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Il trattamento Floris (con slide)

3 Luglio 2013

di Renato Brunetta
(da “Il Foglio”, 3 luglio 2013)

Il conduttore ridens di “Ballarò”, bersaniano con tendenze da ultrà, è fra i più scaltri e potenti miscelatori di ospiti faziosi ed è maestro nell’arte dell’agguato affidata al formidabile Crozza. Lo dicono i numeri.

Durante l’ultima stagione televisiva il programma “Ballarò”, condotto da Giovanni Floris e in onda il martedì in prima serata su RaiTre, ha collezionato, dall’11 settembre 2012 al 25 giugno 2013, 40 puntate. Durante queste puntate si sono avvicendati 307 ospiti, così suddivisi: 146 politici; 77 giornalisti; 37 economisti, politologi, studiosi; 47 altri ospiti.
Giovanni Floris è di certo il miscelatore più potente e furbo tra i giornalisti-conduttori della Rai ma non solo. Infila nel suo programma “Ballarò”, caposaldo dell’informazione politica di RaiTre, ingredienti di ogni tipo, per ricavarne un sapore unico, omogeneizzato al suo pensiero di democratico bersaniano con scivolamenti all’estrema sinistra. Il suo è l’esempio preclaro e molto professionale del pluralismo peloso, di una par condicio con la barba finta. Lo dimostreremo con i numeri, anche se ci rendiamo conto che i numeri sono sempre un po’ troppo rigidi per i maestri dei minuetti tivù. Hanno il difetto di essere piuttosto impresentabili e tocca a noi presentarli.

Oltretutto accade questo a “Ballarò”: che gli ospiti con idee alternative alla sinistra, già minoritari, subiscono, prima ancora di poter accennare a una parolina, il trattamento Crozza, una specie di lavaggio con candeggina e tinteggiatura senza diritto di replica. Non è affatto una specie di divertissement a parte. L’introduzione comica di Maurizio Crozza fornisce la chiave del programma. E’ in quel vestibolo che Floris fa indossare agli ospiti politici il costumino satirico che li inchioderà nella testa dei telespettatori a quell’immagine per tutta la serata e oltre. (Corriere.it e Repubblica.it collocano immediatamente e lasciano per giorni la performance di Crozza sulla loro prima pagina).
E’ la tecnica già definita da Umberto Eco come censura additiva. Si crea un contesto per cui tutto quello che uno dice o scrive viene deformato preventivamente. Crozza, dichiaratamente di sinistra, certo molto capace, sembra prendere a bersaglio dei suoi colpi ogni parte politica con imparzialità. In realtà l’essere ladri e cattivi, volgari e corrotti, sono per lui le caratteristiche antropologiche di uomini e donne del centrodestra. A sinistra al massimo ci sono simpatici imbranati o ingenui babbei che si fanno infinocchiare dagli avversari. Si osservino le differenti maschere prestate a Berlusconi, Bossi e Formigoni, rispetto a quelle di Bersani, Vendola e Ingroia. Quando si ha il coraggio di interrompere Crozza, come fece ad esempio Mara Carfagna, il giochetto si disvela, e la falsa par condicio satirica evapora. Veniamo alle appartenenze partitiche e a quelle culturali degli ospiti.

Gli ospiti politici invitati in quanto esponenti di partito o sindacato sono stati 146.
La trasmissione nelle quaranta puntate ha visto la scontata vittoria numerica della sinistra, che nemmeno l’abilità di Floris riesce a occultare.
Centrosinistra e sinistra: Pd 45, ministri governo Letta/Pd 4, Sel 4, Idv 3, Movimento arancione 2, Rivoluzione civile 2, Api/Centro democratico 4, Cgil 5, Fiom 6. Totale 75.
Centrodestra: Pdl 38, ministri governo Letta/Pdl 1, Lega nord 4, Fratelli d’Italia 2, Lavoro e libertà 1. Totale 46.
Centro: Scelta civica 2, Futuro e libertà 3, Udc 2, governo Monti 13. Totale: 20.
(Note particolari. Il M5s si tiene fuori dai talk-show, comunque registra una presenza. Teniamo fuori quota, pur sapendo che di certo non hanno appoggiato il centrodestra, Uil 2, Cisl 1. Allo stesso modo contiamo quasi fosse un ospite normale la lunga intervista senza contraddittorio offerta da Floris a Bersani).
Tenuto conto che buona parte delle trasmissioni si è sviluppata sotto il vincolo delle regole televisive della campagna elettorale, colpisce comunque il privilegio dato alla sinistra da Floris. Considerando solo sinistra e destra, come se fossero due squadre impegnate in una partita di calcio, l’arbitro-Floris assegna preventivamente il 62 per cento di possesso palla alla sinistra contro il 38 per cento lasciato alla destra. Bella par condicio…
Lo stesso discorso, in un certo modo, riguarda i giornalisti. Qui non si vuole offendere nessuno qualificando i giornalisti meccanicamente di destra o di sinistra sulla base degli editori. Ovviamente essi sono tutti indipendenti e dipendenti soltanto dalla loro coscienza.

Fermiamoci alle loro esplicite esternazioni. E qui la prevalenza della sinistra sopravanza decisamente la decenza. Altro che il monito del direttore generale Gubitosi a non usare “il bilancino”, nel nostro caso siamo alla dismisura a quintalate.
Così i quotidiani che offrono il maggior numero di presenze sono Repubblica e il Corriere della Sera: tredici ciascuno.
Volendo fare un conteggio schematico possiamo semplificare così: cinquantaquattro presenze di sinistra, dalla moderata alla estrema; cinque di centro; diciotto di centrodestra. Nel dettaglio, basti considerare i primatisti di presenze.
Primo in graduatoria: Massimo Giannini, vicedirettore di Repubblica, autore di editoriali dai sobri titoli tipo “Il Grande Corruttore”, “Il Cavaliere Alieno”, che non è facile intuire a chi si riferiscano, ma noi abbiamo avuto delle informazioni in merito. Per questo ha meritato otto presenze e la maglia rosa del Giro di Ballarò.
Secondo in graduatoria: Paolo Mieli, qualificato come presidente di Rizzoli Libri, già direttore del Corriere, famoso per l’endorsement a favore di Prodi e dell’Ulivo nel marzo del 2006: sette presenze.
Terzo in graduatoria Antonio Polito, già direttore del dalemiano Riformista e quindi senatore del Partito democratico, oggi al Corriere.
Terzo a pari merito Alessandro Sallusti, direttore del Giornale.
Quinta classificata, Concita De Gregorio, inviata di Repubblica già direttrice dell’Unità, oggi candidata da Gubitosi a un programma sulla Rai.
Questi i primi cinque.
Quattro tra loro sono con ogni evidenza di tutte le sfumature della sinistra.

Non mancano nemmeno due presenze di Lucia Annunziata, stavolta in veste di Huffington Post, siccome non le basta esercitarsi “In mezz’ora” la domenica concede il bis, sempre su RaiTre il martedì.
Politici, giornalisti e non è finita qui. Tra i trentasette ospiti assimilabili alla categoria degli intellettuali, lasciando perdere le considerazioni sugli economisti – si va da illustri pensatori a sconosciuti sostenitori di tesi strampalate – ci soffermiamo sui filosofi e gli umanisti.
A essi è affidato il compito di lasciar cadere giudizi morali forti sulla vita politica italiana. Breve elenco di intellettuali italiani invitati come saggi.
Maurizio Pallante è il saggista-filosofo della “decrescita felice”, vicino ai Cinque stelle; Antonio Masullo è stato parlamentare del Pci; Roberta De Monticelli, filosofa morale, “si vergogna da Berlino” che esista Berlusconi sulla scena politica; Marco Revelli, storico, è marxista, collaboratore del Manifesto; Amalia Signorelli, antropologa, studiosa del berlusconismo definito come “pedofilia horror”; Luciano Canfora, filologo, è stato candidato per le elezioni europee del 1999 nella lista dei Comunisti italiani.
Anomalia: due volte appare Luttwak, parla otto minuti in tutto. Ma questo è uno scandalo per la sinistra, un orrore.

Al punto che un sito Internet scrive: “La redazione di Leo Rugens ha una modesta proposta per i futuri presidenti del Copasir e della commissione di Vigilanza della Rai auspicabilmente attribuiti al M5s. Si apra al più presto una indagine sulla presenza costante di tale Luttwak Edward (cittadino Usa) alle trasmissioni Rai. Il conduttore di Ballarò, Floris Giovanni, laureatosi alla Luiss, deve essere chiamato a spiegare la costante presenza del Luttwak (consulente di un prof. della Luiss) alla trasmissione”.
Spaventato Floris ripiega sull’antropologa gradita anche ai Cinque stelle.
Oltre a imprenditori e banchieri di varie provenienze, interessanti sono le presenze di magistrati e giuristi. Essi sono chiamati come esperti del rapporto tra politica e magistratura, oltre che di riforme nel campo della giustizia. Essi sono in ordine di apparizione: Pietro Grasso, procuratore antimafia, poi candidato – guarda la combinazione – nel Partito democratico come capolista al Senato dov’è presidente eletto da sinistra e grillini; Piercamillo Davigo, giudice di Cassazione, già testa fine di Mani pulite, nemico giurato delle proposte del centrodestra in tema di giustizia; Antonio Ingroia, a quel tempo magistrato in trasferta in Guatemala, pm dei processi contro Dell’Utri, poi leader di Rivoluzione civile; Pietro Onida, ex presidente Corte costituzionale, nel 2010 si è candidato alle primarie del centrosinistra per le elezioni del sindaco di Milano. L’apparenza inganna proprio come Floris.

Il campione della par condicio si rivela, sotto la maschera sorridente, un professionista delle carte truccate. Organizza in studio confronti politici tra centrodestra e sinistra, dove fa credere siano tutti uguali e invece – come abbiamo dimostrato – mortifica la buonafede del pubblico. Tutto questo sarebbe moralmente penoso e deontologicamente censurabile anche se fosse proposto da una televisione privata o commerciale. Se praticato dalla Rai, che è servizio pubblico, si scivola nell’illegalità, perché va contro le norme che fino a prova contraria valgono e devono essere fatte valere da chi la dirige e ne deve rendere conto al Parlamento.


Caro Napolitano, da oggi ho un marchio sulla pelle: disoccupato!
di Alex Corlazzoli
(da “il Fatto Quotidiano”, 3 luglio 2013)

Oggi, primo giorno da disoccupato, ho scritto a Giorgio Napolitano. Caro Presidente da stamattina 76.407 persone hanno il mio stesso marchio inciso sulla pelle: disoccupato. Ci aggiungiamo ai tre milioni che già sono senza lavoro. Forse lei non si sarà accorto, forse il ministro dell’istruzione non l’avrà scomodata per dirle che migliaia di insegnanti, quelli che educano i nostri figli, da oggi non hanno un lavoro, uno stipendio, un futuro solo perché vengono usati per 10 mesi l’anno e poi lasciati sulla strada.

corlazzoli-marchioCerto lei non vedrà neanche questa mia missiva perché ci penserà qualche consigliere del Presidente della Repubblica a rispondermi, come avviene sempre. Ma se dovesse capitare che le arrivi tra le mani questa mia lettera vorrei spiegarle quello che le direi se un giorno, anziché accogliere al Quirinale, diplomatici, campioni, cantanti e cavalieri del lavoro, aprisse le sue porte a una delegazione di cavalieri della disoccupazione.

Oggi come da sette anni a questa parte, da quando faccio l’insegnante, sono dovuto andare al centro per l’impiego: lunedì c’erano 200 persone a Crema, la maggior parte donne. Sono arrivate con i loro bambini. Spesso sono madri del Sud che per tutto l’anno hanno lavorato qui al settentrione, distanti dalla loro famiglia con uno stipendio che serviva a malapena a ripagarsi l’affitto. Non vedono l’ora di ritornare a casa, per riabbracciare il marito, i genitori.

Siamo migranti, stranieri nella propria patria. Sì, perché caro presidente Giorgio Napolitano, noi disoccupati ci sentiamo stranieri in questa Italia che ci abbandona, che non ci dà speranza. Non so se lei conosce i dati che ci riguardano.

Mi permetto di illustrarglieli: secondo i recenti numeri della Flc Cgil attualmente i posti in organico di fatto, cioè con durata fino al 30 giugno, sono 76.407, di cui 13.260 ATA e 63.147 docenti. L’andamento storico di questi posti negli anni è costante. Ciò vuol dire che essi servono per coprire esigenze stabili dell’amministrazione, quali ad esempio i posti per il sostegno agli alunni con disabilità o la presenza di almeno un collaboratore a plesso. Stabilizzarli costa in media 150 euro (lordo stato) in più l’anno a posto, ma il beneficio sulla qualità del servizio e delle persone sarebbe enorme e in termini di prestazione lavorativa e di stabilità di programmazione. Senza contare che il Miur risparmierebbe le spese legali a cui spesso viene condannato dai giudici per abuso dei contratti a temine. Pensi che il risparmio dell’amministrazione tra un contratto al 30 giugno e uno al 31 agosto è di sole 150 euro.

Eppure, guardando ai dati, questi docenti a settembre serviranno. Ma a noi non è dato sapere che ci succederà. Le nostre vite sono appese a qualcuno che deciderà a pochi giorni dall’inizio della scuola, il nostro futuro quando tutto potrebbe essere risolto tra giugno e luglio. E se qualcuno di noi, come capita a me da giornalista, provvede a procurarsi la pagnotta facendo qualche altro lavoro viene punito da tasse allucinanti.

Signor presidente, sono cresciuto con il poster di Sandro Pertini in camera. Ma ora faccio fatica a guardare la sua foto appesa a scuola perché in questo Paese non mi sento ascoltato da lei che, mentre affondiamo, quando si muove per l’Italia lo fa con un codazzo di auto blu (l’ho vista di persona a Cremona) e nemmeno da chi in questo Parlamento non sceglie di tagliare il finanziamento ai partiti e continua a restare casta.

Non avrei mai voluto dire ai miei alunni: fuggite dall’Italia, qui non c’è speranza. Ma io precario, disoccupato, non voglio che i miei ragazzi facciano la mia stessa fine: sogno per loro una vita dove possano avere una loro casa, poter fare famiglia, sentirsi realizzati sul piano professionale, essere laureati in lettere e non finire a fare i camerieri. L’ultimo giorno di scuola il maestro disoccupato ha regalato la Costituzione ai suoi alunni perché m’illudo ancora che quel “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro” non sia solo scritto su un pezzo di carta che ormai a fatica sentiamo ancora nostro.

Nella vana speranza che legga lei questa lettera e che ci si possa incontrare,

un maestro disoccupato


Abolizione Province, in Consulta tre “saggi” difendono le Regioni ribelli
di Eduardo Di Blasi e Wanda Marra
(da “il Fatto Quotidiano”, 3 luglio 2013)

La Consulta ha vagliato il ricorso che ben nove Regioni italiane (Piemonte, Lombardia, Veneto, Molise, Lazio, Campania, Friuli Venezia Giulia, Val d’Aosta e Sardegna, le ultime tre a “statuto speciale”), hanno intentato contro due decisioni del governo Monti sul taglio delle Province e la cancellazione delle elezioni per consigli provinciali e presidente della giunta. A difendere quattro delle nove Regioni ricorrenti davanti alla Corte costituzionale tre autorevoli esponenti della “commissione per le Riforme costituzionali” che si era data per obiettivo anche quello di abolire le Province e che ora sta accarezzando strade più concilianti di deleghe alle Regioni medesime (“decidano loro”) e “semplificazioni” non esattamente in linea con quanto dichiarato dai partiti di governo prima, durante e dopo la campagna elettorale.

L’avvocato Beniamino Caravita di Toritto, professore di Diritto pubblico alla Sapienza da sempre convinto assertore della razionalizzazione (ma non dell’abolizione) degli enti provinciali, patrocina sia la Regione Campania che la Lombardia. Il collega Massimo Luciani, anche lui alla Sapienza come ordinario di Diritto costituzionale è l’avvocato difensore della Sardegna. Giandomenico Falcon, infine, esperto amministrativista di stanza all’ateneo di Trento, prenderà le parti del Friuli Venezia Giulia. Tutti e tre, filtra dalle riunioni della commissione intenta alla riforma della Costituzione, rappresentano la linea più conservatrice sul tema delle Province all’interno del dibattito tra saggi.

Una situazione di macroscopico conflitto di interesse che ben fotografa la situazione in cui lo Stato prova faticosamente a riformarsi. Al ministro per le Riforme Gaetano Quagliariello, lunedì, alcuni cronisti hanno domandato se, dopo tanti proclami, le Province saranno finalmente cancellate. Non ha tentennato, Quagliariello: “Sì”, ha detto. Aggiungendo: “C’è una generale disponibilità a considerare i cinque livelli attuali (Stato, Regioni, Province, città metropolitane e Comuni) assolutamente eccessivi. È necessario semplificare”.   Le strade della semplificazione, del resto, continuano a divergere anche su pressione di partiti e gruppi politici locali che vedono come una iattura l’idea di rinunciare a gestire filiere di interesse all’interno di enti che i loro segretari continuano a ritenere “inutili”.

E qui sta l’altro conflitto di interesse grande come una casa. Il procedimento sollevato davanti alla Consulta investe infatti buona parte delle Regioni governate da uno dei due principali partiti che sostiene il governo Letta. Se si eccettuano Piemonte, Veneto e Val d’Aosta (le prime due a guida leghista, la terza di ispirazione autonomista), Lombardia (epoca Roberto Formigoni), Campania (Stefano Caldoro ), Lazio (epoca Renata Polverini), Sardegna (Ugo Cappellacci), Friuli Venezia Giulia (epoca Renzo Tondo) e Molise (epoca Michele Iorio) erano rette tutte dallo stesso partito dell’attuale ministro per le Riforme Quagliariello. Lo stesso partito che nelle aule parlamentari aveva votato a favore del provvedimento di abolizione.

Nel paradosso tutto italiano, lunedì il presidente della Sardegna Cappellacci ha ribadito: “Con la soppressione delle Province (votata dal consiglio regionale sardo la scorsa settimana, ndr) i territori potranno riappropriarsi di un ruolo di autentica rappresentanza che la politica aveva attribuito ad entità create per esigenze proprie e non per quelle della comunità”. È lo stesso Cappellacci che ricorre alla Consulta.

(modificato da redazione web)


Lo strano caso di Mister Mount
di Marcello Veneziani
(su “il Giornale”, 3 luglio 2013)

Ma che sta succedendo a Mary Mount? Dico Mario Monti in versione export. Era un grigio e impassibile professore, poi fu un grigioplumbeo e compassato eurocrate, infine diventò un luttuoso e sadico premier che seminava cordoglio e terrore. Ma sempre composto, come si dice dei cadaveri. Ora invece tira mazzate a Casini e ai suoi alleati di Scelta cinica, minaccia Letta e il suo governo, promette di andarsene dall’Italia, grilleggia e bosseggia da quando è Senatur. Ma che succede, ha avuto una tempesta finanziario-ormonale, sua moglie lo ha lasciato per Saccomanni, ha la prostata infiammata dallo spread, si è sparato un’overdose di derivati tossici? A vederlo così fuori di testa sembra che abbia aderito alla Scapigliatura lombarda. Dopo aver guidato l’autunno italiano nell’inverno europeo, capeggia ora la primavera araba contro il governo. Senectù Bruciata. Siamo preoccupati. Ditelo ai suoi genitori, Napolitano e la Merkel, che il ragazzo sta svogliato e scostante, forse sta passando un brutto periodo, si chiude a lungo in bagno, va su certi siti…
Monti è un professore di valore e una persona per bene, però a un certo punto fu messo in mezzo e fu esaltato come il Salvatore d’Italia, d’Europa e forse dell’Umanità e si montò la permanente. Perse il senso della realtà, massacrò gli italiani per il Bene Contabile e annunciò loro che avrebbero visto la luce dopo il tunnel, ma è la luce che vedono i morti durante il trapasso. E ora è stranito, immusonito e risentito col mondo intero. Perciò ha scatenato la guerra montiale.


Piccioni e pitonesse ma quel che manca è il domatore
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 3 luglio 2013)

Alfano è una colomba, Verdini un falco, la Santanchè una pitonessa, Renzi non vuole essere un piccione e minaccia di far vedere i sorci verdi a Epifani.

Per Bersani – che disse di essere come un tacchino sul tetto – Berlusconi è un giaguaro ma lui, già caimano, si sente leone. Napolitano dicono abbia il coraggio di un coniglio mentre gli avvoltoi di Pd e Pdl svolazzano liberi inseguiti dalla fine penna dell’elefantino Giuliano Ferrara.

Più che in Parlamento sembra di stare in uno zoo dove qualcuno ha aperto le gabbie e gli animali vagano secondo le dure leggi della savana: ogni giorno la gazzella si sveglia e sa che dovrà correre più veloce del leone altrimenti morirà sbranata e ogni giorno il leone si sveglia e sa che dovrà correre più della gazzella per non morire di fame. Morale: che tu sia leone o gazzella l’importante è correre altrimenti sono cavoli tuoi.

E così, corri di qua e corri di là pur di sopravvivere, non si capisce più nulla. Enrico Letta, il cui governo si muove alla velocità di bradipo, non riuscendo a mettere vera pace tra i suoi ministri se n’è andato a fare la colomba tra israeliani e palestinesi. Dopo cinquant’anni di inutili tentativi il mondo ha tirato un sospiro di sollievo. Ai primi ha giurato: noi italiani stiamo dalla vostra parte. Ieri ha ribadito la stessa promessa ai secondi. Un vero camaleonte, peccato che il Medioriente non sia il governo delle larghe intese e dubito che il doppio gioco lì funzioni.

Se in politica estera le idee, come si vede, non sono chiarissime, sul fronte interno non andiamo meglio. Il mulo Brunetta porta avanti il peso della riforma fiscale ma l’anguilla Saccomanni, ministro dell’Economia, sguscia di continuo. Sulla riforma elettorale Pd e Pdl giocano al gatto e al topo, su quella della giustizia la ministra Cancellieri fa il pesce in barile, lo squalo Grillo vede la preda allontanarsi e ormai fa solo schiuma col suo agitare le acque. La verità è che manca il domatore. E così anche il batter d’ali di un fringuello o lo scodinzolare di un cagnolino possono fare più casino di uno squalo.


La Consulta boccia l’abolizione delle province: “E’ incostituzionale”
di (I.S.)
(da “Libero”, 3 luglio 2013)

“Incostituzionale il taglio e il riassetto delle province” voluto dal governo Monti. La Consulta ha infatti dichiarato l’illegittimità costituzionale della riforma delle Province contenuta nel decreto Salva Italia e il loro riordino, che ne prevede la riduzione in base ai criteri di estensione e popolazione. Insomma gli ermellini hanno bocciato l’unica cosa buona che aveva fatto il governo del Loden. Il Prof aveva annunciato il taglio con orgoglio alla fine del suo mandato. Ma aveva affidato il tutto ad un decreto legge. E qui è cascato l’asino.

Errore tecnico o grande bluff? – Per la Consulta non è materia da disciplinare con decreto legge. Così hanno stabilito i giudici costituzionali. Le province infatti sono enti previsti dalla Costituzione. Il Salva Italia prevedeva, tra l’altro, l’accorpamento di tutte le province con estensione bassa e numero di abitanti inferiore a 300mila. Insomma il problema sarebbe tecnico. Difficile pensare che i professoroni che stavano attorno al Loden non sapessero che le province sono in Costituzione e che, quindi, l’iter legislativo per abolirle avrebbe dovuto essere ben altro rispetto a un decreto legge.

Meno tribunali inutili – Qualcosa però resta di quella proposta montiana. Regge al vaglio della Consulta la riforma della geografia giudiziaria: sono state infatti giudicate infondate le questioni sollevate dai tribunali di Pinerolo, Alba, Sala Consilina, Montepulciano e Sulmona contro la loro soppressione; inammissibile quella del Friuli Venezia Giulia. Solo Urbino si salva. Avremo sempre 100 campanili ma meno toghe in giro (anche se quelle della Consulta, a cadenza regolare, bocciano le proposte dei vari governi).

Non toccate le pensioni d’oro – La Consulta, infatti, sembra impegnata in un’opera di “conservazione della Casta”. Solo poche settimane fa aveva detto no ai prelievi di natura fiscale che toccano i pensionati titolari di assegni annui superiori a 90mila euro lordi, le cosiddette pensioni d’oro. La stessa Consulta, qualche mese fa, aveva giudicato irregolare anche il tetto agli stipendi nella pubblica amministrazione superiori a 90mila euro. Insomma le toghe guardiane della Costituzione hanno bloccato in poco tempo misure fondamentali per tagliare gli sprechi che affogano il Paese e per recuperare risorse vitali per le casse dello Stato.

Il potere di bloccare tutto – La norma sulle pensioni d’oro avrebbe portato ossigeno al Tesoro. Il decreto legge 98 del 2011 disponeva che dal primo agosto 2011 fino al 31 dicembre 2014, i trattamenti pensionistici corrisposti da enti gestori di forme di previdenza obbligatorie, i cui importi superassero 90 mila euro lordi annui, sarebbero stati assoggettati a un contributo di perequazione del 5% della parte eccedente l’importo fino a 150 mila euro; pari al 10% per la parte eccedente 150mila euro; e al 15% per la parte eccedente 200mila euro. Insomma un contributo allo Stato da parte di chi ha di più. Niente da fare, anche in quel caso è arrivato il “no” secco della Corte che ha giudicato il provvedimento “un intervento impositivo irragionevole e discriminatorio ai danni di una sola categoria di cittadini”. Insomma il parlamento e il governo possono anche annunciare decreti, leggi e disegni di legge. Poi tocca agli ermellini affossarli per lasciare ogni cosa al suo posto. (I.S)


Stonato e ipocrita il fuoco di sbarramento del Pd sulla Santanchè
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano” – tratto da “Dagospia”, 3 luglio 2013)

Quello che pensiamo di Daniela Garnero in Santanchè i lettori possono facilmente immaginarlo. Al netto degli scandali Bpm e Bisignani, appena cinque anni fa la signora, candidata con La Destra di Storace, fece impallidire i più accaniti antiberlusconiani descrivendo Berlusconi come uno che “le donne le vede solo in orizzontale”, ragion per cui “non gliela darò mai”.

Poi rientrò prontamente all’ovile, diventando uno dei suoi più efficaci scudi umani, dunque sottosegretario. Ma in privato, non mancandole la materia cerebrale, continuò a dire la verità. Come quando, nell’aprile 2011, fu intercettata al telefono con l’amico e socio Flavio Briatore indagato per evasione fiscale, che la informava sul seguito del bungabunga: “Lele Mora mi ha detto: ‘Tutto continua come se nulla fosse'”. Santanchè: “Roba da pazzi!”.

B: “Non più lì (ad Arcore, ndr), ma nell’altra villa. Tutto come prima, non è cambiato un cazzo. Stessi attori, stesso film, proiettato in un cinema diverso. Come prima, più di prima. Stesso gruppo, qualche new entry, ma la base del film è uguale, il nocciolo duro, Centovetrine…”. S: “Ma ti rendi conto? E che cosa si può fare?”. B: “Siamo nelle mani di Dio qui, eh? Perché l’altra sera ho saputo che c’era stata un’altra grande festa lì, eh?”. S: “Ma tu pensa! E che cazzo dobbiamo fare?”.

B: “Questo qui è malato! Ha ragione Veronica, uno normale non fa ‘ste robe qui!”. S: “Sicuro che ha ripreso?”. B: “Al 100%”. S: “Va beh, ma allora qua crolla tutto”. B: “Dani, qui parliamo di problemi veramente seri di un Paese che deve essere riformato. Se io fossi al suo posto non dormirei di notte. Ma non per le troie. Non dormirei per la situazione che c’è in Italia”. S: “E con il clima che c’è, uno lo prende di qua, l’altro che scappa di lì”. B: “Brava, il problema è che poi la gente comincia veramente a tirar le monete”. S: “Stanno già tirando”. Oggi basta sentirla in un talk a caso per capire che non crede a una parola di ciò che dice. Eppure dice cose gravi, tipo Boccassini “metastasi della democrazia”.

Dunque in un paese normale nessuno avrebbe dubbi sulla sua candidatura a vicepresidente della Camera. Eppure c’è qualcosa di stonato, stridente e ipocrita nel fuoco di sbarramento che s’è levato dal Pd sul suo nome per una carica che nessuno, prima d’ora, s’era mai sognato di calcolare. Le vicepresidenze delle due Camere (quattro per ciascuna) sono da sempre lottizzate fra i partiti, che ci mettono chi vogliono. Nella scorsa legislatura, per dire, fra i numeri 2 del Senato c’era persino Rosi Mauro. Una che avrebbe sfigurato dappertutto, se il presidente del Senato non fosse stato Schifani.

Ora, che il limite estremo della presentabilità sia diventato la “pitonessa”, come lei stessa si definisce citando Il Foglio (che a sua volta cita l’insulto di “vecchia pitonessa” lanciato nell’800 dalla rivista fiorentina Novelle Letterarie contro Madame de Staël), fa un po’ ridere. Il Pd ha fatto scegliere a Berlusconi il presidente della Repubblica e quello del Consiglio dopo aver impallinato Prodi e ignorato Rodotà perché non piacevano a lui, poi ci è andato al governo e ha deciso di dichiararlo eleggibile contro la legge.

Governa con ministri come Lupi e Quagliariello, per non parlare dei sottosegretari. Ha varato il Comitato dei 40 per riscrivere la Costituzione con lui. Non dice una parola sulle condanne per frode fiscale, prostituzione minorile, concussione e rivelazione di segreto (contro Fassino), né sulla compravendita di senatori (contro Prodi). Ha votato presidenti di commissione Cicchitto e Formigoni e ha chiesto a Scelta civica di votare Nitto Palma alla Giustizia per potersi astenere e fingersi contrario.

Non ha mosso un dito quando Grasso ha nominato il senatore D’Alì, imputato per mafia, rappresentante dell’Italia in Europa. E ora, dopo aver digerito senza un conato la Cloaca Massima, ha qualche problemino di stomaco per la Santanchè. Ma ci faccia il piacere.


Letto 1992 volte.


1 commento

  1. Commento by zarina — 5 Luglio 2013 @ 10:44

    Abolizione Province . Ai cinque   livelli   di poltronificio citati dal Ministro Quagliariello vanno aggiunti i MUNICIPI, quindi non sono   5   ma       6 !!  

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