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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Giallo: Gigolò/A detective story: Gigolo (Trad. Helen Askham) #12/22

22 Agosto 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

Gigolò #12

Toccò al commissario Renzi decidere le sorti di Santino, Fiorello e Marcello.
«Tornate a casa » disse, al contrario di quanto avrebbe voluto fare il Questore, che tuttavia lasciò carta bianca a Renzi, visto che sua era la competenza.
«Però, valuti bene ciò che fa. La città è surriscaldata. Gli ordini, lo sa, sono di essere severissimi, e di dar loro una lezione. »
«Li abbiamo tenuti in cella abbastanza, non crede? La lezione, eccome se gliel’abbiamo data. »
«Non basta mai a certi tipi, che si credono di poter fare e disfare le leggi a loro piacimento. Si è perso il senso della misura, Renzi, e lei veda di non assecondarli. Severità, e severità, non ci si deve intenerire con costoro, che sono il tarlo della società, e più si compatiscono, più lavorano contro tutti noi. Stia in guardia, Renzi, e usi la ragione, non il cuore. »
«È giusto che tornino a casa, questo è ciò che penso, e se lei lascerà decidere a me, farò così. »
«Lei sa che la stimo, e quindi… »
«Vado a dare gli ordini. »
Fiorello, quando tornò a casa, trovò Lucia cambiata. Dimagrita, non parlava più. Lo vide e non emise un suono; gli occhi, prima vivaci, erano spenti. La figlia Valeria dormiva.
«Vincono sempre loro » disse lui quasi sottovoce, pensando alle manganellate che aveva ricevute, e ai giorni di prigione.  

Fiorello aveva stretto amicizia con Santino e Marcello e si facevano visita. Ora erano a casa di Fiorello, e Lucia aveva preparato il tè. Lo servì in cucina, poiché era lì che s’incontravano e scambiavano quattro chiacchiere. Gli argomenti erano sempre gli stessi, che attenevano al lavoro e alla condizione disperata di molte famiglie. Anche Valeria, seduta su di uno sgabello, ascoltava.
Marcello sosteneva che occorreva consentire alle aziende di produrre, perciò il governo doveva avere sempre un occhio di riguardo per esse.
«Se imponiamo dei legacci alle aziende, facciamo il nostro danno. Un’azienda deve produrre ricchezza, perché possa dare lavoro a noialtri. »
«Ma la ricchezza, mica viene a noi, se la pappano loro, caro Marcello. È questa la verità. » Era Santino, che a causa della sua personale esperienza non si fidava più dei padroni. «Il padrone ci sfrutta e basta. È sempre stato così, e sempre sarà. Se ti guardi indietro, vedi che la società è composta dai miserabili come noi, e dai ricchi. Sembra che il mondo non conosca altra regola duratura che questa. »
«Però, Marcello non ha tutti i torti; » diceva Fiorello «se si tartassano le aziende, queste illanguidiscono, non reggono la concorrenza di quelle che producono all’estero, meno gravate delle nostre; e in economia non c’è che il fallimento quando si verifichi questa situazione, il fallimento per le più deboli, che non riescono a produrre in concorrenza. E se falliscono, si distrugge il lavoro, e se si distrugge il lavoro, noi si torna a casa. »
«Allora bisogna arricchire i nostri sfruttatori? »
«Non dico questo » riprese Marcello. «Dico che ognuno deve fare ciò che gli riesce meglio, e non c’è dubbio che un’azienda non la può dirigere un operaio, che ha capacità esecutive, ma difficilmente riesce a coniugarle con quelle di manager. Bisogna lasciare guidare un’azienda da chi possiede questa importante attitudine, perciò io non mi scandalizzo davanti ad un imprenditore ed anzi lo considero un anello importante per lo sviluppo della società.[1] »
«A pensarla così, si diventa dei lacchè, e non si migliorerà mai la nostra condizione, perché si parte danneggiati in partenza, e resteremo pecore per sempre. »
«Ma se non sappiano gestire un’azienda, perché dovremmo ostentare di saperlo fare e così distruggere ricchezza con le nostre mani? » Era di nuovo Marcello.
«Si deve provare. »
«È giusto anche questo. E nella storia si è provato. E il risultato è stato deludente, se non tragico. Io non escludo tuttavia che non ci possa essere qualcuno di noi che sappia farlo, in questo caso egli diventi pure un imprenditore, poiché saprà produrre ricchezza. »
«Non si schiererà più con noi, però, questo è certo! » Era Fiorello.
«Diventerà come gli altri e non si ricorderà di com’era. » Era Santino.
«Resta comunque importante che nella società ci sia anche per noi disgraziati questa opportunità, se abbiamo il genio di saper creare ricchezza. »
«E allora come si può difendere la nostra condizione e addirittura migliorarla, se un operaio che ha, come dici tu, il genio di produrre, diventa imprenditore, e passa dall’altra parte. »
«Ripeto che ognuno deve tendere a fare ciò di cui è capace, questo è un principio vitale per il progresso della società e dell’uomo, e quindi si deve dare all’imprenditore tutto l’agio di dispiegare la propria attitudine. Saranno le lotte operaie a difendere la condizione dei più deboli. Un imprenditore illuminato capisce da sé che la sua fortuna è frutto anche delle capacità delle maestranze e degli operai, e in qualche caso, anche se raro, non c’è bisogno di accendere delle lotte, perché è l’imprenditore stesso che distribuisce sul salario una parte del suo profitto, ma negli altri molti casi, tocca agli operai organizzarsi e pretendere la propria parte, poiché è altrettanto certo che la prosperità di un’azienda dipende non solo dalle capacità dell’imprenditore ma anche da quelle degli operai. È una verità molto semplice, e anche molto evidente, non ti pare? »
«Una teoria che non tiene conto che l’uomo è lupo, e difficilmente chi ha il potere si cura dei più deboli. » Era Santino.
«Ed è per questo che ogni società fa un passo avanti solo se chi è debole ha lottato ed è pronto a lottare. »
«Si deve vincere, però, se no, invece che andare avanti, si va all’indietro. »
«In realtà, anche se non sembra, i deboli vincono, seppure a piccoli passi, e la nostra condizione migliora nel tempo. »
«Io non me ne sono accorto » disse asciutto asciutto Santino.
Valeria si era addormentata. Aveva cercato di tenere aperti gli occhi, ma poi, come il gatto Mouton di Zola[2], si addormentò profondamente.
Un altro gatto ha rilievo nell’opera di Émile Zola, e fa una brutta fine. Si tratta di Franí§ois, che viene gettato dalla finestra da Laurent, uno dei protagonisti di Thérèse Raquin. Presolo per la collottola, lo lancia contro il muro di fronte, dove rimane schiacciato, si rompe la schiena, cade e si trascina emettendo rauchi miagolii.

[1] Una tesi simile è sostenuta dal commissario Renzi nel giallo Lo sconosciuto.
[2] Ne Il ventre di Parigi.

 

Gigolo #12

It fell to Detective-Inspector Renzi to decide the fates of Santino, Fiorello and Marcello.
“Go home,” he said.
This was contrary to what the Chief Constable would have wanted him to do. However, he left the matter to Renzi’s discretion since this was within his competence.
“OK,” the Chief Constable had said, “but think carefully about what you’re doing. Lucca is overheated and you know that our orders are to be severe and teach them a lesson.”
“They’ve been held in the cells long enough, don’t you think? We’ve already taught them lesson enough.”
“That’s never enough for those of them who think they can make and unmake the laws as they please. They’ve lost all sense of proportion, Renzi, so make sure you don’t encourage them. Severity and then severity again. We mustn’t be soft with them. They’re a menace to society and the more we feel sorry for them, the more they’ll work against all the rest of us. Be on your guard, Renzi, use your head not your heart.”
“It’s right they should go home. That’s what I think. If you let me decide for myself, that’s what I’ll do.”
“You know I respect you, so…”
“I’ll go and give the order then.”
When Fiorello got home, Lucia had changed. She was thin and she’d stopped speaking. She saw him and said nothing. Her eyes, that used to sparkle, were dulled. Their daughter Valeria was sleeping.
“They always win,” he said in an undertone, thinking of the clubbing he’d had and the days he’d spent in prison.  

Fiorello had become close friends with Santino and Marcello and they visited each other. Now they were in Fiorello’s house and Lucia had made tea for them. She poured it out in the kitchen where they always gathered to talk. They always talked about the same things – work and the desperate situation that so many families were in. Valeria was sitting on a stool, listening.
According to Marcello, they had to allow the companies to produce, because the government was always on their side in that respect. “If we tie their hands, we make trouble for ourselves. A company has to make money so it can give the rest of us work.”
“But, Marcello, we won’t see any of the money because they’ll stuff it in their own pockets,” said Santino. “That’s the way it is.” He didn’t trust bosses any more because of his personal experience. “The bosses exploit us and that’s all there is to it. It’s always been that way and it always will. Look back and you’ll see that society is made up of poor wretches like us and the rich. It seems this is the world’s most enduring law.”
“There’s something in what Marcello says, though,” said Fiorello. “If the companies are squeezed, they’ll go under. They won’t be able to cope with competition from companies that produce abroad and aren’t taxed as heavily as we are here. In economics, there’s nothing for it but bankruptcy when the situation’s like that. Bankruptcy for the weakest who can’t keep up with the competition. And if they go under, there’s no work, and if there’s no work, we get sent home.”
“So,” said Santino, “we have to make the people who exploit us rich?”
“I’m not saying that,” said Marcello. “I’m saying everyone has to do what he’s best at and obviously a factory hand can’t run a company. Yes, he has some executive powers but he can hardly combine them with those of a manager. We have to leave the running of the company to the people who can and so I don’t feel offended by an entrepreneur. I just regard him as an important link in the development of society.”[1]
“That way of thinking turns men into lackeys. We’ll never improve our condition because we start off disadvantaged and that’s the way we’ll be.”  
“But if they don’t know how to run a company,” asked Marcello, “why should we pretend that we can and thus destroy wealth with our own hands?”
“We have to try.”
“Fair enough but it’s been tried already and the result was disappointing if not actually tragic. However, I don’t exclude the possibility that one of us might be able to do it in which case he’d become an entrepreneur himself because he’d know how to produce wealth.”
“And he wouldn’t stand shoulder-to-shoulder with us anymore, that’s for sure!” said Fiorello.
“He’d become one of them,” said Santino, “and forget what he used to be.”
“But it’s still important that society offers this chance to oppressed people like us, if we have the gift of knowing how to create wealth,” Marcello insisted.
“So,” asked Fiorello, “how can we protect our situation and even improve it, if a worker who has this gift for creating wealth becomes an entrepreneur and therefore crosses over to the other side?”
“I can only say what I said before – we all have to do what we’re capable of doing. This is one of the vital principles for progress, in society and for mankind, and therefore we have to give entrepreneurs every opportunity to use their abilities. The workers’ struggle will be to protect the position of the weakest. The enlightened entrepreneur doesn’t have to be told that his wealth is partly the result of the skills of his workforce and, in that case, rare though it may be, there’s no need for conflict because it’s the entrepreneur himself who adds some of his profits to what’s in our pay packets. In other cases, however, and there are plenty of them, it’s up to the workers to organise themselves and claim what it’s due to them, because it’s just as clear that a company’s prosperity depends not just on the entrepreneur’s ability but also on those of his workers. This is a very simple and a very clear truth, don’t you think?”
“It’s an idea that doesn’t take account of the fact that men are naturally unprincipled,” objected Santino. “You don’t often find men with power caring for the weak.”
“That’s why society progresses only if the weak have fought and are ready to fight again.”
“But they have to win, otherwise they go backwards instead of forwards.”
“Actually, even if it doesn’t seem that way, the weak win, one little step at a time, and our condition gradually improves.”
“Not that I’ve noticed,” said Santino.
Valeria had dozed off. She’d tried to keep her eyes open but then, like Émile Zola’s cat, Mouton,[2] she’d fallen sound asleep.  
Another cat plays an important part in Zola’s Thérèse Raquin, one that comes to a horrid end. This is Franí§ois, thrown out of the window by Laurent, who picks him up by the scruff of his neck, throws him against the opposite wall, where he hangs, his back broken, before he falls, meowing hoarsely.

[1] Detective-Superintendent Renzi expresses a similar view in Unidentified Body.
[2] In The Belly of Paris.


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5 Comments

  1. Commento by Tom Humes — 22 Agosto 2008 @ 06:45

    Nice Site layout for your blog. I am looking forward to reading more from you.

    Tom Humes

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 22 Agosto 2008 @ 14:17

    Many thanks, Tom

    Bart

  3. Pingback by The Obama Nation, abomination! Corsi the swiftboater! · — 23 Agosto 2008 @ 14:16

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