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LETTERATURA: I MAESTRI: Prezzolini – Anzilotti #2/29

8 Maggio 2008

¬†[da: Il tempo della Voce”, Longanesi & C. – Vallecchi, 1960]

Trient, 20 agosto 1911

Carissimo Prezzolini,

ho avuto varie occasioni in quest’ultimo tempo che mi hanno fatto riflettere con pi√Ļ insistenza sulle cose della vita nostra nazionale e che mi hanno fatto sen ¬≠tire pi√Ļ forte il bisogno d√¨ esercitare, in qualsiasi mo ¬≠do, un’influenza nel campo della vita pratica. Dap ¬≠prima √® stato il contatto con semplici operai; poi sono state impressioni forti ricevute dalla vita degli emi ¬≠grati italiani nel Vallese, o a Zurigo, o a Lucerna o in tutta la montagna bernese. Poich√© non che studiarne abbiamo sensazioni troppo riflesse e indirette e le que ¬≠stioni ci si presentano con colorito e atteggiamento intellettuale, sono stato contento di avvicinarmi un po’ alla vita e di pensare qualche cosa al contatto ¬†immediato della realt√†.
Dopo la tua condanna [riportata nel processo degli ufficiali di Cavalleria] la Voce √® stata posta su un piedistallo che prima noi non sognavamo neppure. √ą stato un male, che ha portato a un gran bene. Naturalmente le responsabilit√† sono cresciute; ma √® stato un mezzo per conoscere noi stessi, per sentire il bisogno ¬ędi uscire dai nostri studi, di lasciare il tavolino e fare qualche cosa di vivo, di scendere dal pensiero nella pratica. Io credo che nessun momento sia tanto favo ¬≠revole ad un’azione positiva quanto quello che attra ¬≠versiamo in Italia. Tutti sentiamo che i partiti non compiono pi√Ļ una funzione sincera ed utile. Il sindacalismo stesso, che ne era la condanna, volle sostituire formule ad altre formule, volle teorizzare la realt√† prosaica e non √® quindi penetrato, non √® divenuto una forza motrice per la massa. Esso √® restato quello che era dalla sua origine: un moto intellettuale, sebbene agli intellettuali facesse la guerra. La decadenza dei partiti ha anche portato alla sfiducia in ogni sforzo di vita politica e gli operai lo hanno sentito: han ca ¬≠pito che val pi√Ļ una cassa di risparmio rurale, sia pure con etichetta cattolica, che un’agitazione sterile per il suffragio universale. Il socialismo ebbe forza quando dietro alla formula si venne addensando la realt√† di tutti i giorni: il salario di fame, la mutua as ¬≠sistenza, lo sciopero di difesa e di conquista, il dazio sul grano! Ma per la via dell’ascensione ai pubblici poteri tutti i poveri, i veri poveri son restati addietro, dimenticati e il socialismo √® diventato difesa parlamentare di aristocrazia e di interessi elettorali. La sfiducia per la politica √® in tutti: si sente un bisogno di raccoglimento, di rivedere i nostri conti, di atten ¬≠dere all’economia domestica, d’onest√†, di riordinamen ¬≠to e soprattutto di sincerit√†. Gli operai, che credevano nel ’98 a Ferri e a Turati, ora o si sentono soli, o sperano nell’opera di uomini seri ed onesti e molto spesso questi si trovano proprio fra i cattolici. L’eti ¬≠chetta non val nulla. Essi sentono di essere stati truffati e si mettono in guardia. D’altra parte la borghesia √® pi√Ļ scettica di loro: essa √® troppo intelligente per non capire che √® impossibile difendere un governo come √® il nostro e ci fa dello spirito, pure non avendo mai un sentimento vero di ribellione alle porcate giolittiane e al tramonto dei gruppi parlamentari nella merda di Montecitorio. Anche questo √® un sintomo di noncuranza e di disinteressamento per le cose no ¬≠stre, che la decadenza della vita politica ha portato. Anche la borghesia lascia fare e fa dare l’allarme, cos√¨, per non stare proprio del tutto zitta; ma se ne frega. E il bello √® che, lasciando ballare i topi, fa molto bene i suoi affari. Nel cuore della Toscana l’industria dei concimi chimici (importantissima in paese agricolo!) prospera alle spalle di operai, i cui salari sono restati identici dal ‘900 e ‘902 in qua (da lire 1,25 a 2 lire al giorno) e i politicanti del socialismo hanno lasciato assassinare nell’ultimo sciopero centinaia di famiglie, senza gridare alto e forte. La politica √® andata, in questa occasione e in altre, da una parte e l’opera positiva dei lavoratori da un’altra. Chi se ne frega della politica? Questi operai non si occupano delle as ¬≠sicurazioni sulla vita, perch√© non li interessano e per ¬≠ch√© annusano che non si tratta di affari seri. E fan be ¬≠ne. Non cos√¨ √® avvenuto nella lotta sulla Tariff-Reform in Inghilterra: l√† non idealit√† politiche, come vorreb ¬≠bero i metafisici, ma visione obiettiva e utilitaria, al ¬≠largata e illuminata, delle necessit√† della vita d’ogni giorno. Per questo una catena lega il contadino della contea feudale all’operaio del centro industriale e que ¬≠sto al lord della Camera alta. Dunque assenteismo dal ¬≠la vita realmente vissuta della politica nostra e questa √® una malattia di decadenza, che rende possibili le utopie intellettualistiche, compresa quella del sindaca ¬≠lismo rivoluzionario e del neo…
Ora, dopo la tua condanna, si √® visto che molte per ¬≠sone avevano l’occhio a quello che tu stavi facendo e tu sei diventato, forse senza volerlo, un battistrada di persone nuove, che vogliono fare qualche cosa con te. Non siamo poi tutti robaccia: si sente che la disorganizzazione dello Stato ci fa schifo e che ci seccano le pedate affibbiateci dagli stranieri. Cafoni, s√¨, ma non tutti, per Dio! Finora troppo spesso abbiamo fatto le parti di chi per la prima volta va all’estero e ri ¬≠torna e dice : ¬ę Che meraviglie fuori d’Italia: l√† ci fu questo; l√† ci fu quell’altro! ¬Ľ. √ą questa la parte pi√Ļ meschina e pi√Ļ ingenua e spesse volte l’ha fatta anche la Voce.

Anche nella cultura si √® voluto troppo scap ¬≠pellarsi davanti a quella degli altri; mentre pure si faceva qualche cosa da noi. Provinciali a Parigi! Con ¬≠tadini ritornati dalla citt√†, che raccontano ai vicini; vanterie del giovanotto che ha un po’ girato e ride del suo paese, ecco la psicologia di molti che sculac ¬≠ciano (a ragione) l’Italia. Ce ne siamo anche troppo occupati degli altri: accidenti alle citazioni della Ger ¬≠mania e dell’Inghilterra! Poco ci siamo occupati di noi e lasciamo in mano ad uno Stato, che √® una mac ¬≠china arrugginita e moventesi per inerzia, energia e vite, che valgono pure una Germania e un’Inghilterra. Chi sa lo spirito di risparmio degli emigrati italiani in Svizzera, che mandano i figlioli a scuola, che met ¬≠tono i denari alle casse, che son ricercati per l’intel ¬≠ligenza loro ed hanno aperto le vie ferrate, i tunnels, hanno murati gli Hotels de ville e le poste, gli alberghi e le capanne, che son ricercati dalle donne del paese perch√© li conoscono lavoratori infaticabili e pieni di sacrificio; chi sa che l√† dove un tedesco pone una settimana di lavoro il semplice masson italiano, il maccarone, impiega tre giorni, allora, per Dio! ha il diritto di non sonare tanto a morto e di sperare in qualche cosa.
E questo si compie in tutto il mondo. Einaudi e Faina ci hanno detto ieri che cosa compie di miraco ¬≠loso e di immensamente grandioso l’emigrazione italiana. Quelle sono le nostre colonie umane e ne pos ¬≠siamo essere orgogliosi. Ma c’√® dell’altro. I lamenti oggi sono pi√Ļ forti e pi√Ļ frequenti. Si sente che l’incontentabilit√† √® giunta al colmo: siamo arcistufi del solito macchinario statale logoro ed inetto e comincia il desiderio di fare da noi contro lo Stato, fuori dello Stato, ora e sempre! Pi√Ļ che un programma occorre ora trovarsi uniti per assumere un atteggiamento co ¬≠mune di rivolta e di volont√† di ben fare. Non programmi, no: il programma √® la fossilizzazione della vita spontanea e porta l’elemento accademico e intel ¬≠lettuale, aristocratico nell’azione pratica e modesta. Fu il danno questo delle discussioni togate dei grandi problemi nazionali, che restarono fra quattro mura e non agitarono la coscienza di tutti (da Minghetti in poi).
Io sento il bisogno di fare: sento che basterebbe un atteggiamento serio, reciso, pensato di un giornale come la Voce, per avvicinare un gruppo forte di vo ¬≠lenterosi. Chi deve fare questo? Forse quel nucleo di sportmen ¬ęalla Gallenga ¬Ľ? O i nazionalisti che saccheggiano i volumi di politica estera dei francesi e vogliono organizzare la colonia non sapendo organizzare lo Stato italiano?
Prendiamo di fronte ai veri aspetti dei problemi di vita nostra, schiettamente italiana, senza scimmiottare gli altri, posizione netta e precisa, e soprattutto non predichiamo, non facciamo questioni bizantine e di ¬≠scussioni letterarie. Poche idee modeste da diffondersi e energie fattive, ecco tutto. Se riusciamo a metterci in cammino per una via di liberi tentativi individuali pratici e di diffusione d’iniziative, saremo seguiti da tutti coloro che sputano sulla marcia della politica e sentono il bisogno d’un punto nuovo di collegamento. Questo potrebbe essere la Voce e la condanna tua lo ha dimostrato.
Ti dico francamente che parlo cos√¨ perch√© sento pro ¬≠fondamente l’amore di patria, come mai prima l’avevo sentito. Qui in montagna, lontano dalle degenerazioni artificiali della natura che la Svizzera degli albergatori ha fatto, ho visto il primo agosto la commemorazione della festa nazionale. Sul tramonto la chiesa ha suo ¬≠nato e tutti i montanari si son riuniti sul piazzale, han sentito in silenzio la parola patriottica d’uno di loro, si sono inginocchiati ed han pregato; poi hanno cantato i loro inni. Nessuno √® mancato dal calzolaio al pastore e dal… al ricco padrone di Hotel. Ho allora capito bene quanto vale per tutti un sentimento forte e sincero di patria ed ho pensato alla burattinata del nostro cinquantenario!

Tuo

Anzilotti


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart