di Mario Tobino
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 29 maggio 1968]
Come è noto, due furono le grandi passioni letterarie di Mario Tobino: Dante e Machiavelli. “Biondo era è bello” è il libro che ha dedicato a Dante, uscito nel 1974. Esso accoglie nel capitolo VII, con qualche leggera variante, il presente elzeviro. (bdm)
Era un uomo altissimo, di statura superiore. Arnolfo di cambio lo ritrae con in testa la mitra che corre su, anche lei, verso il cielo. Lo ritrae sul trono seduto. Eppure ancora meglio si immagina come sarà quando si mette in piedi. Sporgono dal trono le appuntite ginocchia.
Il volto deciso, un avido che non si leva mai la fame. La Chiesa aveva il vento in poppa e lui ne approfittava. Nel trecento si credeva in Dio, nel purgatorio, nel pontefice, nell’inferno. Una scomunica avvelenava, bruciava. Bonifacio poteva tutto e accumulava per sé e i Caetani.
All’apice del trionfo, era solito riunire gli imporporati cortigiani in una grande stanza. La porta si apriva e lui, il Papa, Bonifacio, si avanzava, non col gran manto ma vestito da imperatore, la corona imperiale calcata in testa, nella mano stretta la spada, e, come fosse il Duce, chiedeva:
– Oltre che Papa, sono imperatore?
– Sì – rispondevano inchinandosi i porporati.
– Sono il successore dei Cesari, il re dei re?
– Sì – tremulava la pa vida voce del coro.
Si considerava Dio sulla terra e, logicamente – maestro di diritto canonico – gli imperatori, i re, i principi, si dovevano inginocchiare con assoluta umiltà davanti a lui, offrirgli tutto ciò che possedevano.
Insaziabile per sé e i suoi Caetani. Implacabile nemico dell’altra famiglia romana, i Colonna, che sognava ridurre sul lastrico, sterminare.
Il suo piacere è la sua legge e trova chi lo serve.
*
Chi è talmente avido e superbo ha segrete debolezze. Infatti Bonifacio è superstizioso, stringe nelle palme gli amuleti, al dito porta un anello capace di magìa. Si vanta di essere un razionalista alla Averroè, ma tiene nascosta dietro una tenda, vicino al trono, una statua protettrice e non si contano le corna di serpenti che manovra contro il veleno, come usano gli egiziani.
Formicola di suggestioni pa trie ed è scatenato a ingrandire la sua famiglia e la materia della Chiesa.
In quel 1301 Bonifacio era al massimo della signoria. Soltanto i fiorentini c’erano rimasti a infastidire, a resistere alle sue grinfie, a voler essere indipendenti, parlare di «Ordinamenti di giustizia », combattere i privilegi, i magnati, amare la libertà del Comune. Solo quei Guelfi bianchi – adesso al potere – si permettono di rispondere di no alle sue ingiunzioni.
Però il fiorentino barone Corso Donati è venuto segretamente a Roma a offrire il suo braccio, pronto a vendere Firenze al papa. Non ha pregiudizi, è un magnate, bolle contro quei democratici, ed è ardito, ama i piaceri, la prepotenza ed anche la guerra, è un valoroso come si vide a Campaldino. E’ un uomo del suo tempo, non nelle nuvole come i reggitori del Comune di Firenze.
Bonifacio continua a bussare, minacciare, esigere dai priori ubbidienza anzi servitù. I priori resistono e il più infiammato per la libertà, per la legge al di sopra delle fazioni, per la giustizia, contro le lotte fratricide, per una sua ideale Chiesa, è Dante Alighieri. Ogni giorno nei comizi raduna, incoraggia, accende la fede. Ma il papa è potente; l’esercito francese è in Italia ed è pronto ad accoppiarsi con lui. Chi comanda le truppe è il principe Carlo di Valois, avido d’oro; e Firenze ne è ben fornita.
Le ore per il Comune si tingono di scuro. Riusciranno i priori a difendere l’indipendenza?
*
Per tentar di calmare Bonifacio i fiorentini mandano a Roma tre ambasciatori che rassicurino il papa sul loro ardore religioso e insieme si adoperino per conservar libera la città, lo preghino che non sia invasa da un esercito straniero.
Gli ambasciatori sono Maso Minerbetti, Guido Ubaldini e Dante Alighieri.
Il viaggio è stato lungo e silenzioso per i tanti interrogativi.
Il pontefice in quanto tale non dovrebbe essere contro di loro, severi di costumi, giusti davanti a tutti, cristiani, contro le fazioni, le lotte fratricide. Ma è arrivata voce della libidine di Bonifacio, tutto per la sua famiglia e superbo, travolto da improvvisa e selvaggia collera. Si racconta che abbia ferocemente insultato un fraticello che gli si era inginocchiato davanti per comunicarsi. « Ti riconosco. Vattene! Sei un alleato della famiglia Colonna ».
E poi ci sono i banchieri fiorentini, padroni dell’industria e dei commerci. A loro interessano gli affari negli stati della Chiesa, assecondare le mire del papa, andarci d’accordo, non la libertà, non «gli ordinamenti di giustizia ».
Bonifacio riceve gli amba sciatori. Macché collerico! Sor ride, promette; ed ha una luce strana come covasse un pia cevole interno pensiero.
Il tradimento è già in cor so. Bonifacio ha dato via li bera a Carlo di Valois. L’e sercito francese entrerà in Fi renze e vi farà gozzoviglia. I Neri saliranno in Comune e offriranno Firenze alle voglie di Bonifacio e dei Caetani.
Il pontefice rassicura gli ambasciatori, stiano tranquilli, tornino a casa, non ac cadrà nulla. Dante è bene ri manga, per intendersi su qualche particolare. Gli altri ambasciatori rivadano in pace.
Bonifacio sa che l’Alighieri è colui che infiamma i comizi, un francescano, illumina le anime, appassionato di giustizia. È prudente trattenerlo. Rientrato a Firenze, all’avvicinarsi di Valois, potrebbe sferzare all’ardire, gridare alle armi, salvare il Comune.
*
Comincia la tormenta. Dante è rimasto solo a Roma. Finora la lotta politica lo ha te nuto occupato. La speranza di uno stato ideale, la legge superiore alle fazioni, il sogno di libertà e giustizia, lo han no distornato dalle comuni vicende.
Nelle prime ore, intorno non ha nessuno. Unica compagna la fantasia. A Firenze ci sono i suoi piccoli e la moglie, la sciati in balìa dei nemici.
Un poeta deve soffrire due volte: prima quando imma gina e poi quando la immagi nazione si fa carne.
Ore interminabili queste di Roma, che ritorneranno in tanti versi del poema.
I rappresentanti dei ban chieri fiorentini hanno sul vol to la stessa luce obliqua di Bonifacio.
Entrerà a Firenze l’esercito francese? Consegnerà il Comu ne ai Neri, alla parte selvag gia?
E’ distante Firenze da Ro ma, ma frustando i cavalli, più spesso cambiandoli, le notizie arrivano presto. Sono dapprima avvolte dal fumo; poi nette, vergate con l’inchio stro nero.
I francesi sono entrati. Cor so Donati a cavallo, alla te sta di una avvinazzata schie ra, ha dato l’avvio ai delitti, alle depredazioni, agli incendi.
Dante si rappresenta tutto, i Bianchi insanguinati nei lo ro letti, vecchi in fuga, le ca se depredate, ode i pianti del le donne, i gemiti degli in fanti, la bestiale voce degli stupratori. E i suoi bambini? sua moglie? Inamovibili, lim pide, violente, gli appaiono le scene.
Presto arriverà la notizia del processo, accusato di essere ladro, raggiratore, ignobile cittadino.
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Che è successo in quel fata le anno della nostra storia, nel 1301, negli ultimi giorni di quell’anno?
Lasciamo stare il nuovo po destà, Cante dei Gabrielli da Gubbio, che firma la condan na e ordina al battitore di gridare per le strade dell’amata città l’infamia contro Dante. Quello è il burattino di una tragica vicenda.
Ma Bonifacio VIII? Lui è il Papa e manda in esilio Dan te Alighieri, il nostro poeta. Accordandosi con Carlo di Va lois, con i Neri, condanna Dante a non vedere mai più Firenze, mai più il suo bel San Giovanni.
Gli era capitato di avere Dante davanti a sé, la fortu na, la gloria di parlargli, rice verne consiglio, e non avverte, non indovina, non sospetta, non usa neppure prudenza. Solo avvinto dalla superbia e dalla ingordigia, solo lieto del la sua astuzia.
Aveva davanti il viso di Dante, che pur doveva tra sparire una luce, il riverbero di una fiamma, e si limita a fare delle promesse che già sa di non mantenere.
L’unica scusa che potrebbe accampare – quanto da po co – è l’imprevedibile. Un grande poeta è un cataclisma che non si può prevedere, un fenomeno inarrestabile che dura nei secoli e, più trascor re il tempo, con maggiore dolcezza convince e conquista sia i cuori semplici che le ani me elette. Possiede la serena folgore della giustizia, illumi na la verità, svela i peccati, le vergogne. E, certamente, mentre è in vita, difficile scoprire che lo si ha davanti, arduo indovinarlo, prevedere quel cataclisma.
Sì, imprevedibile. Però lui era il Papa. I tre ambascia tori fiorentini non gli chiedevano di prodigarsi per il be ne, gli domandavano soltanto di non fare il male.
E lui, non solo non fa nem meno il minimo del suo dove re, ma cura così poco i suoi interessi – è così sprovveduto, così cieco – che da sé si bolla con un sigillo infuocato che tutt’oggi continua a friggere la sua carne.