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Il labirinto prossimo venturo

21 Settembre 2013

di Ernesto Galli Della Loggia
(dal “Corriere della Sera”, 21 settembre 2013)

La gravità della crisi italiana non sta nell’inadeguatezza sia pur grave di questo o quel partito. Sta nella condizione di evidente provvisorietà che caratterizza l’intero sistema politico a causa della natura aleatoria e instabile di tutti i principali partiti. I cui retroterra culturali, alleanze, leadership e programmi, appaiono, potenzialmente in continua quasi incontrollabile evoluzione. Lo si vede bene oggi quando con ogni probabilità ci stiamo avvicinando a una svolta della legislatura, dovuta al fatto che l’attuale «strana maggioranza » – sottoposta com’è alle tensioni prodotte da un lato dalla procedura di espulsione di Berlusconi dal Senato, e dall’altro dall’aggravamento dei conti pubblici, che rende sempre più insostenibile la contemporanea cancellazione dell’Imu e il mantenimento al 21 per cento dell’Iva – non sembra in grado di resistere ancora a lungo.

Ma se la crisi del governo Letta getterà il Pdl/Forza Italia nella più totale incertezza, in balia dell’altalena di ire e di resipiscenze di Berlusconi, dei suoi cambiamenti di umori e di progetti, anche il destino del Pd non lascia presagire prospettive molto rassicuranti. Se Letta venisse costretto alle dimissioni in seguito al ritiro dei ministri della Destra, il cammino che si aprirà davanti ai Democratici sarà infatti tutto in salita. Esclusa l’ipotesi di elezioni anticipate, che Napolitano non vuole, o si aprirà la crisi ovvero il presidente del Consiglio tornerà alle Camere per cercare una nuova maggioranza. In entrambi i casi – essendo fuori gioco una riedizione delle «larghe intese », così come, auspicabilmente, di qualche pasticcio a base di «volenterosi » e transfughi di varia provenienza – il Pd dovrà rivolgersi a Sel e ai 5 Stelle. Come sei mesi fa: solo che questa volta è probabile che ci sia una spinta a concludere positivamente che allora invece fu assai minore o mancò del tutto, perché forse (sia pure molto forse) stavolta i grillini almeno un appoggio esterno finiranno per darlo.

Si aprirà però a questo punto, per il Pd, uno scenario tra i più scomodi: essere il cuore di una coalizione di governo tutta orientata a sinistra, prevedibilmente alle prese con continui fremiti movimentistici, esposta a sollecitazioni di tono e segno estremistico. Che non sarà davvero facile governare senza consumarsi in polemiche, ultimatum, scontri e armistizi, che verosimilmente renderanno la vita della coalizione stessa quanto mai precaria, povera di risultati apprezzabili (se non peggio: è facile immaginare quello che ne penseranno a Bruxelles o a Berlino), e destinata a concludersi con nuove elezioni anticipate (diciamo entro la primavera del 2015).

Una competizione elettorale con la Destra e con il Centro che vedrebbe comunque i Democratici in una situazione scomodissima. E oltremodo contraddittoria. Nessuno, è vero, è oggi in grado di leggere nella sfera di cristallo delle vicende congressuali e delle relative lotte interne del Pd, ma che ne resterebbe del «partito a vocazione maggioritaria » dopo dieci mesi – un anno di governo Pd-Sel-5 Stelle? E che ne sarebbe a quel punto dell’immagine politica di Matteo Renzi, della sua credibilità e del suo appeal su settori elettorali non di sinistra, alla guida di un partito siffatto? In conclusione un semplice dubbio: già alla fine del 2011 il Partito democratico sbagliò clamorosamente a non chiedere le elezioni anticipate dopo la fine ingloriosa del governo Berlusconi; non capiterà che tra poche settimane sia destinato a ripetere il medesimo errore?


Letta, ecco i numeri: sono da Stato di diritto?
di Andrea Cuomo
(da “il Giornale”, 21 settembre 2013)

Roma – È uno Stato di diritto che funziona quello che è costretto a sborsare ogni anno decine di milioni per rimborsare cittadini che hanno dovuto trascorrere giorni, mesi, anni in carcere da innocenti? È uno Stato di diritto quello in cui dove dovrebbero stare 100 detenuti ce ne stanno 142? È uno Stato di diritto quello in cui ogni quattro procedimenti già fissati per il dibattimento tre vengono rinviati per motivi vari?

Domande che giriamo al premier Enrico Letta, che l’altro giorno – in funzione chiaramente anti-Cav – ha giurato: «In Italia lo Stato di diritto funziona ». Postilla: «Non ci sono persecuzioni ». Chissà che cosa pensano in particolare di questa ultima affermazione categorica le tantissime vittime di errori giudiziari a cui il quotidiano romano Il Tempo ha dedicato un’inchiesta di cinque giorni che ha contrassegnato l’insediamento alla direzione del nostro ex inviato Gian Marco Chiocci, che di giornalismo giudiziario ne mastica eccome.

Tanti i dati sciorinati e le storie raccontate dal quotidiano di piazza Colonna. Secondo cui per il Censis, nel dopoguerra, sono stati 4 milioni gli italiani coinvolti in inchieste giudiziarie e poi risultati innocenti. Di essi circa 25mila sono riusciti a ottenere il rimborso per ingiusta detenzione a partire dal 1989, per un esborso totale di 550 milioni di euro in tutto: del resto per ogni giorno passato in carcere lo Stato riconosce all’innocente 235,83 euro, e la metà (117,91) in caso di arresti domiciliari. Il tetto massimo di rimborso sarebbe di 516.456,90 euro. Ma Giuseppe Gulotta, che con il marchio di duplice assassino impresso sulla pelle da una confessione estorta a forza di botte ha trascorso in cella 22 anni per essere scagionato nel 2012, pretende 69 milioni. Tanto, se si pensa al tetto di cui sopra. Nulla se questo è il prezzo di una vita squartata, merce che un prezzo non ce l’ha.

E siccome i cattivi giudici non guardano in faccia nessuno, spesso anche i vip sono caduti nella trappola dell’errore giudiziario. Il più famoso è Enzo Tortora. Ma ci sono anche Serena Grandi, Gigi Sabani, Lelio Luttazzi, Gioia Scola, Calogero Mannino e Antonio Gava nel Who’s Who della carcerazione ingiusta. Carcerazione che è a suo modo ingiusta anche per chi colpevole lo è davvero quando è trascorsa nelle 206 carceri italiane. La cui capienza ufficiale sarebbe di 45.588 persone ma ne ospitano 66.632. Lo dice il rapporto «Senza Dignità 2012 » dell’associazione Antigone, vero museo degli orrori delle prigioni d’Italia. Il Paese secondo il cui premier «lo Stato di diritto è garantito ». Pensate se non lo fosse.


Zero presenze a Palazzo: già spariti i senatori a vita
di Paolo Bracalini e Francesco Cramer
(da “il Giornale”, 21 settembre 2013)

«Mi sia consentita un’osservazione. Qualche giorno fa sono stati nominati quattro senatori a vita per altissimi meriti nel campo sociale, culturale e scientifico: avrei tanto voluto avere il conforto della loro opinione in questa discussione ».
Giovedì 19 settembre, aula di Palazzo Madama. Si sta discutendo un decreto legge per la valorizzazione e il rilancio dei beni culturali. A parlare, anzi urlare tutta la sua indignazione, è il senatore Stefano Candiani, parlamentare del Carroccio alla sua prima legislatura ma con le idee più che chiare. Il suo intervento strappa applausi dai colleghi leghisti, pidiellini e perfino grillini. Ammutoliti, invece, i senatori piddini. Chissà come mai. Candiani spiega perché avrebbe preferito vedere i nuovi senatori partecipare ai lavori: «Anche per togliere al Paese il dubbio che non sono stati nominati dal presidente della Repubblica solo per garantire voti di fiducia al governo! Qui si parla di cultura. Dove sono questi nostri colleghi a vita? ». Tra i banchi pidiellini è un tripudio di «Bravooo! ». La senatrice Anna Maria Bernini addirittura si alza in piedi. «Dove sono? Qui si vede chi sta dalla parte della cultura – prosegue il leghista – e chi invece è solo qui per opportunità politica ». Altra pioggia di applausi da Lega, Pdl e pentastellati. Altro silenzio imbarazzato a sinistra.

Già, dov’erano Claudio Abbado, Elena Cattaneo, Carlo Rubbia e Renzo Piano? Missing. Uno dice: vabbè, forse proprio quel giorno avranno avuto da fare. Peccato che consultando il sito del Senato, alla pagina «Riepilogo presenze », si resti un po’ basiti. Dalla data della loro nomina, 30 agosto, ci sono state ben 14 sedute con 138 votazioni. Ebbene: Abbado Claudio, presenze 0, votazioni 0. Rubbia Carlo, presenze 0, votazioni 0. Piano Renzo, presenze 0, votazioni 0. Cattaneo Elena, presenze 2, votazioni 2. Applausi per la stakanovista neosenatrice che distacca i colleghi con un mirabolante 1,45% di presenze nel Palazzo.

Al senatore Candiani proprio non va giù che non si siano fatti vedere il giorno della discussione e votazione di «un provvedimento che sta alla base della loro nomina ». Non solo: «Facciano come i soci onorari di una qualsivoglia società: si autosospendano dal voto altrimenti alimentano il legittimo sospetto di essere strumento di altre logiche politiche ». Chiaro no? Il battagliero senatore leghista, giusto ieri, ha annunciato via Facebook: «Sto preparando un disegno di legge costituzionale per l’abrogazione della carica di senatore a vita. Non sarà una soluzione in grado di risolvere i problemi del Paese. Ma sarà almeno una risposta concreta alla anacronistica e degenerata “presenza ” di questi “uomini (donne) del presidente ” ». Un tripudio di commenti tra «Bravo » e «Sperèm ».
Ma non è finita qui perché i senatori a vita, beati loro, hanno le indennità equiparate ai loro colleghi «normali » (4.800 euro netti solo di stipendio) ma con un benefit in più: per loro, a differenza dei senatori «semplici », non sono previste decurtazioni alla diaria (3.500 euro al mese per il soggiorno) per ogni giornata di assenza dai lavori parlamentari. Poi ricevono: 4.180 euro per il supporto collaboratori (da rendicontare), più altri 1.650 euro di «rimborso forfettario per spese generali », più gli uffici (più grandi degli altri, off course a palazzo Giustiniani) con personale annesso. Insomma, tra i 9mila e i 13mila euro al mese per ogni «fantasma ». Che per quattro (numero dei neo senatori a vita), per dodici mesi, fa circa 480mila euro l’anno. Che lievita a circa un milione l’anno per via delle tasse. Un regalino di Stato vita natural durante.

Lucio Malan (Pdl) commenta così: «In effetti, in un periodo in cui si cerca di limare il limabile, imponendo duri sacrifici agli italiani, tutto questo non ha senso. E non l’avrebbe neppure se non sapessimo dove mettere i soldi ». Mentre Jonny Crosio, altro senatore leghista, commenta così: «All’illustre collega Renzo Piano vorrei chiedere se darebbe ugualmente lo stipendio a uno dei suoi collaboratori se non si presentasse mai in ufficio. Evidentemente sì ».


I nemici della stabilità stanno a sinistra
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 21 settembre 2013)

Nella Germania Federale il Partito Comunista era vietato per norma costituzionale. Con la conseguenza che il partito socialdemocratico non ha dovuto temere nemici a sinistra per quasi quarant’anni ed ha avuto la possibilità di marginalizzare qualsiasi componente avesse la tentazione ideologica di porsi fuori del sistema. La caduta del Muro di Berlino e la capacità dei leaders socialdemocratici, in particolare Schroeder, di tenere ferma la barra della Spd sulla linea del partito di governo escludendo il richiamo della lotta antisistema, hanno fatto il resto.

In Germania, a differenza di quanto scrive Antonio Polito, non è la comune tendenza di Cdu ed Spd al buonismo generale a consentire le larghe intese e la stabilità ma sono le condizioni politiche frutto di una storia che non si presta ad equivoci a renderle possibili nei momenti di necessità. In Italia, invece, la storia e le condizioni politiche sono state completamente diverse. Nel secondo dopoguerra il nostro paese è stato segnato dalla presenza del più grande partito comunista dell’Occidente e dal realismo di una Chiesa Cattolica convinta, dopo Pio XII, che con questo partito si dovesse comunque trovare una intesa o un modus vivendi.

Inoltre il Dna della massima forza della sinistra italiana non è mai stato quello della Spd tedesca ma, secondo la formula berlingueriana, quello del partito di lotta e di governo. Cioè di essere al tempo stesso un partito del sistema ed un partito antisistema. Dai tempi di Berlinguer ad oggi quel Dna non è minimamente cambiato. Siamo passati dalla Prima alla Seconda Repubblica, dal proporzionalismo al maggioritario ed alla democrazia dell’alternanza, ma il maggiore partito della sinistra, che nel frattempo ha realizzato al proprio interno un mini-compromesso storico tra cattolici democratici e post-comunisti, ha continuano a rimanere imperterrito sia di lotta che di governo, sia di sistema che contrario al sistema.

Perché, allora, le larghe intese destinate ad assicurare una stabilità di necessità da noi sono molto più precarie ed instabili che in Germania? La risposta è nei fatti. Perché, ora che il sistema da bipolare è diventato tripolare ed è segnato dalla presenza di una forza come il Movimento Cinque Stelle, dichiaratamente antisistema, una parte consistente del Pd non sa e non vuole resistere al richiamo di quella parte del proprio Dna che lo spinge non verso la stabilità di un governo di necessità ma verso la lotta contro qualsiasi governo, tanto più se nel governo in carica figurano i nemici da sempre considerati moralmente e antropologicamente inferiori.

Si capisce che lo sforzo cerchiobottista dei media politicamente corretti sia diretto a sostenere la tesi che la stabilità viene messa in discussione dagli opposti estremisti del centro destra e della sinistra. Ma si capisce altrettanto chiaramente che questa tesi è una balla colossale. Perché nel centro destra le forze antisistema, che pure esistevano nel passato, sono state progressivamente mariginalizzate. Nella sinistra, viceversa, continua a verificarsi il fenomeno opposto. Non dice nulla a Polito la constatazione che l’unico modo di Matteo Renzi di conquistare la leadership del Pd è di accarezzare il pelo di coloro che continuano ad avere il mito della lotta infischiandosene del fatto che alla guida del governo c’è l’ex vicesegretario del loro stesso partito?


Letta Enrico sbaglia i conti
di Franco Bechis per “Libero”
(da “Dagospia”, 21 settembre 2013)

Enrico Letta ha ufficializzato ieri che l`Italia sfonderà – di 0,1 punti percentuali – l`obiettivo del 3% di rapporto deficit/pil al 31 dicembre 2013, e ha dato tutta la colpa a Silvio Berlusconi (e forse un po` anche a Matteo Renzi). «L`interruzione della discesa dei tassi e la ripresa dell`instabilità politica », ha spiegato il premier in conferenza stampa, «pesa sui conti e sul deficit che è cresciuto rispetto alle stime al 3,1% ».

Dopo avere scaricato tutta su altri la responsabilità di un buco da 0,2 punti di Pil in appena 4 mesi e mezzo, Letta si è auto-lodato per i grandi progetti (molto futuri) che il governo ha: «I percorsi contenuti nel Def sono ambiziosi ma raggiungibili, a patto che ci sia la volontà e la stabilità politica. La volontà nostra c`è, è piena e totale e lo si è visto anche nel Cdm dove c`è stata una partecipazione corale e un impegno che mi conforta ».

Sembra assai facile governare così: se si ha successo, i meriti sono propri, se si fa flop, la responsabilità è sempre di qualcun altro. Non è certo una novità della politica italiana vedere uomini politici abbondare in propaganda e rifilare ad altri sacchi di patate. Fa un po` effetto sentirlo fare da uno come Letta che ha sempre avuto l`aria del primo della classe. Però l`economia ha un grande vantaggio: è fatta di numeri, e quelli non si possono cambiare.

Quelli che ci sono, perfino quelli inseriti dal premier nella sua nota di aggiornamento del Def, raccontano tutt`altra verità. E siccome nessun italiano ha scritto in testa “Jo Condor”, è meglio andarli a vedere. La nota di aggiornamento presentata ieri corregge al ribasso e al rialzo le cifre inserite del Documento di economia e Finanza presentato da Mario Monti il 10 aprile 2013. Allora si prevedeva un rapporto deficit/Pil 2013 del 2,9%, ed è diventato del 3,1%.

Allora si prevedeva un Pil nominale a fine anno di 1.573,233 miliardi di euro, ora si corregge al ribasso in 1.557,300 euro. Allora si prevedeva una spesa per interessi pari al 5,3% del Pil, ora si corregge al rialzo: 5,4% del Pil. La spesa per interessi è la sola voce che risente di quella «interruzione nella discesa dei tassi » e «instabilità politica » che secondo Letta sono la causa dello scostamento del deficit dal 2,9 al 3,1%. Siccome le percentuali crescono, ma il Pil scende, meglio andare a vedere le cifre assolute per capire.

La spesa per interessi nominali 2013 immaginata da Monti era di 83 miliardi, 381 milioni e 349 mila euro. Quella ora riveduta da Letta sale a 84 miliardi, 94 milioni e 200 mila euro. Il maggiore costo per gli interessi dunque sarebbe di 712 milioni e 851 mila euro. Che non è affatto la cifra assoluta dello scostamento del deficit, come sostenuto impropriamente dal premier: rappresenta solo il 26,87% del nuovo buco nei conti pubblici. Il deficit nominale a fine 2013 previsto da Monti era infatti di 45.623.757.000 euro.

Quello ora riveduto da Letta sale a 48.276.300.000 euro. Il buco complessivo – tutto maturato dal governo Letta – è dunque di 2.652.543.000 euro. Di questa cifra un quarto circa è dovuto alla maggiore spesa per interessi. Ma 1.939.692.000 milioni sono legati esclusivamente a quel che ha combinato il governo in carica. Dirà la sinistra: è colpa dell`Imu, è colpa del mancato aumento Iva da luglio… Dirà la destra: è colpa degli esodati, è colpa della cassa integrazione, dei precari della pubblica amministrazione assunti, etc…

Sbagliano gli uni e gli altri: siccome nessuno di noi ha scritto in fronte “Io Condor”, il responsabile unico di questo buco è il governo in carica guidato da Letta. Poi trovi al suo interno chi l`ha fatta così grossa. Non è colpa in sé né della cassa integrazione, né dei precari, né dell`Imu, né dell`Iva: ognuno di questi provvedimenti risultava coperto dal governo, che 
scriveva: per togliere 3 miliardi di tasse, prendo i soldi da questo o da quello.

Ecco, la verità è proprio quella che avevamo sospettato noi di Libero leggendo con cura ogni provvedimento dell`esecutivo: quelle coperture erano quasi sempre irreali, bugiarde. Sono loro che hanno 
creato questo buco da 2,6 miliardi. Lo ha creato Letta con i suoi, non la vicenda processuale di Berlusconi e nemmeno la corsa di Renzi alla segreteria del Pd. A guardare bene, più di un dubbio viene anche da quella sola somma che sulla carta si può attribuire alla instabilità politica: i 712,8 milioni di euro di maggiore spesa per interessi che Letta e Saccomanni hanno scritto nella nota di aggiornamento del Def. Da dove salta fuori quell`aumento? E’ davvero difficile capirlo.

Nel documento di aprile Monti immagina una caduta dello spread fino a raggiungere i 250 punti a fine anno. Ieri lo spread Btp-Bund ha chiuso la giornata a 247 punti, perfino al di sotto di quella soglia. Durante il mese di agosto, quello che avrebbe creato «instabilità politica » al governo, lo spread non ha mai superato i 260 punti. Anzi. E’ proprio in questo mese che per la prima volta è tornato sotto i 250 punti, raggiungendo i livelli minimi dalla primavera 2011, prima che scoppiasse la tempesta sui mercati finanziari.

Il 12 agosto ha raggiunto 245,5 punti, il livello più basso dei 24 mesi precedenti. Il 16 agosto ha toccato addirittura 230 punti. I1 4 luglio scorso invece, quando manco era stato fissato ancora in Cassazione il processo a Berlusconi, lo spread era a 290 punti. Il 25 giugno era 305 punti. Il giorno in cui Letta ha giurato nelle mani di Giorgio Napolitano lo spread era a 285 punti, 38 punti base più di ieri sera.

Il giorno in cui ha ricevuto la maxi-fiducia dal Parlamento era sceso a 270 punti, 23 punti base più di ieri. Non solo: l`ultima asta di giugno dei Bot a 6 mesi ha fatto registrare un rendimento medio ponderato dell`1,1052%, la stessa asta a fine agosto ha portato quel rendimento allo 0,886%.
COPERTINA DEL LIBRO SU ENRICO LETTACOPERTINA DEL LIBRO SU ENRICO LETTA

L`ultima asta Btp a 5 anni di fine giugno ha dato un rendimento lordo del 3,47%, la stessa asta a fine agosto al 3,38%. Non c`è alcuna ragione dunque per avere inserito nel Def nemmeno quei 712,8 milioni di euro di maggiore spesa per interessi: spread e rendimenti dei titoli di Stato sono stati inferiori al trend precedente perfino quando non si sapeva se il governo sarebbe sopravvissuto o meno. Semmai i mercati hanno mostrato di essere pronti a stappare la bottiglia, in caso di caduta di questo governo.


La casa segreta di Fellini
di Marcello Veneziani
(da “il Giornale”, 21 settembre 2013)

Dopo vent’anni giusti di prigionia nel ventre della Balena, Federico Fellini è fuggito ai gendarmi della morte ed è tornato vivo e giocoso.
In questi giorni lo abbiamo visto al cinema in un tenero amarcord di Ettore Scola e in un gustoso libro di Gianfranco Angelucci. Fellini vide il mondo con gli occhi incantati di un bambino, le sue trasgressioni erano monellerie, le sue bugie e i suoi sogni erano puerili caricature della vita, del sesso, della morte. Della storia Fellini amò i punti di fuga, divagò anche in politica. Del mondo Fellini colse l’evanescenza, fra figure che scolorano in un fumoso interregno tra i vivi e i morti. Fellini fu metafisico d’infanzia.
Alla fine degli anni Ottanta mi illusi di essere uno spettatore speciale di Fellini. Lavoravo in Rai in via del Babuino e le finestre sbirciavano la sua terrazza. Lo vidi una volta con una vestaglia assurda e sognai di spiare la sua vita segreta. Immaginavo che avesse in casa pareti magiche e armadi a doppio fondo che apriva quando non c’era nessuno, e di lì veniva fuori la giostra, i giochi, le fatine e le pupone con le tettone gonfiabili. Sospettavo che avesse in casa felini esotici, vitelloni tonnati, serpenti luminosi e giraffe piegate in salotto obtorto collo. Immaginavo che si nutrisse di zucchero filato e nuvole di frutta, che vestisse con sciarpe laminate e cilindri da prestigiatore. Avevo un’idea troppo felliniana di Fellini. Ma resto convinto che la realtà per lui fosse solo un magazzino di pretesti per le fiabe. La sua vita vera fu quella che sognò.


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Bart