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Cinque articoli

15 Marzo 2012

Ho visto un Paese che…
di Mario Sechi
(da “Il Tempo”, 15 marzo 2012)

Anche la giornata di ieri √® stata ricca di insegnamenti. Ho visto e sentito una donna tenace, il ministro Elsa Fornero, dire cose molto sagge sul mercato del lavoro e la sua “liberazione” dal consociativismo e dalla zavorra novecentesca che impedisce al Paese di crescere. Ho ancora una volta preso atto della realt√† immutabile di una magistratura che non ne vuol sentire di mettersi in gioco, di accettare la sfida che milioni di italiani hanno compreso. Le toghe si sono arroccate. Loro, non pagano mai, in rivolta per gli stipendi ieri, contro la responsabilit√† civile oggi. Il Csm si comporta da terza camera legislativa, mettendo il veto sul Parlamento. E tutto va bene. Ho visto le banche italiane mettersi al tavolo della politica e cominciare a discutere pi√Ļ di credito all’economia reale e meno di finanza. Quello dell’Abi √® un primo passo, serve pi√Ļ coraggio cari banchieri, avete rivendicato il vostro ruolo d’impresa e allora prendete qualche rischio. Non ho ancora visto iniziative degne di nota nei confronti dell’India che detiene illegalmente, calpestando il diritto internazionale, due mar√≤ che facevano il loro dovere su una nave battente bandiera italiana. √ą ora di darsi una svegliata, le relazioni internazionali non sono il circolo degli scacchi e non si abbandona mai nessuno sul campo di battaglia. Come italiano non ci sto a vedere due nostri uomini in divisa marcire in una prigione in India. Non ho ancora visto iniziative concrete per la crescita. E non parlo della riforma del lavoro (che va fatta, ma da sola non basta) ma delle attivit√† del ministero dello Sviluppo guidato da Corrado Passera. Non pervenuto. Per ora √® una nebulosa. Attendiamo una schiarita. Ho visto Angelino Alfano, Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini giocare al gatto con il topo: segretari di partiti che perdono tempo a rincorrersi, mordersi, lasciarsi, riprendersi. Mi hanno ricordato un passato che mi piacerebbe fosse archiviato. La politica deve tornare, ma possibilmente con qualcosa di pi√Ļ forte del gioco a nascondino. Ho visto che i buoni consigli non vengono ascoltati. Mettere nell’agenda del governo il riassetto della Rai √® un errore e liquidare la questione giustizia – come dimostra il niet del Csm – a un paio di norme sulla corruzione per fare bella figura senza aver risolto niente √® una stupidaggine. Sono le scorie di un passato ancora vicino che ha fatto comodo alle carriere di tantissimi, ma molto male al Paese. E le colpe sono ben distribuite, a destra e a sinistra.

Ho visto tanti italiani perdere il lavoro in questi mesi. Ho letto centinaia di curriculum di gente che cerca un posto, uno qualsiasi. E non posso fare niente. Ho provato rabbia di fronte a lettere disperate di padri che non ce la fanno a pagare i conti e assicurare un futuro ai figli. E ho visto decine e decine di giovani inseguire lavori che declinano o non esistono pi√Ļ. Ho visto un Paese, l’Italia. √ą da rifare.


Gli scandali e la tregua fra i partiti
di Michele Brambilla
(da “La Stampa”, 15 marzo 2012)

Il politico che è andato a mangiarsi un piatto di spaghetti al caviale da 180 euro e ha pagato con la carta di credito del partito (cioè con i soldi dei rimborsi elettorali, cioè con denaro pubblico) diventerà forse il simbolo della nuova, ennesima stagione di decadenza che stiamo vivendo.
Da Nord a Sud, dal Pdl al Pd alla Lega, sembra non salvarsi nessuno.

In Lombardia – governata dal centrodestra sono sotto inchiesta quattro componenti su cinque dell’ufficio di presidenza della Regione e diciotto consiglieri; l’ex Margherita √® sconvolta dalla gestione delle casse del partito; a Bari sono stati arrestati imprenditori legati al Pd per una storia di tangenti in Comune. Insomma. I sette milioni di lire avvolti nella carta di giornale che misero fine alle fortune politiche di Mario Chiesa – e inizio a quelle di Di Pietro – sembrano un peccato veniale al confronto dei milioni di euro che girano oggi. Anche le discoteche di De Michelis fanno quasi tenerezza, quando leggiamo dei 218.000 euro sottratti nel solo 2011 dalle casse del partito per finanziare viaggi e vacanze del tesoriere e della sua gentile signora.

Eppure sta succedendo qualcosa di strano e di nuovo. Nessun politico cavalca le disgrazie dei rivali. La sinistra sfrutta forse l’imbarazzo in cui si √® venuto a trovare Formigoni? Non pi√Ļ di tanto: qualche mozione di sfiducia a livello locale. E la destra maramaldeggia su Emiliano, sindaco di Bari, o sulla storia di Luigi Lusi? Poche battute, lievi stoccatine. Anche la prescrizione a Berlusconi sul caso Mills e l’annullamento della condanna a Dell’Utri non hanno certamente indotto Bersani e i suoi a stracciarsi le vesti.

A quanto pare c’√® una sorta di patto di non aggressione che fa un certo effetto, se ci si ricorda che solo fino a cinque-sei mesi fa ai partiti per scannarsi bastava molto meno. Come mai? Che cosa √® successo?

La prima risposta che viene in mente √® anche la pi√Ļ semplicistica: tutti tacciono perch√© tutti sanno di avere qualche scheletro nell’armadio. C’√® del vero, ma √® una risposta un po’ grossolana.

Cercando di andare un po’ pi√Ļ in profondit√†, ci sono altre riflessioni da fare. Una di queste riguarda il finanziamento dei partiti. Perch√© poi tutto ruota intorno a quello: √® vero che c’√® pure chi si fa gli spaghetti al caviale e magari la villa, ma il nodo centrale √® il costo della politica. Le tangenti si prendono anche e soprattutto per pagarsi le campagne elettorali; e il denaro pubblico che i tesorieri gestiscono viene in gran parte, appunto, dai cosiddetti rimborsi elettorali.

Ora, a vent’anni da Mani Pulite e dall’autodenuncia di Craxi in Parlamento, il problema del finanziamento dei partiti non √® stato ancora risolto. E non √® stato ancora risolto perch√© i partiti non hanno voluto risolverlo: hanno continuato a mantenere, come sempre hanno avuto in Italia, uno status di associazioni di fatto che godono di una sorta di extraterritorialit√†. In nome della libert√† e dell’autonomia, hanno preteso di non essere sottoposti a regole e controlli. Cos√¨, ci sono norme su come ottenere il denaro, ma non su come utilizzarlo. Che cosa √® configurabile come spesa per la politica e che cosa no? Non si sa, non √® scritto. Lusi avrebbe messo tredici milioni della Margherita in una cassaforte privata; il tesoriere della Lega ha fatto investimenti in Tanzania; altri con i soldi del partito hanno comperato appartamenti. √ą in questo vuoto normativo che pu√≤ succedere di tutto. I partiti lo sanno, e qualcuno comincia a pensare che sarebbe meglio chiedere quei controlli che si son sempre voluti evitare.

Anche perch√© – e questo √® il motivo principale della reciproca non aggressione – sanno che mai come adesso sono esposti al vento dell’antipolitica. √ą un vento non sempre portatore di pulizia. Porta anche pregiudizi e generalizzazioni: solo i fanatici possono pensare che tutti gli amministratori pubblici siano corrotti. Ma √® un vento che ha purtroppo ampie ragioni per soffiare, e che in questo momento non spinge n√© a destra n√© a sinistra. Tutti i partiti sentono il crollo di fiducia nei loro confronti, e sanno che a differenza di vent’anni fa il malcontento non si manifester√† con le fiaccolate, ma con qualcosa di molto pi√Ļ pericoloso per loro: l’astensione. E con il crescere di una convinzione sempre pi√Ļ diffusa: piuttosto che affidarsi ai politici, √® meglio continuare con i tecnici.

√ą per questo che sugli scandali politici dei nostri ultimi tempi i partiti hanno scelto la tregua. Sanno che quando qualche procura alza il velo su qualche malefatta, non devono chiedersi per chi suona la campana.


Il traguardo dell’Europa politica
di Antonella Rampino
(da “La Stampa”, 15 marzo 2012)

Angela Merkel ha portato un regalo a Giorgio Napolitano e Mario Monti: l’Europa politica. A cinque anni dalla riunione che a Berlino celebr√≤ inutilmente il Trattato di Roma, √® da Berlino che si riparte. ¬ęNoi cittadini dell’Unione siamo, per la nostra felicit√†, uniti ¬Ľ, si disse allora.

Non √® stato cos√¨, e solo la violenza di questa crisi, il rischio di default e di contagio da default, poteva spingere l’Europa a ritrovare se stessa. Ed √® la Germania a riconoscere che, per arrivare a unificare la politica economica dopo il varo del fiscal compact, per superare quella che Carlo Azeglio Ciampi chiama ¬ęla zopp√¨a ¬Ľ, occorre partire dalla politica. E’ il rovesciamento di tutto ci√≤ che da Maastricht ci ha condotto sin qui, attraverso l’Odissea della crisi.

¬ęAdesso c’√® un clima molto pi√Ļ favorevole all’Europa politica ¬Ľ, ha commentato ieri Giorgio Napolitano. Perch√© al Quirinale, come a Palazzo Chigi, era stato appena recapitato un documento detto ¬ędegli otto ¬Ľ, che in sole tre paginette ridisegna il sogno europeo. In vista della riunione dei ministri degli Esteri il 20 marzo a Berlino, Germania, Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Olanda, Austria, Belgio (cui si sono poi aggiunti Danimarca e Polonia) propugnano ¬ęmaggior integrazione politica ¬Ľ, ¬ęmaggiore capacit√† di azione attraverso un pi√Ļ efficiente processo decisionale e maggior coordinamento tra le istituzioni ¬Ľ. Si punta non un’Europa nuova ma un’Europa vera, ridisegnandone anche la governance. Il percorso non sar√† breve, e di certo nemmeno lineare, ma √® il primo forte segnale che si √® preso atto della gracilit√† degli Stati-nazione del Vecchio Continente, della follia di aver buttato alle ortiche il progetto di Costituzione. A Berlino, a rilanciarlo sar√† Guido Westerwelle. Si guarda, come primo traguardo di lavoro, al Consiglio europeo del 28 e 29 giugno.

Angela Merkel, a chi ha assistito ai colloqui dell’altro giorno al Quirinale e a Palazzo Chigi, √® sembrata orgogliosa di poter mostrare di avere una visione ampia, lungimirante dell’Europa, e anche di rendere ragione alle accuse lanciatele dal suo antico maestro, e padre della riunificazione oltre che dell’euro, Helmut Khol. La necessit√† di mostrare che la Germania non √® un cerbero anestetizzato dai propri trionfi ma un primus inter pares, il bisogno di rispondere politicamente a quell’allarme lanciato settimane fa da Helmut Schmidt sul rischio di ¬ęventi antitedeschi ¬Ľ alimentati dalla merkeliana ideologia rigorista, non sono apparsi tutti d’un colpo. Alcuni segnali c’erano stati. Da ultimo, il documento ¬ęPer una forte Unione politica ¬Ľ di Amato, Bonino e Prodi firmato anche dai tedeschi Beck, Brok, Jansen, Lamers, Poettering, Schoenfelder. Prima ancora, una conversazione della Cancelliera con degli studenti all’inizio di febbraio, ¬ęl’Unione deve cambiar pelle ¬Ľ, certo ¬ę√® molto difficile cedere sovranit√†, ma √® necessario ¬Ľ. E ¬ęservirebbe che la Commissione diventasse un autentico governo, e che rispondesse a un forte Parlamento ¬Ľ. Un progetto che √® musica, per le orecchie di Monti e soprattutto di Napolitano. Adesso, si pu√≤ cominciare a pensare a un’Europa sovrannazionale. Come diceva Jean Monnet, l’Europa cresce nelle crisi.


Democrazia sospesa, democrazia scippata
di Antonio Padellaro
(Da “Il Fatto Quotidiano, 15 marzo 2012)

√ą giusto che in democrazia chi viene apprezzato solo dall’8 (o 4) per cento degli elettori possa controllare il cen ¬≠to per cento delle Camere? √ą ci√≤ che ci aspetta tra un anno quando, Monti o non Monti, si dovr√† eleggere il nuovo Parlamen ¬≠to. ‚ÄúSi dovr√†‚ÄĚ √® l’espressione pi√Ļ appropria ¬≠ta al tempo della politica rinnegata e dei partiti gonfi di denaro pubblico (troppo spesso amministrato da ladri matricolati), blindati nei loro intoccabili privilegi, ma so ¬≠prattutto incapaci di portare a termine i loro compiti quando non addirittura responsa ¬≠bili di catastrofi finanziarie come quella che ha condotto l’Italia a un passo dal default.

Adesso che (forse) il perico ¬≠lo ¬† ¬† sembra scampato, questi bei tomi rialzano il capino, accusano di ‚Äúspocchia‚ÄĚ il go ¬≠verno dei tecnici e annuncia ¬≠no (anzi minacciano) trion ¬≠fanti: ‚ÄúStiamo tornando‚ÄĚ (Gasparri e D’Alema). Perch√© mai, allora, una persona di normale moralit√† e buon senso, non affiliata a cricche e non foraggiata dai vari Lusi, dovrebbe recarsi fe ¬≠stosamente alle urne per deporvi una sche ¬≠da che, nel migliore dei casi, servir√† a far eleggere un piffero indicato dal sinedrio partitico e nel peggiore riporter√† a Palazzo gli stessi lestofanti gi√† salvati dalla galera dai loro stessi sodali di casta o tutelati da qual ¬≠che ‚Äúinnovativa‚ÄĚ sentenza della Cassazione?

Ci sembra di sentire gli alti lamenti levarsi a difesa dei partiti ‚Äúprevisti dalla Costituzio ¬≠ne‚ÄĚ e dove ‚Äúqualche mela marcia non pu√≤ far dimenticare i tanti che lavorano per il bene della collettivit√†‚ÄĚ bla bla bla. Alle ‚Äúme ¬≠le sane‚ÄĚ, che certamente sono tante e degne di rispetto, vorremmo sommessamente spiegare che, fino a quando non faranno qualcosa di energico e visibile per distin ¬≠guersi dai delinquenti, nella percezione pubblica saranno accomunati nello stesso cesto e apprezzati da qualche amico o pa ¬≠rente: l’8 (o 4) per cento per l’appunto. Il cesto √® quel partito unico nazionale (Pun) che ingaggia penose guerre dei bottoni solo per sgraffignare qualche voto in pi√Ļ alle prossime amministrative.

E non date neppure retta agli alterchi su Rai e Giustizia tra Alfano, Bersani e Casini in vista del vertice di oggi con Monti. Sulle tv, come ha spiegato Gad Lerner a L’Infedele, l’o ¬≠biettivo comune di ABC √® non mollare di un centimetro e di un minuto le apparizioni nella miriade di talk show che per i politici, avendo essi smesso di parlare con la gente e di im ¬≠pegnarsi su buone leggi, resta l’unico modo (ancorch√© in caduta progressiva di ascolti) per certificare la propria esistenza in vita. Quanto alla Giustizia, gi√† si riparla di una leg ¬≠ge sulle intercettazioni per consentire ai par ¬≠lamentari collusi con mafia e mazzette di dor ¬≠mire sonni tranquilli. Vedrete che, tacitato il sinedrio, il governo Monti-Fornero-Passera potr√† dedicarsi senza ulteriori disturbi alla de ¬≠cisa potatura di Welfare e diritti dei lavoratori: il mandato che viene dall’Europa. Non siamo pessimisti, cerchiamo solo di prefigurare il futuro che ci attende, dove alla democrazia ‚Äúsospesa‚ÄĚ potrebbe sostituirsi la democrazia ‚Äúscippata‚ÄĚ. I rimedi non mancano e pi√Ļ volte ne abbiamo parlato su queste pagine. Un meccanismo obbligatorio delle primarie, per esempio, che costringa i partiti a scegliere i candidati pi√Ļ apprezzati e non quelli pi√Ļ fe ¬≠deli. La creazione di liste civiche che portino alla ribalta tanti giovani amministratori di de ¬≠stra e di sinistra finora schiacciati sotto il tap ¬≠po dei soliti inamovibili leader. Oppure chie ¬≠dere alle forze apparentemente schierate con ¬≠tro ‚Äúquesta‚ÄĚ politica (Idv, Sei, Cinque Stelle e poco altro) di togliere spazio al personale di apparato, per darlo ai ‚Äúmigliori‚ÄĚ che nelle pro ¬≠fessioni o nel mondo universitario e della cul ¬≠tura intendano dedicarsi a quello che una vol ¬≠ta si chiamava ‚Äúil bene comune‚ÄĚ. Utopie? Ca ¬≠stelli in aria? Forse. Ma sempre meglio che lasciare le istituzioni nelle mani di questi qua.

Il dibattito è aperto.


Se gli italiani preferiscono le tasse ai partiti
di Vittorio Feltri
(Dal “Giornale”, 15 marzo 2012)

Massimo D’Alema √® stato il dirigente pi√Ļ capace dei postcomunisti. Tan ¬≠to √® vero che dopo di lui √® venuto il di ¬≠luvio. Ora per√≤ s’√® perso. La sua ulti ¬≠ma sortita ne √® la prova. Egli ha detto, in un’intervi ¬≠sta, che i partiti si accingono a rientrare. Dove? Nel gioco per la riconquista del potere, del governo, di un posto al sole. Si vede che non ha percepito gli umori degli italiani. Non ha neppure consultato gli ultimi sondaggi comparati, svolti da vari istituti di ricerca demoscopica, e presentati da Bruno Vespa a Porta a porta, alcuni giorni fa.

La fiducia degli elettori nelle forze politiche √® preci ¬≠pitata: oscilla tra il 4 e il 6 per cento. Da questi dati si desume che molti fra gli stessi uomini politici (espo ¬≠nenti di partito, iscritti e militanti) hanno smesso di credere nel sistema. Non potrebbe essere diversa- mente. Infatti in Parlamento sia la maggioranza sia l’opposizione sono state costrette a cedere, per manifesta inettitudine, il ruolo di cardini democratici ai cosiddetti tecnici, capeggiati da Mario Monti.

Il governo dei professori avr√† pure commesso errori. Avr√† esagerato nell’accentuare la pressio ¬≠ne fiscale. Sar√† stato timido nel tagliare la spesa pubblica (pensioni a parte). Ma √® riuscito nella facile impresa di non far rimpiangere i partiti, distin ¬≠tisi nell’ultimo ventennio per la tenacia con cui hanno litigato fra loro, evitando con cura di dedi ¬≠carsi ad altro, per esempio all’abbattimento del debito pubblico, alla sburocratizzazione dell’ ap ¬≠parato statale e alla modernizzazione del Paese.

In sintesi, non sono stati in grado di realizzare una sola riforma. √ą diffusala convinzione che l’at ¬≠tuale esecutivo abbia fatto di pi√Ļ dei precedenti, almeno di quelli dal1994 inpoi. Se D’Alema, e in genere i suoi colleghi leader di altra estrazione, non si rendono conto che la realt√† √® questa, e no ¬≠nostante ci√≤ intendono ributtarsi nella mischia, rischiano di fare un buco nell’acqua. Manca un anno al ¬≠le consultazioni per il rinnovo del Parlamento. Un ricorso anticipa ¬≠to alle urne √® improbabile. Quin ¬≠di? Monti governer√† fino alla sca ¬≠denza naturale della legislatura e, se lo far√† con lo stesso piglio mo ¬≠strato sin qui, la sua credibilit√† crescer√† ulteriormente, mentre caler√† in proporzione la stima dei citta ¬≠dini per i partiti. Che, pertanto, non avranno chance di ottenere buoni risultati alle urne, se non di ¬≠chiarando di voler sostenere anco ¬≠ra i tecnici.

In caso contrario, la confusione sar√† enorme. Il centrosinistra, conciato com’ √®, per sperare di vin ¬≠cere le elezioni √® obbligato ad alle ¬≠arsi con i vendoliani e i dipietristi, con ci√≤ riproponendo lo stesso modello fallimentare adottato nel 2006 da Romano Prodi. Il cen ¬≠trodestra non sta meglio. Per ave ¬≠re la maggioranza dovrebbe ripe ¬≠scare la formula del 2008: un’am ¬≠mucchiata con i finiani, i leghisti e magari i casiniani. Un pasticcio. Ammesso e non concesso che i partiti dell’intero arco costituzio ¬≠nale abbiano il coraggio di ripre ¬≠sentarsi agli elettori con schemi obsoleti e fallimentari di questo ti ¬≠po, quanto potrebbe durare un governo espresso da loro? Sei mesi? Un anno? Senza valutare la quanti ¬≠t√† di elettori che si asterrebbero dal voto, scoraggiati dal vecchiu ¬≠me e terrorizzati dall’idea di assi ¬≠stere allo stesso brutto film visto tante volte.

Se entro dodici mesi le forze po ¬≠litiche (tutte) che pretendono di ripristinare lo statu quo ante non avranno l’intelligenza e le ener ¬≠gie per rifondarsi, e darsi una re ¬≠putazione accettabile, rimarran ¬≠no nell’angolo a guardare i pro ¬≠fessori al lavoro. Non hanno al ¬≠ternative. O mutano pelle e men ¬≠talit√†, rinunciando agli schemi ottocenteschi di cui sono prigio ¬≠niere, o sono destinate alla margi ¬≠nalit√†, correndo inoltre il perico ¬≠lo che qualcuno si inventi un mo ¬≠vimento ex novo (come quello improvvisato da Silvio Berlusconi nel 1993) e faccia una scorpac ¬≠ciata di consensi. Eventualit√† al momento solo ipotizzabile, ma non supportata da elementi con ¬≠creti.

Giova rammentare che gi√† nel 1992 i partiti piombarono in una crisi apparentemente senza usci ¬≠ta. All’epoca imperversava Tan ¬≠gentopoli, Manipulite distrugge ¬≠va il pentapartito e non si capiva quale sarebbe stato il futuro. Ma era una crisi diversa, non era in discussione il sistema dei partiti, mail sistema di certi partiti. Difat ¬≠ti, la famosa ¬ędiscesa in campo ¬Ľ del Cavaliere riemp√¨ i vuoti (conla Legae il Msi) e la macchina de ¬≠mocratica, bene o male, tir√≤ avanti. Oggi non c’√® una forza politica che riscuota un minimo di simpatia della gente. La quale gente √® arrivata a un punto di ri ¬≠sentimento tale da respingere qualunque tribuno e di sopporta ¬≠re con santa rassegnazione le ves ¬≠sazioni fiscali dei professori, pur di non avere tra i piedi politici professionisti, tutti sospettati di pensare alla carriera e di infi ¬≠schiarsene del resto.

Attenzione. Non si tratta di qua ¬≠lunquismo. √ą esasperazione, di ¬≠sgusto.


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Bart