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I testi del caso Ruby? Credibili se fanno comodo

23 Novembre 2013

di Luca Fazzo
(da “il Giornale”, 23 novembre 2013)

Milano – Sarebbe forse un po’ sbrigativo concludere che hanno creduto solo ai testimoni che gli facevano comodo. Ma analizzando i meccanismi di valutazione delle prove che hanno portato i giudici di Milano a condannare Berlusconi per il caso Ruby si ha l’impressione di un metodo che difficilmente resisterebbe a una verifica sul piano della logica formale.
Dicono le motivazioni depositate l’altro ieri: i testi dell’accusa sono per definizione credibili, in quanto disinteressati; poiché quelli della difesa affermano il contrario, ergo sono automaticamente inattendibili e menzogneri. Punto.
Un esempio di questo argomentare è il passaggio dedicato a Maria Makdoum, una delle ragazze che hanno descritto le serate di Arcore come festini a luce rossa. «A riprova della assoluta attendibilità della testimonianza si deve rilevare che il 12 luglio 2010 il telefono cellulare in uso alla Makdoum agganciava le celle dislocate sul territorio di Arcore »: il che ovviamente dimostra solo che la Makdoum era effettivamente a casa di Berlusconi. E invece la verità sulla sua presenza ad Arcore si riverbera senza riscontri in verità dell’intero racconto: «assoluta attendibilità ». O, ancora meglio, la faccenda della statuetta fallica che allietava le cene. Secondo alcuni testi, l’oggetto passava di mano in mano tra qualche risolino; secondo le giovani Ambra Battilana e Chiara Danese invece, le ospiti più disinvolte simulavano rapporti di sesso orale con la statuetta. C’è un po’ di differenza. Ma la sincerità di Ambra e Chiara per i giudici viene confermata proprio dai testimoni che negano di avere mai assistito a accenni di fellatio: «Le contraddizioni dei testi della difesa, artificiosamente tese ad eliminare ogni connotazione sessuale ai comportamenti delle ospiti e del padrone di casa, finiscono al contrario per confermare il racconto delle due giovani ragazze ». Mah.

Vicina all’atto di fede è la attendibilità riconosciuta dai giudici alla loro collega Annamaria Fiorillo, il pm dei minori che sostiene di avere proibito di affidare Ruby a Nicole Minetti, e che lo fa (pagina 73) «in modo convincente »: ma anche la Fiorillo è un magistrato e il tribunale ben può avere assegnato alla sua parola un peso specifico particolare. Più singolare è la totale credibilità che viene assegnata dalla sentenza ai verbali di Piero Ostuni, il funzionario di polizia che la notte del 27 maggio parlò con Berlusconi, secondo i giudici ne ricevette l’ordine di consegnare Ruby a Nicole Minetti, e invece di mandare Berlusconi a quel paese – come per legge avrebbe dovuto fare – subì e trasmise l’ordine per evitare guai di carriera. Come è possibile che la parola di un poliziotto carrierista e succube venga presa per oro colato? Su questo punto le motivazioni glissano. Ma la verità è più semplice: Ostuni non ha mai detto di avere ricevuto alcun ordine da Berlusconi. Pagina 52 delle motivazioni: «L’imputato gli disse che era stata accompagnata in questura una ragazza nordafricana che gli era stata segnalata come nipote di Mubarak e gli chiedeva di interessarsi a questa vicenda. Berlusconi gli disse anche che un consigliere parlamentare, la signora Minetti, si sarebbe fatta carico della giovane ». Circa 50 pagine dopo, i giudici scrivono: «risulta provato che Berlusconi ordinò al dottor Ostuni di consegnare in affido la minore alla consigliera parlamentare Minetti senza che il capo di gabinetto potesse sottrarsi alla disposizione impartitagli ». Una brusca metamorfosi della realtà processuale di cui invano si cercherebbe una spiegazione nelle motivazioni.
E avanti così, tra sanzioni tranchant come quella a carico della povera Francesca Loddo, incriminata per falsa testimonianza per avere giurato di essere stata anche lei presente in questura, mentre dai registri non risulta: ma non si spiega a che pro la showgirl dovrebbe essersi inventata tutto. O improvvisate perizie foniche come quella che incastra Valentino Valentini, colpevole di avere riferito dettagli sul vertice italo-egiziano che non poteva avere sentito perché «non si trovava in una posizione favorevole per seguire da vicino la conversazione, oltretutto confusa ».


Scusaci, Renatino Squillante
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 23 novembre 2013)

È il momento delle scuse. Ci perdonino Josefa Idem e Michaela Biancofiore, defenestrate dal governo Napoletta l’una per un’evasioncella di 3 mila euro su una casa-palestra, l’altra per una sparata omofoba: visto che dello stesso governo continuano a far parte Anna Maria Cancellieri in Ligresti e Angelino Kazako Alfano, le due signore vogliano accettare le nostre più sentite scuse.Ci perdoni anche Corrado Carnevale, da noi per anni attaccato, criticato e addirittura chiamato “Ammazzasentenze” perché annullava in Cassazione le condanne dei mafiosi per vizi di forma (un timbro saltato, una pagina mancante), riceveva a casa sua i loro avvocati e sparlava al telefono di Falcone e Borsellino.

Ieri il Pg della Cassazione Gianfranco Ciani, quello che convocò Grasso su ordine di Napolitano e Mancino per parlare dell’avocazione dell’inchiesta sulla Trattativa, ha avviato l’azione disciplinare contro Antonio Esposito: la scusa è l’intervista rilasciata il 6 agosto al Mattino in cui il giudice avrebbe anticipato la sentenza Mediaset, ma la colpa vera è la sentenza Mediaset, cioè la condanna di B. Infatti Esposito non anticipava le motivazioni della sentenza Mediaset, anzi diceva il contrario di quel che avrebbe scritto nella sentenza Mediaset. E di B. non parlava proprio (è l’intervistatore che l’ha fatto credere appiccicando una domanda su B. a una risposta generica). Ma, anche se avesse parlato di B. e anticipato le motivazioni, Esposito non avrebbe commesso illecito disciplinare lo stesso, perché la legge punisce solo i giudici che parlano di un processo “non definito”, e il processo Mediaset era già definito dal dispositivo della sentenza letto in aula il 1 agosto.
Dunque, caro Carnevale, ci scusi tanto: nell’Italia delle larghe intese, il modello di giudice auspicato fin dai colli e dai palazzacci più alti è il suo: quello di chi le condanne eccellenti non le conferma, ma trova il modo di annullarle.

Mille scuse, infine, al giudice Renato Squillante, anche lui da noi ripetutamente attaccato soltanto perché, vicecapo dell’ufficio Istruzione e poi capo dell’ufficio Gip di Roma, faceva in modo di non arrestare o rinviare a giudizio i potenti, e aveva un conto in Svizzera comunicante con quello dell’avvocato Previti, insomma era a libro paga della Fininvest. Inezie, minuzie, quisquilie, pinzellacchere. Avevamo ingenuamente pensato che la sua condotta fosse incompatibile, non solo col Codice penale, ma anche con la Costituzione che vuole la legge uguale per tutti e tutti i cittadini uguali davanti a essa. Ci sbagliavamo: eravamo rimasti alla Costituzione del 1948, cioè alla versione non ancora aggiornata dai saggi ricostituenti.  Ora è ufficiale: non tutti sono uguali davanti alla legge. Aveva ragione lei, caro Squillante.

Guardi quel che sta accadendo in Sicilia ai suoi colleghi (ci scusi per l’indebito apparentamento) Di Matteo e Gozzo,isolati dallo Stato e minacciati dalla mafia perché si ostinano a cercare, a vent’anni e più dalle stragi, i mandanti occulti, i depistatori e i traditori che trescavano sottobanco con la mafia che aveva appena ucciso Falcone, Borsellino, le loro scorte e tanti altri cittadini innocenti, mentre pubblicamente fingevano di combatterla. L’altro giorno, nell’aula del processo Trattativa, a testimoniare solidarietà a Di Matteo c’erano soltanto il suo capo, Messineo, e un prete, don Luigi Ciotti.

Le alte discariche dello Stato che si mobilitano in assetto di guerra e scatenano la forza pubblica non appena compare sul web una frasetta non proprio encomiastica sul loro conto, hanno altro a cui pensare. Il nostro pensiero deferente e un po’ nostalgico corre dunque a lei, caro Renatino, che negli anni 80 e 90 precorse le larghe intese, evitò ogni “guerra fra giustizia e politica”, infatti non subì neppure un procedimento disciplinare né un monito presidenziale. Si conservi in buona salute: presto – eliminati gli Esposito, i Di Matteo, i Gozzo e le altre mele marce in toga – ci sarà ancora tanto bisogno di lei.


La strada di Renzi come quella di Veltroni
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 23 novembre 2013)

Anche i ciechi cominciano a vedere che la mina principale posta sotto il governo di Enrico Letta non è quella di Silvio Berlusconi, ma quella di Matteo Renzi. Il Cavaliere, con la sua sicura uscita dalla maggioranza a causa dell’insoddisfazione per la legge di instabilità e della legittima reazione all’aggressione del Partito Democratico sulla decadenza da senatore, è destinato a rendere molto più debole la maggioranza.

Non solo per una questione di numeri ma per la semplice ragione politica: la formula delle larghe intese diventa la formula delle intese ristrette e trasforma il governo di necessità in governo di precarietà. E la circostanza, a dispetto di chi sostiene la tesi di Renzo Arbore applicata alla politica del “meno siamo, meglio stiamo”, appende la sopravvivenza dell’Esecutivo al filo della massima imponderabilità. Matteo Renzi, invece, è destinato a dare il colpo di grazia al governo di Enrico Letta, reso precario dalla scissione del Popolo della Libertà e dalla trasformazione della natura politica della coalizione governativa. Chi pensa che il sindaco di Firenze sia un simpatico sbruffone privo di qualsiasi progetto compie un errore marchiano.

Perché Renzi ha in testa una strategia ben precisa che non nasce solo dall’ambizione personale di usare la segreteria del Pd come trampolino di lancio verso il governo del Paese, ma che poggia anche sul disegno politico di consolidare il sistema bipolare e rilanciare la cosiddetta “vocazione maggioritaria” di veltroniana memoria del Partito Democratico. Non sbagliano, allora, quanti per screditare il sindaco di Firenze lo dipingono come un berlusconiano di sinistra. Perché se essere berlusconiano significa essere bipolarista, Renzi lo è in maniera dichiarata e sicura. E nell’essere schierato a favore della democrazia dell’alternanza, il probabile e prossimo segretario del Pd è automaticamente un oppositore irriducibile sia alla formula delle grandi intese che a quella delle intese ristrette oltre che essere, necessariamente, il più convinto sostenitore della vocazione maggioritaria del proprio partito.

Suo malgrado, allora, Enrico Letta, capo di un governo espressione di una formula alternativa a quella dell’alternanza di governo, è destinato a finire nella morsa degli opposti bipolaristi. Da un lato Berlusconi, che però con la scissione degli alfaniani può indebolire ma non far cadere la coalizione governativa. Dall’altro Renzi che nella prossima qualità di segretario del Pd, cioè del partito divenuto cardine dell’attuale Esecutivo, è destinato a diventare l’unico in grado di mettere la parola fine al tentativo in atto di riesumazione degli equilibri politici della Prima Repubblica.

In questa luce la strada del sindaco di Firenze appare molto simile a quella che precedette e seguì l’elezione di Walter Veltroni a segretario del Partito Democratico. In nome della vocazione maggioritaria del Pd Veltroni entrò in rotta di collisione con Romano Prodi, presidente del Consiglio di un governo ulivista, cioè fondato sull’alleanza tra le diverse forze della sinistra. E non appena eletto segretario pose fine al governo prodiano per andare ad elezioni che portarono il Partito Democratico a diventare la forza egemone della sinistra.

In nome della stessa vocazione maggioritaria, Matteo Renzi sarà fatalmente costretto a decretare la fine del governo delle strette intese di Enrico Letta ed a giocare la carta di elezioni anticipate in cui punterà a diventare Premier alla guida di un partito proiettato a tornare egemone nella sinistra cercando di recuperare almeno una parte dei voti andati al Movimento Cinque Stelle. Il bipolarista Veltroni conquistò il 33 per cento, ma perse con il bipolarista Berlusconi. Renzi spera di sfuggire a quella sorte contando sulla decadenza e la liquidazione per via giudiziaria del Cavaliere. Ma deve fare i conti con il bipolarismo e la capacità di resistenza di Silvio l’irriducibile!


Un Cancelliere che non si… cancella!
di Maurizio Bonanni
(da “L’Opinione”, 23 novembre 2013)

Guard(i)asigilli? Sì, certo, ma a guardia della propria poltrona. Sigillata dal Colle e da Palazzo Chigi. Alla stregua di Ponzio Pilato, anch’io mi asterrò dal gioco nazionale del: “dimettiti/resta!”. Prendo spunto per questa posizione di “terzietà” da quanto pubblicato nel suo blog da Federico Punzi. La prima osservazione è: “A chi giova la contrapposizione all’interno del Pd sul caso Cancellieri?”. A Matteo Renzi, innanzitutto, che si mette così (assieme a Civati) alla testa della protesta dei militanti del suo partito, per conseguire un bel diploma fiammante di “moralità pubblica”! Del resto, sono in molti, anche dalle parti di Firenze, a dare per scontata la spaccatura del Pd, in caso di vittoria del loro sindaco.

Se la diarchia Letta-Napolitano dovesse reggere fino al voto del 2015, allora per il giovane Renzi la conquista del potere si dissolverebbe in lontananza. Curioso, però: sono in molti, a sinistra, a danzare al ritmo, e in base alle cadenze, degli editoriali di Repubblica e del “Fatto”. Eppure, Mauro e Scalfari sanno benissimo che, abbattuto il birillo della Cancellieri, andrebbe a rotoli il Governo Letta, che dovrebbe essere così sostituito in corsa da un altro giovane leone del Pd (Renzi stesso, Cuperlo, ecc.?). È solo una questione di moralità pubblica, o c’è dell’altro, nella contrapposizione Ligresti-De Benedetti? E ancora sul merito dei comportamenti censurabili del ministro di Giustizia: come mai via Arenula non ha emanato severe direttive alle Autorità competenti e non è intervenuta pubblicamente, in modo sistematico, viste le autentiche falle registrate dallo stesso ministro (e pubblicamente riconosciute) a proposito di carcerazione preventiva e condizioni di vita nelle carceri italiane?

Con il suo comportamento (ovvero, l’intervento diretto, in “centinaia” di casi di carcerati in particolari condizioni di disagio), non ha forse avallato la sensazione sgradevole della discrezionalità del diritto, per cui soltanto chi ha accesso al “feudatario” può chiedere un trattamento di favore per sé? Il cittadino, per caso, è un suddito? Se parliamo di tasse, non c’è alcun dubbio in merito! Perché, nei casi in cui il ministro è intervenuto, non sono stati inviati ispettori e adottate riforme regolamentari interne, per alleviare le condizioni generali della carcerazione, per tutti i reclusi? Ma le notizie che sono uscite “dopo” il rinnovo della fiducia da parte del Parlamento sono ancora più disorientanti. Se è vero che la Cancellieri, al contrario di quanto dichiarato da Ligresti senior ai magistrati, non ha “mai” chiesto favori a nessuno per la sua carriera, allora perché non denuncia pubblicamente di calunnia e diffamazione chi la accusa? Pensa a una vendetta per l’attività del pargolo, come manager delle società Ligresti?

E, di grazia, com’è accaduto che suo figlio si sia tempestivamente sfilato, a peso d’oro, da quella gestione, un attimo prima del crollo dell’impero Ligresti? Chi lo aveva avvertito? Domande lecite, suppongo. La seconda notizia di cronaca, sulla quale vale la pena soffermarsi, fa riferimento a quanto emerso in occasione della conferenza dei vescovi italiani: gli eccellenti prelati hanno lanciato un chiaro guanto di sfida agli attivisti gay, che hanno oltraggiato Papa Ratzinger, rappresentandolo come un travestito, dicendo loro: “Se avete coraggio fate lo stesso con un imam!”. Speriamo di no, che la sfida non venga accettata. Vi ricordate che cosa accadde, qualche anno fa, con le vignette blasfeme su Maometto?

Servirono a incendiare mezzo mondo, facendo centinaia di vittime, esattamente a quanto accadde, quando soldati americani (che occupavano l’Iraq) bruciarono per sfregio una copia del Corano. L’Islam ha come precetto fondamentale la Jihad e la conversione degli infedeli, spada alla mano. Il Cristianesimo, invece, predica la tolleranza e il perdono. Questo vale per l’oggi, però “Ieri” i Papi dell’epoca hanno mobilitato centinaia di migliaia di uomini in armi, con le loro Crociate, per contrastare l’Islam con la forza. Morale: oltre a fare un numero impressionante di vittime, quelle guerre di religione (vere!) hanno drammaticamente rallentato il progresso scientifico in Occidente (i numeri e la prima, vera, scienza antica vengono dal mondo musulmano).

Quindi, un analogo manifesto con il volto deturpato del Profeta, vorrebbe dire attirare migliaia di martiri suicidi legittimati a colpire ovunque gli interessi dell’Occidente. In un mondo dominato dalla comunicazione istantanea, qualsiasi dichiarazione non ben temperata può rappresentare quel famoso battito d’ali di una farfalla, che scatena un uragano d’inaudita violenza.


I rapporti Tra i Peluso e i Ligresti
di Giovanni Pons per “la Repubblica”
(da “Dagospia”, 23 novembre 2013)

È una storia di siciliani emigrati a Milano quella che in questi giorni sta travolgendo la famiglia Ligresti e la famiglia Peluso, in un affaire che sta minando le fondamenta del governo Letta e la credibilità del suo ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri in Peluso, accusata di essersi adoperata a favore della carcerata Giulia Ligresti. Un abbraccio quantomeno incauto, che trova una spiegazione solo se si inquadra in un contesto più ampio, che ricomprenda tra i protagonisti anche Mediobanca, merchant bank milanese fondata nel 1946 da Enrico Cuccia, anch’egli siciliano trapiantato a Milano.

E che mai sarebbe finito sotto i riflettori se i tradimenti non avessero a un certo punto preso il sopravvento sulle amicizie e sui patti occulti, che hanno per anni contraddistinto la storia di queste famiglie. Una storia che il pm milanese Luigi Orsi sta faticosamente, con la sua inchiesta, cercando di ricostruire anche nei suoi aspetti più incoffessabili.

TRA BORSA E IMMOBILI
«La mia avventura è iniziata negli anni ‘50 quando sono arrivato a Milano come ufficiale dell’Aeronautica – racconta Salvatore Ligresti in uno dei tre interrogatori a cui ha accettato di rispondere -. Agli inizi degli anni ‘60 ho lavorato nella progettazione immobiliare e progressivamente ho iniziato a svolgere un’attività imprenditoriale immobiliare.

Sono stato agevolato dal fatto di aver conosciuto persone importanti che mi hanno fatto crescere. L’agente di Borsa Aldo Ravelli mi ha aiutato ad acquisire azioni della Liquigas, società allora presieduta dall’avvocato Antonino La Russa (padre di Ignazio, altra famiglia di siciliani trapiantati a Milano negli anni ‘60, ndr.) ».

Oggi pare abbastanza incredibile constatare quanta strada Ligresti sia riuscito a percorrere grazie alla sua rete di persone collocate nei posti giusti. «Ho anche conosciuto Arcaini – prosegue nel racconto – il presidente di Italcasse che mi ha concesso dei fidi che ho impegnato nella costruzione di un grattacielo a Piacenza.

Oltre all’attività di progettazione, agli investimenti in Borsa ed alla costruzione di immobili ho iniziato ad acquisire aree, specialmente nella zona sud di Milano. Io sono un ingegnere e mi occupavo della parte tecnica mentre la parte amministrativa è stata storicamente seguita dai miei collaboratori che lavoravano con Carlo Aloisi, un immobiliarista che era anche presidente della Banca Ibi e dell’Unire, l’associazione degli appassionati di equitazione ».

GAVETTA CON BERLUSCONI
In un ventennio le conoscenze giuste hanno dunque spinto Ligresti a diventare un uomo molto potente, al centro di un crocevia fatto di immobili, rastrellamenti di Borsa, banchieri influenti ed esponenti delle istituzioni in grado di facilitare la sua ascesa. In questo Milieu così blasonato non poteva mancare Silvio Berlusconi.

«Ho una particolare consuetudine con Berlusconi, siamo amici di vecchia data, veniamo dalla gavetta e gli incontri sono tanto frequenti quanto informali. Con il presidente Berlusconi si parla di tutto », racconta Salvatore quando gli si chiede di spiegare perché ha interceduto a favore dell’ex presidente dell’Isvap Giannini, accusato di corruzione.

Ed è di vecchia data anche il contatto con la famiglia Peluso, che sembra avvenire quasi per caso, nella Milano degli anni ‘70, come descrive Piergiorgio, figlio della Cancellieri, oggi ministro della Giustizia, e di Sebastiano Peluso, nel suo interrogatorio. «Negli anni ‘70 mio padre gestiva una farmacia che si trovava vicina allo studio medico esercitato da Antonino Ligresti. È nata così una conoscenza familiare. Ho avuto rapporti di lavoro con il gruppo Ligresti già nel 1999, quando lavoravo in Mediobanca alle dipendenze del dott. Pagliaro, mi ero occupato della Premaimm ».

LA RETE DI MEDIOBANCA
A quel tempo Salvatore era appena uscito dalla bufera di Tangentopoli, non senza acciacchi. Finì dietro le sbarre per corruzione ma anche durante la detenzione il suo “network” si è attivato. Il tam tam della finanza milanese narra che Cuccia mandò all’avvocato di Salvatore un messaggio da vero siciliano: «A quell’ora affacciati alla finestra e se vedi passare per strada Maranghi (l’ex dg di via Filodrammatici) allora vorrà dire che Mediobanca non ti ha abbandonato ».

E così fu. Tocca così a Peluso farsi le ossa da banchiere nel salvataggio immobiliare dei Ligresti e poi dal 2002 nel gruppo Capitalia si imbatte ancora nelle società di Don Salvatore. «In questo periodo ricordo due operazioni importanti con il gruppo Ligresti: una prima ristrutturazione del debito che il gruppo Sinergia aveva nei confronti di Capitalia e un nuovo finanziamento erogato da Capitalia a Premafin ».

Mentre Peluso si occupava della parte immobiliare in Mediobanca decidono di sfilare la Fondiaria dalla morsa degli Agnelli e di offrirla in sposa alla Sai di Ligresti. Unica raccomandazione di Maranghi: smetterla con la gestione “tutto in famiglia”.

LA STAGIONE DEI TRADIMENTI
Ma senza Cuccia il patto non regge e comincia la stagione dei tradimenti. E’ Ligresti il primo a rompere le fila e ad allearsi con le banche di sistema per far fuori Maranghi. Poi cerca la sponda con l’Unicredit di Profumo portando in dote la conoscenza con Berlusconi, quindi tenta lo sganciamento attraverso l’accordo con la francese Groupama. A Piazzetta Cuccia scatta l’allarme rosso, Ligresti non è più affidabile, bisogna sfilargli la Fonsai (il gioiello) per metterlo in mani più sicure.

E chi può essere l’esecutore di una così complessa operazione? Ancora Peluso, che accetta di passare armi e bagagli nella compagnia. Ligresti è contento, pensa di essersi messo in casa uno della sua cerchia, «uno che ha visto crescere fin da bambino », come dice il teste della procura Gismondi. E invece è l’inizio della fine. Il pentolone della galassia Ligresti viene scoperchiato, Peluso figlio lautamente ricompensato per il suo lavoro, con la famiglia di Paternò in galera al completo.

È a questo punto che mamma Peluso, diventata ministro, si adopera per segnalare la delicata situazione di salute di Giulia Ligresti. Ma così facendo finisce anch’essa nella bufera. L’ultimo affondo, per il momento, è di Salvatore: il 19 dicembre, dai domiciliari, ricorda al guardasigilli che non è lì per caso: «Mi feci latore del desiderio dell’allora prefetto Cancellieri che era in scadenza a Parma e preferiva rimanere in quella sede anziché cambiare destinazione. L’attuale ministro Cancellieri è persona che conosco da moltissimi anni e ciò spiega che mi si sia rivolta e che io abbia trasmesso la sua esigenza al presidente Berlusconi. In quel caso la segnalazione ebbe successo perché la Cancellieri rimase a Parma ». Ma la ministra smentisce tutta la ricostruzione e resta al suo posto.


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