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LETTERATURA: INTERVISTA A FLAVIA PICCINNI

23 Novembre 2011

a cura di Anna Ardissone

Vincere il Campiello Giovani le è stato di aiuto per proseguire nella sua attività di scrittrice?

Mi ha dato una visibilit√† impensabile per una ragazza di diciotto anni che sognava di scrivere, ma non aveva nessuna conoscen ¬≠za nel mondo editoriale. Mi ha permesso di incontrare delle persone che fin da subito hanno creduto in me come Massimiliano Governi, l’editor che scelse di pubblicare il mio primo romanzo per Fazi.

Dice Umberto Eco: ‚ÄúUn narratore non deve fornire un’interpretazione della propria opera altrimenti non avrebbe scritto un romanzo, che √® una macchina per generare interpretazioni‚ÄĚ. Si trova d’accordo?

Ogni autore ha sicuramente la propria vi ¬≠sione di quello che ha scritto, ma credo sia fondamentale lasciare al lettore la possi ¬≠bilit√† di trovare nelle storie un’interpreta ¬≠zione personale e unica. Non bisogna poi dimenticare che, a volte, le sorprese arrivino proprio in questo modo. Per quanto uno pensi di sapere tutto del proprio romanzo, non necessariamente √® cos√¨. Giusto qualche giorno fa mi ha scrit ¬≠to un lettore raccontandomi le sue impressioni. Attraverso dei dettagli apparentemente insignificanti aveva costruito una contro-lettura della vita di Caterina. E questa √® stata una piacevolissima sorpresa.

Cosa non le piace dell’at ¬≠tuale editoria italiana?

Non mi piace quella tenden ¬≠za ossessiva, ovviamente comprensibi ¬≠le dal punto di vista economico, che √® la continua corsa al best seller. I libri ormai hanno una vita troppo breve, non resisto ¬≠no che per poche settimane sugli scaffali, e le mode editoriali appiattiscono non solo l’offerta finale che arriva al lettore, quanto il lavoro degli stessi scrittori che, pur di pubblicare, scelgono binari conosciuti en ¬≠trando cos√¨ in quel circolo perverso che √® il libro midcult. Ormai non √® tanto importan ¬≠te il valore di un’opera, ma quanto vende. Quanto fatturato √® in grado di produrre, e in quanto tempo.

Considero per√≤ questo meccanismo tele ¬≠visivo del successo ‚Äútutto e subito‚ÄĚ molto dannoso, pi√Ļ sulla lunga durata che con ¬≠testualizzato al momento. Se la rincorsa √® alla semplicit√† nella lingua e negli intrec ¬≠ci, ai temi che un ufficio stampa pu√≤ fa ¬≠cilmente comunicare al giornalista pigro, al rifiuto della profondit√†, ci impoverire ¬≠mo sempre pi√Ļ, considerando i libri solo come dei prodotti. Niente di pi√Ļ.

E cosa salva?

L’entusiasmo, la condivisione delle letture, le discussioni sui temi, la possibilit√† di un confronto fra editor e scrittore. Sono que ¬≠ste le cose che salvo, anche se si trovano di rado. Nella frenesia estrema dettata dai ritmi editoriali spesso manca il dialogo, la possibilit√† di discutere della profondit√† di un testo, di quello che vuole dire e di quello che, invece, riesce a comunicare. Ma a vol ¬≠te, soprattutto all’interno di redazioni stori ¬≠che come Nuovi Argomenti, questo c’√® an ¬≠cora. E poi salvo i piccoli editori che fanno di tutto per rispettare la linea editoriale che hanno, osservando una coerenza che va ol ¬≠tre le vendite e la classifica e spesso viene ripagata dal bilancio in rosso.

Da cosa è nata la necessità di affidare il suo secondo romanzo a un agente letterario?

Dal bisogno di avere uno sguardo diverso dal mio sul testo, di avere una persona in grado di tutelarmi a livello contrattuale, e di rappresentar ¬≠mi all’estero. In Kylee Doust, per√≤, oltre che una agente ho trovato un’amica e una perso ¬≠na che crede in me e in quello che scrivo, una persona che non ha paura di confronti an ¬≠che duri e mette sempre al pri ¬≠mo posto la sincerit√†.

Ora che √® approdata in Riz ¬≠zoli, come si aspetta che la casa editrice si muova per promuovere il suo libro? Non teme, vi ¬≠sta l’ampiezza del parco autori del mar ¬≠chio, di non ricevere la giusta attenzio ¬≠ne?

Michele Rossi, l’editor che ha scelto il mio libro e ha creduto in me fin dall’inizio, mi ha dato una grande possibilit√†. Ma non credo nell’editore deus ex machina, bens√¨ nei percorsi. Per me questo libro √® un pas ¬≠so importante, perch√© racconta esattamen ¬≠te quello che volevo dire su temi per me fondamentali, e sar√≤ felice per ogni singolo lettore che vorr√† leggere e commentare il libro, e per tutto quello che Rizzoli vorr√† e potr√† fare.

Quanto √® importante il lavoro dell’uffi ¬≠cio stampa per ottenere visibilit√†?

√ą fondamentale, ma credo che fare l’uffi ¬≠cio stampa sia un lavoro molto complica ¬≠to: bisogna tenere a bada l’ego degli scrit ¬≠tori che spesso √® spropositato, inseguire i giornalisti, cercare di mediare nei momen ¬≠ti difficili. Non √® un caso che in Italia √® un mestiere che in pochi sono in grado di fare con equilibrio e capacit√†, senza sprofonda ¬≠re in crisi isteriche e in dannose perdite del controllo. L’ufficio stampa che pu√≤ fare la differenza √® quello che riesce a pensa ¬≠re fuori dai consueti schemi promozionali, che √® in grado di lavorare sui punti di forza del libro e non si limita a inviare le bozze, o la copia staffetta, e poi a sfinire di telefo ¬≠nate il giornalista per avere una recensione o un’intervista.

Ci sono scienziati che sostengono che l’apprendimento che nasce dall’espe ¬≠rienza √® pi√Ļ efficace di quello che nasce dalla lettura. Cosa pensa in merito?

Che se tutto fosse legato all’esperien ¬≠za, l’uomo sarebbe molto pi√Ļ povero dal punto di vista dei sentimenti e della ragio ¬≠ne. Leggere √® una delle poche magie che conosco: √® un’esperienza che va oltre la pagina, la possibilit√† tanto di vivere delle esperienze altrimenti impossibili, quanto di decifrare dei sentimenti e delle situazio ¬≠ni che viviamo tutti i giorni e che, pur non accorgendocene, non riusciamo a com ¬≠prendere appieno.

Si può essere informati senza conoscere.
L’uso della logica non va di pari passo con il numero di informazioni ingerite. E non √® nemmeno vero che la velocit√† di aggiornamento delle nostre informazio ¬≠ni ci permetta di essere pi√Ļ consapevoli e padroni del nostro destino. La lettera ¬≠tura, secondo lei, potrebbe rappresenta ¬≠re un benefico freno a questa valanga di input, come lo slow food lo √® rispetto a McDonald’s?

La buona letteratura dovrebbe essere un’u ¬≠scita dal mondo. La possibilit√† di rifiutare la frenesia a favore dei giusti tempi. La let ¬≠tura √® un momento solo per s√©, un momento in cui siamo noi stessi a dosare le tempisti ¬≠che e a scegliere i contenuti. Questa otti ¬≠ca soggettiva e personale √® influenzata dal nostro modo di vivere la vita ed √® quindi il primo compito del lettore quello di sceglie ¬≠re di essere slow, almeno davanti a un libro, e smettere di continuare ad essere fast.

Per anni ha giocato a scacchi a livello agonistico. Poi ha lasciato gli scacchi per la scrittura. Quali sono i punti di contat ­to tra la scacchiera e la pagina scritta?

Giocare a scacchi √® una lunga, estenuante, partita contro un avversario reale. Spesso scrivere √® un match contro se stessi. In comune, per√≤, la scrittura e la scacchiera hanno la necessit√† assoluta di concentra ¬≠zione, il bisogno totalizzante di estraniarsi dal mondo e di concentrarsi con completa devozione su un’unica cosa. Dimentican ¬≠do i propri tormenti, cos√¨ come le proprie gioie. Tutto si svolge in quel momento, mentre si riflette sul pedone da muovere o sull’aggettivo da scrivere. Non c’√® possi ¬≠bilit√† di ritrattare.

Nell’ultimo anno i romanzi incentra ¬≠ti sulla fabbrica e sugli operai hanno avuto molto successo, come nel caso di Silvia Avallone, Edoardo Nesi e Antonio Pennacchi. Lei ha scelto un’ambienta ¬≠zione completamente diversa, perch√©?

Credo che sia fondamentale raccontare di cose che si conoscono bene, e sono con ¬≠vinta di conoscere l’universo di Caterina: una provincia addormentata e ipocrita, ma allo stesso tempo segretamente vitale nelle sue perversioni e nei suoi segreti. Una pro ¬≠vincia che √® specchio dell’Italia nella sua sovrabbondanza di valori svuotati, di ne ¬≠cessit√† superflue, di incontri di favore e di immobilit√†. Il nostro paese √® fermo nelle sue gerarchie, considera il lavoro un diritto che si pu√≤ trasmettere di padre in figlio, rifiuta i giovani e la creativit√†. √ą un pae ¬≠se per vecchi che recrimina il diritto alla stupidit√† e alla superficialit√† ogni giorno. E lo fa tanto attraverso la politica quanto attraverso la cultura, intrisa di servilismo e qualunquismo.

Ha ancora senso oggi la professione di libraio e come dovrebbe, o potrebbe, es ­sere svolta?

Il libraio non √® il ragazzo con un contratto a tempo determinato che lavora svogliata ¬≠mente in una libreria, spesso grande, e sa a malapena impilare le novit√†. Il librario √® l’essenza di un luogo, che aiuta i letto ¬≠ri giovani a formarsi e consiglia ai fedeli clienti, di cui conosce i gusti, tanto i clas ¬≠sici, quanto i libri appena usciti. Credo che sia fondamentale formare librai preparati che amino il loro lavoro, i libri e la lettura. √ą l’unico modo per far ritornare la libreria a essere un punto di ritrovo e di condivisio ¬≠ne, e non un supermarket del libro. Nella mia vita ho incontrato dei librai splendidi, che mi hanno fatto scoprire da adolescen ¬≠te dei mondi meravigliosi. Librai cui sar√≤ sempre grata.

Oltre che scrittrice lei √® anche giornali ¬≠sta e ben sa che i media sono condizio ¬≠nati dal potere finanziario e politico, ri ¬≠esce a vedere una via d’uscita?

Non credo. Spero quindi di assistere al collasso del sistema da un posto in prima fila.

 (da Bookshop, novembre 2011)


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart