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Fini vacilla a un passo dal ko. Pure l’amico Casini lo liquida

20 Ottobre 2012

di Francesco Cramer
(da “il Giornale”, 20 ottobre 2012)

Roma – L’ultimo colpo può essere quello decisivo perché in molti descrivono Fini quasi ko: tremebondo, insicuro, demoralizzato e, qualcuno giura, «non è detto che la vicenda abbia risvolti drastici ».
Dal punto di vista della sua vita privata, però. Di dimissioni da presidente della Camera non se ne parla, infatti, sebbene glielo chiedano tutti: Cicchitto, La Loggia, Vendola, Meloni. E in privato perfino l’amico Casini gli consiglia vivamente l’addio. Ma lui niente: resta aggrappato alla poltrona più alta di Montecitorio. È rimasto Scilipoti a difenderlo, oltre ai suoi. I quali giurano che il presidente della Camera fosse all’oscuro di (quasi) tutto. Difficile a credersi ma tant’è. Di certo c’è che, anche se Fini fosse stato turlupinato dai Tullianos, non ne esce bene. Già il 25 settembre del 2010, travolto dallo scandalo della casa di Montecarlo donata ad An e finita chissà come nelle disponibilità del cognato, Fini cercò di far chiarezza con un messaggio video. Dopo settimane di silenzi disse che soltanto dopo la vendita seppe che nell’appartamento di Boulevard Princesse Charlotte 14 c’era finito il signor Tulliani. E il fatto gli provocò «un’arrabbiatura a dir poco colossale ». Insomma, il cognato con Ferrari fiammante bazzicava nella casa di Montecarlo e che fu di An a sua insaputa. Difesa che va di moda tra i politici ma che non rende un buon servigio all’acume del presidente della Camera. Fini non sapeva che tipo fosse Giancarlo Tulliani, sebbene lo frequentasse assieme alla sorella, diventata mamma dei suoi bambini. Poi disse: «Se dovesse emergere con certezza che Giancarlo fosse il proprietario dell’appartamento, non esiterei a lasciare la presidenza della Camera, perché la mia etica pubblica me lo imporrebbe ». Dimissioni che, però, non sono mai arrivate e continuano a non arrivare. Disse che era oggetto di una campagna denigratoria del Giornale. Sostenne di essere vittima della «macchina del fango » di questo quotidiano. E quindi non avrebbe lasciato la poltrona.

Poi però è stato l’Espresso, non la «macchina del fango » dei quotidiani di centrodestra, a riaprire il caso. Sono saltati fuori documenti sequestrati nella casa di Francesco Corallo, re delle slot machine (che ieri ha smentito il suo interessamento nella vicenda). Carte roventi: copia del passaporto di Giancarlo Tulliani, copia di quello della sorella Elisabetta e un modulo per l’apertura di un conto corrente a Saint Lucia intestato alla Jayden Holding. Nel modulo, l’effettivo titolare della società viene indicato proprio in Giancarlo Tulliani. Boom. E Fini? Nulla sapeva. Anche se il legale di Corallo è la colonnella in ascesa in Fli, Giulia Bongiorno? Sarà. Turlupinato anche questa volta. Sia da Giancarlo Tulliani sia, ecco la novità, da Elisabetta. Ancora la linea del «mi hanno fatto fesso », con quella nota a caldo: «Quanto scritto dall’Espresso suscita in me profonda amarezza per comportamenti che non condivido. Ma questo è un aspetto tutto e solo privato ». Ma il privato investe necessariamente anche il pubblico. Raccontano dell’ira furibonda di Gianfranco nei confronti della sua compagna e della famiglia di lei. Raccontano di aria di crisi e di uno sfogo culminato nell’indulgenza: «È pur sempre la mamma dei miei figli… ». Raccontano di una riunione tesissima con Bocchino, Della Vedova, Bongiorno e, al telefono, Menia; dove quest’ultimo, che da sempre ha chiesto al capo di lasciare la presidenza della Camera per ragioni politiche, sia tornato sull’argomento lancia in resta. Dicono che sia arrivato a un passo da darle, le dimissioni. Anche e soprattutto perché l’alleato Casini gliele avrebbe consigliate vivamente. Ovvio: avere un socio impelagato in una vicenda così torbida e soprattutto vedere la reazione del leader Fli, così caparbiamente attaccato alla poltrona, non giova neppure all’Udc. Fini come una zavorra. Da mollare. «C’è mancato poco che Gianfranco lasciasse », giurano i suoi. Poi, a seguito di un giro di consultazioni col Colle avviate dalla fedele segretaria Rita Marino, l’addio è rientrato. Con i colonnelli finiani a ragionare che «le tue dimissioni sarebbero un’ammissione di colpa e non farebbero certo fermare la slavina delle polemiche ». E tutti a dire: «Abbiamo bisogno di te ».

Mai come adesso, visto che il Fli naviga in acque nere come la pece. Un partito allo sbando, con un capo quasi demolito. E pure tra i colonnelli tira una brutta aria, posto che la settimana scorsa è stato Della Vedova a dar sfogo a tutta la sua rabbia. Il finiano ha infatti minacciato le dimissioni da capogruppo per le scelte di Fini sulla legge elettorale. Della Vedova, convinto sostenitore dei collegi uninominali, ha visto Fini virare verso il pastrocchio proporzionalista. E ha letteralmente sbroccato. Un sintomo di un malessere destinato a deflagrare. Le elezioni si avvicinano e l’ultimo scandalo non giova. E quanti finiani riusciranno a rientrare in Parlamento?


I segreti di Elisabetta Tulliani: dai lavori nella casa al caso del passaporto
di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica
(da “il Giornale”, 20 ottobre 2012)

Anziché prendersi le sue responsabilità e dimettersi per la figuraccia fatta, Gianfranco Fini dapprima se l’era presa col cognato e ora ha scaricato la madre delle sue figlie.
Sulla casa di Montecarlo, dice ogni volta, è stato messo in mezzo a sua insaputa.

Il leader Fli già in occasione delle sue prime esternazioni sull’affaire immobiliare nel Principato, due anni e due mesi fa, confessò di essere caduto dal pero, e che a spingerlo giù era stata proprio la compagna: «Qualche tempo dopo la vendita ho appreso da Elisabetta Tulliani che il fratello Giancarlo aveva in locazione l’appartamento: la mia sorpresa e il mio disappunto sono facilmente intuibili ». All’epoca il reprobo sacrificabile era Giancarlo e non Eli, destinataria invece di un appello alle donne del Pdl della deputata finiana Flavia Perina per schierarsi contro quella che considerava «una lapidazione della donna del nemico ». Ma ora che dalle carte sequestrate dalla Gdf al latitante Corallo è saltata fuori anche la copia del passaporto di Eli, spedita via fax proprio a quel James Walfenzao che ha gestito le operazioni di compravendita «coperta » della magione monegasca, il leader di Fli sembra aver deciso di scagliare lui la prima pietra.

SILENZI, OMISSIONI E MISTERI
Certo è che Elisabetta, sulla vicenda, non la racconta giusta. Non solo perché – come il fratello – non ha mai voluto chiarire dubbi e sospetti. Ma anche perché lei nella storia della casa emerge fin dall’alba del business, ben prima della presunta spifferata a Fini, che deve avvenire dopo l’ingresso di Giancarlo Tulliani nell’appartamento, a gennaio del 2009. Torniamo a quei tempi. Tra il 2008 e il 2009 Elisabetta, secondo alcuni testimoni oculari, è parte attivissima nel processo di ristrutturazione dell’appartamento. C’è chi giura di averla addirittura vista «sul cantiere », come il vicino di casa Fabrizio Torta, che dichiarò in tv di aver incontrato «una signora bionda estremamente appariscente » che si «occupava della ristrutturazione », e che in seguito avrebbe riconosciuto sui giornali in Elisabetta Tulliani. Qualcuno arrivò a ricordare di aver incrociato nell’androne del palazzo la giovane donna insieme al compagno Fini, anche se la coppia ha sempre negato. Purtroppo per lei, esistono tracce di questa attività. Per esempio le numerose e-mail che lady Fini e il suo architetto inviavano a Luciano Garzelli, costruttore monegasco a cui, per primo, furono affidati i lavori su segnalazione dei «clienti eccellenti » da parte dell’ambasciatore nel Principato, Carlo Mistretta, che al Giornale disse di ricordare che, durante una visita di Giancarlo in ambasciata, il cognato di Fini chiamò la sorella in sua presenza. Garzelli, dicevamo, ha confermato di aver ricevuto chiamate e mail con le indicazioni della donna e dell’architetto romano che si occupava del progetto.

ATTENZIONE, LAVORI IN CORSO
«Ho ricevuto telefonate da Elisabetta Tulliani – ha detto Garzelli – oltre che dal fratello. Mi sono inizialmente occupato della ristrutturazione, poi ho passato i lavori alla Tecab, azienda per cui lavorava mio figlio, perché mi ero stufato delle richieste dei Tulliani, che volevano portare mobili, cucina, materiali dall’Italia. Una di queste mail porta la data del 25 giugno 2009, e l’architetto romano fa presente che Elisabetta Tulliani è d’accordo sull’orientamento da dare ai lavori. A metà settembre 2009 altra mail, a ottobre un’altra ancora dove Eli – sempre a detta dell’architetto – faceva presente di aver avuto un «ripensamento » sull’ubicazione dello spogliatoio-armadio. Contattato l’altro ieri dal Giornale, Garzelli si è tirato fuori: «Le e-mail le conservo, ma non ve le posso dare perché i legali della signora Tulliani mi hanno diffidato per motivi di privacy ». E ancora. La «cucina dall’Italia » a cui accenna Garzelli è la stessa Scavolini modello «Scenery » (indicata in progetto col nome «Tulliani04 ») di cui aveva parlato al Giornale un dipendente del negozio romano di mobili Castellucci, Davide Russo, che affermò d’aver visto più volte Elisabetta, e una volta anche Fini, al lavoro con gli arredatori del negozio al progetto di una cucina destinata a una casa all’estero. I finiani, con la solita comica imprudenza, negarono l’evidenza della planimetria della casa monegasca pubblicata dal Giornale con sovraimpresse le misure della cucina Scavolini, sostenendo che si trovava «a centinaia di chilometri » da Boulevard Princesse Charlotte. Poi ebbero il buongusto di arrossire in silenzio allorché, tempo dopo, pubblicammo le foto scattate all’interno di quella stessa casa con quella cucina identica nelle misure, nel modello, nel colore.

PASSAPORTI, BROKER E LATITANTI
Infine, è storia di questi giorni, l’ultimo colpo di scena: il passaporto di Eli finito nel fax di Corallo, ora ricercato dall’Interpol, e spedito chissà perché al broker Walfenzao. Il «fiduciario » di base a Montecarlo e a Saint Lucia che ha firmato l’atto d’acquisto della casa monegasca per conto della off-shore Printemps Ltd, che a sua volta vendette tre mesi dopo alla gemella Timara, alla quale la Tecab di Rino Terrana fatturò i lavori di ristrutturazione da 100mila euro. Walfenzao, stando proprio ai fax sequestrati a casa Corallo, avrebbe inoltre aperto un conto in una banca dell’isola caraibica su richiesta del re delle slot e nell’interesse di Giancarlo Tulliani, titolare di un’altra shelf company di Saint Lucia varata per scopi immobiliari, la Jayden Holding Ltd. Alla luce di quei contatti, è curioso anche rileggere l’unico «precedente » che lega Walfenzao alla bionda Elisabetta. Ossia la famosa e-mail trovata da Lavitola, quella in cui Walfenzao mette in guardia i suoi colleghi dell’ufficio di Saint Lucia dallo scandalo che stava scuotendo l’Italia, segnalando che «la sorella del cliente sembra avere un forte legame con uno dei politici coinvolti ». Se «la sorella » era Elisabetta, James l’aveva già conosciuta. Almeno in foto: quella del passaporto che Corallo gli aveva spedito a giugno del 2008, un mese prima della scandalosa svendita dell’immobile di Montecarlo donato ad An dalla contessa Colleoni: «per la buona battaglia », non per la guerra dei Roses.

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Altri articoli sul tema, qui, qui, qui, qui, qui (intervista a Guido Paglia).


L’arma (segreta) di Berlusconi: ripartire con la lista «L’Italia che lavora »
Ma i primi sondaggi la collocano al 4-5 per cento

di Francesco Verderami
(dal “Corriere della Sera”, 20 ottobre 2012)

Credeva di aver trovato la soluzione, «ho trovato un coniglio nel cilindro », diceva Berlusconi, convinto di poter rovesciare le sorti avverse mettendosi alla testa di imprenditori, di giovani e persino di intellettuali: «L’Italia che lavora, così si chiamerà la mia lista ». Perciò voleva far saltare l’intesa sulla riforma della legge elettorale, in modo da scegliere chi nominare in Parlamento, per questo aveva affidato ad alcune fedelissime deputate il compito di costituire un gruppo alla Camera.
L’avanguardia berlusconiana in Parlamento non avrebbe avuto solo il compito di testimoniare la nascita del progetto, sarebbe servita anche a evitare – grazie proprio alle norme del Porcellum – la macchinosa raccolta di firme in giro per l’Italia per la presentazione della lista. Il Cavaliere pensava davvero di aver risolto così ogni problema e di poter tornare a vincere, ricostruendo il fronte con la Lega e lasciando al Pdl gli oneri passivi insieme all’apparato. Era convinto che, trasformando il partito di cui è fondatore in una bad company, si sarebbe liberato dai debiti di una stagione fallimentare culminata con la caduta del suo governo.

Ma l’eugenetica non può essere applicata alla politica, non basta una lista dell’«Italia che lavora » per competere con le novità di Renzi e Grillo. Ancor più banalmente, non è cambiando l’ordine (e il nome) degli addendi che può cambiare la somma dei voti nelle urne. Anzi, è una regola che certe operazioni abbiano un saldo negativo. Anche perché i debiti finiscono comunque per ricadere sul leader e lo inseguono.

L’aveva avvisato per tempo Gianni Letta, «guarda Silvio che così non prenderesti più del 15% ». E i sondaggi hanno dato ragione all’antico consigliere di Berlusconi, siccome la lista non raccoglierebbe più del 4-6%, e sarebbe superata persino dal Pdl, quotato in caso di spacchettamento tra l’8 e il 10%. Sono numeri che raccontano il paradosso di un Cavaliere che rottamerebbe il Cavaliere, condannandosi all’irrilevanza politica, «a una triste uscita di scena », come dice Matteoli. Di più: quei numeri evidenziano come il Pdl riuscirebbe a sopravvivere al suo leader, che continua a marcare la distanza dal suo partito.

Per questo motivo il gruppo dirigente ha deciso di sfruttare l’intervista della Santanchè al Foglio come casus belli: per quanto i rapporti tra Alfano e Berlusconi siano tesi, l’offensiva non va infatti interpretata come un gesto ostile verso il Cavaliere, semmai come un appello a rompere gli indugi, per farsi interprete e protagonista del rilancio del Pdl. «Bisogna portarlo a ragionare, senza mai rompere », spiegava sere fa Verdini nel corso di una riunione. Nessuno lavora a un 25 luglio, tuttavia c’è una bella differenza tra l’idea di «rottamare » e quella di «resettare » il Pdl.

Il fatto è che il capo per ora non ci sente e continua a cercare ispirazione nei colloqui con persone estranee alla politica. Nei giorni scorsi gli sono brillati gli occhi quando un imprenditore suo ospite lo ha esortato a un «grande gesto »: «Berlusconi deve fare Berlusconi ». «E come? », gli ha chiesto il Cavaliere. «Tu devi denunciare il patto che ha portato alla nascita del governo Monti, dire che sei stato costretto ad appoggiarlo ». «Ma così perderei le elezioni ». «Sì, ma saresti coerente ». Avanti un altro. Perché c’è sempre qualcuno che è pronto a vellicarne l’ego, perciò l’ex premier non si cura dei suggerimenti di chi lo segue da decenni. Gianni Letta più volte lo ha esortato a fare i conti con la cruda realtà, una settimana fa lo ha invitato a prendere per esempio in considerazione l’ipotesi di puntare sull’ex sindaco di Milano Albertini come candidato a Palazzo Chigi: sarebbe un modo per sfidare i centristi di Casini. Niente.

E siccome Berlusconi non ha bloccato l’opera di demolizione del Pdl da parte dei suoi fedelissimi, Alfano ha deciso di reagire. Perché era ormai chiaro il disegno: se è vero che il voto siciliano rappresenta un test politico, com’è possibile che il partito venga screditato dai suoi stessi dirigenti mentre è in corso la campagna elettorale? L’obiettivo era (e resta) quello di scaricare sul segretario la responsabilità dell’eventuale sconfitta, per chiederne poi la testa.

Si vedrà se il candidato del centrodestra Musumeci riuscirà a battere anche quanti dovrebbero stargli al fianco nella sfida con Crocetta. Intanto è stata preparata la contromossa, di cui peraltro Berlusconi è a conoscenza. È il progetto che Alfano aveva già presentato al Cavaliere, un po’ modificato. Il segretario è pronto a varare il programma del partito, le nuove regole e una nuova squadra, nel segno di un «profondo ricambio ». Non ha ancora deciso se muovere il passo già prima del voto in Sicilia, per giocare d’anticipo, ma la road map – concordata con il resto del gruppo dirigente – porterà il Pdl alla convention del 2 dicembre, quando si discuterà anche il cambio del nome e del simbolo.

«Il partito non si scioglie », su questo Alfano è stato chiaro con Casini, che mira a un patto solo con una parte del Pdl, depurata dagli ex An. Un’opzione scartata da Alfano, che ha fissato i confini della sua forza politica, «ancorata all’europeismo e al Ppe » e che non accetta «analisi del sangue ». In attesa del risultato in Sicilia, sono a sua volta evidenti le difficoltà del progetto centrista, incapace di sfondare elettoralmente e ora colpito dal «caso Montecarlo » in cui è coinvolto Fini. Il leader di Fli si è rattristato per il modo in cui Casini lo ha invitato a dimettersi da presidente della Camera. È un ulteriore segno dello sgretolamento di un’area che un tempo fu maggioranza nel Paese.

Difficile immaginare una ricomposizione nel rassemblement dei moderati, è certo che il Pdl vuole giocarsi la partita della sopravvivenza. Con o senza Berlusconi, questo è il rebus tuttora irrisolto. Ma se il Cavaliere non ha ancora dato il via al suo progetto, c’è un motivo: all’operazione «Italia che lavora » manca il quid.


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Bart