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Il passo che spetta al Cavaliere

14 Maggio 2013

di Fabio Martini
(da “La Stampa”, 14 maggio 2013)

Un flagrante squilibrio sta minando i primi passi del governo Letta: mentre nel Pd sono usciti di campo, volenti e nolenti, tutti i leader del ventennio – da Prodi a D’Alema, da Veltroni a Bersani – sul fronte di centrodestra il capo resta sempre lo stesso: il settantaseienne Silvio Berlusconi. Uomo vitalissimo, ma costretto ad inseguire vicende giudiziarie che toglierebbero serenità anche ad un titano.
Lo squilibrio politico, emotivo e generazionale che si sta determinando tra i due principali partiti della maggioranza in pochi giorni ha già messo il governo a rischio di caduta immediata.

La sequenza delle ultime ore è esplicita: all’ora di pranzo, dall’Abbazia di Spineto, presidente e vicepresidente del Consiglio, uno a fianco dell’altro, hanno lanciato messaggi distensivi, ma tre ore più tardi la richiesta di condanna pronunciata dal Pm di Milano Ilda Boccassini per il processo Ruby ha inevitabilmente rimesso in ansia il leader del Pdl.

Per un governo, anche per il più robusto dei governi di coalizione, è complicato assumere decisioni dirimenti e costruire una narrazione efficace, se uno dei pilastri della maggioranza può traballare in qualsiasi momento.
In un Paese ferito e angosciato, la tessitura di leggi efficaci è assai più difficile che in tempi di «pace » e l’impresa può diventare impossibile se qualcuno disfa l’ordito per pulsioni improvvise e incoerenti con l’aspirazione a migliorare un provvedimento.

Ovviamente Silvio Berlusconi ha tutto il diritto di difendersi, gridando le sue ragioni e rivendicando la sua innocenza. Dal suo primo avviso di garanzia, nel 1994, Berlusconi ha sempre denunciato un complotto giudiziario ai suoi danni, facendo leva più sul vittimismo che sulla asserita debolezza delle istruttorie. In perfetta coerenza con questo approccio, il Cavaliere ha affidato la sua difesa a legali-legislatori che si identificavano anche politicamente con lui, figure comprensibilmente sgradite ai magistrati. Non è del tutto casuale che soltanto da poche settimane Berlusconi abbia scelto per la sua difesa l’avvocato Franco Coppi, che non è soltanto il più autorevole penalista italiano. E’ anche una personalità priva di connotazioni politiche. Adatto come nessun altro, a denunciare – se ci sono – le opacità dei processi ai danni di Berlusconi.

Naturalmente il governo guidato da Enrico Letta e da Angelino Alfano deve scontare anche le profonde inquietudini politiche del Pd. Un partito che in queste settimane ha subito il dissenso di tanti suoi elettori, di tanti suoi dirigenti e l’analisi dissacrante degli osservatori indipendenti. Ma il Pd, dopo lo sbandamento post-elettorale, ha saputo imporsi un percorso trasparente e democratico: Pier Luigi Bersani si è assunto le sue responsabilità, il partito ha un nuovo segretario e fra poche settimane si avvierà un dibattito destinato a coinvolgere milioni di italiani. Un travaglio che certo non aiuterà il tragitto del governo. Ma due giorni fa, quando il presidente del Consiglio Enrico Letta e il suo vice, Angelino Alfano, si sono ritrovati a discutere su un pulmino che li portava all’Abbazia di Spineto sull’inopportunità per i ministri di partecipare a manifestazioni elettorali di partito, i due hanno trovato un’intesa di massima. Ma mentre Letta si è consultato con se stesso e ha deciso da solo, Angelino Alfano ha ritenuto di dover informare Berlusconi. Da anni il Cavaliere ha dimostrato più volte generosità, umana e materiale, verso i suoi collaboratori: ora è chiamato a dimostrarla non soltanto nei confronti di Angelino Alfano, l’uomo che lui stesso ha voluto a Palazzo Chigi, ma del governo che ha contribuito a far nascere. Un escamotage che Berlusconi non può permettersi sarebbe quello di logorare il governo, facendosene scudo.


Quello stereotipo indegno dell'”orientale”
di Fiamma Nirenstein
da (il “Giornale”, 14 maggio 2013)

Stride come le unghie sul vetro che nel nostro tempo, nell’ambito di una cultura e di una società che ha fatto del multiculturalismo e della parità fra le etnie e le religioni uno dei suoi credo principali, un pubblico ministero importante come Ilda Boccassini abbia sentito di dover rafforzare i suoi argomenti utilizzando in aula, durante il sacro momento della requisitoria, la vieta immagine dell’orientale furbo, peggio, lo stereotipo della donna orientale astuta che usa l’avvenenza a suo vantaggio spogliandosi di ogni inibizione.
La protesta di Ruby davanti al tribunale di Milano

Una pindarica escursione nella letteratura, un volo in scenari dannunziani… e anche un pochino di ignoranza, dato che il Marocco non è proprio Oriente, ma solo nel Nord Africa. In più, c’è un certo cinismo quando la Boccassini ironizza sul fatto che la Ruby facesse uso della storia «della povera musulmana scappata da un padre padrone »: senza nessun riferimento alla vita personale di Ruby, che non conosco, in generale questi temi sono invece serissimi, c’è poco da ironizzare, la sofferenza delle donne islamiche per l’oppressione familiare che le perseguita fino all’omicidio, è nota in tutto il mondo.

Gli stereotipi, proprio per la loro comunicatività, per la loro facile digeribilità, non devono mai essere usati, tanto meno in un’aula di tribunale. La giustizia si ammalerebbe di una malattia mortale se gli stereotipi facessero parte del ragionamento giudiziario: quel tipo è cinese, quindi sottile e crudele; quell’altro serbo, oppure croato, quindi forte e feroce; quell’imputato è indiano, quindi, scaltro e imbroglione, l’altro ebreo… e lì, poi, le fantasie sono note. Ci mancherebbe altro che alla Boccassini si appiccicasse un mandolino e una pizza al pomodoro perché è napoletana. Stiamo lontano da tutto ciò, non è degno dell’Italia. Che adesso certamente mostrerà la sua equanimità, ora che i pregiudizi si presentano a sinistra come a destra. Mi aspetto una valanga di comunicati da intellettuali e politici di ogni parte politica. O no?


E Berlusconi sbotta: è l’attacco finale, vogliono eliminarmi
di Adalberto Signore
(da “il Giornale”, 14 maggio 2013)

«L’obiettivo è farmi fuori, fisicamente e politicamente ». No, non l’ha presa affatto bene il Cavaliere la lunga requisitoria di Ilda Boccassini. Per la «violenza inaudita che mi ha riservato », racconta in privato piuttosto amareggiato.

Ma anche per la richiesta «spropositata » a sei anni di reclusione e soprattutto perché ancora una volta – come nel processo per i diritti tv Mediaset – la procura di Milano punta tutto sull’interdizione «perpetua » di Silvio Berlusconi dai pubblici uffici.

Ed è questo, ormai, il cuore del problema, il primo passo di un percorso che dovrebbe concludersi già il prossimo anno con un voto della Giunta delle elezioni del Senato che faccia decadere il leader del Pdl dal rango di parlamentare. È questo secondo Berlusconi lo schema che sta seguendo la Boccassini, decisa – confida l’ex premier nelle sue conversazioni private – a giocare la sua partita «di sponda » con Grillo e il Pd. Già, perché se si arrivasse all’interdizione dai pubblici uffici a quel punto la questione non potrebbe non essere presa in esame dalla Giunta del Senato che si troverebbe chiamata a votare sull’eventuale decadenza di Berlusconi da parlamentare. La posizione del M5S in proposito è nota, tanto che ancora in questi giorni Grillo continua a battere sulla presunta ineleggibilità dell’ex premier. Ed è chiaro che a quel punto il Pd non potrebbe che votare nello stesso modo. Il rischio che nel 2014 il Cavaliere possa ritrovarsi fuori dal Parlamento, insomma, sarebbe altissimo, con tutte le inevitabili conseguenze per la tenuta del governo.

Eppure al momento Berlusconi continua a rassicurare tutti sul fatto che l’esecutivo non è in discussione e che i due piani – processuale da una parte e politico dall’altra – resteranno distinti. Eppoi, confidava qualche giorno fa ai suoi collaboratori, «se pensano di farmi fuori con l’interdizione s’illudono visto che Grillo ha dimostrato come si può far politica anche fuori dal Palazzo ». Come a dire che si sbaglia di grosso chi pensa che senza il biglietto da visita con scritto su «Onorevole » il Cavaliere si possa fare da parte.

Detto questo, la linea resta quella della manifestazione di Brescia: «Nessun fallo di reazione sul governo ». Anche se l’alzata di scudi che parte da via dell’Umiltà è violentissima, «proporzionata – fanno presente in quel di Arcore – alla violenza della Boccassini ». Prima, però, tocca alla riunione dei gruppi parlamentari congiunti del Pdl a Roma, con una lunga serie d’interventi proprio durante la requisitoria Ruby. Si parla di riforma della Giustizia, mentre i capigruppo Renato Brunetta e Renato Schifani spiegano che prima di modificare la legge elettorale bisogna riformare il bicameralismo perfetto. Il sottosegretario Michaela Biancofiore, invece, si lamenta di non essere stata difesa, mentre Daniele Capezzone auspica una «cabina di regia per la comunicazione ».

Poi parte la batteria di dichiarazioni contro la Boccassini. Ci sono tutti, nessuno escluso. Da Schifani, che punta il dito contro «il livore persecutorio dei pm », a Cicchitto, convinto si voglia «spazzare via Berlusconi ». «La richiesta d’interdizione perpetua è abnorme », attacca la portavoce del Pdl Mara Carfagna. Dura anche Mariastella Gelmini. «Un processo costruito come un castello di accuse che resistono a tutte le smentite e a tutti i costi. Mi chiedo – dice la vicecapogruppo del Pdl alla Camera – se la richiesta d’interdizione non rappresenti l’auspicio di neutralizzare il Berlusconi politico ». «Ben conscia della scriminante del “diritto di toga ” garantitole dal codice durante la requisitoria – gli fa eco l’europarlamentare Licia Ronzulli – oggi il pm non ha lesinato valutazioni politiche, pregiudizi, illazioni, faziosità, accuse senza riscontri oggettivi. Unico scopo quello di annientare, neutralizzare, eliminare politicamente Berlusconi ». Netta anche Daniela Santanché che parla di «requisitoria di sole accuse e zero prove ». «L’interdizione perpetua dai pubblici uffici per un fatto inesistente – aggiunge – è come chiedere l’ergastolo, una cosa inaccettabile ». Anche se, è la convinzione di Laura Ravetto, «se l’intento dei magistrati è quello di destabilizzare il governo non ci riusciranno ».

Il diretto interessato, invece, si affida a una breve nota. «Che devo dire? Teoremi, illazioni, forzature, falsità – attacca Berlusconi – ispirate dal pregiudizio e dall’odio, al di là dell’immaginabile e del ridicolo. Ma tutto è consentito sotto lo scudo di una toga. Povera Italia! ».


La Boccassini fa la gaffe al processo: “Ruby intelligente perché levantina” Ma il Marocco è ad ovest…
di (I.S.)
(da “Libero”, 14 maggio 2013)

Regalate un atlante geografico ad Ilda Boccassini. Il pm è talmente impegnato nella sua requisitoria finale, per chiedere alla Corte la condanna del Cav con le improbabili accuse sul caso Ruby, che deve aver scordato quando a scuola studiava i punti cardinali, nord, sud, ovest, est. Così durante il suo intervento in aula per il processo Ruby, la Boccassini inciampa su una gaffe e afferma: ”  E’ una giovane di furbizia orientale che come molti dei giovani delle ultime generazioni ha come obbiettivo entrare nel mondo dello spettacolo e fare soldi, il guadagno facile, il sogno italiano di una parte della gioventù che non ha come obiettivo il lavoro, la fatica, lo studio ma accedere a meccanismi che consentano di andare nel mondo dello spettacolo, nel cinema”.  Questo obiettivo – ha proseguito la Boccassini –  ha accomunato la minore “con le ragazze che sono qui sfilate e che frequentavano la residenza di Berlusconi: extracomunitarie, prostitute, ragazze di buona famiglia anche con lauree, persone che hanno un ruolo nelle istituzioni e che pure avevano un ruolo nelle serate di Arcore come la europarlamentare Ronzulli e la europarlamentare Rossi”. “In queste serate – afferma il pm – si colloca anche il sogno di Kharima. Tutte, a qualsiasi prezzo, dovevano avvicinare il presidente del Consiglio con la speranza o la certezza di ottenere favori, denaro, introduzione nel mondo dello spettacolo”.

Ruby è marocchina –  Qualcuno spieghi alla Boccassini che Ruby è marocchina. Il Marocco geograficamente è in Nord Africa e sotto la Spagna. I due paesi sono separati dallo stretto di Gibilterra. Evidentemente a furia di stare sulle carte che tentano disperatamente di inchiodare Silvio, il pm ha abbandonato l’atlante. In più dietro quella “furbizia orientale”, c’è quasi un giudizio etnico, che ha tanto il sapore di un giudizio sulla “razza” di Ruby. Secondo quali teorie lombrosiane, i marocchini sono più furbi degli europei non è dato saperlo. La Boccassini ne è certa. Gengis Khan e i giapponesi che attaccarono Pearl Harbour forse lo erano. Ma non erano nè marocchini nè egiziani. Eppure la Boccassini, nella foga di mettere in cella Silvio, dimentica i punti cardinali e fa diventare il Marocco un Paese dell’est. Dettagli.

La polemica – La gaffe non è andata giù a Souad Sbai, ex deputata e presidente dell’Associazione delle Donne Marocchine in Italia (Acmid): “Furbizia orientale? Un termine che non è nella maniera più assoluta accettabile”. “In tutti questi processi, la cui legittimità rispetto, non ho mai messo bocca – ha continuato Sbai – ma ascoltando una semplificazione così grossolana e così lontana dalla nostra cultura non potevo stare zitta”. “Parole come queste, che spero essere frutto di una leggerezza, rischiano di inasprire nell’opinione pubblica un clima già difficile”. “L’accostamento fra un’ipotesi di prostituzione e una specifica etnia o cultura – incalza e conclude – è gravissimo: non tutte le donne orientali o arabe tengono atteggiamenti come quelli di cui si sta dibattendo nel processo. A maggior ragione se minorenni, le cui sensibilità sono assai delicate. Mi aspetto un chiarimento pubblico su queste frasi o necessiterà un chiarimento nelle sedi più opportune”.

Smarrita La Boccassini, per non farsi mancare proprio nulla, è anche tornata a parlare della manifestazione cui presero parte lo scorso 15 marzo alcuni rappresentanti del Popolo delle libertà. “Quel giorno, quando vidi quell’assembramento di rappresentanti delle istituzioni che chiedevano l’apertura di un’aula, io mi sono sentita smarrita. La pm ha definito una “ingiustificata invasione del palazzo di giustizia” quel presidio di deputati azzurri. Parole che il legale del Cavaliere Niccolò Ghedini ha definito “sorprendenti”, spiegando come a parer suo il tribunale debba essere “un luogo aperto ai cittadini e non un fortino”.

Verbo traditore – Nella concitazione della requisitoria, dopo ben sei ore a parlare in aula, la Boccassini ha commesso la sua gaffe più grave. Gaffe sì, ma sintomo di quello che è stato definito un “preciso intendimento” della procura milanese: nel chiedere la condanna (ad anni sei di reclusione con interdizione perpetua dai pubblici uffici), Ilda ha infatti detto “lo condanna ad anni sei”, prima di correggersi precipitosamente con un “chiede la condanna ad anni sei”.


L’inammissibile giudizio etnico
di Sarina Biraghi
(da “Il Tempo”, 14 maggio 2013)

Razzismo e ignoranza. Un’accoppiata insopportabile, sempre, figuriamoci in un procuratore della Repubblica Italiana, un magistrato che chiede sentenze in nome del popolo italiano. Una donna. Ilda Boccassini, durante la sua requisitoria nell’aula del tribunale di Milano, ha tracciato il profilo di Ruby come quello di una ricattatrice che riesce a sfruttare l’avvenenza fisica da un lato e il fatto di essere musulmana dall’altro perché «furba di quella furbizia orientale propria della sua origine ».

E così nel processo contro il Cav per aver creato ad Arcore un «sistema prostitutivo per soddisfare i suoi piaceri », anche la giovane marocchina diventa una vittima. Di se stessa, delle sue scelte e delle sue origini. Senza fare le maestrine con la penna rossa che hanno studiato la geografia, Ruby viene dal Maghreb «il luogo del tramonto » perché situato nella parte più occidentale dei paesi nordafricani. Spaventa molto di più il giudizio etnico pronunciato non al mercato o nel salotto di casa, ma in un tribunale. Proviamo a invertire le parti: cosa sarebbe successo? È caduta di stile, regressione culturale e razzismo soltanto quando parlano i leghisti?

Nessuna levata di scudi da parte della sinistra snob sempre pronta a condannare i rigurgiti xenofobi come accaduto in difesa della neo ministra Kyenge o della presidente Boldrini. L’unica a parlare è stata Souad Sbai, ex deputata presidente dell’Associazione delle donne marocchine in Italia: è un termine che non è in modo più assoluto accettabile, una semplificazione grossolana e lontana dalla nostra cultura ».

Calamandrei scrisse: «Una cosa è la pubblicità del processo, altra la spettacolarità ». Ecco, il corto circuito tra show mediatico e gogna pubblica ha provocato quello che non è stato assolutamente un «lapsus » della Boccassini. Se la condotta di Berlusconi oltre che ingenua è inaccattabile, le parole di Ilda la rossa sono inammissibili. E dispiacciono ancor di più perché arrivano da una donna nei confronti di un’altra donna (della quale peraltro non si ha prova che fosse una prostituta e se mai ce ne fossero andrebbero perseguiti anche gli altri uomini che l’hanno sfruttata…).

Del resto se anche in un monologo contro il femminicidio Paola C. si mette contro Paola F. non c’è speranza, sarà sempre così. Donne contro donne.


Il Cavaliere leader anche con le condanne
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 14 maggio 2013)

Nella Prima Repubblica il cursus honorum di un politico degno di questo nome prevedeva l’elezione e la lunga presenza in Parlamento per chi aspirava ad un ruolo di rilievo nella vita pubblica. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare un De Gasperi, un Togliatti, un Nenni, un Fanfani, un Berlinguer, un Andreotti,un Moro, un Craxi svolgere una qualche funzione politica senza essere stati eletti alla Camera o al Senato. La regola è valsa anche nella Seconda Repubblica. Quando tutti i personaggi di spicco dell’epoca del bipolarismo muscolare hanno continuato a pensare che senza la presenza in Parlamento il loro ruolo politico sarebbe stato ridimensionato o, addirittura, azzerato.

La novità di quella che non è la Terza Repubblica ma solo la coda della Seconda e della Prima, è che questa regola è stata di fatto abrogata. Massimo D’Alema si è autorottamato, non si è presentato alle elezioni, non è presente in Parlamento, ma continua ugualmente a svolgere una importante funzione politica all’interno del Partito Democratico. Lo stesso vale per Walter Veltroni, che non ha bisogno del laticlavio parlamentare per far valere il proprio peso politico all’interno del Pd. Per non parlare di Beppe Grillo che è e rimane il leader incontrastato del Movimento Cinque Stelle pur essendo interdetto ai pubblici uffici per una vecchia condanna passata in giudicato. Alla luce di questa innovazione va considerata l’affermazione pronunciata sabato scorso a Brescia da Silvio Berlusconi secondo cui i magistrati che lo tengono in odio possono emettere tutte le condanne a suo danno che vogliono. Ma non potranno mai impedire agli elettori del Pdl di sceglierlo come il proprio leader incontrastato. Pochi hanno fatto caso al significato politico di questa affermazione. Molti l’hanno giudicata una semplice frase ad effetto pronunciata per ingraziarsi la piazza dei sostenitori bresciani e per replicare polemicamente ai contestatori dei centri sociali.

Ma il significato politico reale della frase di Berlusconi è che i magistrati di Milano lo potranno anche condannare per la vicenda Ruby, quelli di Napoli potranno anche fare altrettanto con il caso Lavitola e quelli di qualsiasi altro tribunale potranno fare altrettanto in qualche ulteriore processo in atto o di là da venire. Ma non ci sarà sentenza, anche quella che dovesse passare in giudicato, che potrà impedire agli elettori del centro destra di considerare il Cavaliere vittima di una giustizia ingiusta e politicizzata e pretendere che, proprio per questa ragione, continui a rimanere il leader indiscusso del fronte dei moderati. E se in seguito a qualcuna di queste sentenze di condanna i guastatori del Pd decidessero di rilanciare la proposta dell’ineleggibilità di Berlusconi, della sua espulsione dal Parlamento e, ultima ed estrema ipotesi, il via libera ad un suo eventuale arresto deciso da qualche magistrato in cerca di visibilità? La risposta è sempre la stessa. Nessuno potrebbe mai impedire agli elettori del centro destra di continuare ad attribuire al Cavaliere il ruolo di leader dei moderati e nessuno potrebbe impedire a Berlusconi di svolgere dall’esterno del Parlamento, da casa sua o da qualche carcere, la funzione di capo della maggioranza relativa degli italiani.

I sondaggi parlano chiaro. Le vicende giudiziarie del fondatore del Pdl non influiscono minimamente sul consenso nei suoi confronti. Anzi, come sempre è accaduto nel corso degli ultimi venti anni, più l’accanimento giudiziario è aumentato d’intensità, più i consensi sono aumentati. A dimostrazione che insistere sul tentativo della liquidazione per via giudiziaria dell’avversario principale della sinistra non serve affatto allo scopo ed alimenta la sfiducia della maggioranza del paese nei confronti della giustizia malata e di chi la usa per i propri fini. La conclusione, dunque, è semplice. Non saranno le condanne (che debbono passare in giudicato) ad eliminare il Cavaliere. E non sarà quest’ultimo a far cadere il governo per reagire alle forzature della magistratura prevenuta e politicizzata. Per batterlo ci vorrà la politica. Quella che manca ad una sinistra priva di idee e di un minimo di buon senso!


Angela Frenda intervista Emilio Fede per “Il Corriere della Sera” (14 maggio 2013)

«Io sapevo che Ruby era minorenne? Balle. E sai chi lo dice che sono balle? Non io. Ma Berlusconi, Mora e la stessa Ruby. Basta, sono stufo. La verità è che dovrei rifiutarmi di rispondere a domande su questa storia ». Emilio Fede, 81 anni, nato a Barcellona Pozzo di Gotto, è in macchina con il suo fidato autista. Sta arrivando nel suo appartamento di Milano 2. Cinquanta metri dal Residence Olgettina, per intenderci. «Ma non ci sono mai stato. Mai ».

La requisitoria del pm Ilda Boccassini sul caso Ruby, l’ex direttore del Tg4 l’ha seguita in diretta su Sky eventi. Commento: «Si vede che mi ha tanto in simpatia che non vuole abbandonarmi…. ».

A parte le battute, secondo l’accusa lei non poteva non sapere che Ruby fosse minorenne. E che, in base al suo rapporto di fedeltà, è difficile immaginare che non lo avesse detto a Silvio Berlusconi.
«E invece io non lo sapevo che non avesse più di 18 anni. La prima volta in cui l’ho incontrata ho chiesto: chi è? Chi l’ha portata? E lei: ma come, non si ricorda di me? Ho partecipato al concorso a Letojanni… E allora mi sono ricordato vagamente che era tra le ragazze dell’evento di cui ero in una giuria in Sicilia. Tutto qui.
Io ricordo che ne dimostrava 28, di anni. Era corpulenta, alta… Cosa dovevo pensare? Che Berlusconi chissà quali progetti sessuali avesse? Non era una ragazza che potesse interessarmi ».

La pm Boccassini ritiene che la sua difesa sia «risibile » e che le sue dichiarazioni siano «ridicole ».
«La mia difesa è lineare: io Ruby non l’ho mai sentita, parlano i tabulati telefonici. Piuttosto, bisognerebbe chiedersi perché sono stato tirato dentro questa storia. Perché sono stato sputtanato come un complice di fatti sessuali… Io, giornalista di fama con una famiglia perbene. A che cosa mi sarebbe servito tutto questo? Se fosse vero, oggi sarei stato direttore di Mediaset. E non sarei andato via senza una lira di buonuscita ».

Lei è stato sostituito al Tg4…
«Già, e mi manca molto il mio tg. Mi è stato tolto cortesemente di mano, al fine di migliorarlo, evidentemente… Ho un contratto ancora per 3 anni, i benefit. Ma per 20 anni ho avuto lo stesso stipendio. Faccio a tutti una domanda: se fossi stato complice di Berlusconi, lui avrebbe consentito che mi togliessero la direzione del Tg4? O di non candidarmi più al Senato, dove sarei stato straeletto? Rispondetemi ».
boccassiniboccassini

Risponda lei.
«La risposta è: no. E comunque meritavo molto di più. La vera amarezza? Che anche stasera (ieri sera, ndr) solo il Tg4 ha citato il mio nome. Mah. L’unica spiegazione è che per la mia professionalità ero diventato imbarazzante. Tirarmi dentro faceva notizia. Dava fastidio la mia notorietà. La mia amicizia sincera verso Silvio rompeva i c… ».

E oggi, vi vedete ancora con lui?
«No, non mi invita più. E mi sento solo. Ma al di là di Silvio, per tutti gli altri cito Spadolini: la riconoscenza è solo attesa di nuovi favori. Ho imparato, tardi, la lezione. Oggi tutti quelli che dicevano di non poter vivere senza di me, che non potevano cenare se non c’ero io, silenzio totale. Gente che ho aiutato moltissimo. Da quando non sono più direttore del Tg4, spariti. Tranne qualcuno. Altro che processo. Questa è la cosa che più mi fa soffrire ».


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Bart