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La battaglia di Draghi

22 Agosto 2012

Lo scrissi negli ultimi mesi dell’anno scorso: non Monti ma Draghi avrebbe meritato di essere nominato senatore a vita. Qualcuno dovrà ricordarsene e rimediare all’errore di Napolitano che negli ultimi mesi della sua presidenza ha circondato di ombre e di sospetti il suo settennato.

Luigi Li Gotti, che ha fatto pubblicare sul suo blog la sentenza del 2004 con cui la Consulta già dirimeva lo stesso caso che di recente è stato sottoposto alla medesima Corte da Napolitano per contrastare la procura di Palermo e le indagini sulle sue due telefonate a Mancino, ha scritto, rivolto a Luciano Violante (“La strana coppia Violante – Cicchitto”):

“ci dica i numeri degli articoli che sarebbero stati violati e che consentirebbero la distruzione delle, evidentemente scottanti, intercettazioni”

Non vi è dubbio, infatti, come ho più volte sostenuto, che le due telefonate siano “scottanti”, dato che il loro contenuto è stato in pratica reso noto indirettamente dalle intercettazioni delle telefonate tra Loris D’Ambrosio e Nicola Mancino.
Tutti coloro, a cominciare da Scalfari (che appare interessato alla nomina a senatore a vita, al posto del defunto Sergio Pininfarina, qui), i quali difendono Napolitano, non difendono la verità e non difendono i cittadini, che hanno diritto a conoscerla. E il primo responsabile di tale grave omissione è sicuramente il capo dello Stato che, forse per tutelarsi da una eventuale richiesta di impeachment (il caso infatti potrebbe non avere implicazioni penali ma forti implicazioni politiche), fa di tutto affinché esse siano distrutte.
Oggi questo è diventato il Colle, un guazzabuglio di oscurità e sospetti, mentre dovrebbe irradiare trasparenza e fiducia.

Come pure non vi è dubbio che questa indagine robustamente – almeno finora – sostenuta da “il Fatto Quotidiano”, attraverso i suoi due giornalisti di punta, Antonio Padellaro e Marco Travaglio (che non mi sono mai stati simpatici, ma oggi conducono una battaglia di verità molto ma molto importante per la democrazia, e va sostenuta e chi non lo fa, come il Pd e il Pdl, dovrà presto vergognarsene), ricorda molto da vicino il caso analogo (e forse addirittura meno grave) del Watergate e dei due giornalisti, Carl Bernstein e Bob Woodward che, come Padellaro e Travaglio, riuscirono a resistere e a sconfiggere ogni tentativo di mettere loro il bavaglio, incolpandoli di ogni sorta di turpitudini.

Sono sicuro che quando uscirà fuori la verità (qualcuno dovrebbe sentire il dovere di farla conoscere al più presto, senza alcun tentennamento: non si commettono reati se si dovesse svelare un comportamento politicamente grave del capo dello Stato: si legga Franco Cordero qui), i due giornalisti de “il Fatto” saranno ringraziati dai cittadini e onorati come meritano, allo stesso modo che oggi sono onorati i due giornalisti americani che costrinsero Richard Nixon alle dimissioni.

Tornando a Mario Draghi, credo che il prossimo governo dovrebbe essere affidato alle sue cure, ma riconosco che oggi è importante che egli resti alla guida della Bce, in quanto appare il solo uomo in grado di vincere lo scontro (e qui) con la ostile Bundesbank. Oltre che un capace tecnico, Draghi si sta dimostrando anche un politico raffinato, se è riuscito a trarre dalla sua parte importanti economisti tedeschi e la stessa Merkel che in continuazione gli attesta la sua fiducia, aiutandolo nella contesa con la forte banca centrale tedesca.

Non so se Draghi vincerà questa dura battaglia ma sta di fatto che egli si è proposto, contro il parere della Bundesbank, di porre un tetto allo spread dei vari Paesi sottoposti al tiro della speculazione, tra cui l’Italia, intervenendo senza alcun limite a sostegno delle loro emissioni di titoli. In pratica, la Bce acquista ogni volta che i tassi di interesse imposti dagli speculatori superi un certo limite, calmierando con ciò il mercato.

L’iniziativa appare al momento vincente, visto che lo spread sale e scende entro livelli più bassi di prima; non solo, ma si percepisce perfino la sensazione che gli speculatori siano scoraggiati dal persistere in uno scontro impari, dato che sarà difficile far desistere Draghi dal suo proposito.
L’Italia deve e dovrà molto a Mario Draghi, e chiunque verrà dopo Napolitano, non lo dimentichi.


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Bart