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Un esempio di interrogatorio al fine di trovare reati a carico di Berlusconi

12 Ottobre 2013

(Riporto questo articolo per dare un esempio di come si svolgono gli interrogatori che hanno un qualche collegamento con Silvio Berlusconi. Questa schifezza va attribuita alla foga dei magistrati di scovare qualche colpa o reato da imputare a Silvio Berlusconi. Spero che serva ad aprire gli occhi a chi ancora non si rende conto di quale aggressione l’ex presidente del consiglio è stato fatto oggetto. Non poteva, il giudice, ad esempio, limitarsi a domandare alla Capone se avesse fatto sesso con Berlusconi, e finirla lì? Vale la pena ricordare che quando accadevano i fatti, Graziana Capone, detta “Angelina Jolie” per la somiglianza con la famosa attrice statunitense, era maggiorenne.))

Tarantini, il pm alla Capone: “Con Berlusconi portava le mutande?”
di Roberta Catania
(da “Libero”, 12 ottobre 2013)

Il processo è quello a carico di Gianpaolo Tarantini e Salvatore Castellaneta (più altre sei persone). Il tribunale è quello di Bari, che procede per induzione e sfruttamento della prostituzione in relazione ai festini (nel 2008) in casa di Silvio Berlusconi. Il 30 settembre scorso il giudice Ambrogio Marrone ha convocato Graziana Capone, conosciuta come l’Angelina Jolie di Bari, e Lucia Rossini, nota per essersi fotografata nel bagno della residenza romana dell’allora premier. Rossini era malata. Ecco la testimonianza di Capone.

Il racconto entra nel vivo con il primo incontro della Capone e Berlusconi, il 29 settembre 2008, ad una cena – all’una di notte – nella residenza di Arcore, organizzata dallo staff dopo la partita Milan-Inter.
GIUDICE: «Con quante persone? Più o meno ricorda quante persone c’erano? »
CAPONE: «Sì, beh, eravamo parecchie, non so se trenta o quaranta ».
G: «Chi sono gli altri? »
C.: «Gli altri erano tutti gli altri invitati. Dei quali io però conoscevo soltanto Tarantini. Siamo rimasti lì fino alle… siamo rimasti tutti insieme fino alle tre e poi dopo via via la gente andava via, fino a che siamo rimasti veramente in pochi, tipo in quattro o cinque. Erano già le quattro e mezza, così. Poi io mi allontano per andare in toilette, quando rientro non c’era più nessuno, neppure Giampaolo, era andato via, tra l’altro senza neppure darmene avviso ».
G.: «E quindi chi è rimasto? »
C: «Sono rimasta io e Berlusconi ».
G.: «Alle quattro del mattino? »
C.: «Sì ».
G.: «E poi fino alle sette del mattino che lei è andata via che cosa è successo? »
C: «Beh, ci siamo… lui mi ha raccontato tante cose, abbiamo, insomma, condiviso un momento, insomma, così, di intimità in camera sua, ma non abbiamo avuto rapporti sessuali. Per intimità intendo, insomma, un… così, un raccontarsi, io naturalmente ho raccontato di me, di quello che mi piaceva fare, ma senza francamente nessuna ambizione. Insomma, non mi aspettavo nulla da quell’incontro. In realtà era più lui a propormi, insomma, cose, ma io ero felice così ».
G.: «Cioè lei dice che è stata solo una conversazione? »
C: «Beh, c’è stata una conversazione affettuosa, non so come dire ».
G.: «Cioè che cosa intende per affettuosa? »
C: «Beh, nel senso che ci sono state delle carezze, ci sono state… insomma, non so che cosa vuole sapere ».
G.: «Cioè non c’era nessun atto sessuale, secondo lei? »
C: «No ».
G.: «Niente? »
C.: «No, assolutamente no, non ci sono atti sessuali ».
G.: «Diciamo, le ha messo una mano sulla spalla così, amichevolmente? »
C: «Beh, no.. ».
G.: «Che cosa è successo? »
C.: «Beh, ci sono state delle… insomma, delle effusioni così, un po’ più che la pacca sulla spalla ecco, però, insomma.. ».
G.: «Vabbè, e lei come le definisce? Diciamo, è una cosa che lei fa normalmente quando le persone le capita…? »
C.: «E’ una cosa che faccio normalmente se un uomo mi piace ».
G.: «Ah! Quindi – diciamo – c’era…? »
P.M.: «Giudice, vogliamo chiedere che cosa sono queste effusioni? Perché sennò non riusciamo neanche a capire di che cosa stiamo parlando ».
GIUDICE: «C’è un concetto giuridico di queste situazioni ed un concetto materiale diverso. Lei che cosa intende? Così cerchiamo di intenderci prima sul piano materiale, poi vediamo sul piano giuridico ».
CAPONE: «Beh, ci sono state delle carezze, non so, però io.. ».
G.: «Seduti, in piedi, su un divano? »
C.: «Sì, eravamo seduti sul letto ».
G.: «Sul letto? »
C.: «Eravamo seduti sul letto, sì ».
G.: «Vestiti? »
C.: «Beh, io ammetto che avevo.. ».
G.: «Eravate vestiti o vi siete alleggeriti? »
C.: «Ci siamo… sì, ci siamo alleggeriti ».
G.: «Quanto vi siete alleggeriti? »
C.: «Beh… »
G.: «Si renda conto che la materia del processo è questa purtroppo ».
C.: «Sì ».
G.: «Siamo a porte chiuse, ma.. ».
C.: «Beh, ci siamo alleggeriti, ma è durato abbastanza poco, perché… insomma, io non ero particolarmente e propriamente a mio agio, diciamo così, perciò in qualche modo così, ci siamo coccolati ».
G.: «Ed a che punto siete arrivati? »
C.: «… »
G.: «Cioè lei era vestita? »
C.: «Ero… ero… no, proprio vestita… si, insomma, avevo degli slip ed avevo un accappatoio… »
Poi la rivelazione
GIUDICE: «Quindi lei dal 2008 al 2010 è stata assunta nell’ufficio stampa di Berlusconi? E lo ha frequentato? »
CAPONE: «Assolutamente sì, l’ho frequentato, abbiamo trascorso delle vacanze insieme, siamo stati parecchio tempo insieme. Poi devo ammettere che lui, insomma, desiderava convivere con me ed io devo ammettere invece che mi sono resa conto che era… c’era una differenza di età sensibile per la quale non sarebbe stato possibile provare un sentimento che non fosse quello dell’amicizia o quello della stima, quello della… non so, così. Lui voleva delle cose da me che io non gli potevo dare ».


Napolitano ha dimenticato Cossiga? O lo ha superato?
di Paolo Becchi
(da “MicroMega”, 11 ottobre 2013)

«Il precipitare della grave questione costituita dai comportamenti sempre più abnormi e inquietanti del Presidente della Repubblica non è che l’ ultimo anello della spirale involutiva che sta stringendo il Paese ». Così scriveva nel 1991 Giorgio Napolitano, in occasione della richiesta di impeachment contro l’allora Presidente della Repubblica Cossiga. Certo Napolitano, prudentemente, storceva il naso di fronte alla messa in stato d’accusa: eppure non esitava a domandare le dimissioni del Capo dello Stato, notando come «si è totalmente smarrito il senso della misura al Quirinale » (G. Napolitano, Tutto quello che penso sul “caso Quirinale”, in «La Repubblica », 29 novembre 1991).

Chissà se Napolitano si ricorda ancora delle sue parole. Che ne è, oggi, del «senso della misura al Quirinale »? Le recenti dichiarazioni di Re Giorgio segnano un punto di non ritorno. La richiesta di amnistia e indulto è stata chiara: «un indulto di sufficiente ampiezza, ad esempio pari a tre anni di reclusione, e una amnistia avente ad oggetto fattispecie di non rilevante gravità ». Nessuno mette in dubbio che la «condizione delle carceri » in questo Paese sia degradante, infamante. Né che un immediato intervento sulla «drammatica » situazione carceraria costituisca un imperativo giuridico e morale.

Pure, è innegabile che l’effetto politico dei provvedimenti auspicati non sarebbe che uno: salvare il Caimano. Un conto, infatti, sono le retoriche e le ideologie (umanitarismo, diritti, condizione degli stranieri, etc.) che servono a giustificare la concessione di amnistia e indulto; un altro, sono le conseguenze politiche che da questi provvedimenti derivano. Ed è un fatto oggettivo che, in questo momento, tutto ciò servirebbe a far tornare sulla scena il Caimano.

Tutto questo il Capo dello Stato non lo sa? L’«imperativo » sarà pure giuridico o morale, ma il «condizionale » (che qui è d’obbligo) è certo politico. Il M5S lo ha detto chiaramente, e la risposta di Napolitano non è stata delle più pacate, come ci si attenderebbe dal rappresentante dell’unità nazionale: «Quelli che, come i grillini, mi accusano di volere un’amnistia pro-Berlusconi sono persone che fanno pensare a una sola cosa, hanno un pensiero fisso e se ne fregano dei problemi della gente e del Paese. E non sanno quale tragedia sia quelle carceri. Non ho altro da aggiungere ».

Ed invece vi sarebbe molto da aggiungere. La replica di Napolitano, anzitutto, è faziosa. Forse il Capo dello Stato non sa che a questione carceraria è uno dei temi di più intensa riflessione all’interno del M5S? Forse non conosce il «piano carceri » più volte presentato dal MoVimento 5 Stelle e già consegnato al ministro Cancellieri il 5 agosto scorso, senza neppure ottenere una risposta? Va da sé che la stampa di questo Paese vada dietro alle “sviste” del Presidente della Repubblica: «misera, nonché miserabile, reazione di Grillo, che ne ha parlato come di un salvacondotto per Berlusconi, incurante delle condizioni inaccettabili in cui versano i detenuti », si leggeva ieri sulle pagine de La Stampa. Ma vi è di più.

Può il Capo dello Stato entrare in lite con la prima forza politica del Paese? Quale diritto ha il Capo dello Stato, il «garante della Costituzione », attaccare esplicitamente l’opposizione parlamentare per aver questa criticato gli effetti politici che deriverebbero da una legge approvata dal Parlamento? Scriveva il costituzionalista Manzella, a proposito del “caso” Cossiga: il Presidente della Repubblica «rappresenta l’ unità nazionale. Nella formula costituzionale le parole sono semplici, ma pesano come pietre. Esse significano che il Presidente smette di fare il Presidente quando diventa rappresentante di disunità. Un presidente “in lite” può avere torto o ragione. Ma il fatto è che non deve essere in lite » (A. Manzella, Sul Colle ci vuole un uomo di pace, in «La Repubblica » 14 dicembre 1991).

Non è la prima volta che Napolitano attacca esplicitamente una parte politica, difendendo la «partitocrazia » e le sue alleanze. Napolitano è stato, dapprima, sarcastico, inopportunamente sarcastico, contro il M5S, con quel suo ormai celebre «di boom ricordo solo quello degli anni Sessanta in Italia, altri boom non ne vedo ». I suoi interventi, con il tempo, si sono fatti sempre più espliciti. Napolitano si è servito del potere di esternazione come strumento di direzione politica, di intervento negli equilibri politici, di attacco contro il M5S, prima forza d’opposizione all’interno del Parlamento e unica reale minoranza parlamentare i cui diritti dovrebbero essere tutelati e garantiti proprio dal Capo dello Stato. Napolitano si è servito dei poteri previsti dalla Costituzione non per difendere la legalità costituzionale, ma a fini politici: difendere a tutti i costi le «larghe intese » tra PDL e PD-L, assicurare la stabilità parlamentare al Governo Letta, impedire lo scioglimento anticipato delle Camere e nuove elezioni.

La sua stessa rielezione, del tutto atipica, è stata una consegna del potere di determinare l’indirizzo politico del Paese nelle sue mani (“accetteremo ogni tua condizione, a patto che tu rimanga”). Come si può sostenere che il Governo Letta sia un governo parlamentare quando il voto di fiducia delle Camere ha funzionato come mera ratifica a posteriori di una decisione presa direttamente e sostanzialmente dal Presidente della Repubblica? Il Governo Letta non è neppure più, come quello di Mario Monti, un «governo presidenziale » (ossia voluto dal Presidente): è il Governo diretto dal Presidente, ossia il Governo a capo del quale c’è, seppur per interposta persona, Napolitano. E che dire, poi, della continua minaccia di dimissioni in caso di crisi del Governo, della nomina dei quattro senatori a vita, della esplicita difesa dell’operato politico di Ministri (come Alfano, nel “caso kazako”), dei richiami contro la cosiddetta «magistratura politicizzata », della nomina di Amato a giudice della Corte Costituzionale?

Dimissioni, esternazioni, poteri di nomina: sono tutte prerogative del Capo dello Stato, certamente. Eppure esse si giustificano solo quando vengono adottate in conformità ai compiti ed ai poteri che la Costituzione attribuisce al Capo dello Stato. Esse non possono, invece, essere utilizzate dal Presidente per scopi politici estranei alle sue prerogative ed ai suoi poteri. Il Capo dello Stato – potere “neutro”, garante super parte della Costituzione – non può servirsi delle proprie prerogative per determinare la politica del Paese, incidere sulla formazione del Governo, impedire lo scioglimento delle Camere.

Dall’attacco degli scorsi giorni contro il M5S, è ormai evidente che questo Presidente della Repubblica non rappresenti più l’unità della Nazione, ma soltanto una parte del Paese: quella che ha voluto le “larghe intese” della partitocrazia, quella che cercherà, con tutti i mezzi a sua disposizione, di salvare ancora il Caimano. Che fare? L’ «ora è scoccata », scriveva Norberto Bobbio contro Cossiga, ancora in quel novembre 1991. Sino a quando, dunque, si chiedeva ancora Bobbio? «Siamo in molti a domandarci se l’ora non sia ormai già scoccata ».

Che fare? Per i reati di attentato alla Costituzione e di alto tradimento commessi dal Presidente della Repubblica, la Costituzione prevede soltanto la messa in stato d’accusa, deliberata dal Parlamento e giudicata dalla Corte costituzionale. Vi sono perlomeno due obiezioni. L’una, di tipo giuridico: era, questa, l’obiezione che Napolitano faceva allora alla richiesta di impeachment. Questione «assai controversa sul piano della sostenibilità giuridica », dichiarava. Certo è difficile capire come la Consulta (di oggi è giudice Giuliano Amato, tanto per ricordare) potrebbe giudicare la messa in stato d’accusa.

L’altra obiezione è di tipo politico: il senso politico della messa in stato d’accusa (al di là delle eventuali sanzioni penali, e quindi delle conseguenze giuridiche) sarebbe quello di costringere il Capo dello Stato alle dimissioni. E, nel nostro caso, ciò avrebbe l’effetto di ritardare ulteriormente nuove elezioni (in quanto – per indire nuove elezioni – sarebbe necessario eleggere il nuovo Presidente). Eppure si tratta, a ben vedere, di due obiezioni che non colgono il punto. Costringere Napolitano alle dimissioni – se pure tecnicamente ritarderebbe i tempi per nuove elezioni – rappresenterebbe un atto politico fondamentale: significherebbe la sconfitta delle larghe intese PDL – PD-L, della farsa che ha visto, come ha ricordato Grillo, «l’entusiasmo e il sorriso di Berlusconi, i suoi applausi felici alla nomina di Napolitano alla Camera ». E poi la messa in stato d’accusa avrebbe un valore simbolico e politico ben più alto di quello di un semplice procedimento “giudiziario”.

Scriveva Umberto Eco: «Il cosiddetto impeachment non costituisce necessariamente, come la parola potrebbe far ingenuamente supporre, una forma di condanna. Semplicemente, di fronte all’accusa che il Presidente abbia ecceduto nell’ esercizio dei suoi poteri, il Parlamento si riunisce per discutere se questo sia vero o no, e – come tutti i tribunali – può decidere che il fatto non sussiste. Ma, nell’interpretare gli articoli della Costituzione che definiscono i poteri del Presidente, fa qualcosa che va molto al di là del caso singolo […] Prima ancora di giudicare […], il Parlamento deve rileggere la Costituzione ad alta voce e di fronte al Paese » (U. Eco, Va in onda dal Colle il quinto potere, in «La Repubblica », 22 dicembre 1991).

È questo il senso politico della messa in stato d’accusa: il Parlamento – in quanto rappresentante della nazione – più che giudicare come un Tribunale ricostruisce la verità dei fatti, rilegge la Costituzione ad alta voce, dichiara di fronte al Paese ciò che pensa sull’operato del Capo dello Stato. Non si può pensare la messa in stato d’accusa in termini puramente giuridici, come un procedimento giudiziario. La controversia giuridica è una cosa, la necessità politica è un’altra. Che Napolitano abbia violato o meno una norma giuridica, certo è che egli ha esercitato le sue prerogative al di là dei limiti previsti dalla Costituzione, ha snaturato il senso politico e morale della figura del Capo dello Stato.

L’impeachment è, allora, il momento in cui il Parlamento valuta la condotta del Re: sulla base della Costituzione lo accusa, lo giudica e lo condanna politicamente. Per questo la messa in stato d’accusa ha un valore indipendentemente dal giudizio che, su di essa, darà poi la Corte Costituzionale. Essa rappresenta, infatti, il momento in cui il Parlamento, in quanto unico organo che è espressione diretta del popolo, si fa lui stesso garante della Costituzione, in cui è chiamato a leggere ed applicare la Costituzione contro il Re che l’ha usurpata.

Questa è dunque l’occasione, per il Parlamento, di prendere finalmente coscienza di quanto accaduto nel corso di questi ultimi mesi. E di accusare il Capo dello Stato, di fronte al popolo, di aver violato la Costituzione in nome della quale egli ha sempre dichiarato di agire.


Già sparito l’«effetto crisi »: centrodestra di nuovo avanti Pd
di E. Bu.
(dal “Corriere della Sera”, 12 ottobre 2013)

Operazione sorpasso: questa, in estrema sintesi, è la novità più rilevante del sondaggio Swg per il Corriere della Sera sulla credibilità dei partiti, la fiducia nel governo e le intenzioni di voto. Dopo le dimissioni dei ministri, la crisi annunciata e la bagarre in Senato, il centrosinistra (36,4%) aveva superato il centrodestra (34%) nel termometro elettorale.

Ora, a una sola settimana di distanza, le parti si sono di nuovo invertite. Il Pd cala di oltre 4 punti percentuali, passando dal 31,2 al 27, e la coalizione si attesta – grazie anche a un passo in avanti di Sel al 5,1 – al 32,9. Il centrodestra recupera quasi un punto e mezzo e arriva al 35,4 (era al 34), tornando ai livelli pre-voto, nonostante un Pdl ancora in lieve flessione al 24,6%. Tra gli altri partiti, i Cinque Stelle ritornano ai valori di inizio ottobre, intorno al 20%, mentre i centristi recuperano qualche decimale, arrivando al 6,3% (con Scelta civica al 5,1%). Anche per quello che concerne la fiducia nell’esecutivo si ripropone un ritorno ai livelli pre-voto di fiducia, con valori che si attestano intorno al 48%: «Si ripropone il tema di una soluzione governativa che raccoglie un gradimento legato soltanto alla preoccupazione del salto nel buio ma continua a convincere poco l’opinione pubblica ».

Anche la credibilità dei partiti è in calo. Il Pd, da dicembre 2010 a oggi, «ha due momenti positivi in concomitanza dell’avvento del governo Monti, ritenuto più lontano dal centrodestra in quanto sostituiva Berlusconi, e all’avvio del governo Letta », il Pdl «segnala un calo che si interrompe con il risultato elettorale, superiore alle attese, ma si aggrava con le vicende recenti », i Cinque Stelle, dopo il picco toccato in aprile (quando insidiavano il Pd), torna ai valori di dodici mesi fa, mentre «la Lega Nord presenta un calo, e nell’ultimo anno una stabilizzazione in una posizione debole ».


Prima che succeda ancora
di Fiorenza Sarzanini
(dal “Corriere della Sera”, 12 ottobre 2013)

Due giorni fa il Parlamento europeo ha approvato l’entrata in vigore del sistema di coordinamento per sorvegliare il Mediterraneo. Si chiama Eurosur: serve a controllare costantemente la frontiera marittima attraverso un sistema satellitare collegato con alcune centrali operative che si trovano in diversi Stati e può rivelarsi utile ed efficace per tenere sotto controllo i flussi di migrazione clandestina. Ma comincerà a funzionare il prossimo 2 dicembre e fino a quella data potrebbero essere ancora tanti i morti in mare, vittime del mercato criminale di esseri umani gestito dalle bande che agiscono in Libia e contano su una «rete » che arriva sino alla Tunisia, all’Egitto e al Marocco.

La tragedia avvenuta nove giorni fa a Lampedusa ha mostrato in maniera drammatica e brutale quali siano le conseguenze di una politica che non rimane sempre vigile di fronte a un’emergenza ormai strutturale. Il governo italiano ha così deciso di mettere la questione in cima alle priorità inviando due navi nel Canale di Sicilia, schierando sull’isola un contingente molto più consistente di mezzi e uomini. Sollecitate anche dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sono già state varate nuove regole per accelerare le procedure di assistenza per chi richiede asilo politico e per garantire migliore accoglienza a queste persone che continuano a fuggire dalla miseria e dalla guerra.

Molto altro bisogna ancora fare. È importante, ad esempio, che il ministero della Difesa, già impegnato con alcune navi in quel tratto di mare, impieghi tutte le risorse disponibili per contribuire all’attività di prevenzione potenziando i controlli e soprattutto aumentando la possibilità di soccorrere chi è in difficoltà. Però il vero sforzo deve farlo l’Unione Europea. Non per aiutare l’Italia, ma per affrontare questa crisi dai contorni epocali in maniera complessiva e organica. Per far sì che i flussi migratori possano essere davvero governati e non subiti. E quindi è in nord Africa che si deve intervenire, lì dove migliaia e migliaia di disperati si ammassano in attesa di partire. Per l’Europa, non per l’Italia. Bisogna farlo subito, con la missione internazionale di un pool di esperti che incontri le autorità di quegli Stati e pianifichi la presenza in quei luoghi di personale dell’Alto Commissariato per i rifugiati e della Ue in modo da effettuare un primo screening delle richieste di asilo e di assistenza.

Bisogna agire come di fronte a un terremoto, quando per salvare le persone non si deve perdere neanche un minuto. Perché quanto accaduto ieri sera, con un altro naufragio e altri morti, dimostra che proprio davanti a una catastrofe ci troviamo. Per questo è desolante vedere che il dibattito sulle eventuali modifiche alla legge Bossi-Fini porta i politici, parlamentari e non, ad accapigliarsi come in una lite condominiale. Evidentemente senza capire che questa volta la sfida è molto più seria, e non può essere ridotta a una bassa polemica da campagna elettorale.


Pdl, monta la rabbia di Silvio Berlusconi verso il governo Letta-Alfano e i giudici
di Alessandro De Angelis
(da “L’Uffinghton Post”, 12 ottobre 2013)

C’è qualcosa che va oltre e rischia di travolgere tutto questo dibattito su lealisti e traditori, congresso, organigrammi, vecchie glorie che non vogliono scomparire, giovani ambiziosi, amazzoni scatenate. È la rabbia. La rabbia di Berlusconi sta montando. Non è un caso che per la prima volta da quando Alfano lo ha “costretto” a votare la fiducia, l’ex premier ha iniziato a sfogarsi. Con l’obiettivo di “far uscire” all’esterno di palazzo Grazioli i suoi stati d’animo, le sue scomuniche e – forse – anche la sua voglia di vendetta.

Nel pranzo a palazzo Grazioli con gli europarlamentari il Cavaliere è un fiume in piena. Parla del “tradimento” di Alfano, avvolge di veleno il comportamento dei ministri: “Si erano già messi d’accordo con Letta che le loro dimissioni sarebbero state poi respinte una volta presentate”. Altro che fedeltà. Fa male il “tradimento”, loro e di Alfano, che si è materializzato nel modo più traumatico, in Aula, con quel foglietto con i 23 nomi del nuovo gruppo: “A quel punto – ha proseguito il Cavaliere – se avessimo votato la sfiducia avrebbero fatto un governo senza di noi”.

Parole che vengono lette con paura dai colonnelli di Alfano. È chiaro che il vecchio leone si è svegliato, e sta iniziando a mandare messaggi, e a prendere nuovamente le distanze dal governo: “I ministri non li ho scelti io, io ho scelto solo Alfano”. Chi conosce l’uomo sa che non si tratta di voci dal sen fuggite, ma di uno stato d’animo che rischia di riportare l’orologio indietro di una settimana, a prima della fiducia facendo fibrillare il governo, nel difficile passaggio della legge di Stabilità: “Avremmo dovuto votare – prosegue con i suoi ospiti – così cambiavamo la Severino”.

Per Berlusconi il senso di angoscia e di fine è soffocante, fa montare la voglia di rivincita, della zampata finale, ora che il calendario è sinonimo di ansia. Con la giunta che vota martedì la relazione Stefàno e con la decadenza che arriverà in Aula entro i quindici giorni successivi. Come sempre, quando si avvicinano scadenze dolorose il Cavaliere non si tiene. Ecco perché trapela dallo staff di Alfano una preoccupazione non irrilevante. Berlusconi è tornato falco.

Il confine tra la paura e l’ossessione è labile. Chi parla a telefono con lui racconta che ormai le telefonate sono uno sfogo continuo, sempre sugli stessi temi: i giudici, la questione Agrama, tutto ciò che non torna nei processi, magistratura democratica. Il copione del condannato, che non prevede varianti sul tema. La testa è meno libera, la creatività inceppata, gli eventi più forti di lui.

È un altro Berlusconi. Falco d’animo, ma con le ali tarpate. Una telefonata di Putin lo ha scioccato. Tanto che agli europarlamentari ha confidato: “Putin me lo ha sempre detto: te la faranno pagare, ti faranno fare la fine della Timoshenko”. Per la prima volta dal voto di fiducia torna la miscela esplosiva di rabbia sulla persecuzione giudiziaria e voglia di rivincita politica. È come se l’ex premier si sentisse in due prigioni, stretto in una doppia limitazione della libertà. I servizi sociali e il governo Letta, prigione nella quale lo hanno costretto i suoi. È in questo coacervo di emozioni che, chiuso a palazzo Grazioli con Ghedini, chiede di alzare il tiro sull’ultima battaglia, quella sulla decadenza: “Deve essere chiaro – spiega – il senso dell’ingiustizia subita. Dobbiamo usare il dibattito parlamentare per parlare all’Europa di quello che è accaduto”. Una tribuna, per portare il caso Berlusconi all’attenzione internazionale, denunciando che la sinistra pur di farlo fuori ha applicato una norma retroattiva.

È come se la settimana passata dal voto di fiducia sia servita a prendere coscienza di quello che è accaduto. Qualcosa è cambiato. E qualcosa cambierà. A partire dalla soluzione della faida interna. Che il Cavaliere proverà a risolvere a modo suo, prendendo un po’ di tempo, annacquando gli organigrammi, in attesa di un colpo risolutivo. Fitto gli ha detto una frase che ha molto apprezzato: “Quando tornerai davvero il leader del tuo partito la mia battaglia sarà finita”. Alfano, anche nel corso della cena, ha continuato a porre la questione in un modo che l’ex premier non ha apprezzato: “Voglio pieni poteri”. E c’è già chi scommette, nella cerchia ristretta, che prima della decadenza farà una mattanza di chi lo ha tradito.


Il Cav sfida i giudici di Milano: rieducatemi nella mia Arcore
di Luca Fazzo
(da “il Giornale”, 12 ottobre 2013)

Se qualcuno si aspettava che Silvio Berlusconi si candidasse ad aiutare in qualche parrocchia o a dare consigli in una Onlus Рinsomma a infilarsi nella ridda di proposte serie o beffarde che gli sono piovute addosso in queste settimane Рbeh, ̬ rimasto deluso.

Perché quella che ieri mattina, mezz’ora prima della chiusura delle cancellerie, viene depositata negli uffici della Procura della Repubblica di Milano è l’istanza di affidamento ai servizi sociali ampiamente preannunciata dai difensori del Cavaliere; il testo, chissà perché, è stato precipitosamente chiuso in una cassaforte del tribunale di sorveglianza; ma una cosa è certa: nella sua istanza, Berlusconi si limita ad esprimere una generica disponibilità a affrontare i passaggi previsti dalla legge, guardandosi bene (e d’altronde non era tenuto a farlo) dal dichiararsi pronto ad attività «socialmente utili ».

Se i giudici vorranno concedergli l’affidamento, dovranno farlo sulla base di quanto ha fatto finora, e non di qualche ora spesa a perdere tempo in una comunità di recupero.
I termini per la presentazione della domanda di affidamento scadevano martedì prossimo, ma già da un paio di giorni il Cavaliere e i suoi legali Franco Coppi e Niccolò Ghedini avevano terminato di limare il documento da sottoporre alla magistratura. In quegli incontri, era stato affrontato e sciolto anche il nodo della residenza da indicare nella domanda. Milano o Roma? Decisione non facile, perché dal momento in cui scattasse l’affidamento i movimenti di Berlusconi sarebbero alquanto limitati. Alla fine, stando a quanto trapela del documento chiuso in cassaforte, la scelta è caduta su Milano. L’ex premier, viene spiegato ai giudici, ha la residenza a Roma ma il domicilio ad Arcore. Ed è quest’ultimo indirizzo ad essere stato indicato come la «base » operativa cui Berlusconi intende restare legato nel corso dei dodici mesi della espiazione della pena: fermo restando il suo diritto di chiedere l’autorizzazione a recarsi a Roma o altrove quando lo riterrà necessario.

Non è una scelta da poco, questa del Cavaliere. Anche perché dimostra che la decisione di spostare la propria residenza a Roma, formalizzata ancora prima della sentenza di condanna, non aveva come obiettivo sottrarsi alla giurisdizione della magistratura milanese. Sarà il tribunale di Sorveglianza del capoluogo lombardo a decidere se concedergli l’affidamento, e sarà lo stesso tribunale a gestirlo nel corso dei mesi. Sarà un «cliente » facile, Berlusconi, per gli psicologi e i giudici del tribunale di sorveglianza? O anche questa fase diverrà una nuova puntata del braccio di ferro ventennale tra il Cavaliere e il palazzo di giustizia milanese?
Ieri la richiesta viene depositata in Procura e da quel momento viene trattata come se, invece di una istanza, contenesse antrace. La Procura, su ordine del capo Edmondo Bruti, la chiude in una busta sigillata e la fa portare al tribunale di sorveglianza. Qui il presidente, Pasquale Nobile de Santis, la chiude in cassaforte senza nemmeno aprirla. Verrà esaminata solo a partire dalla settimana prossima. Ma ci vorranno molti mesi (sei, nella più rapida delle ipotesi; una dozzina o più, se si seguiranno i tempi ordinari) prima di una decisione.
Nel frattempo Berlusconi continuerà a fare la sua vita normalmente: unico impiccio, i colloqui periodici con Severina Panarello, capo dello staff del Dipartimento della amministrazione penitenziaria, che dovrà vagliare la sua volontà di «reinserirsi ». A meno che nel frattempo non accada qualcosa di nuovo: visto che giovedì prossimo verranno depositate le motivazioni del processo Ruby 2, che apriranno la strada ad una nuova inchiesta contro Berlusconi. Ipotesi di reato: corruzione di testimoni.


Quelle frasi per mandare messaggi al governo
di Adalberto Signore
(da “il Giornale”, 12 ottobre 2013)

La misura di quanto convulse siano queste giornate dentro il Pdl la dà il numero esorbitante di versioni – verosimili o del tutto improbabili – che vengono fatte girare ad arte su come siano andati gli incontri che Berlusconi ha avuto nelle ultime 48 ore.
A Palazzo Grazioli ormai da giovedì mattina il Cavaliere sta tenendo delle «consultazioni » permanenti per cercare di tirare le somme del lacerante scontro interno al partito. Prima Bondi e Verdini, poi i lealisti guidati da Fitto con Gelmini e Carfagna, a seguire Gianni Letta e Confalonieri e infine, ieri alle 21.30, anche Alfano.
Una vera e propria girandola d’incontri su cui è stato fatto circolare tutto e il contrario di tutto. D’altra parte, le posizioni dentro il Pdl sono lontane come mai era successo. Distanze siderali, politiche ma soprattutto umane. Tanto che, concordano esponenti di primo piano dell’una e dell’altra parte, «le possibilità che si trovi quella sintesi che vorrebbe Berlusconi sono ridotte al lumicino ». Tutti, insomma, si rendono conto che al di là delle buone intenzioni («il nostro elettorato ci vuole uniti », ripete Schifani) si è ormai andati oltre e difficilmente sarà possibile una ricomposizione.
L’ex premier, che era stato alla finestra fino a mercoledì preso anche dalle sue vicende legali, continua a predicare l’unità e ad augurarsi che si possa trovare una sintesi. Non nasconde, però, una certa delusione per quanto accaduto con il voto di fiducia. Al di là delle tante e contraddittorie ricostruzioni, la cronaca racconta un Cavaliere piuttosto perplesso dal comportamento dei ministri del Pdl. Non solo durante l’incontro di giovedì con i lealisti, ma pure ieri durante il pranzo con la delegazione di europarlamentari Pdl. Ed è sempre cronaca il fatto che alle agenzie di stampa che danno conto delle critiche di Berlusconi ai cosiddetti governativi non segua smentita.

Al netto delle tante polpette avvelenate in circolazione in queste ore, insomma, la sensazione è che il Cavaliere abbia voluto marcare una presa di distanza dai ministeriali. Che, non a caso, sono in grande agitazione se ieri sera un ministro Pdl dava per inevitabile la «costituzione di gruppi autonomi sia alla Camera sia al Senato ». Ed è di questo che si torna a parlare senza troppi giri di parole, perché il timore è che la burrasca possa esplodere a breve.
Un passaggio chiave sarà il voto del Senato sulla decadenza di Berlusconi in programma a fine novembre. Un momento in cui la tensione all’interno del Pdl è destinata a superare il livello di guardia. Ma anche prima potrebbero esserci avvisaglie serie. Sulla legge di Stabilità per esempio, perché il Cavaliere – questo ripete nelle riunioni degli ultimi due giorni – vuole sia «improntata sulla crescita » e pretende che i provvedimenti sulla fiscalità rispettino «gli accordi su cui è nato il governo ».
Nessuno ha la palla di vetro. Ma negli ultimi venti anni mai come in questi giorni il partito di Berlusconi è stato spaccato. Peraltro, proprio nei giorni in cui – con l’imminente voto sulla sua decadenza – il Cavaliere è in un momento di debolezza senza precedenti. Insomma, l’ipotesi ventilata ieri da Cicchitto di una «separazione consensuale in due partiti » (il Pdl più moderato e Forza Italia più movimentista) non è nei desiderata dell’ex premier ma forse è la soluzione più probabile.


Pdl: se il congresso è tabù si riaprano i club
di Arturo Diaaconale
(da “L’Opinione”, 12 ottobre 2013)

E’ facile prevedere che lo scontro in atto nel centro destra tra lealisti ed alfaniani non si concluderà nel giro di poco tempo ed andrà avanti per tutto l’inverno e fino alla vigilia delle elezioni europee. Sarà quello il punto d’arrivo della lotta al coltello per il controllo del Pdl che si sta svolgendo tra i berlusconiani ortodossi ed i diversamente berlusconiani. Perché le europee diventeranno la cartina di tornasole delle reali intenzioni degli uni e degli altri.

Di fronte ad un voto che rappresenterà un test politico di primaria importanza per ogni singolo partito e per gli equilibri politici complessivi del paese, le diverse componenti del Pdl saranno costrette a decidere se rimanere unite in una unica formazione politica o dividersi tra una versione italiana del Ppe europeo aperto all’Udc ed ai cattolici di Scelta Civica ed un Pdl ispirato ai conservatori inglesi o ai gaullisti francesi. Chi sostiene che per evitare di arrivare ad una rottura del genere in primavera sarebbe opportuno celebrare un congresso in inverno ha perfettamente ragione. Ma chi replica che in un partito dove non si è mai tenuto un congresso sia praticamente impossibile realizzarlo di qualche mese non ha affatto torto.

E allora? Come conciliare le ragioni degli uni e le considerazioni degli altri senza anticipare ad oggi la spaccatura destinata a dare vita a due formazioni politiche diverse che sembra profilarsi nel prossimo futuro? Innanzi tutto rilevando che in un partito fornito di un leader che, almeno a parole, gode della fiducia di tutte le diverse componenti, la convivenza tra chi si ispira al popolarismo d’ispirazione religiosa e chi al conservatorismo inglese o al gaullismo francese non è affatto impossibile. Non tanto per ragioni culturali quanto per una esigenza fin troppo pratica. Se le due componenti sono unite, il loro partito può competere ad armi pari con la sinistra. Se sono divise vengono inevitabilmente battute.

A questa prima risposta se ne aggiunge una seconda che riguarda il rapporto tra le diverse componenti ed il loro elettorato. Non ci vuole grande acume, infatti, nel rilevare che dallo scontro in atto tra lealisti ed alfaniani gli elettori del centro destra sono completamente e rigorosamente esclusi. Si dice che questa è la prassi del partito leaderistico. Ma si tratta di una colossale bugia. Perché la prassi del partito leaderistico è data dal rapporto diretto tra leader ed i suoi elettori. E ciò che sta avvenendo nel Pdl è l’esatto contrario di una prassi del genere visto che lo scontro è tra pezzi di nomeklatura per stabilire chi tra di loro ha la possibilità di un rapporto più stretto con il leader.

Il ché comporta il progressivo allontanamento tra il leader ed il proprio elettorato come dimostrano i sondaggi secondo cui cresce l’astensionismo tra il popolo del centro destra. Se si vuole evitare la scissione, allora, non c’è che far rientrare in campo gli elettori ed i simpatizzanti e riannodare il filo tra loro ed il Cavaliere. Come? Uscendo dalle stanze dei Palazzi del potere e ritornando tra la gente che chiede solo di poter dire la sua e partecipare in qualche modo alla discussione sulla sorte del movimento che aveva acceso la speranza del grande cambiamento del paese. Se non si può celebrare il congresso si riaprano i club. E si ricominci dalla base!


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