Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

I duri e puri dell’antimafia trattano con i boss in cella

10 Agosto 2012

di Paolo Guzzanti
(dal “Giornale”, 10 agosto 2012)

Beccati, si può dire, col sorcio in bocca mentre avviano la trattativa Stato-mafia. Per carità, le intenzioni saranno pure nobili, ma allora bisogna ristabilire il criterio e la misura della nobiltà. I fatti li abbiamo appresi ieri dal Corriere della sera: l’eurodeputata Sonia Alfano dell’Italia del valori e Giuseppe Lumia del Partito democratico se ne vanno in giro per le carceri bussando alle celle dei mafiosi come i buoni frati, o monache, dei tempi di Galileo: «Pentiti! Diventa un pentito e collabora con la giustizia ». Sono andati anche da Bernardo Provenzano e prima di lui da Filippo Graviano, Francesco Bidognetti e forse qualche altro mammasantissima in galera. I due parlamentari si sono seccati perché la notizia è trapelata manifestando così una bella faccia tosta. Sono un parlamentare anch’io e posso spiegare come funziona questa storia delle visite in carcere. Deputati e senatori esercitano in nome del popolo il diritto di controllo sulle condizioni delle carceri e dei carcerati. Non è un privilegio, ma un potere di controllo. Naturalmente, una volta dentro puoi fermarti a chiacchierare con chi vuoi, ascoltare chi vuoi. Un conto è andare ad ascoltare quel che i detenuti, o un solo detenuto, hanno da dire, e tutt’altro conto è andare nel carcere per portare un messaggio al detenuto, anzi una proposta di scambio: se tu fai questo, noi in cambio facciamo quello. Che è esattamente ciò che accadde, mi sembra, al generale Mori quando si trovò di fronte a Ciancimino Jr che manteneva il dialogo aperto con Cosa nostra. Mori disse: «Che si arrendano, e in cambio lo Stato garantirà condizioni di vita decenti e sicure per le loro famiglie ». La risposta del suo interlocutore, se non sbaglio, fu: «Allora, se questo è il messaggio, magari è meglio che la chiudiamo qui, sennò ci ammazzano tutti ». Trattativa Stato-mafia. Che ha un codicillo: oggi, nel 2012, dal punto di vista militare, dello scontro frontale, la mafia intesa come Cosa nostra è totalmente sconfitta, è agli arresti. Dunque, ciò che i mafiosi possono chiedere, al massimo, sono migliori condizioni di vita in galera e che le loro famiglie non subiscano condizioni di vita disumane. E infatti le cronache riferiscono che Bernardo Provenzano, questo diabolico padrino, è rimasto confuso, non ha capito bene che cosa gli veniva proposto ed ha detto: «Sì, ma i miei figli non devono andare al macello ». E quando gli hanno detto che «lo Stato » (inteso come persone con licenza di trattativa) vorrebbe parlargli, il vecchio detenuto ha risposto: «Fatemici parlare, e poi sarà la volontà di Dio ». Arrivò alla fine lo Stato, nelle persone di alcuni procuratori antimafia di Palermo e si resero conto che era tempo perso: quel boss dei boss non aveva nulla da dire, nulla da rivelare e nessuna voglia in particolare di fare nomi: «Non voglio far del male a nessuno ». Dev’essere stata una scena manzoniana, con i birri che incalzano il vecchio brigante in ceppi, e quello che risponde come se fosse al rosario: «Sia fatta la volontà di Dio » e poi l’amnesia come malattia professionale: «Non tengo più memoria di qui vecchi fatti, chi se li ricorda, e non voglio fare mala figura ». Il colloquio in particolare tra Sonia Alfano e Bernardo Provenzano si è svolto in stretto dialetto palermitano, il che conferma quanto sia importante parlare le lingue.Altri colloqui con personaggi di minor spicco non hanno dato risultati migliori, ma il punto è che ci troviamo di fronte a un uso improprio e una confusione dei ruoli. Questo tipo di interviste tocca alla magistratura. Fare le leggi tocca ai Parlamenti e ai parlamentari. Se i giudici fanno i poliziotti, i giornalisti fanno gli agenti segreti, se i politici fanno i giudici, perché lamentarsi poi se i magistrati fanno i politici? Tutte queste confusioni e queste improvvisazioni (che non riescono nemmeno a restare segrete) dimostrano che c’è in giro più dilettantismo che professionalità. E dunque ben venga, se si farà almeno nella prossima legislatura, una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle trattative Stato-mafia, che sembrano improvvisazioni nello Stato di Pulcinella.


Trattativa Stato-mafia, Di Pietro contro Napolitano: “Briga per impedire di conoscere i fatti”
di Luca Romano
(dal “Giornale”, 10 agosto 2012)

Antonio Di Pietro non molla e la tensione tra il Quirinale e l’Italia dei Valori non va in ferie.
Lo aveva già detto e ora lo ribadisce: il Presidente della Repubblica vuole impedire che si indaghi sulla trattativa Stato-mafia. “Da quando l’Italia dei Valori ha chiesto con determinazione chiarezza sulla trattativa fra Stato e mafia, costata la vita a tanti uomini e donne valorosi, e da quando ci siamo permessi di muovere delle critiche anche al presidente della Repubblica per gli interventi del Quirinale in questa vicenda, siamo diventati oggetto di una campagna di denigrazione e calunnie senza precedenti”, ha scritto l’ex pm sul suo blog. Poi l’accusa, pesantissima, nei confronti di Giorgio Napolitano: “Prima fa finta di non vedere, e poi briga per impedire di conoscere i fatti, andando oltre i confini costituzionali del suo mandato”. “Il minimo che si legge sui giornali, a parte le solite eccezioni, a proposito del sottoscritto – prosegue Di Pietro – è che sono un irresponsabile eversivo. Io, che per tutta la vita altro non ho fatto che servire lo Stato come poliziotto, come magistrato e come ministro. Oppure dicono che ho fatto saltare il centrosinistra per correre dietro all’antipolitica. Io, che per mesi e anni mi sono sgolato chiedendo che l’alleanza di centrosinistra venisse formalizzata mentre i leader del Pd facevano orecchie da mercante”.


L’Italia Civile
di Paolo Flores d’Arcais
(da “il Fatto Quotidiano”, 10 agosto 2012)

Non è uno scontro politico, è uno scontro di civiltà. Si deciderà nei prossimi mesi, siamo ormai alla bat ­taglia finale. È iniziato vent’anni fa, quando l’establishment del privilegio av ­viò la campagna di delegittimazione con ­tro le procure di Milano e Palermo, col ­pevoli di prendere sul serio “la legge egua ­le per tutti”. Da allora Italia est omnis divisa in partes tres: il partito della legalità, il partito dell’impunità, il partito della morta gora. La legalità, infatti, non è, una “posta in gioco” politica, e perciò negoziabile. È l’orizzonte, la premessa, l’habitat irrinun ­ciabile della democrazia, senza il quale “una testa, un voto” diventa beffa, sosti ­tuito di fatto da “una mazzetta, un voto” e perfino “una pallottola, un voto”. La le ­galità dovrebbe perciò essere interioriz ­zata da tutte le forze politiche, destra, cen ­tro, sinistra, come catafratto bene comu ­ne, unico “pensiero unico” su cui non so ­no tollerabili divisioni, cedimenti, omis ­sioni.

È invece avvenuto il contrario. Con la dif ­famazione mediatica, con l’intimidazione istituzionale. E col tritolo, se le prime non bastavano. Falcone e Borsellino, e gli uomini e le donne delle loro scorte, sono stati ammazzati davvero. La retorica di re ­gime ha avuto l’impudenza dí­ commemo ­rarli, ammettendo perfino che correspon ­sabili morali degli omicidi fossero tutti co ­loro che li avevano isolato. Mentre iso ­lavano, intanto, i magistrati-magistrati che l’impegno di Falcone e Borsellino prose ­guivano. Rischiando la vita, per difendere noi tutti dalla mafia. Ieri il pool di Caselli, oggi a Palermo Ingroia, Di Matteo e Mes ­sineo, e a Caltanissetta Scarpinato. Tutti nel mirino dell’azione disciplinare per es ­sere rimasti partigiani della Costituzione repubblicana anziché spergiuri della stes ­sa, portabandiera indefettibili del partito della legalità, refrattari alle sirene dei son ­tuosi palazzi del signorsì partitocratico. Sembrano isolati, isolatissimi. Eroicamen ­te soli (e il paese che ha bisogno di eroi è già nella sventura, non dimentichiamolo). Istituzionalmente lo sono, se la punta di diamante dell’azione che vuole illegittimi i loro atti si chiama Giorgio Napolitano. Mediaticamente lo sono, se ai pasdaràn di sempre, i Ferrara e gli Ostellino, subentra in pole position Eugenio Scalfari (il corsivo è mio. bdm).

La morta gora si è allargata a dismisura, in questi ultimi mesi. Non ha fatto i conti con i cittadini, però. Più di 40mila firme in dodici ore alla vigilia di Ferragosto è l’e ­saltante giuramento di “non mollare” di un’Italia civile che c’è. La nostra Italia.


Castigo senza delitto
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 10 agosto 2012)

Ora qualcuno dirà che il Fatto Quotidiano, schierandosi senza se e senza ma dalla parte dei pm di Palermo, Francesco Messineo e Nino Di Matteo, finiti sotto inchiesta disciplinare per l’intervista rilasciata dal secondo a Repubblica sulle telefonate Mancino-Napolitano, vuole una magistratura “legibus soluta”, con licenza di violare le regole: quelle che affidano al Pg della Cassazione (e al ministro della Giustizia) l’azione disciplinare contro le toghe che infrangono le regole dell’ordinamento giudiziario. Bene, chiunque si apprestasse a scriverlo o a pensarlo, se ne inventi un’altra: noi siamo per il rispetto delle regole da parte di tutti, a cominciare da chi deve farle osservare, cioè i magistrati.

Il fatto è che, nel procedimento avviato contro Messineo e Di Matteo, il Pg della Cassazione contesta un illecito disciplinare che non esiste. Nella richiesta di chiarimenti inviata dal sostituto Pg Mario Fresa, infatti, si chiede al procuratore capo se abbia autorizzato per iscritto il suo sostituto a rilasciare l’intervista su un procedimento in corso (come prevede l’ordinamento giudiziario Castelli-Mastella, comma 3 dlgs 106/2006: i pm non possono “rilasciare dichiarazioni o fornire notizie agli organi di informazione circa l’attività giudiziaria dell’Ufficio”); e, nel caso in cui “ciò non fosse avvenuto, perché non ha segnalato il caso”. L’accusa è chiara: illecito per Di Matteo che dà un’intervista non autorizzata dal suo capo; illecito per Messineo che non lo denuncia per averla data.

Già, ma la legge Castelli-Mastella, nell’elenco degli illeciti disciplinari “tipizzati” dei magistrati (art. 2 del dlgs 109/2006), non contempla le interviste di pm non autorizzati dal capo, né dunque il dovere di segnalarle da parte del capo. Le sole “dichiarazioni pubbliche o interviste” disciplinarmente vietate sono quelle che “riguardino i soggetti coinvolti” in un procedimento, e solo “quando sono dirette a ledere indebitamente diritti altrui” (e Di Matteo, con Repubblica, non solo non ledeva, ma nemmeno citava alcun soggetto coinvolto: spiegava solo la scelta di stralciare le intercettazioni penalmente irrilevanti per l’inchiesta sulla trattativa, in vista della loro distruzione o del loro utilizzo in altri, futuri filoni d’indagine); oppure quando fanno riferimenti personali ai pm impegnati nel procedimento (e Di Matteo non ne faceva).

Ne consegue che, anche se fosse vero che Di Matteo ha parlato con Repubblica senza il permesso scritto del capo, non avrebbe commesso comunque alcun illecito disciplinare, e nemmeno il capo che non l’ha denunciato. Non perché lo diciamo noi del Fatto, ma perché quel comportamento, anche se fosse stato commesso, non costituirebbe illecito disciplinare. È come se un tizio venisse processato perché ha attraversato la strada fuori dalle strisce pedonali, mentre il Codice penale non punisce l’attraversamento fuori dalle strisce. Si dirà: ma allora non c’è motivo di allarmarsi tanto. Se l’illecito non esiste, i due pm saranno archiviati dal Pg oppure, in caso di incolpazione formale, assolti dal Csm. Può darsi, anche se è presto per fare previsioni. Ma, anche se così fosse, quel che accade è ancor più grave di quanto si immaginasse: che cosa dobbiamo pensare di uno dei più alti magistrati d’Italia, il Pg della Cassazione, che inquisisce due pm per un illecito che non esiste? Se fossimo berlusconiani o dalemiani, grideremmo al complotto di Qualcuno che, dietro o sopra di lui, ha deciso di punire comunque i pm che indagano sulla trattativa Stato-mafia. E se il “reato” non si trova, pazienza: lo si inventa.

Ma, siccome siamo Il Fatto, ci limitiamo a ricordare che già una volta quel Pg fu attivato dal Quirinale perché intervenisse sull’inchiesta-trattativa, e respinto con perdite. A fare 2 più 2 e a trarne le conseguenze, ci arrivano da soli i nostri lettori. Che, a giudicare dalla valanga di firme in difesa dei pm di Palermo, hanno già capito tutto.


Letto 1221 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart