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Letta riapre la pratica privatizzazioni. Si parte da Fincantieri, Fs e Poste

19 Luglio 2013

di Alessandro Barbera
(da “La Stampa”, 19 luglio 2013)

ROMA. La premessa è che il governo duri: se c’è un progetto che ha bisogno di tempi lunghi e forza politica è quello delle privatizzazioni. Nel discorso di insediamento alle Camere Letta non ne fece cenno, convincendo molti che quella fase fosse considerata definitivamente chiusa. Nelle ultime settimane il clima è invece cambiato. Non si tratta solo del Pdl, che pure di privatizzazioni ne ha fatte poche e da tempo propone un piano monstre. Anche nel Pd è maturata l’idea che occorre ripartire da lì, l’unica strada che negli Anni Novanta ci permise di far scendere il debito pubblico fino alla soglia del 100% del Pil: vendere parte degli oltre cinquecento miliardi di patrimonio disponibile, in immobili e aziende. Parlare di dismissioni significa poi dare un segnale di stabilità all’esterno, un orizzonte lungo al lavoro del governo.

Ecco perché ieri al vertice di maggioranza fra Letta, Alfano, Saccomanni e i capigruppo dei partiti si è parlato a lungo di questo. Spiegava Brunetta: «In autunno il premier farà una sorta di road show per spiegare ai mercati come l’Italia attaccherà il debito pubblico, una strategia che si basa sulla valorizzazione e le dismissioni del patrimonio pubblico ». Da Palazzo Chigi confermano: «Stiamo lavorando ». In effetti sul tavolo di Letta c’è un appunto preparato dal Tesoro. E le indicazioni sono tutt’altro che generiche.

Prima indicazione: dividere le partecipazioni fra strategiche e non. Le quote statali delle due grandi aziende energetiche, Eni ed Enel, sono considerate incedibili. In questo caso lo Stato è già sotto al 30%, inoltre ragioni geopolitiche e di interesse nazionale (così dicono al governo) ne sconsiglierebbero la vendita.

Tutte le altre partecipazioni sono considerate – almeno in parte – potenzialmente cedibili. Una lista completa ancora non c’è, ma nella testa di Letta e dei suoi ministri ce ne sono alcune più cedibili di altre. La prima è quella in Fincantieri, un dossier che il premier conosce molto bene: durante il secondo governo Prodi, nel 2006-2007, fu proprio lui – allora sottosegretario alla presidenza – a dover fare i conti con il niet dei sindacati interni, e in particolare della Cgil, al progetto di cessione del 50% dell’enorme armatore pubblico. Le altre due aziende in cima ai pensieri del governo sono Ferrovie e Poste entrambe ancora pubbliche al 100%. La prima, dopo la divisione fra Trenitalia e Rfi, e con l’arrivo del concorrente privato Italo, è pronta per essere separata e messa sul mercato. La privatizzazione delle Poste non è mai stata presa seriamente in considerazione, ma l’apertura della concorrenza nel settore, le direttive europee e la decisione del governo di Londra di mettere in vendita Royal Mail hanno cambiato completamente lo scenario.

C’è un però: per fare buone privatizzazioni ci vogliono reti – così si dice in gergo tecnico – «neutrali ». Ne sa qualcosa chi la concorrenza ha iniziato a farla subendo la forza dell’operatore pubblico proprietario o azionista dell’infrastruttura. È il caso degli sgambetti subiti da Italo e Arenaways per iniziativa delle Ferrovie. Ecco perché, complice il riassetto Telecom (l’altra grande azienda insieme a Ferrovie ancora proprietaria della sua rete), il governo intende procedere rapidamente alla creazione di una grande società delle reti, un progetto al quale lavora da tempo la Cassa depositi e prestiti che ne sarà azionista di maggioranza. Sotto quel cappello finiranno tutte le grandi infrastrutture: le reti del gas e della luce di Snam e Terna (la prima già ceduta alla Cassa, la seconda oggi quotata e in parte sul mercato), i binari di Rfi, i fili e i tubi della Telecom.

L’altro grande filone del progetto governativo riguarda gli immobili. In questo caso le cose procederanno molto velocemente. L’idea è quella di far ripartire in poche settimane la cessione ai Comuni dei beni indicati dal decreto sul federalismo demaniale di Berlusconi e Tremonti. Tutto si era fermato per via dei soliti intoppi burocratici e per via dell’obbligo di avere l’ok al trasferimento dei beni tutti insieme. Al Tesoro stanno mettendo a punto un emendamento (sarà presentato al «decreto del fare ») che permetterà di trasferire i beni uno ad uno. La norma prevede inoltre, quando venduti, che il 20% del ricavato venga trasferito allo Stato e portato immediatamente a riduzione del debito pubblico. Non sarà la svolta, ma – dicono a Palazzo Chigi – «da qualche parte bisogna iniziare ».


«I kazaki ordinarono il blitz ai poliziotti dall’ufficio di gabinetto del ministro »
di Fiorenza Sarzanini
(dal “Corriere della Sera”, 19 luglio 2013)

ROMA – Il gabinetto del ministro dell’Interno seguì ogni fase dell’operazione kazaka. Tanto che la seconda irruzione del 29 maggio scorso nella villetta di Casal Palocco, dove si riteneva fosse nascosto Mukhtar Ablyazov, fu decisa nell’ufficio del prefetto Giuseppe Procaccini. E ordinata ai poliziotti direttamente dall’ambasciatore Andrian Yelemessov. A rivelare questi nuovi e clamorosi particolari è il responsabile della segreteria del capo della polizia Alessandro Valeri che ricostruisce le fasi delle due riunioni convocate al Viminale con i diplomatici. E la conferma arriva dal prefetto Gaetano Chiusolo, il capo della Direzione Centrale Anticrimine, che ricevette sul suo cellulare le disposizioni del diplomatico. I loro verbali, così come quelli di tutti gli altri funzionari coinvolti, sono stati consegnati al Parlamento in vista della votazione sulla mozione di sfiducia contro Angelino Alfano prevista per oggi al Senato.

Gli atti allegati all’inchiesta condotta dal prefetto Alessandro Pansa svelano quante e quali irregolarità e omissioni siano state commesse fino al rimpatrio di Alma Shalabayeva e della sua bimba di 6 anni Alua, mettendo tutti gli uffici della polizia a disposizione di un’autorità straniera. «Non ne sapevo nulla », ha sempre detto il titolare del Viminale prima di essere smentito dallo stesso Procaccini che invece ha spiegato di averlo relazionato circa gli incontri avuti nel suo ufficio. E del resto sarebbe stato difficile credere il contrario, visto l’impegno totale degli investigatori e dei loro capi riguardo a questa vicenda.

Racconta Valeri: «Il 28 sera dopo le 20 fui chiamato dal prefetto Procaccini per recarmi nel suo ufficio per comunicazioni urgenti. Nell’ufficio del capo di gabinetto trovai l’ambasciatore Yelemessov e un consigliere della stessa ambasciata. Dopo le presentazioni il capo di gabinetto mi rappresentò che le autorità Kazake avevano segnalato la presenza in Italia di un pericoloso latitante. Lo stesso ambasciatore rappresentò ampiamente i motivi di preoccupazione in ordine alla pericolosità del latitante, precisando che lo stesso era armato, accompagnato da uomini armati e con collegamenti con il terrorismo internazionale. Nella circostanza consegnò un carteggio inerente lo stesso latitante, tra cui una copia del bollettino di ricerche internazionali diramato dall’Interpol. Il prefetto Procaccini me ne consegnò una copia. Rappresentai all’ambasciatore che si sarebbe dovuto rivolgere alla questura e lui mi riferì che quella mattina aveva parlato della cosa con il dirigente della Squadra mobile Renato Cortese, a cui aveva fornito gli stessi elementi informativi, con precisa indicazione della villa ove il latitante si nascondeva. Chiamai attraverso il cellulare Cortese, il quale confermò di avere incontrato l’ambasciatore e che già avevano organizzato una perquisizione nella villa alle prime ore del giorno dopo. Raccomandai di tenermi informato ».

Valeri contatta il vicecapo della polizia Francesco Cirillo e il prefetto Chiusolo e «subito dopo il vicecapo vicario », Alessandro Marangoni. Non è finita.
Racconta ancora Valeri: «Il mattino dopo, il giorno 29 intorno alle ore 7, venni informato dell’esito negativo delle ricerche. Immediatamente riferii l’esito delle ricerche al prefetto Procaccini e al prefetto Marangoni. Qualche ora dopo, in ufficio, fui riconvocato dal prefetto Procaccini perché era ritornato l’ambasciatore Yelemessov. Mi recai da lui ed il diplomatico esternò dubbi sulla efficacia dell’intervento fatto dalla polizia italiana, sostenendo che il latitante poteva essere nella villa in qualche nascondiglio appositamente realizzato. Non ricordo bene se avvisai io la questura o Chiusolo, oppure fu lo stesso ambasciatore che mi disse di aver informato la Questura ».

In realtà non va proprio così, come spiega lo stesso Chiusolo nella sua deposizione: «Il 29 mattina la dottoressa Luisi Pellizzari, il capo dello Sco, il Servizio centrale operativo, mi riferì l’esito negativo delle ricerche. Nella stessa mattinata ho ricevuto una telefonata da parte del prefetto Valeri che mi riferiva che l’ambasciatore, con il quale si trovava nella stanza del capo di gabinetto, sosteneva che il latitante potesse essere ancora nella villa di Casal Palocco e che lo stesso disponeva di ulteriori informazioni. Per queste ragioni l’ambasciatore mi avrebbe richiamato ed in effetti dava i miei recapiti telefonici all’ambasciatore per contattarmi ».

Il contatto si rivela molto più invasivo, come ha dovuto ammettere di fronte al Parlamento lo stesso Pansa. Verbalizza Chiusolo: «Circa un’ora dopo ricevevo una telefonata dall’ambasciatore che mi precisava che allo scopo di fornirmi necessari dettagli sarebbe venuto nel mio ufficio. In effetti non giungeva lui nel mio ufficio, ma l’addetto legale dell’ambasciata per parlarmi di queste ulteriori informazioni. Lo saluto soltanto e lo faccio accompagnare dalla Pellizzari che riceve le informazioni sul ricercato e trasmette i relativi dati alla Mobile ». Scatta così la seconda irruzione, ma di Ablyazov non c’è alcuna traccia.

Nella villetta ci sono sua moglie e sua figlia. La signora viene prelevata, subisce la procedura di espulsione, poi arriva la decisione di rimpatriarla. Quando viene trasferita all’aeroporto di Ciampino ci sono con lei numerosi agenti dell’immigrazione e della questura. L’unica donna è l’assistente capo Laura Scipioni che nel verbale ricostruisce quanto accadde nello scalo e tra l’altro afferma: «Fui informata che erano arrivati il console e il consigliere d’ambasciata. Durante l’incontro con il console, il consigliere, con atteggiamento preoccupato mi mostrava il biglietto da visita del prefetto Procaccini dicendo che stava cercando di contattarlo, fatto che riferivo al dottor Conti, funzionario addetto della Polaria ».

È allora che il consigliere avrebbe fatto cinque tentativi di chiamata e si sarebbe poi allontanato per parlare. Un dettaglio importante, perché dimostrerebbe che il gabinetto fu informato in tempo reale anche delle procedure di espulsione mentre Procaccini ha sempre sostenuto di essere a conoscenza soltanto del blitz. Del resto i verbali confermano che tutti sapevano tutto e si sono messi a completa disposizione delle autorità kazake provando ad arrestare Ablyazov, nonostante si trattasse di un dissidente, e poi consegnando loro sua moglie e la sua bambina. È la stessa Scipioni ad ammettere che la signora «mi disse che suo marito era stato in prigione e molti loro amici erano stati uccisi dagli uomini del presidente ». Forse questo sarebbe stato sufficiente per credere che Alma Shalabayeva era davvero in pericolo, come cercava di spiegare da due giorni.


Quel ministro non può restare al suo posto
di Eugenio Scalfari
da (“la Repubblica”, 19 luglio 2013)

ANGELINO Alfano non si dimetterà da ministro dell’Interno e da vicepresidente del Consiglio nonostante l’immane pasticcio di cui è responsabile per l’espulsione di Alma Shalabayeva e di sua figlia Alua e la sua consegna al regime dittatoriale del Kazakistan. Non si dimetterà perché Berlusconi lo incoraggia a restare al suo posto, Enrico Letta cerca di evitare la crisi di governo che avverrebbe qualora il premier sconfessasse il suo vice e il Pd ha dal canto suo le medesime preoccupazioni.

Il partito democratico è pressoché unanime nel considerare Alfano responsabile di quanto è avvenuto, sia che ne fosse al corrente, sia che (come lui afferma) fosse stato tenuto all’oscuro dai suoi più intimi collaboratori; ma il gruppo dirigente ha invece deciso, sia pure turandosi il naso, di non votare la sfiducia ad Alfano per evitare una crisi di governo con conseguenze nefaste sull’economia, sui mercati, sulla credibilità italiana in Europa che il pasticcio kazako ha comunque fortemente indebolito.

La conseguenza di questi fatti, che messi insieme determinano un vero e proprio evento politico, sarà comunque una crisi profonda del governo e del Pd, la cui base è in gran parte profondamente scontenta di quanto è accaduto e soprattutto di quanto non è accaduto, con tutte le conseguenze che questo scontento provocherà.

Il nostro giornale ha dato ampio conto dei fatti di questi giorni e la nostra posizione è stata nettamente manifestata dall’intervento di Ezio Mauro lunedì scorso e nei giorni successivi dai nostri principali editorialisti. Noi siamo per le dimissioni di Alfano e per un voto conforme da parte del Pd, anche se ci rendiamo perfettamente conto delle conseguenze negative d’una crisi di governo. Vorremmo cioè che il governo Letta continuasse nell’opera intrapresa che riteniamo positiva nonostante le difficoltà che deve superare. Non vorremmo affatto una crisi di governo ma giudichiamo che in ogni caso il rischio vada affrontato perché un cedimento costerebbe l’implosione a breve scadenza di quel partito e quindi del perno della sinistra democratica italiana.

Personalmente – oltre a condividere pienamente queste valutazioni – penso che non sia nell’interesse politico di Berlusconi la prova di forza sul caso Alfano.

Conosco Berlusconi da quarant’anni. Siamo stati concorrenti quando era semplicemente un imprenditore televisivo. Amici mai, già allora troppe cose ci dividevano, interessi e valori; ma conoscenti sì, fino alla sua entrata in politica. Da allora non ci siamo mai più né visti né parlati. Ma ora, in quest’occasione, ritengo opportuno fargli presente che i suoi interessi (non parlo di quelli generali sui quali abbiamo opposte valutazioni) dovrebbero consigliargli di far ritirare Alfano dal governo e sostituirlo con altra persona di sua fiducia e più adatta a ricoprire gli incarichi governativi che gli spettano.

A Berlusconi, qualunque sia il vero giudizio che dà dell’attuale segretario del suo partito, di Alfano non importa nulla. Gli è servito e gli serve anche se i contrasti tra loro non sono mancati. Ma gli serve assai di più che il governo Letta resti in carica per tutto il tempo non certo breve necessario a portare il paese fuori dalla recessione. E gli serve, affinché questo avvenga, che il Pd non diventi ingestibile, come la presenza al governo di Alfano lo renderà.

L’attuale ministro dell’Interno riaffermi pure la sua “innocenza” nel caso kazako; Letta dia per certa questa tesi e Berlusconi ancora di più, ma suggerisca al suo rappresentante di ritirarsi per ragioni di opportunità. Avvenne già in Italia un caso analogo quando il ministro per la Difesa, Vito Lattanzio, fu indotto dall’allora presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, a dimettersi per la fuga del massacratore nazista Kappler dal carcere in cui stava scontando la pena inflittagli da una sentenza definitiva. Il ministro era all’oscuro della trama che aveva reso possibile quella fuga, ma Andreotti, su consiglio di Ugo La Malfa, lo invitò pressantemente a dimettersi per evitare che il governo fosse messo in crisi da un suo importante alleato.

Questo dovrebbe fare oggi Berlusconi. Se lo facesse, una volta tanto i suoi interessi coinciderebbero con quelli del paese.


Vincenzo Cerami, un uomo moderno
di Gianluca Arcopinto
(da “il Fatto Quotidiano”, 19 luglio 2013)

Ho incontrato una sola volta Vincenzo Cerami. Ero un giovane promettente produttore, alle prese con Valentino Orsini, un regista ormai maturo che si era messo in testa, innaturalmente, di fare un film con me. Fu nello studio di Orsini, a Trastevere, che conobbi Cerami.

Allora lui per me era quello di Un borghese piccolo piccolo, ma soprattutto quello che era cresciuto accanto a Pasolini e aveva sceneggiato tre film di Gianni Amelio, che in quel momento era il mio regista italiano preferito. Come spesso mi accade, ero in tremenda soggezione. Lui mi mise subito a mio agio, chiedendomi di dargli del tu e cominciando a parlare di calcio, ma soprattutto della Roma. Sul film ci scambiammo poche intense e piacevoli parole, sufficienti a smontare l’idea che io e il regista ci eravamo fatti.

Poi, prima di andarsene, Cerami mi guardò, sorrise con il suo sorriso che gli illuminava il viso e strizzando l’occhio verso Orsini mi disse: a lavorare con i vecchi, non si progredisce, si diventa poveri. Quelle parole, dette per scherzo, me le sono portate dietro fino ad oggi, capendole e interpretandole fino in fondo col tempo.

Ogni volta che ho letto un suo libro, una sua poesia, una sua canzone; ogni volta che ho visto un film in cui aveva lavorato alla sceneggiatura, per registi che vanno da Roberto Benigni a Giuseppe Bertolucci, da Ettore Scola a Marco Bellocchio, da Giovanni Veronesi a Antonio Albanese, da Sergio Citti a Francesco Nuti, mi è tornato alla mente quell’incontro, quel sorriso, quelle parole dette prima di stringerci con fermezza la mano.

E’ forse banale dire oggi, ma io lo dico lo stesso, che Vincenzo Cerami è stato un grande uomo moderno nella sua indefinibilità assoluta, calato in maniera totale nella contemporaneità, tanto da fare il ministro di un governo ombra o l’assessore di una piccola città di provincia, rimanendo un poeta, uno scrittore, uno sceneggiatore, un attore.

Il cinema italiano, che tanto gli doveva, avendogli lui regalato con La vita è bella l’ultimo vero grande successo internazionale, poche settimane fa lo aveva omaggiato con un David alla carriera, intempestivo perché purtroppo aveva già il sapore della memoria. E i premi alla memoria non dovrebbero esistere. “Un tempo ai piani alti abitavano i poveri, per via delle scale. Gli ascensori hanno rovesciato i palazzi, ma hanno anche ristabilito il privilegio delle gerarchie. La scienza mette le cose al loro posto”


Vincenzo Cerami, uomo gentile
di Andrea Bocconi
(da “il Fatto Quotidiano”, 19 luglio 2013)

Si sente un dispiacere autentico per la morte di Cerami; scrittore, sceneggiatore, drammaturgo, perfino paroliere brillantissimo. L’ho conosciuto giovane, timidissimo, al festival dell’Unità di Pistoia. Aveva appena pubblicato il secondo romanzo: non era il posto giusto per un libro difficile e ambizioso, chiese a me e ad altri di preparare qualche domanda. Ma voglio ricordarlo per un altro aspetto. Lo invitammo a Lucca per tenere un corso di sceneggiatura, nell’ambito di una manifestazione dedicata alla scrittura che si chiamava Oltre le Mura.

Al suo corso si iscrissero in 50: Cerami era un “professore generoso”, con quell’aria da gattone ironico condivideva generosamente la sua enorme esperienza, non guardava l’orologio ed era sempre disponibile con i ragazzi. Questo non gli impediva di essere severo. Chiese a tutti di scrivere un soggetto, breve perché i produttori nun c’hanno voya di leggere. Li bocciò tutti, e le motivazioni mi convincevano: gli chiesi però di farmi un esempio di uno che funzionava: “un padre convince il figlio che il campo di concentramento è un gioco”. Ebbi un moto di sorpresa e lui disse : “ecco, ti deve fare questo effetto”.

Non gli piaceva stare solo, prese l’abitudine di pranzare a casa nostra, ed era uno spasso; un affabulatore formidabile, a suo agio con chiunque ci fosse, “uno che non se la tira”, sintetizzò un amico. Sembrava che ci fosse sempre stato. Ci fece ridere fino alle lacrime, eppure c’era sempre una vena vagamente malinconica.

Ci parlò del professor Pasolini, che aveva avuto alle medie e anni dopo lo aveva introdotto nel mondo del cinema, in Uccellacci e uccellini. Io pensai che anche lui avrebbe dovuto fare il professore. Tempo dopo scrisse la recensione di un mio libro, ma era anche una sorta di profilo di personalità: sapeva osservare, e molto bene, senza parere. Qualche tempo dopo ci invitò a Roma a vedere Canti di scena, musiche di Piovani: volle che restassimo a cena dopo lo spettacolo, e c’erano Piovani, Benigni, Curzio Maltese. Gli amici di sempre, che hanno ritirato per lui il David. Era uno che si faceva voler bene.


Via D’Amelio, strage di Stato
(da “MicroMega”, 19 luglio 2013)

Pubblichiamo un resoconto degli interventi al convegno “La mafia mi ucciderà ma saranno altri a volerlo” organizzato ieri a Palermo in ricordo del giudice Paolo Borsellino ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992.

da antimafiaduemila.com

Salvatore Borsellino: “Spero che un giorno i giovani che lottano con me conoscano la verità”

“Quando finalmente si arrivò al dibattimento dei processi Borsellino quater e trattativa Stato-mafia credevo di essere arrivato al punto a cui avevo da anni anelato” ha detto Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso, al convegno organizzato da Antimafia Duemila.

“Finalmente in aula di giustizia si analizzava quella trattativa che per tanti anni è stata solo presunta o pretesa, della quale io e i ragazzi delle Agende Rosse parlavamo da molto tempo prima. Credevo che si fosse realizzato ciò che mi sembrava impossibile: lo Stato che processa se stesso. Alcuni magistrati coraggiosi che mettono a rischio le loro vite sono arrivati a portare lo Stato alla sbarra. Ma è stato solo un illusione perché mi sono accorto che lo Stato poi assolve se stesso: è quello che è successo con la sentenza sulla mancata perquisizione del covo di Riina e con la sentenza di ieri al processo Mori che mi ha lasciato una profonda inquietudine. Mi inquieta che la sentenza sia stata emessa in così poche ore, a meno che non sia stata già scritta… è una sconfitta che aggiungo a un’altra subita negli ultimi tempi, e cioè la mia esclusione come parte civile al processo sulla trattativa Stato-mafia” ha continuato il leader del movimento delle Agende Rosse.

“Ma io non mi arrendo e insieme ai miei giovani continueremo a combattere e a presenziare anche all’esterno dell’aula di giustizia, continueremo a sostenere questi magistrati coraggiosi che proseguono senza paura e senza lasciarsi intimidire, saremo sempre al loro fianco. Fortunatamente continueremo ad essere parte civile al processo sulla strage di via D’Amelio, perché pretendo di sapere che cosa è stato di quel depistaggio e da chi è stato ordito”.

Salvatore Borsellino ha poi manifestato una sua ulteriore preoccupazione: “Ho paura che un giorno potrei sentire, come per il processo Mori, che anche la trattativa Stato-mafia non costituisce reato, che era necessaria per salvare i politici e che Paolo sia stato sacrificato sull’altare della ragion di Stato. Non potrei accettarlo. Spero che non succeda e che i giovani che lottano insieme a me possano un giorno conoscere la verità”.

Scarpinato: “Paolo, non ci fermeremo e prima o poi riusciremo a strappare la maschera dei vostri assassini!”

“Nelle parole che Paolo affida alla moglie Agnese ‘Mi ucciderà mafia quando altri lo consentiranno’ vi è tutta la solitudine impotente di chi sente che nessuno potrà proteggerlo”. Ha detto il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato al convegno organizzato a Palermo da Antimafia Duemila. “Paolo era l’ultimo baluardo dello Stato dopo la morte di Falcone”.

“In seguito al procedimento aperto contro di me a seguito della lettera indirizzata a Paolo l’anno scorso – ha raccontato Scarpinato – incontrando Agnese Borsellino mi ha confidato tra le lacrime ‘Non so se è stato peggio quello che abbiamo vissuto prima delle stragi o quello che siamo stati costretti a vivere dopo le stragi’. Una verità terribile di cui era stata costretta progressivamente a rendersi conto, quella stessa verità terribile che aveva cancellato quel sorriso scanzonato di Paolo che lo aveva accompagnato fino a qualche tempo prima. E io ad Agnese ho rinnovato la stessa promessa fatta nel 1992 davanti al corpo carbonizzato del marito – ha concluso tra gli applausi il procuratore generale di Palermo – costi quel che costi, Paolo, non ci fermeremo e prima o poi riusciremo a strappare la maschera dei vostri assassini!”.

“E’ preoccupante come ancora oggi sia ancora in pieno svolgimento la guerra contro l’informazione e il sapere sociale sulla mafia, mistificata e manipolata nonostante la celebrazione di decine e decine di processi come quello a Giulio Andreotti, o della trattativa Stato-mafia” ha detto Scarpinato. “Il binomio mafia e potere e i tanti delitti politici sono considerati un tema scabroso, al quale si aggiunge la rimozione, nelle commemorazioni pubbliche, vengono eliminati tutti i possibili riferimenti al coinvolgimento del potere nelle vicende di mafia”.

“Ogni anno alla commemorazione dell’omicidio Mattarella – ha continuato il procuratore generale di Palermo – si tace sistematicamente sul fatto che a volere la sua uccisione sono stati Giulio Andreotti, personificazione stessa dello Stato, Salvo Lima, i fratelli Salvo ei massimi rappresentanti del la classe dirigente siciliana”. “Perché dunque meravigliarsi – si è chiesto Scarpinato – se si tenta di chiudere lo spinoso capitolo delle stragi del ’92 e ‘93 raccontandolo come una storia tragica dovuta al solo scellerato delirio di onnipotenza di personaggi come Totò Riina? Perché dunque meravigliarsi del malcelato fastidio e dell’intolleranza dimostrata nei confronti del lavoro di quei magistrati che hanno proseguito nel cercare la verità?”. “Sono solo la parte visibile di un iceberg sommerso nelle profondità di ben più terribili segreti che si annidano dietro le nostre stragi”.

Ingroia: “Lo Stato non vuole la verità e colpisce i suoi magistrati migliori”

“La magistratura che cerca la verità è oggi un corpo estraneo allo Stato. Quei magistrati che indagano, che applicano la costituzione, vengono presi a colpi di provvedimenti disciplinari. Alcuni vengono colpiti semplicemente perché hanno descritto la verità delle cose, così come è stato con il provvedimento disciplinare nei confronti di Scarpinato e Di Matteo. Poi vengono avanzati conflitti di attribuzione per screditare il lavoro, oppure tirate fuori vecchie storie come è successo con Messineo, solo perché ha presenziato al processo sulla trattativa Stato-mafia. E il messaggio che si dà è che chi entra in quel processo pagherà comunque un prezzo sia esso giudice inquirente che giudicante. Diventa un messaggio al prossimo procuratore di Palermo per far capire quel che accadrà qualora appoggerà o darà il proprio sostegno a certe inchieste”.

“La strage di via D’Amelio è una strage di Stato”. Lo ha detto l’ex pm Antonio Ingroia al convegno alla Facoltà di Giurisprudenza a Palermo in ricordo del giudice ucciso dalla mafia Paolo Borsellino. “In passato avevo detto che eravamo entrati nell’anticamera della verità, poi che eravamo nella stanza ma che qualcuno aveva tolto tutte le luci. Ora mi rendo sempre più conto che in quella stanza è stato creato un nuovo muro di gomma e per questo è importante agire dal basso”. “Noi sapevamo dal principio che dietro la strage di via D’Amelio vi fosse altro così come Borsellino sapeva che dietro la morte di Falcone vi fosse altro. E come è accaduto per i diari di Falcone anche l’agenda di Borsellino è stata fatta sparire mettendo in atto depistaggi di Stato che, come è sempre accaduto nel nostro Paese, coprono stragi di Stato”.

“Per arrivare ad una verità sulle stragi in Parlamento è necessario che la Commissione parlamentare antimafia consenta per la prima volta la partecipazione delle associazioni dei familiari delle vittime di mafia e delle associazioni come le Agende Rosse che si impegnano nella lotta alla verità”. A proporlo è l’ex pm Antonio Ingroia intervenuto presso la Facoltà di Giurisprudenza a Palermo dove è in corso il convegno di Antimafia Duemila in memoria di Paolo Borsellino. “Si può fare intervenendo sulla legge così come all’unanimità è stata accolta questa commissione ammettendo tra i punti da discutere la trattativa, pur indicandola erroneamente come presunta. Anche la relazione Pisanu doveva occuparsi di trattativa ma si è conclusa con un’autoassoluzione della politica su quei fatti. Per questo si deve chiedere con forza, anche dal basso con una raccolta firme chiedendo che non vi sia una Commissione antimafia senza la partecipazione della società civile”.

Lodato: “Nel nostro Paese è vietato chiamare in causa lo Stato”

“Un altro divieto è quello di pretendere che venga posta la parola fine alla storia criminale infinita che vede la mafia come protagonista. In oltre sessant’anni il nostro Pese è stato martoriato dalle stragi e tutti abbiamo capito che dietro c’è dell’altro ma parlarne è vietato”. Così è intervenuto il giornalista Saverio Lodato intervenuto al convegno Paolo Borsellino: “La mafia mi ucciderà ma saranno altri a volerlo” organizzato da Antimafia Duemila nell’atrio della Facoltà di Giurisprudenza a Palermo. “Vogliamo sapere chi ha detto a Giuliano di sparare a Portella della Ginestra, chi ha suggerito di uccidere Mattei e De Mauro, sapere cosa c’entra Androetti con la morte di Sindona, sapere la verità su quella di Calvi e sulle stragi del 1992-1993. Siamo in attesa di ritrovare i documenti di dalla Chiesa, dei diari di Falcone, dell’agenda rossa di Borsellino che per lo Stato non è mai esistita nonostante le testimonianze di tutti i familiari ne certificassero l’esistenza. Oggi possiamo dirlo è vietato chiamare in causa lo Stato e men che mai parlare di patto Stato-mafia prima dopo e durante le stragi. E su certe verità, lo abbiamo capito, si preferisce non indagare tanto da non essere gradite al Capo dello Stato che ha posto una saracinesca qurinalizia sul cammino verso di essa”.

“La lotta alla mafia in Italia appare come una lotta di divieti”. A dirlo è il giornalista Saverio Lodato intervenuto al convegno di Antimafia Duemila in memoria di Paolo Borsellino “La mafia mi ucciderà ma saranno altri a volerlo”. “E’ vietato in Italia farsi domande sul perché la mafia oggi esiste ed è viva e vegeta, anche se la risposta appare semplice in quanto è la politica che vuole che ci sia e continui ad esserci”. Lodato ha poi continuato: “Questo è il primo divieto, permanente ed effettivo nonostante le valanghe di morti, processi, stragi, parole di mafiosi protagonisti di quelle vicende, parole dei pentiti e quant’altro. A parole sono 60milioni di italiani a voler vedere la mafia sconfitta. Tuttavia in questi anni ha fatto comodo riconoscere ai cittadini il diritto di indignarsi ed emozionarsi solo quando le impennate criminali superano una certa soglia lasciando la lotta alla mafia più agli addetti ai lavori. E così abbiamo assistito alle abbuffate emozionali volute dall’alto da consumarsi in giornata solo in determinati periodi”.

Teresi: “Il processo sulla trattativa Stato-mafia non si fermerà, chi non lo vuole si rassegni!”

“Viviamo in un contesto complesso e articolato, nel quale cerchiamo di muoverci con rinnovato impegno che però a volte porta un po’ di stanchezza” ha esordito così il procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi nel suo intervento al convegno in memoria di Paolo Borsellino. Tuttavia “Sono stanco di vivere in un Paese in cui è necessario predisporre misure di protezione sempre più rigide per dei magistrati che fanno solo il proprio dovere, cercando la verità su fatti complessi e gravi che incidono sulla scena politica recente e che vede dispiegarsi gli effetti sulle vicende politiche attuali”.

“Alcuni magistrati – ha continuato il procuratore aggiunto palermitano – sono presi di mira dal doppio fuoco degli attacchi strumentali e intimidatori, da lettere anonime che disvelano presunti punti deboli nel sistema di protezione predisposto dallo Stato, così come strani e inquietanti introduzioni nelle case, marcatamente provocatorie. I colleghi che lavorano con me per portare a termine il processo, e anche chi c’era prima di me, lo hanno fatto e lo fanno tuttora solo in nome di un irrinunciabile desiderio di verità e di un tacito patto di attaccamento e amicizia verso i morti per mano non solo mafiosa”.

Il procuratore Teresi si è poi detto preoccupato per “Quelle polemiche e prese di posizione di chi crede di avere già in tasca tutte le risposte, che crede di poter disorientare l’opinione pubblica meno attrezzata in materia di cultura giuridica e quella degli addetti ai lavori. Ma temo che al di là di ciò esiste una larga fetta di pensatori che questo processo non lo vogliono. Prego tutti di fermarsi, di lasciare lavorare quei giudici. Quel processo si sta facendo e si continuerà a fare fino alla sua naturale conclusione, qualunque cosa possa essere. Lo porteremo a conclusione oltre gli attacchi, le prese di posizione, le provocazioni, oltre le intrusioni nelle case, oltre le lettere anonime per quanto allarmanti siano. Siamo consapevoli – ha terminato Teresi – che gli attacchi proseguiranno più pesanti e inquietanti, in un clima sempre più fosco, ma il processo sarà portato a termine e chi non lo vuole si rassegni!”.

LO BIANCO / RIZZA “Senza Stato la mafia sarebbe già morta”. Il memoriale del pool di Palermo sulla trattativa
GUADAGNINI
Stato-Mafia, una lunga trattativa
Video I giorni di Giuda. L’ultimo intervento di Paolo Borsellino

 


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Bart