Grillo: “Ok a governo Pd-Pdl, per legge elettorale e tagli”

di Redazione
(da “la Repubblica”, 2 marzo 2013)

ROMA – Il Movimento 5 Stelle è disposto a sostenere un governo formato da Pd e Pdl se come prima misura approvasse una riforma elettorale e si impegnasse a tagliare i costi della politica: lo dice Beppe Grillo in un’intervista a Focus.

“Se Bersani e Berlusconi proponessero l’immediata modifica della legge elettorale, la cancellazione dei rimborsi elettorali e la durata massima di due legislature per ogni parlamentare, sosterremmo ovviamente subito un governo del genere”, ha dichiarato al settimanale tedesco. Grillo, però, è scettico: “non lo faranno mai, stanno solo bluffando per guadagnare tempo”.

Ieri aveva attaccato duramente Pierluigi Bersani ed il Pd parlando di proposte di coalizione da parte del partito democratico che somigliano ad un “mercato delle vacche”, di “volgari adescatori” in cerca dei suoi eletti e di un metodo di fare politica “puttanesco”. Oggi rilancia l’ipotesi di un governissimo, contro cui si è scagliata la base del Pd, dettando le sue condizioni per un eventuale sostegno. Anche se in un post scriptum all’intervento pubblicato ieri sul suo blog continua a ribadire: “per quanto mi riguarda, lo ripeto per l’ultima volta, il M5S non darà la fiducia a nessun governo (tanto meno a un governo Pd – Pdl), ma voterà legge per legge in accordo con il suo programma”.

Nell’intervista il leader del M5S dice che il sistema economico italiano è ormai al collasso e i fondi dello Stato basteranno per coprire le spese al massimo per i prossimi sei mesi: “Ai vecchi partiti do ancora sei mesi e poi è finita”, spiega, sottolineando che “a quel punto non riusciranno più a pagare né le pensioni, né gli stipendi pubblici”. Per Grillo l’Italia deve trattare con l’Europa una rinegoziazione del suo debito pubblico: “Siamo schiacciati non dall’euro, ma dai nostri debiti, con 100 miliardi di euro all’anno di interessi siamo morti, non ci sono alternative (alla rinegoziazione, ndr)”.

Il leader 5 Stelle ha paragonato la situazione dello Stato a quella di una società per azioni: “Se ho acquistato azioni di un’azienda e questa fa bancarotta”, ha spiegato, “allora ho avuto sfortuna. Ho rischiato e ho perduto”. A suo avviso, se le condizioni non dovessero cambiare, l’Italia dovrebbe uscire dall’euro e tornare alla lira. Grillo si rallegra poi del fatto di non avere preso ancora più voti di quelli che ha raccolto: “Saremmo stati forse un po’ preoccupati se avessimo ottenuto subito la maggioranza. Questa è stata solo la prova generale”.

Pdl a Bersani: Se fallisce coi 5 stelle, non potrà essere nostro interlocutore. Intanto dal Pdl arriva un avvertimento chiaro a Pierluigi Bersani. “Se non riesce, come ritengo molto probabile, il tentativo di Bersani di costituire un rapporto parlamentare privilegiato con il movimento di Grillo, il nostro interlocutore nell’ipotesi della formazione di un governo di transizione sostenuto dalle uniche forze politiche disponibili non potrà più essere Bersani, ma un’altra figura indicata dal Presidente della Repubblica”, dice in una nota l’esponente del Pdl Sandro Bondi.


Beppe bluff? Fatelo premier per scoprirlo
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 2 marzo 2013)

Beppe Grillo si è sbilanciato alla propria maniera, con uno stile che si può definire – gentilmente – poco elegante. Dopo avere dato del «morto che cammina » a Pier Luigi Bersani, che lo invitava a collaborare per costituire un governo del Pd, si è offerto quale presidente del Consiglio dei ministri: «Datemi la fiducia e guiderò il Paese con il mio esercito di neoeletti nella lista Movimento 5 stelle ».
La proposta provocatoria non è stata presa molto sul serio, anche se ha suscitato un certo divertito interesse. Personalmente, invece, la considero un’opportunità da cogliere al volo. D’altronde non si può fingere di ignorare che il comico riciclatosi in leader politico (sia pure anomalo) è il capo del primo partito italiano, e ha quindi il diritto di far sentire la propria voce e di cimentarsi quale timoniere. Non possiede un numero sufficiente di parlamentari per formare una maggioranza e arrangiarsi in proprio; avrebbe quindi bisogno di essere sostenuto da altre forze: Pdl, Pd e centro montiano. Lo stesso problema che affligge i democratici e i berlusconiani: irrisolvibile se non ricorrendo a una coalizione fra avversari.

Che fare? Tornare alle urne? Nessuno lo desidera, specialmente con il Porcellum che si è rivelato una catastrofe. Mi pare dunque che ci si debba rassegnare a un compromesso. Un’alleanza tra Bersani e Berlusconi non è gradita a sinistra e neppure, immagino, alla base del centrodestra. Quand’anche i due leader superassero i contrasti che li dividono, e decidessero di associarsi turandosi il naso e sfidando l’ira dei propri elettori, correrebbero un grave rischio: fornire a Grillo argomenti a iosa per attaccarli o, peggio, deriderli. E alle prossime consultazioni – prevedibilmente entro l’anno – l’istrione ligure avrebbe buon gioco a incrementare in misura spaventosa il proprio patrimonio di consensi.
Valutando i pro e i contro, si giunge alla conclusione che il minore dei mali sia appunto consegnare il Palazzo nelle mani dei grillini, assicurando loro, per un periodo di tempo (alcuni mesi), la fiducia. Un azzardo? Sì, naturalmente. Ma indispensabile per uscire dall’angolo in cui la politica si è cacciata con la spinta dei cittadini, i suffragi dei quali sono stati determinanti. Si dà il caso che non sia onesto liquidare Grillo come un parvenu indegno di rappresentare il popolo che lo ha scelto. In democrazia contano i voti e non i pregiudizi. Per sapere se il M5S è all’altezza di rispondere alle aspettative dei suoi aficionados c’è un solo modo: metterlo alla prova. Se sarà capace di realizzare i programmi sulla scorta dei quali ha ottenuto largo seguito, bene, saremo tutti contenti, e converrà consentirgli di rimanere al comando l’intera legislatura.

Se, viceversa, il Movimento mostrasse la corda e creasse agli italiani più guai di quanti già non ne abbiamo, i partiti avrebbero facoltà di sfiduciare il governo, in qualsiasi momento, invocando una nuova consultazione.
È ovvio: se Grillo fallisse nel ruolo di premier, perderebbe di colpo ogni credibilità e il suo consenso passerebbe dall’attuale 25 per cento allo 0,4, esattamente com’è accaduto a Gianfranco Fini. Il quale – il lettore ricorderà – fu promosso eroe della patria quando s’impegnò a demolire la maggioranza del Cavaliere; poi, però, a missione compiuta, è stato addirittura buttato fuori da Montecitorio. La gratitudine non è una categoria della politica.
La casta usa mezzi e persone per i propri comodi, ma è la gente a castigare e premiare togliendo o dando il voto secondo umori e opinioni. Ecco perché è importante che Grillo sia posto nelle condizioni di sperimentarsi. Le sue idee sono buone? Soprattutto, egli è apparecchiato per trasformarle in realtà? Salga al vertice dell’esecutivo, si rimbocchi le maniche e si dia da fare, convincendoci che sotto il fumo c’è anche l’arrosto. Altrimenti, pace amen. Saranno i suoi stessi «tifosi » a buttarlo giù dal piedistallo su cui lo hanno appena issato. Le urne non mentono.


Gotor, il guru del disastro elettorale che ora spinge Pier Luigi nel baratro
di Leonardo Paco
(da “il Giornale”, 2 marzo 2o13)

Se vi state per caso chieden ­do chi sia quella mente così sofisticata, brillante e folgo ­rante che ha suggerito a Bersani di chiedere in ginocchio a Grillo i voti per dare il via al governo Gar ­gamella (come Grillo chiamava Bersani fino a tre giorni fa, prima di ribattezzarlo, forte della sua nuova sensibilità istituzionale, «il morto che cammina » e «l’uo ­mo dalla faccia come il culo ») il nome da appuntare sul taccuino è quello del grande consigliere e spin doctor del leader del centro ­sinistra, insomma il grande puf ­fo di Bersani: Miguel Gotor.

Miguel Gotor – da mesi nel Pd affettuosamente chiamato nel Pd «Aspettando Gotor », nel sen ­so che tutti aspettano con ansia che il buon Miguel ne dica una giusta- è il più brillante tra i cerve ­l ­loni che vive fianco a fianco con il segretario i giorni della «non vit ­toria » e all’interno del famoso «tortellino magico »che ha scorta ­to per mesi il leader del centrosi ­nistr ­a durante la campagna elet ­torale non c’è dubbio che lo stori ­co romano (classe 1971) abbia rappresentato, in qualche mo ­do, quello che David Axelrod ha rappresentato per Barack Oba ­ma- o, se volete, quello che Birba ha storicamente rappresentato per il mitico Gargamella. Molto probabilmente, Gotor (autore, insieme con Claudio Sardo, di un’agiografia bersaniana pubbli ­cata nel 2011 per Laterza) lo avre ­te tutti notato per la prima volta questa settimana quando lunedì sera l’eminenza grigia del segre ­tario, presentandosi con invidia ­bile nonchal ­ance di fronte alle te ­lecamere di Porta a porta , invece che ammettere che c’è mancato poco a che il giaguaro smacchias ­se Bersani, come se nulla fosse ha iniziato a dettare la linea; dicen ­do: ragazzi, non scherziamo, non è finita, non abbiamo perso, siamo ancora in pista, siamo an ­cora in palla e abbiamo ancora una carta formidabile, che dico, straordinaria per smacchiare il giaguaro: dimostrare che quello che vuole mandare tutto all’aria non siamo noi ma naturalmente è Beppe Grillo.

In queste ore di grande e spa ­smodica attesa per il futuro del possibile governo Gargamella, poi, nel Pd gli osservatori più ma ­liziosi, quelli cioè iscritti alla mo ­zione «Aspettando Gotor »,ricor ­dano che anche su Grillo il consi ­gliere di Bersani, come spesso gli ècapitato, hacambiatoprospetti ­va nel giro di un weekend. E dopo aver passato con coerenza mesi, mesi e mesi a girare l’Italia su mandato di Bersani per ricorda ­re che «mai e poi mai scendere ­mo a compromessi con i populi ­sti alla Berlusconi e alla Grillo » og ­gi, oplà, eccolo qui, il nostro Go ­tor, impegnato a dimostrare per ­ché il compagno Grillo, e che non lo sapete?, è praticamente, una formidabi ­le costola della sinistra. «Die ­tro gli otto mi ­lioni di voti che ha preso Grillo – ha det ­to ieri Gotor al ­la Stampa ­ c’è ancheunapro ­testa che viene da sinistra a un modo di essere della sinistra che interroga il Pd e deve essere ascol ­tata con umiltà ». Le giravolte di Super Miguel Godor non sono però una novità del curriculum dell’ideologo del bersanismo. Gotor, che fino a qualche mese fa scriveva anche per Repubblica, da cui si autosospeso dopo esser ­si schierato con Bersani in cam ­pagna elettorale, arrivò a Largo Fochetti dopo aver scritto peste e corna proprio su Repubblica (giornale il cui Fondatore, secon ­do Gotor, «piegava la realtà alla necessità »)nel suo bel libro su Al ­do Moro Il memoriale della Re ­pubblica .

Ma la piroetta più sen ­sazionale del neo senatore Pd (Gotor era capolista in Umbria) riguarda uno strepitoso articolo che Gotor nel 2009 pubblicò sul Sole 24Ore . Articolo in cui lo stori ­co analizzava il linguaggio di Ber ­sani notando che l’allora candi ­dato alla segreteria Pd, con tutte le sue metafore sulle osterie, le ca ­scine, le pompe di benzina e le bocciofile, «sembra rivolgersi a una platea di cattolici e socialisti dell’Ottocento al punto che il pubblico che lo ascolta si sente come estraniato, quasi fosse in un museo davanti a un quadro di Pellizza da Volpedo ». All’epoca, bisogna dirlo, Gotor capì con an ­ticipo ­quali sarebbero stati i limi ­ti del bersanismo. L’avesse ricor ­dat ­o qualche volta anche in cam ­pagna elettorale, invece che limi ­tarsi a fare bau bau a Grillo, maga ­ri Be ­rsani non sarebbe qui a ragio ­nare su come convincere Grillo a fare un governo con Gargamella. Chissà.


Fatela finita di Maurizio Belpietro, qui.

Nè governissimi né proroghe di Claudio Sardo, qui.

I dottor Stranamorte di Marco Travaglio, qui.


Solo un Pellegrino
di Sarina Biraghi
(da “Il Tempo”, 2 marzo 2013)

La chiusura del pesante portone di legno del palazzo pontificio di Castel Gandolfo, ieri alle 20 in punto, ha chiuso la storia del papato di Joseph Ratzinger.
Nella villa sul lago, Benedetto XVI era arrivato con un elicottero che si era levato qualche ora prima, nel cielo straordinariamente primaverile, mentre le campane suonavano a distesa e la gente sulle terrazze salutava il suo papa che dall’alto osservava la solita meravigliosa Roma. Anche in «Angeli e Demoni » di Dan Brown il finto buono fugge in elicottero per salvare il Vaticano… Ratzinger è andato via, semplicemente. Il più grande teologo vivente, con la sua timidezza e la sua dolcezza, dopo essere stato un «Potente » della terra alla guida di un popolo fatto di un miliardo e duecentomila persone, ha ringraziato i fedeli, tranquillizandoli perché continuerà a lavorare per il bene della Chiesa e dell’umanità. In mattinata aveva salutato i cardinali e aveva promesso al prossimo Papa, di cui ha forse senza saperlo incrociato lo sguardo, «reverenza e obbedienza ».
«La Chiesa vive lungo il corso del tempo, in divenire, come ogni essere vivente, trasformandosi », ha detto al collegio cardinalizio: un atto di fede progressista di un Papa che sembrava conservatore, un passaggio di testimone a chi lo seguirà in un cammino nuovo e diverso per una Chiesa non più immobile. Benedetto XVI si è spogliato di ogni solennità papale ed è tornato uomo, «solo un pellegrino ». Le lacrime di padre Georg sono le nostre lacrime, le parole della piazza «La tua umiltà ti ha reso grande » sono le nostre parole. Un grande Papa è andato via , resta un «benedetto uomo ».

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