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Ineleggibilità, la rassegnazione dei democratici. “E’ impossibile far decadere Berlusconi”

22 Maggio 2013

di Liana Milella
(da “la Repubblica”, 22 maggio 2013)

ROMA – Sono assai pochi quattro minuti. Ieri hanno salvato i Democrat dal precipizio al Senato. Dalla spaccatura. Dalla palese frantumazione. Quattro minuti per rinviare la seduta della giunta per le autorizzazioni ed evitare che gli otto componenti del Pd andassero in ordine sparso sulla presidenza. Sarebbe stato il segnale che il Pdl aspettava per considerare Berlusconi al sicuro su un futuro voto per la sua ineleggibilità. Il Pd si è fermato prima di finire nel fosso politico, il capogruppo Luigi Zanda ha intuito il rischio, ha bloccato la partita. Lo ha fatto dopo una riunione tesa con gli otto, in cui sono emersi i tre no alla possibile presidenza del leghista Raffaele Volpi, quelli di Felice Casson, Rosanna Filippin e Stefania Pezzopane, ma pure i sì, come quello di Doris Lo Moro, che con Volpi ha lavorato alla Camera e non ne dà un giudizio cattivo. Lo ribadisce, mentre in un corridoio, non accorgendosi di essere ascoltata, parla con una collega: “Su di lui non ho nulla da dire, lo conosco, è uno serio”.

È allarme nel gruppo Pd, la grande prova della presidenza della giunta viene vissuta come la prova generale del voto sull’ineleggibilità. Ci vorrà tempo certo, ma a dover fare un pronostico ora, dopo un primo giro di tavolo, la premonizione politica è che la partita di chi lo vuole fuori dal Parlamento è già persa, che Berlusconi risulterà

eleggibile anche stavolta. Lo si desume dalle cautele, dalle incertezze, ma anche dai primi no espliciti. Sullo stesso piano si può mettere il sì alla presidenza di Volpi e il no all’espulsione del Cavaliere. Ecco Giuseppe Cucca, uno dei membri della giunta. Su Volpi: “Non avrei difficoltà a votare un leghista”. Su Berlusconi: “Faccio l’avvocato e devo ancora studiare, ma sarebbe meglio combatterlo sul piano politico”. Idem Claudio Moscardelli. Su Volpi: “Non sono né contro, né a favore di un leghista”. Sul Cavaliere: “È singolare che si ponga la questione oggi, dopo 20 anni di sua vita politica”. Ancora idem Isabella De Monte: “Non ho preclusioni, e poi il presidente non ha grandi poteri”. E Silvio? “Non ho visto le carte”.

Certo, ci sono Casson e Filippin. E Pezzopane, la battagliera presidente della provincia dell’Aquila. Il primo, l’ex pm di Venezia, non vuole anticipare il suo voto sul Cavaliere, ma tutti danno per scontato che il suo sarà un pollice verso. Sul leghista il niet è deciso, come quello di Filippin che durante la riunione ha detto: “Non è il caso che la presidenza sia affidata a un leghista”. Berlusconi? In lei prevale la prudenza, “prima si leggono le carte e poi si vede”. Pezzopane invece il suo pensiero lo ha espresso chiaro e tondo: “Io vorrei un presidente di Sel, perché è un partito garantista, mentre la Lega non rappresenta una vera opposizione visto che è alleata di Berlusconi”.

Diciamo la verità, è proprio un macigno per il Pd questa doppia decisione. Si sente quando parla l’ex magistrato Doris Lo Moro: “Su di lui, vent’anni di verdetti pesano”. Scansione inesorabile quella della Camera, 1994, 1996, 2002… Chiosa Lo Moro: “Per cambiare idea deve emergere qualcosa di nuovo, e francamente io non sono ancora stata illuminata sulla via di Damasco. Quella del ’57 è una norma evanescente, perché il ’57 è secoli fa. La colpa della sinistra è di non averla sostituita con una seria norma sul conflitto di interessi”. Che è come dire, almeno per lei, che con quella norma lì Berlusconi non si può buttare fuori dal palazzo. Siamo sulla linea di Luciano Violante.

Ma per una campana che suona un certo din-don, eccone un’altra con diverso rintocco. Pezzopane, problematica: “Sto costruendo il dossier sull’ineleggibilità. Rileggo il passato, ma do per certo che esso non conta. Oggi l’insofferenza dei cittadini è molto più forte, quindi la sensibilità della giunta deve essere molto più profonda di prima”. Si ferma Pezzopane. Quasi triste. Fa l’ultima considerazione: “In giunta si vota a scrutinio palese, in aula con voto segreto”. E allora? “Allora…”. In quest’ultimo “allora” si può leggere la vittoria di Berlusconi. Complice la conseguenza che un minuto dopo la mannaia su Silvio ne cadrebbe una sul governo Letta. E si andrebbe a votare.



Scontro mortale tra Pd e Cinque Stelle

di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 22 maggio 2013)

Le ultime polemiche tra Pd e Movimento Cinque stelle, quella tra Matteo Renzi e Beppe Grillo e quella sulla legge anti-movimenti proposta da Zanda e dalla Finocchiaro,costituiscono la prova del nove dell’errore compiuto per due mesi di seguito da Pier Luigi Bersani nel cercare ad ogni costo una intesa con il Movimento Cinque Stelle per dare vita ad un governo monocolore del Pd. Perché se il sindaco di Firenze ironizza sulla pochezza politica dei grillini sostenendo che l’unica questione a cui si appassionano sono le diarie ed i rimborsi e se il comico genovese sollecita gli elettori del Pd a prendere atto che il loro partito è morto, vuol dire che Bersani non aveva capito un ben nulla della natura alternativa ed antagonista delle due forze politiche.

E, soprattutto, continuano a non capire proprio niente quegli esponenti del Pd che, in vista del congresso autunnale del partito, insistono nel considerare possibile ed auspicabile una alleanza con il Movimento Cinque Stelle destinata a provocare la fine delle tanto aborrite larghe intese con il centro destra di Silvio Berlusconi e con il centro di Mario Monti. Quell’alleanza non si può fare. Non perché ci siano dei “bravi” che impongano la mancata celebrazione del matrimonio. Ma perché il Pd ed i Cinque Stelle gravitano nella stessa area politica. E mentre il partito guidato oggi da Guglielmo Epifani si dibatte in una crisi profonda che lo espone al rischio di una possibile frantumazione, quello di Beppe Grillo si rende conto che, persa la spinta iniziale grazie a cui aveva conquistato larghe fette di elettorato non di sinistra, non ha altra possibilità di tenuta e di crescita che quella di dilaniare il Pd e divorarne la parte più ottusamente ed ingenuamente radicale e giacobina. Qualcuno potrebbe pensare che non ci sia nulla di nuovo sotto il sole. Che la competizione tra Pd e Cinque Stelle non sia altro che l’ennesima riedizione dello scontro tra riformisti e massimalisti per l’egemonia della sinistra. E che una volta concluso lo scontro la conquistata egemonia dell’uno o dell’altro schieramento porti naturalmente alla riunificazione dell’intera sinistra.

Ma il tempo delle diverse anime della sinistra divise dalle questioni di potere ma tenute insieme dal comune mastice ideologico è finito da un pezzo. Nessuno è in grado di prevedere se il Pd riuscirà a piegare Cinque Stelle o viceversa. Ciò che è assolutamente certo, però, è che in nessun caso il vincitore riuscirà a ricomporre l’unità della sinistra. Perché se sarà il Pd a frantumare i grillini rimarrà comunque un pezzo di sinistra antagonista anti-sistema ad opporsi al partito egemone. E se sarà Cinque Stelle a fagocitare una fetta del Pd, la fetta restante non potrà non difendere con ogni mezzo la propria autonomia anche a costo di passare dalla larghe intese ad una alleanza organica con il centro destra per fare fronte comune contro il populismo giacobino di Grillo. Una simile prospettiva dovrebbe far riflettere quanti, all’interno del Pd, puntano al congresso d’autunno per far saltare gli attuali equilibri di governo e creare le condizioni o per il ritorno alle urne o per un nuovo tentativo di alleanza con i grillini.

La partita in corso tra Grillo ed i dirigenti democrats non è concorrenza ma scontro mortale. Chi vince non riunifica la sinistra ma ne annette una parte e sancisce la spaccatura definitiva tra quella della democrazia parlamentare e quella che punta alla democrazia diretta. Grillo, che ha capito bene la situazione, è deciso a giocare fino in fondo le sue carte per liquidare il proprio avversario. I dirigenti del Pd contrari alle larghe intese lo debbono ancora capire. Come non capiscono che la mossa di Luigi Zanda e di Anna Finocchiaro con la proposta anti-movimenti non punta solo a mettere fuori gioco Grillo ma è diretta, in realtà, a mettere fuori gioco in vista del congresso proprio loro.


Trappola velenosa
di Davide Giacalone
(da “Libero”, 22 maggio 2013)

Il Quirinale è finito nella trappola della trattativa Stato-mafia. Non Giorgio Napolitano, che credo c’entri nulla e nulla abbia da dire (per diretta conoscenza), ma il Quirinale. Sono tre, non uno, i presidenti coinvolti. La trappola è data dalla collisione fra il teorema politico della trattativa e la contropartita reale che fu data. La collisione è inevitabile per ragioni di calendario. Infine: mentre tutti gli occhi restano puntati su una questione di secondaria importanza, sebbene esteticamente orrenda, ovvero la chiamata di Napolitano a testimoniare (esclusa per le telefonate distrutte, ma non per il resto), nessuno sembra accorgersi della cosa più rilevante: il tentativo di annientamento dell’Arma dei Carabinieri.

Mi rendo conto che si tratta di storie repellenti. E’ difficile raccapezzarsi quindi è più facile esprimere giudizi sommari e genericamente dispregiativi. Ma i lettori che hanno avuto (l’infinita) pazienza di seguirci possono oggi constatare che la nostra ricostruzione dei fatti appare come la più solida. Quella cui si allineano anche i precedenti sostenitori di teoremi opposti: tutto accade sotto la regia di Oscar Luigi Scalfaro, che favorì un favore ai mafiosi. Vi chiedo ancora pazienza.

Ho preso in mano con timore un libro appena uscito (“Contro scettici e disfattisti”), che raccoglie le riflessioni tratte dai diari personali di Carlo Azelio Ciampi. Fu durante il suo governo che esplosero le bombe di mafia, che furono revocati i trattamenti carcerari duri e che le bombe smisero di esplodere. Ciampi ha detto varie cose, nel tempo, non molto fondate. Sostenne che quelle bombe servivano a far cadere il suo governo, invece fu quello che rispose concedendo. Cosa si ricava dai suoi diari? La risposta è: nulla. 235 pagine e non è mai neanche nominato Giovanni Conso, suo ministro della giustizia, l’uomo che avallò la revoca del 41 bis. Nulla. Ma un nulla reso clamoroso da chi ha scritto il libro (un professore di storia, Umberto Gentiloni Silveri), che quando sfiora l’argomento, per nulla dire, inserisce una nota, la numero 35, con la quale rimanda al libro di Nicolò Amato, dove l’autore sostiene di essere stato fatto fuori proprio per concedere a molti mafiosi la revoca del carcere duro. Perché Ciampi non dice nulla? Credo perché non ne sa nulla, nulla ne capì e quel che capisce oggi gli fa paura: fu strumento inerte nelle mani di Scalfaro.

Fu il presidente della Repubblica a chiedere l’allontanamento di Amato e la chiamata al Dap (dipartimento amministrazione penitenziaria) di Adalberto Capriotti, segnalatogli dal Vaticano. Suo vice divenne Francesco Di Maggio. Oggi tutti parlano del secondo, ma è incredibile che sia stato cancellato il primo. L’uomo decisivo, quello che Conso nominò senza neanche conoscerlo. Perché lo fece? Perché glielo chiese Scalfaro. Tutto si conclude nel 1993. Stampatevi bene in mente questa data.

Cosa c’entra Napolitano? Niente. O quasi. In realtà il problema si pone proprio perché il suo consigliere giuridico, Loris D’Ambrosio, finito nell’occhio del ciclone per le telefonate intercettate con Nicola Mancino, gli spedì una lettera in cui ricorda di avere avanzato riserve proprio su quello che si fece in quel 1993. Adombra il dubbio, lo scomparso D’Ambrosio, d’essere stato a sua volta “un ingenuo e utile scriba”. La procura di Palermo vuol sapere da Napolitano: gli disse qualche cosa di più? Domanda sciocca, perché basta andare a rivedere gli atti di quei mesi per avere la ricostruzione dei fatti. Quelli da noi raccontati: a decidere fu Scalfaro, indirizzato da Capriotti, voluto dal Vaticano e imposto a Conso, con Ciampi forse neanche informato. Un governo totalmente esautorato.

Per coprire questa storia è poi stata inventata un’altra trattativa, gestita da Mario Mori, comandante del Ros. Invenzione che serve a postdatare l’intera faccenda e metterla sul conto di Dell’Utri-Berlusconi, che arrivano al governo nel 1994 (quando il 41 bis viene restaurato!). Teorema che torna utile a due cose: a. usare la giustizia per la battaglia politica in corso; b. annientare i Carabinieri. Ed è in base a questa strategia che i banchi degli imputati si riempiono dei vertici dell’Arma. Non si tratta di difendere Dell’Utri-Berlusconi, ma di chiarire che quell’accusa serve a nascondere la verità.

E l’“agenda rossa” di Paolo Borsellino, non ci aveva forse appuntato il suo dissenso da quella trattativa? non fu ucciso per quello? Davvero singolare: sparita l’agenda ci hanno scritto quel che volevano ci fosse scritto. Invece credo che in quegli appunti Borsellino cercasse di tenere il filo dello scontro, fra Giovanni Falcone prima e lui stesso dopo, con la procura di Palermo, retta da Pietro Giammanco. La stessa procura che una volta morto Borsellino provvede immediatamente, d’estate e nel fine settimana, a insabbiare l’inchiesta “mafia-appalti”. Condotta dai Carabinieri, in sintonia con Falcone e Borsellino.

Lo so, è tanto più facile e affascinante alimentare i misteri e all’ombra di quelli gestire gli affari, ma quel che è veramente sparito, e va veramente cercato, è quell’inchiesta. Finché non lo si sarà fatto resterà nei guai non solo il Quirinale, ma l’Italia. Avvelenata.


Zanda, il censore dell’etica cade sulle raccomandazioni
di Laura Cesaretti
(da “il Giornale”, 22 maggio 2013)

Se Zanda incontrasse uno Zanda sul suo cammino, oggi nessuno gli toglierebbe una richiesta di ineleggibilità, una mozione di dura reprimenda morale, o almeno un’interrogazione sull’etica.

Di cui Zanda è impareggiabile custode.

Le giornate storte capitano a tutti, ieri è toccata a Luigi Zanda. Non solo il neo capogruppo dei senatori Pd ha dovuto fare autocritica e avviare un rapido dietrofront (il secondo in una settimana, se continuano così gli verrà il mal di mare) sulla sua contestatissima proposta di regolamentazione dei partiti, letta subito dai maligni – ossia tutti gli altri – come un dispetto a Grillo, e di cui ieri Zanda (che l’aveva presentata il giorno prima) ha annunciato il ritiro: «Non volevo punire nessuno, ma se questa è l’interpretazione non ho alcun interesse a mantenere il provvedimento ». Ma è pure spuntata, sulle colonne del Corriere della Sera, una sua letterina di raccomandazione a Giovanni Hermanin, allora presidente, nominato dal centrosinistra, dell’Ama (l’azienda municipalizzata che teoricamente smaltisce i rifiuti della Capitale, e i cui uffici si riempiono ad ogni sindacatura di nuovi raccomandati).

Da Zanda non ce lo saremmo mai aspettato. Proprio lui che, nel 2010, tuonava: «Alemanno si deve dimettere: ha una responsabilità diretta per gli interventi con i quali ha fatto assumere i suoi protetti ». Come la mettiamo col fatto che, tre anni prima, il medesimo si rivolgesse ad Hermanin per chiedere l’assunzione di un tal «dottor G.B., di cui ti allego il curriculum » e del quale «mi vengono garantite le capacità professionali e la correttezza istituzionale? ». Chiedendo oltretutto di «farmi avere notizie sulle fasi istruttorie attraverso cui l’istanza verrà esaminata », tanto per chiarire che non avrebbe mollato l’osso. Di certo i fan zandiani, oggi duramente colpiti, verranno rassicurati: il senatore chiederà una perizia grafologica e dimostrerà che la sua firma era stata falsificata da qualche antipatizzante interno al Pd (la scelta è ampia). Nel frattempo, tocca pensare che anche il Guardiano della Virtù Zanda a volte si distragga.

Non quando si tratta di Berlusconi, però. Nell’intervista ad Avvenire di quattro giorni fa non solo assicurava che il Cavaliere «secondo la legge italiana non è eleggibile » («Ricordate a Zanda che Berlusconi è già stato eletto, e governa insieme a lui », notò Jena sulla Stampa), ma si sdegnava pure per l’ipotesi di una sua nomina a senatore a vita: «In 67 anni di Repubblica non è mai stato nominato nessuno che abbia condotto la propria vita come Silvio Berlusconi ». Sorvolando su stimatissimi senatori a vita (Emilio Colombo, Gianni Agnelli) che pure non hanno condotto la propria vita esattamente come Maria Goretti. O come Zanda. Il quale poi ha dovuto specificare di aver parlato solo «a titolo personale ». Dei costumi erotici di Berlusconi il senatore però si è sempre fatto un cruccio, tanto che nel 2009, quando si cominciava a parlare del caso D’Addario, mise nero su bianco, in un ordine del giorno, una sorta di codice etico che prevedeva per l’allora premier la «coerenza tra comportamenti privati e vita pubblica ».

Toccò al segretario Bersani sconfessarlo, ricordandogli che «noi non siamo l’autorità morale di Berlusconi ». E dire che di ragioni di gratitudine, verso il Cavaliere, Zanda ne avrebbe: fu grazie ad una gentilezza di Berlusconi, su richiesta pressante di Cossiga (di cui Zanda è stato per molti anni il segretario), che l’attuale capogruppo Pd entrò in Senato. Nel 2003 morì il senatore della Margherita Severino Lavagnini, e nel suo collegio di Frascati vennero convocate elezioni suppletive: Rutelli (allora riferimento di Zanda, poi passato nelle truppe di Franceschini) lo candidò, e Cossiga chiese a Berlusconi, come favore personale, di dare una mano all’esordiente. Benignamente, ma con scarsa lungimiranza, l’allora premier fece in modo che il candidato di centrodestra non raccogliesse le firme necessarie, e così Zanda rimase solo a contendere il seggio di Frascati. E vinse, naturalmente: praticamente col 100% dei voti. E con il 6,7% di votanti: la più bassa partecipazione nella storia repubblicana. E forse mondiale.


Il Pd e Franceschini hanno famiglia, l’sms del ministro: “Voti per la mia donna?”
di (I.S.)
(da “Libero”, 22 maggio 2013)

Il ministro Dario Franceschini “tiene” famiglia e con lui pure il Partito democratico. Domenica a Roma si vota per il sindaco e per il rinnovo del consiglio comunale. Così, secondo quanto racconta il sito Portaborse.com Franceschini ha pensato bene di dare una mano alla sua donna. A quanto pare da ieri sui cellulari di diversi amici e conoscenti di Franceschini gira un sms scritto dal ministro che è uno spot piuttosto esplicito per la sua compagna. E Beppe Grillo, dal suo blog, non ha perso occasione per sputtanare Franceschini.

Il messaggino per lady Franceschini – “Caro xxx, se voti a Roma posso proporti di dare la preferenza a Michela di Biase, la mia compagna, che si candida in consiglio comunale? Dario”. Insomma Franceschini ex segretario del Pd, ex capogruppo alla Camera del Pd, attuale ministro per i Rapporti con il Parlamento del governo Letta vuole fare jackpot con l’elezione della sua lady. Si sa uno stipendio da parlamentare non basta. Meglio aggiungere un bel gruzzoletto dal consiglio comunale. La Di Biase avrà comunque fatto la sua gavetta politica per meritarsi la candidatura in consiglio. E Dario non vede l’ora di “sistemarla”. Affari di cuore. E di portafoglio. Sia chiaro chiedere il voto non è nulla di deprecabile. Ma in un momento in cui si discute tanto di meritocrazia anche nella politica, il ministro, se fosse vero l’sms poteva evitarsi un endorsement così esplicito. Di parenti intrecciati in politica ce ne stanno già tanti. Una in meno non avrebbe fatto male a nessuno.


Tangenti, Penati fa il furbo e incassa la prescrizione
di Enrico Lagattolla
(da “il Giornale”, 22 maggio 2013)

Salvo. Filippo Penati incassa la prescrizione per l’accusa più grave – quella di concussione – nel processo che il tribunale di Monza sta celebrando sul cosiddetto Sistema Sesto.
Ma non è la prescrizione in sè – ampiamente annunciata – a fare notizia. Piuttosto, a fare scalpore è lo straordinario colpo di teatro messo in scena nell’aula del palazzaccio brianzolo. Perché c’è un giudice che, spiazzando i presenti, chiede se l’imputato abbia intenzione di rinunciare al “beneficio” di legge. E un imputato – assente in aula – che di fatto risulta irreperebile nonostante i tentativi del tribunale di contattarlo. è tutto riassunto nell’enorme imbarazzo del legale di Penati, l’avvocato Matteo Calori, a cui il giudice chiede di telefonare al suo assistito per conoscerne le intenzioni. Gelo. Calori esce dall’aula, cellulare alla mano, poi torna in aula e ammette che Penati non c’è, non si trova, non viene. Insomma, sembra quasi sparito. Morale, l’avvocato dichiara di non avere una procura speciale per interpretare la volontà del proprio assistito, e dunque si rimette alla decisione del giudice. Che altro non può fare se non dichiarare la prescrizione per l’accusa di concussione. Dopo – solo dopo – le agenzie batteranno un comunicato nel quale Penati fa sapere che ricorrerà in Cassazione per rinunciare all’istituto, per “annullare la sentenza di prescrizione voluta dai pm per i fatti di 13 anni fa ». Troppo tardi. Nel peggiore dei casi, si è trattato di una mossa studiata a tavolino, una furbata per salvarsi dall’accusa di concussione. Nella migliore, una colossale brutta figura. Ora l’ex presidente della Provincia – che sarà comuque processato per altri reati che vanno dalla corruzione legata alla gestione della società autostradale Milano Serravalle al finanziamento illecito ai partiti – avrà 15 giorni per presentare ricorso in Cassazione contro la prescrizione. Vedremo.


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Bart