nell’aula dove si riunivano i suoi oppositori?

Caro Mauro, di arrampicatori sugli specchi in questi giorni ne ho visti parecchi, e tutti mi hanno fatto scompisciare dalle risate. Questa sua arrampicata è ancora più ridicola, in quanto è tutta intrisa di materia altamente molliccia e scivolosa, e non poteva mancare l’inevitabile culata a terra.

Napolitano la finisca di attirare ombre sul Colle. Questo dovrebbero scrivere tutti. Se non ha nulla da nascondere faccia conoscere il contenuto delle sue due telefonate. Altrimenti lo si dovrà considerare autore di qualcosa di imbarazzante e politicamente grave. Piuttosto di persistere nella sua ostinata resistenza (ma ancora per quanto?), la faccia finita e, se colpevole, si dimetta. Poiché la Repubblica tanto invocata da Mauro non ha bisogno, e a maggior ragione nel momento attuale, di aggiungere alle sue difficoltà, quelle di un presidente sospettato di aver usato due pesi e due misure nei confronti dei suoi cittadini, distinguendo tra chi appartiene alla casta e, seppure indagato, ha bisogno di un aiutino che non gli si può negare, e il comune cittadino che non vanta tra i suoi pochi diritti quello di alzare la cornetta del telefono e chiamare Napolitano per aiutarlo a trovare un lavoro qualsiasi, in grado di sfamare la sua famiglia ridotta al lastrico dalla sciagurata politica del cosiddetto governo del Presidente.

Altri: Pellizzetti  qui, Belpietro qui, Ferrara qui  e qui (Ferrara vuole diventare senatore a vita? bdm), Calapà qui,  Maurizio qui, Granata qui.


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Bart