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Il ruolo di Ruini, Fisichella e Bagnasco nella spaccatura del Pdl

18 Novembre 2013

Claudio Tito per “La Repubblica”
(da “Dagospia”, 18 novembre 2013)

L’Appuntamento era fissato sempre nello stesso luogo. Un appartamento nei pressi di Piazza Pio XII, Vaticano. Gli incontri ripetuti nel tempo. E da settembre con cadenza molto più serrata. Un gruppo centrale di ministri e rappresentanti del centrodestra e del centro non cambiava mai. A loro si aggiungevano alternativamente altri esponenti del mondo politico, ma mai di sinistra.

Nessuno del Pd. Ed è proprio lì che è maturata la scelta di arrivare alla frattura dentro il Pdl: gli alfaniani da una parte e i berlusconiani dall’altra. «I cattolici da una parte, i laici dall’altra », ripetevano.

A organizzare le riunioni era Monsignor Fisichella, ex cappellano di Montecitorio ed ora titolare del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione. Gli ospiti erano stabilmente tre membri del governo Letta: i due pidiellini Angelino Maurizio Lupi e Gaetano Quagliariello; e l’ex montiano Mario Mauro. In almeno una occasione si è unito anche il vicepresidente del consiglio Angelino Alfano.

L’obiettivo: provare a ricostruire l’unità politica dei cattolici. O meglio, era lo slogan utilizzato, «restituire una nuova unità politica dei credenti ». Porre fine insomma alla fase degli ultimi venti anni in cui i cattolici impegnati nelle istituzioni potessero essere disseminati nei vari partiti – dalla sinistra alla destra – per unirsi sui singoli temi.

Riunire quindi gli esponenti “credenti” del centrodestra deberlusconizzato e il gruppo “centrista” di Scelta civica, quello che fa riferimento a Mauro, appunto, e anche all’Udc di Casini. E magari attrarre i cristiani che si trovano in questa fase anche nel Partito Democratico e che non gradiscono l’ascesa di Matteo Renzi e l’iscrizione al Pse. Insomma il sogno spesso invocato di una rinascita in piccolo – e ancora embrionale – di quella che fu la Democrazia Cristiana.

Dietro gli incontri a Piazza Pio XII, però, non c’era solo Monsignor Fisichella. Come spesso è accaduto in questi anni, un ruolo determinante l’ha avuto Camillo Ruini. L’ex presidente della Cei ha da tempo preso atto della fine politica di Silvio Berlusconi ed è convinto che si possa costruire un nuovo soggetto politico che interpreti in forme nuove il cattolicesimo in politica.

Il messaggio lanciato ai quattro ministri era infatti sempre il medesimo: «Dare vita ad un contenitore svincolato dai due poli principali, e sicuramente non alleato con il centrosinistra ». In attesa che l’eredità elettorale del Cavaliere, quel blocco sociale e di voti custodito a Palazzo Grazioli, cada come un frutto maturo all’interno del nuovo soggetto politico. «Perché ricordatevi che se anche il Cavaliere è finito – avvertiva l’ex Vicario di Roma e ora Presidente del comitato scientifico della Fondazione Joseph Ratzinger – i voti ce l’ha ». Eppure con il ministro degli Interni ed ex delfino di Berlusconi e’ stato piu’ che incoraggiante. Attraverso Fisichella gli ha fatto pervenire un messaggio esplicito: «Le sue intenzioni sono positive, vada avanti ».

L’operazione guidata dunque da Ruini e dall’ex cappelano della Camera ha però provocato più di un dissidio all’interno delle sale ovattate di San Pietro. Soprattutto non ha ricevuto l’avallo della Segreteria di Stato. Anzi, molti sospettano che la Conferenza episcopale, guidata da un altro ruiniano come Bagnasco, si sia mossa approfittando dell’assenza del successore di Bertone al vertice della Curia.

Pietro Parolin, infatti, sebbene nominato da tempo, si insedierà a Roma concretamente solo oggi. E pur stando a Padova non avrebbe gradito l’interferenza di una parte della Cei nei fatti della politica italiana. Anche perché Papa Bergoglio, fin dall’inizio del suo pontificato, ha sempre spiegato di volersi attenere ad una linea di “non intervento” nelle questioni dei partiti lasciando spazio al protagonismo dei laici.

Non è un caso che solo una parte dei vescovi italiani abbia assecondato i progetti “ruiniani”. Le più attive in questo senso sono state le diocesi del “Triangolo del nord”: Milano-Genova-Venezia.

Tutte e tre guidate da esponenti vicini a Don Camillo: Bagnasco, appunto, a Genova, Scola a Milano e Moraglia a Venezia. E tra le associazioni cattoliche di base è stata soprattutto Comunione e Liberazione, di cui sono esponenti di spicco proprio i ministri Lupi e Mauro (e alcuni scissionisti come Formigoni), e Rinnovamento nello Spirito Santo a promuovere l’operazione a favore del Nuovo Centrodestra.

Il resto della galassia cattolica è rimasta in attesa, forse anche consapevole che alcuni equilibri all’interno della Conferenza episcopale appaiono “congelati” ma non “confermati”. Basti pensare alla semplice “proroga” concessa a Monsignor Crociata, segretario generale della Cei. O anche all’arcivescovo di Firenze Betori che potrebbe essere presto trasferito e che non ha mai nascosto una certa avversione nei confronti del sindaco fiorentino, Matteo Renzi, cattolico ma probabile leader del centrosinistra.

«E’ chiaro – spiegava qualche mese fa proprio il candidato alla segretaria del Pd – che non sto simpatico all’Arcivescovo ». Ed è chiaro che il disegno ruiniano punta a strappare anche una parte consistente dei cattolici del Partito democratico, i suoi dirigenti e anche i suoi elettori, minando le basi originarie del progetto che ha unificato gli ex Ds e gli ex Ppi.

Nella consapevolezza che in questa fase la tolda di comando del fronte progressista è proprio occupata da ex popolari come Letta e Renzi, non interessati ad un’operazione neocentrista, e quindi simbolicamente in grado di sgonfiare gli scenari a favore della Nuova unità dei cattolici.

E del resto non è un caso che tra i pilastri della separazione da Berlusconi ci siano quegli esponenti del Pdl che nel 2009 si sono battuti in sintonia con le richieste del mondo ecclesiastico sul caso Englaro. Allora in prima fila spiccavano proprio uomini come Lupi, Quagliariello, Sacconi.

Alcuni di loro cattolici dell’ultima ora che hanno abbracciato con vigore la ragioni della Chiesa. «In quei giorni – raccontava qualche mese fa Beppe Pisanu – Sacconi mi diceva “noi cattolici non possiamo cedere sul caso di questa ragazza”. E io gli rispondevo: voi ex socialisti atei in effetti sì che siete cattolici, mica un democristiano come me… ».


Incontri per preparare la scissione del Pdl? Giallo sul legame tra il Vaticano e gli alfaniani
di Raffaello Binelli
(da “il Giornale”, 18 novembre 2013)

Doveva restare un segreto ma alla fine la notizia è venuta fuori, sia pure sotto forma di indiscrezione. In Vaticano periodicamente si sarebbero tenute riunioni tra rappresentanti del centrodestra, del centro e monsignor Rino Fisichella, ex cappellano di Montecitorio, attualmente titolare del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione.

Agli incontri avrebbero partecipato tre membri del governo, ospiti “fissi” nella casa del monsignore: Maurizio Lupi, Gaetano Quagliariello e Mario Mauro. E in un’occasione avrebbe preso parte anche il vicepremier Angelino Alfano. Mai nessuno del Pd. L’obiettivo, secondo un retroscena di Repubblica, sarebbe stato preparare, nei minimi particolari, la scissione del Pdl, tentando di avviare la ricostruzione dell’unità politica dei cattolici. Il grande regista dell’operazione sarebbe stato il cardinale Camillo Ruini, ex presidente della Cei, che da tempo spinge per mettere insieme i cattolici del centrodestra deberlusconizzato, il gruppo centrista di Scelta Civica che fa riferimento a Mauro e l’Udc di Casini. Non un nuovo partitino ma un soggetto sganciato dai due poli, in grado di accogliere in futuro anche i cattolici delusi in fuga dal Pd. Pare però che in Vaticano ci sia una sostanziale freddezza in merito all’operazione e più in generale alle vicende della politica italiana, sulla linea del “non interventismo” auspicato da Papa Francesco. La Curia però si muove.

Uno dei partecipanti alle serate preparatorie della scissione del Pdl, Gaetano Quagliariello, smentisce: “Si tratta di una ricostruzione senza alcuna connessione con la realtà”, dice alla Telefonata di Belpietro su Canale 5. “Non sono mai stato in Vaticano per riunioni politiche e credo di non vedere monsignor Fisichella da un paio d’anni”. Quanto al cardinale Ruini, “con lui – ha detto Quagliariello – ho un rapporto spirituale e di amicizia, ma è un fatto privato e spero che resti tale. E comunque – ha concluso il ministro – credo che la Chiesa in questo momento abbia qualcosa di più importante di cui occuparsi che non la scissione del Pdl”. Il ministro delle Riforme poi anticipa un’iniziativa: “In settimana presenterò un disegno di legge sul bicameralismo. La legge elettorale va cambiata, ma senza una riforma istituzionale potrebbe non bastare”. E insiste sulla connotazione della sua nuova formazione politica: “Dico no al grande centro. Non siamo ispirati dal vaticano, Nuovo centrodestra è un partito che sta nel centrodestra”.

Dice la sua anche monsignor Fisichella: “Io incontro chi me lo chiede, incontro tutti ma sono qui per parlare di fede, di evangelizzazione, non mi occupo di altro”. Risponde in questo modo ai giornalisti a margine di una conferenza stampa in sala stampa vaticana. Tecnicamente non è una smentita. Se glielo hanno chiesto, lui li ha incontrati…

Sui rendez-vous in Vaticano interviene pure Pippo Civati, candidato alla segreteria del Pd: “Io chiedo che si faccia la legge elettorale, e propongo il Mattarellum, e che si vada subito a votare. Non esistono operazioni di Palazzo: abbiamo scoperto che c’è un protagonismo del Vaticano. Mi fa molto piacere, anche se pensavo che tutto questo appartenesse ad un’epoca passata. Anche con questo nuovo Papa, che è straordinario: infatti, non se ne occupa”.


Caro Napolitano, missione fallita
di Marcello Veneziani
(da “il Giornale”, 18 novembre 2013)

Credo che sia maturo il tempo di esprimere un giudizio compiuto, non ossequioso e nemmeno ingiurioso nei confronti del presidente della Repubblica.
Salutato da tanti come il Salvatore della Patria, l’unico baluardo nel caos e nello sfascio, denigrato da pochi oppositori, Giorgio Napolitano ha tenuto in questa burrasca uno stile dignitoso, come si addice a un capo dello Stato.

Ha esortato a tutelare l’interesse primario dell’Italia, non si è lasciato coinvolgere nella volgarità di alcuni attacchi subiti e di alcune polemiche assurde, ha tenuto un atteggiamento sobrio da arbitro. Gliene va dato atto. Nel suo stile misurato è emersa soprattutto la sua esperienza di antico dirigente del Partito comunista, la sua forma mentis di uomo d’apparato e di nomenklatura, portavoce accorto di un partito strettamente legato all’Unione Sovietica in seno alle istituzioni democratiche e ai consessi occidentali.
Ma se passiamo dallo stile ai contenuti e agli effetti pratici, dobbiamo invece registrare un bilancio negativo. Napolitano spinse un governo liberamente e democraticamente eletto a dimettersi nel nome dello spread, dell’Europa e della crisi, dopo aver sostenuto il tentativo di Fini di far cadere per via parlamentare il governo Berlusconi. Divenne poi, con la benedizione franco-tedesca, il principale sponsor di un governo sciagurato per il Paese, quello di Monti e dei tecnici. Offrì a Monti il Senato a vita, un governo con larghi appoggi e lo sostenne a spada tratta; ma il risultato fu l’aggravarsi della situazione reale del Paese e il deteriorarsi del quadro politico. Nel suo settennato non osò mai denunciare il Porcellum, come oggi fanno in tanti, lui compreso, uno sfregio alla Costituzione e all’elementare diritto dei cittadini di scegliersi i propri rappresentanti; lo ha fatto di recente, in extremis, che la situazione si è tremendamente complicata. Lasciò che si andasse a votare con quella legge elettorale che ci donò un Parlamento spaccato in tre tronconi principali e un Paese perfettamente ingovernabile. Rieletto come mai era accaduto nella nostra storia repubblicana, Napolitano adottò un nuovo governo del presidente, affidato a Letta, che è, con rispetto parlando, un governo placebo fondato sul rinvio delle grandi decisioni (giustizia, sistema elettorale, riforme strutturali) e sulla produzione incessante di ipotesi fiscali, puntualmente neutralizzate da spinte opposte. Un governo a somma zero per le larghe divergenze che lo sorreggono. Che un governo sia meglio di nulla, e che nello zero assoluto di prospettive la caduta di un governo possa essere un baratro nel baratro, sarà senz’altro vero. Ma non mi pare una prospettiva per il Paese.

Tralascio il caso Mancino, ben più rilevante della vicenda Cancellieri-Ligresti, e mi limito solo a notare che il suo garantismo ha funzionato solo in alcune direzioni. Era evidente che la richiesta a Berlusconi di sacrificare il suo governo e poi di accettare un’alleanza con la sinistra fosse sorretta da un impegno a chiudere la vicenda giudiziaria con un atto presidenziale secondo ragion di Stato: ovvero, la salute della Repubblica è la legge suprema e viene prima di ogni altra legge. Ma il suo interventismo così ampio e profondo, si è arrestato davanti alla vicenda Berlusconi dove è rientrato nei suoi ruoli di notaio istituzionale.
Attualmente Napolitano è il campione della Stasi, non nel senso dei servizi segreti dell’est, ma della staticità senza stabilità in cui versa il nostro sistema politico. Chiunque si oppone a questo quadro, compreso Renzi, trova in Napolitano il più grande freno. Può darsi che in questa situazione di sfascio e degrado totale la prudenza di non muoversi, non respirare, lasciare tutte le cose come stanno, sia preferibile al vuoto istituzionale e ai vortici che l’accompagnano. Ma il settennato e mezzo di Napolitano si avvia al suo ennesimo messaggio di fine anno con un bilancio tutt’altro che esaltante. Non sarà colpa sua, ma i suoi rimedi sono apparsi inefficaci, il suo presidenzialismo di fatto, seppure a intermittenza, non ha aiutato il Paese a sanare le sue ferite e a trovare una via. In tempi eccezionali ci vogliono leader eccezionali. Come fu De Gaulle in Francia. Ma non è stato il caso di Napolitano. Nella migliore delle ipotesi diremo che ci ha provato, ma non ci è riuscito. Missione mancata, presidente. Mi spiace per lei e se permette, soprattutto per noi italiani.


Kennedy, il simbolo supera l’uomo. Il kennediano Renzi invece somiglia a Reagan
di Piero Sansonetti
(da “gli Altri”, 18 novembre 2013)

Kennedy, per una parte importante della popolazione americana che ha vissuto gli anni sessanta – essenzialmente per i neri – è stato un simbolo molto più grande e luminoso della sua concreta politica, delle sue scelte, del suo avanzare zigzagando non sempre in modo meritorio. Persino un nero arrabbiato, settario e comunista come quel mio amico di Harlem diceva che Kennedy non si discute. Il simbolo Kennedy è molto più grande di Kennedy in carne e ossa.

John Fidzgerald Kennedy, detto JFK, è morto giusto cinquant’anni fa, il 22 novembre del 1963, ucciso con dei colpi sparati con una carabina da un palazzotto rosso di Dallas, e precisamente da una finestra del terzo piano inspiegabilmente non controllata dalla polizia mentre passava l’auto presidenziale, scoperta, con dentro il Presidente e sua moglie Jaqueline. Aveva 46 anni, era stato il più giovane presidente eletto e da quel momento fu il più giovane presidente ucciso. Sapete bene quanto si è discusso sul dubbio che Oswald non avesse agito da solo, sapete in quanti credono che JFK sia morto per una cospirazione, sapete che sul banco – virtuale – degli accusati sono andati alternativamente Cuba e l’Fbi, la Russia e la Cia e persino il suo vicepresidente Lyndon B. Johnson, uomo del Texas, in origine un reazionario, che prima di essere nominato candidato alla vicepresidenza aveva affrontato Kennedy alle primarie, nella primavera del 1960, in una battaglia senza risparmio di colpi bassi.

Ma di tutto questo ora a noi interessa relativamente. Piuttosto ci interessa un’altra questione: la sinistra italiana, dopo la caduta del comunismo, dopo la sconfitta del movimento operaio, dopo la globalizzazione, dopo il ventennio lungo del berlusconismo che l’ha così fortemente condizionata e anche permeata, la sinistra italiana, oggi, è kennediana? E cioè: ha vinto alla fine quell’idea né liberale, né socialdemocratica, né radicale, di cercare la modernità, e di cercare – nella modernità – forme nuove di uguaglianza e grande allargamento dei diritti e del diritto, che caratterizzava il kennedismo? Il partito democratico è una specie di erede del kennedismo, e quindi da Renzi e da Cuperlo ci aspettiamo una reincarnazione del vecchio presidente americano?

John Kennedy, naturalmente, è stato e resta un personaggio molto controverso. Si dice che fosse tentato da idee vagamente pacifiste. Ma Kennedy, oltre ad essere stato, formalmente, l’iniziatore della guerra del Vietnam – anche se da alcuni documenti risulterebbe che, prima di morire, si fosse convinto dell’errore e avesse deciso di concludere l’avventura in Indocina – è stato il presidente americano che è andato più vicino alla guerra nucleare, nel 1962, durante la crisi dei missili sovietici a Cuba, quando scelse l’intransigenza. Quel gesto di fermezza lo proiettò nella storia come un grande presidente, ma in realtà in quei giorni l’unico grande fu Krusciov, che accettò di piegarsi e di far tornare indietro le sue navi da guerra, privilegiando gli interessi del mondo sui suoi interessi politici e su quelli sovietici. Kennedy invece aveva privilegiato gli interessi suoi e del suo paese. Però Kennedy è anche quello dei grandi discorsi al mondo (i discorsi della “Nuova Frontiera”, che erano decisamente di sinistra, il famoso grido sotto il muro di Berlino: “siamo tutti berlinesi”…) e soprattutto è l’uomo che ha aperto le porte alle lotte dei neri contro la segregazione e per l’uguaglianza, ha ricevuto Luther King, ha mandato suo fratello Bob a Birmingnam a frenare le azioni razziste del governatore (democratico e vicino al Ku Klux Klan ) George Wallace, ed è l’uomo che qualche mese prima di morire, nell’agosto del ’63, chiese ai suoi consiglieri il permesso per andare in piazza ad incontrarsi coi manifestanti che avevano invaso Washington (il giorno nel quale il dottor King pronunciò il famoso discorso di “I Have A Dream”).

Kennedy non era un uomo di sinistra. Veniva da una famiglia sostanzialmente reazionaria (sembra che suo padre, cioè il regista della sua elezione prima a senatore e poi a presidente, avesse simpatie naziste, e il suo stesso fratello Bob, che alla fine era diventato quasi un icona della sinistra mondiale, nei primi anni ’50 collaborò coi tribunali maccartisti), Jfk era fortissimamente anticomunista, non aveva neppure simpatie socialiste. Però – sviluppando anche teoricamente alcuni aspetti della politica di Roosevelt – aveva posto il tema dell’uguaglianza al centro della sua elaborazione politica. E questa era una grande novità e provocò dei forti cambiamenti nella politica degli Stati Uniti. E anche negli assetti sociali del paese e nelle relazioni tra i neri e i bianchi e tra i neri e lo Stato. Non solo durante la sua breve presidenza, che si concluse quando la sua azione – diciamo così – egualitaria, era appena iniziata, ma anche nel decennio successivo, quando Lyndon Johnson avviò il progetto della “Great Society” che si fondava sull’obiettivo – poi fallito – di far sparire la povertà, e persino più tardi, negli anni del repubblicano Nixon, che non smantellò il welfare democratico e anzi lo sviluppò, ad esempio, con l’approvazione delle “Affirmative actions” a favore dei neri e delle donne. Il kennedismo, nella politica americana, continuò a prevalere fino al trionfo di Ronald Reagan e all’avvio della lunga stagione del “liberismo feroce”.

C’è un piccolo particolare del kennedismo che in qualche modo spiega questo fenomeno. E sta nel nome del principale consigliere di Kennedy (quello che scriveva i suoi discorsi celebri) e nella sua formazione culturale: si chiamava Arthur Schlesinger Jr ed era un grande studioso di Gaetano Salvemini, che aveva conosciuto personalmente. Schlesinger riempiva i discorsi di Jfk sia di idee sia persino di frasi del vecchio Salvemini, intellettuale liberal-socialista, meridionalista modernissimo, fuggito dall’Italia per salvarsi dalla repressione fascista.

E’ pensabile un futuro kennediano per la sinistra italiana? Tema complesso, da approfondire. Per ora una cosa si può dire con certezza: negli ultimi vent’anni la sinistra italiana è stata assolutamente anti-kennediana, proprio perché ha espunto dal suo bagaglio il tema dell’uguaglianza, sostituendolo con quello della competitività, del merito, della compatibilità economica. Non a caso, negli ultimi vent’anni, durante i quali la sinistra ha governato per circa la metà del tempo, i poveri hanno visto drasticamente aumentare la propria povertà e la distanza dai ricchi. I diritti sociali si sono assai ridotti, e anche i diritti civili, ed è diminuita la partecipazione elettorale dei più deboli. E’ una conclusione paradossale, ma è vera. Per ora la sinistra italiana è troppo liberista per poter diventare kennediana. E il suo nuovo idolo, il Renzi di Firenze, forse assomiglia un po’ più a Reagan che a Jfk…


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Bart