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La Chiesa teme la «ferita » al ruolo del Pontefice

13 Febbraio 2013

di Massimo Franco
(dal “Corriere della Sera”, 13 febbraio 2013)

«E adesso bisogna fermare il contagio… ». Il monsignore, uno degli uomini più in vista della Curia, ripercorre le ultime ore vissute dal Vaticano come se avesse subito un lutto non ancora elaborato. E ripete, quasi fra sé: «Queste dimissioni di Benedetto XVI sono un vulnus : una ferita istituzionale, giuridica, di immagine. Sono un disastro ». Così, dietro le dichiarazioni di solidarietà e di comprensione nei confronti di Josef Ratzinger, di circostanza o sincere, affiora la paura. È l’orrore del vuoto. Di più: della scomparsa dalla scena di un Pontefice che per anni è stato usato come scudo e schermo da molti di quelli che dovevano proteggerlo e ora temono i contraccolpi della fine di una idea sacrale del papato.

Sono gli stessi che adesso avvertono l’incognita di un successore chiamato a «fare pulizia » in modo radicale; e a ridisegnare i confini e l’identità del Vaticano proprio cominciando a smantellare le incrostazioni più vistose. Le dimissioni vissute come «contagio », dunque. E commentate nelle stanze del potere ecclesiastico come un possibile «virus » che potrebbe mandare in tilt il sistema. «Se passa l’idea dell’efficienza fisica come metro di giudizio per restare o andare via, rischiamo effetti devastanti. C’è solo da sperare che arrivi un nuovo Pontefice in grado di riprendere in mano la situazione, fissare dei confini netti, romani , impedendo una deriva ». Lo sconcerto che si legge sulla faccia e nelle parole centellinate dei cardinali più influenti raccontano un potere che vacilla; e un altro che, dopo avere atteso per otto anni la rivincita, comincia a pregustarla.

Eppure, negli schieramenti che si fronteggiano ancora in ordine sparso, non ci sono strategie precise. Si avverte solo il sentore, anzi la convinzione che presto le cose cambieranno radicalmente, e che una intera nomenklatura ecclesiastica sarà messa da parte e rimpiazzata in nome di nuove logiche tutte da scrivere. Ma sono gli effetti di sistema che fanno più paura: e non solo ai tradizionalisti. Un Papa «dimissionabile » è più debole, esposto a pressioni che possono diventare schiaccianti. Il sospetto che la scelta di rottura compiuta da Ratzinger arrivi dopo un lungo rosario di pressioni larvate, continue, pesanti, delle quali i «corvi » vaticani, le convulsioni dello Ior, la «banca del Papa », e il processo al maggiordomo Paolo Gabriele sono stati soltanto una componente, non può essere rimosso. L’interrogativo è che cosa può accadere in futuro, avendo alle spalle il precedente di un Pontefice che si è dimesso. Da questo punto di vista, l’epilogo degli anni ratzingeriani dà un po’ i brividi, al di là del coro sulle sue doti di «uomo di fede ». La voglia di proiettare immediatamente l’attenzione sul Conclave tradisce la fretta di archiviare una cesura condannata a pesare invece su ognuna delle scelte dei successori.

Il massimo teorico dell’«inattualità virtuosa » della Chiesa che si fa da parte perché ritiene di non avere più forza a sufficienza evoca un peso intollerabile, e replicabile a comando da chi in futuro volesse destabilizzare un papato. Sembra quasi una bestemmia, ma la carica pontificale, con la sua aura di divinità, appare «relativizzata » di colpo, ricondotta ad una dimensione drammaticamente mondana. È come se la secolarizzazione nella versione carrierista avesse sconfitto il «Papa timido » e distaccato dalle cose del mondo; e le nomine controverse decise in questi anni da Josef Ratzinger si ritorcessero contro il capo della Chiesa cattolica. Rispetto a questa realtà, c’è da chiedersi che cosa potrà fare il «successore di Pietro » e di Benedetto XVI per ricostruire la figura papale.

Il vecchio paradigma è franato; il prossimo andrà ricostruito non da zero, ma certamente da un trauma difficile da elaborare e da superare. E questo in una fase in cui la Chiesa cattolica si ripropone di «rievangelizzare » l’Europa, diventata ormai da anni terra di missione; di ricristianizzare l’Occidente contro la doppia influenza del «relativismo morale » e dell’«invasione islamica ». Così, nel Papa che si ritrae con un gesto fuori dal comune, schiacciato dall’impossibilità di riformare le sue istituzioni, qualcuno intravede una metafora ulteriore: una tentazione a ritrarsi che travalica i confini vaticani e coinvolge simbolicamente l’Europa e l’Occidente.

Le dimissioni di Benedetto XVI, il «Papa tedesco », finiscono così per apparire quelle di un continente e di una civiltà entrati in crisi profonda; e incapaci di leggere i segni di una realtà che li anticipa, li spiazza, e ne mostra tutti i limiti di analisi e di visione: a livello religioso e civile. I detrattori vedono in tutto questo una fuga dalle responsabilità; gli ammiratori, un gesto eroico, oltre che un bagno di umiltà e di fiducia nel futuro. La sensazione è che per ricostruire, il successore dovrà in primo luogo destrutturare, se non distruggere. In quell’espressione, «fare pulizia », si avverte un’eco minacciosa per quanti nella Roma pontificia hanno sfruttato la debolezza di Ratzinger come «Papa di governo ». La minaccia è già stata memorizzata, per preparare la resistenza.

I distinguo appena accennati e le divergenze di interpretazione fra L’Osservatore romano e la sala stampa vaticana sul momento in cui Benedetto XVI avrebbe deciso di lasciare, sono piccoli scricchiolii che preannunciano movimenti ben più traumatici. Scrivere, come ha fatto il quotidiano della Santa Sede, che Benedetto XVI aveva deciso l’abbandono da mesi, significherebbe allontanare i sospetti di dimissioni provocate da qualcosa accaduto di recente, molto di recente, nella cerchia dei collaboratori più stretti. E l’approccio e il ruolo in vista del Conclave dell’attuale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, e del predecessore Angelo Sodano, già viene osservato per decifrare le mosse di schieramenti ritenuti avversari. E sullo sfondo rimangono le inchieste giudiziarie che lambiscono istituzioni finanziarie vaticane come lo Ior.

Di fronte a tanta incertezza, l’uscita di scena del Pontefice, annunciata per il 28 febbraio, è un elemento di complicazione, non di chiarimento. «Non possono esserci due Papi in Vaticano: anche se uno di loro è formalmente un ex », si avverte. La considerazione arriva a bassa voce, come un riflesso istintivo e incontenibile. Mostra indirettamente l’enormità di quanto è accaduto due giorni fa. E addita il problema che la Santa Sede si troverà ad affrontare nelle prossime settimane: la convivenza dentro le Sacre Mura fra il successore di Benedetto XVI e lui, il primo Pontefice dimissionario dopo molti secoli. Il simbolismo è troppo potente e ingombrante per pensare che Ratzinger possa diventare invisibile, rinchiudendosi nell’ex convento delle suore di clausura, incastonato in un angolo dei Giardini Vaticani.

Eppure dovrà diventare invisibile: il suo futuro è l’oblìo. La presenza del vecchio e del nuovo Pontefice suscita un tale imbarazzo che qualcuno, come monsignor Rino Fisichella, non esclude novità; e cioè che l’abitazione definitiva di colui che fino al 28 febbraio sarà Benedetto XVI, alla fine sia individuata non dentro ma fuori dai cosiddetti Sacri Palazzi. Il Vaticano, però, è l’unico luogo dove forse si può evitare che venga fotografato un altro uomo «vestito di bianco », gli incontri non graditi, o controllare che anche una sola parola sfugga di bocca a un «ex » Pontefice: sebbene il Papa resterà tale anche dopo le dimissioni. «Ma il popolo cattolico », si spiega, «non può accettare di vederne due ». Il paradosso di Josef Ratzinger sarà dunque quello di studiare e meditare, isolandosi in un eremo nel cuore di Roma proprio accanto a quel potere vaticano che ha cercato di scrollarsi di dosso nel modo più clamoroso.

D’ora in poi, seguire i suoi passi significherà cogliere gli ultimi gesti pubblici di una persona speciale che sa di entrare in una zona buia dalla quale non gli sarà permesso di riemergere. Al di là di tutto, la sensazione è che molti, ai vertici della Chiesa cattolica, abbiano una gran voglia di voltare pagina; e che lo sconcerto causato dal gesto di Ratzinger e l’affetto e la stima profonda nei suoi confronti siano bilanciati dal sollievo per essere arrivati all’epilogo di una situazione ritenuta ormai insostenibile. Probabilmente, qualcuno non valuta con sufficiente lucidità che Benedetto XVI non era il problema, ma la spia dei problemi del Vaticano; e che usarlo come capro espiatorio non cancellerà tutte le altre questioni rimaste aperte non soltanto per sue responsabilità. I sedici giorni di interregno che separano dal 28 febbraio, in realtà, segneranno uno spartiacque di secoli. E dimostreranno presto quanto abbia perso vigore non il Papa, ma alcune vecchie logiche. Almeno, Josef Ratzinger ha avuto il coraggio di vederle e rifiutarle.


Il seme fertile di una rinuncia
di Ernesto Galli della Loggia
(dal “Corriere della Sera”, 13 febbraio 2013)

Con il passare delle ore appare sempre più evidente che il gesto con cui Benedetto XVI ha posto fine al suo pontificato, lungi dall’essere un gesto di «rinuncia », è stato in realtà l’opposto: un gesto di governo di grande portata e insieme un atto di alto magistero spirituale. Un gesto che ha qualcosa di quella risolutezza del pensiero, pronta a divenire decisione concreta nella prassi, di cui negli ultimi due secoli hanno dato tante prove le vicende della Germania di cui Ratzinger è un figlio.

Le dimissioni papali vogliono dire con la forza delle cose un’oggettiva desacralizzazione della sua carica. Il contenuto teologico di questa (l’essere cioè egli il vicario di Cristo) rimarrà pure inalterato, ma sono i suoi modi di designazione e il suo esercizio, la sua «aura », che vengono riportati a una dimensione assolutamente comune. Se infatti è possibile che il Papa si dimetta – rovesciando così una prassi secolare del vertice supremo – allora anche altre novità sono possibili. Anche altre prassi secolari possono egualmente essere rovesciate ai livelli inferiori. Con il gesto di Benedetto XVI è dunque il modo d’essere della struttura centrale del governo della Chiesa che viene in realtà messo in discussione: sottoposto al riscontro dei fatti, alla dura prova del tempo e della pochezza umana. E i fatti di quella struttura, come si sa, hanno offerto ultimamente uno spettacolo penoso di cattivi costumi, di calunnie, di giochi di potere, di ambizioni senza freno, di latrocini. Colpa delle regole fin qui in vigore nella Curia e non solo lì: ma quelle regole possono e devono cambiare, dice il gesto del Papa. Come per l’appunto egli ha fatto con una regola (e quale regola!) che lo riguardava. Può ancora, per esempio, la sua stessa elezione essere riservata a un pugno di anziani oligarchi maschi per entrare nel cui novero non si bada a nulla? Può ancora il potere delle Congregazioni essere tutto concentrato nelle loro mani? È ammissibile che esista tuttora un bubbone come lo Ior, la banca vaticana?

Le dimissioni di Benedetto XVI interrogano esplicitamente la Chiesa su queste e molte altre questioni di fondo. Con un sottinteso non detto che però non è difficile intuire: o voi o io. In questo senso esse rappresentano un gesto di governo di assoluta risolutezza: l’unico probabilmente che gli consentiva il suo isolamento politico e la fragilità del consenso interno. Un gesto estremo, il più clamoroso, compiuto senza esitare.

Tuttavia, si dice, le dimissioni sono pur sempre un tirarsi indietro, una rinuncia. Certamente. Ma una rinuncia che in questo caso suona come un invito a ridefinire la gerarchia delle cose, a stabilire priorità più autentiche, a distinguere ciò che conta da ciò che non conta. E dunque a cambiare rispetto a ciò che siamo. Un invito che va ben oltre i confini della cattolicità. Di fronte al travolgente mutamento dell’epoca che incalza da ogni dove, il capo della più antica e veneranda istituzione dell’Occidente, dà una lezione spirituale di segno fortissimo mutando esso per primo attraverso la rinuncia. Le nostre società, noi stessi – esso sembra dirci – non possiamo essere più ciò che fino ad oggi siamo stati. I segni dei tempi ci impongono di trovare altre regole, di immaginare altri scopi, altri ideali per il nostro stare insieme. Dal tratto più intimo, più sobrio, più vero. È di un tale rinnovamento che abbiamo bisogno. Ma la premessa necessaria non è proprio, secondo l’esempio del Papa, dichiarare consapevolmente il proprio tempo finito?


Il miracolo del nulla alle spalle
di Barbara Spinelli
(da “la Repubblica”, 13 febbraio 2013)

NESSUNO può escludere che anche il Conclave da cui uscirà il nuovo Papa ci stupirà. Ma sorprese come quella di lunedì difficilmente si ripetono. Il gesto di Benedetto XVI ha la potenza e la debolezza di un atto solitario, non del tutto consequenziale, comunque extra-ordinario. Alcuni l’hanno chiamato rivoluzionario, ma le rivoluzioni rovesciano ordini esistenti, politici o ecclesiastici, e neanche loro hanno la virtù della stabilità: sempre secernono controrivoluzioni, Termidori, perfino restaurazioni. Tuttavia hanno un’immediata vocazione a divenire l’anno-zero di una Storia in mutazione: nascono nuove istituzioni, nuovi sovrani, che della rivoluzione sono figli anche quando la disconoscono. Convocare il Concilio Vaticano II fu una rivoluzione, non meno contrastata di altre.

Non così le dimissioni del Papa. Ogni parola della sua dichiarazione ha un peso particolarissimo: è piombo e insieme calamita, preme e magnetizza, è forte della propria debolezza. Non perché dia inizio a mutazioni subito visibili dell’istituzione Chiesa: la svolta c’è ma è tettonica, avviene sotto la crosta terrestre, chi l’imprime non necessariamente l’ha voluta e la vuole. È quello che la rende così strana, sconcertante. Lunedì abbiamo visto il Pontefice ritrarsi come il protagonista dell’Habemus Papam di Nanni Moretti. Ma attorno a lui non s’accampavano che volti imperturbati, senza increspature.

Angelo Scola, sapendosi possibile successore, si concedeva a fedeli e giornalisti e già sopiva, troncava. Antiche abitudini erano lì, pronte a cancellare le rughe: “È per il bene della Chiesa… State tranquilli… Dio ci guida…”. Pareva un assai ordinario democristiano. Anche questo non escludiamo: che la svolta tettonica venga presto minimizzata, sommersa. Quante volte diremo, negli anni futuri: quel che accade vanifica il graffio che fu la Grande Rinuncia. Polverizza la laicizzazione della Chiesa che il graffio in qualche modo e magari involontariamente presagiva.

È inevitabile che le acque si richiudano, sopra il folle volo che ha sigillato la navigazione papale: il folle volo di quel “le mie forze non sono più adatte”, vires meas ingravescente aetate non aptas. È fatale che la faglia sia ricucita, proprio perché intravista sotto forma di inaudito scoppio di verità. Forse ciascuno di noi si dirà, come Montale negli Ossi di Seppia: ho visto anch’io, andando in un’aria di vetro, “compirsi il miracolo: il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me, con un terrore di ubriaco”. Ma siccome non dura, il vuoto, presentiremo anche il seguito: “Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto / Alberi case colli per l’inganno consueto. /Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto / Tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto”. L’inganno consueto è l’ipocrisia dei “sepolcri imbiancati” da scribi e farisei, nel Vangelo di Matteo.

Come potrebbe essere diversamente, se teniamo a mente la storia e le opere di questo Papa? È facile parlare di svolte, ma quella vera, che toglie al Vaticano il potere temporale e gli restituisce l’enorme suo peso spirituale, ancora non è avvenuta. Non avvenne dopo la rivoluzione francese della laicità, cui la Chiesa rispose con l’assolutismo, e infine con il dogma dell’infallibilità. Non a caso il cardinale Martini denunciava un ritardo di 200 anni. Il potere temporale sopravvive mutando forme, come Proteo. Oggi la forma è quella dei valori non negoziabili, o supremi. E delle leggi naturali, di cui la Chiesa si erige a custode: come se esistesse un quid che trasforma la legge – il nòmos sempre rinegoziato – in physis immodificabile dall’uomo (la nascita, la morte, il matrimonio infine fra uomo e donna: un sacramento, per i cattolici, solo a partire dal 1439). Oppure il potere temporale s’afferma nella battaglia sulle radici cristiane d’Occidente e d’Europa, con effetti tragici sui cristiani in Medio Oriente.

Non è stata proficua questa lotta in favore della legge di natura o delle radici cristiane, per il trono petrino. La Chiesa precipita in Europa (nel solo ultimo anno: mille preti in meno, unitamente a un clero sempre più anziano). E perduta la Spagna non le rimane che l’Italia, ultimo bastione dove la laicità, chiamata laicismo per degradarla a dottrina, a credo, non ha da entrare. Per questo è difficile vedere nella rinuncia papale una laicizzazione della Chiesa di Roma.

Resta l’inaudito delle dimissioni, e di quelle parole che uscivano lente, come da un respirare ingombrato da commozione o stanchezza. Resta l’immagine di una solitudine che desta ammirazione ma inquieta, anche. Un ultimo volo della nave di Ulisse, forse: di chi nel suo legno, solo, si getta per l’alto mare aperto. Un presentimento di pericoli non detti. Una serietà al tempo stesso molto spericolata, molto romantica, molto tedesca. Un Papa italiano non oserebbe questo: il nostro non è un Paese romantico.

Non sarà una rivoluzione, ma nulla sarà più come prima: una mossa simile, per la prima volta del tutto libera, non forzata da nemici esterni o interni, desacralizza per forza di cose il papato. Se ci si può normalmente ritirare e non essere più Papa, vuol dire che non c’è più identificazione totale e perenne, tra la persona e la funzione. Sommamente conservatore, Benedetto XVI inaspettatamente innova, quasi avesse intuito le insidie stesse del sacro. La desacralizzazione toglie il coperchio sul santo, sul vero. L’ammissione di estrema umanità, di fallibilità, è immersione-immedesimazione nella kènosis che svuota. Il sacro copre, non disvela. Protegge l’idolo, e le vaste cupole, e le così sfarzose, troppo imponenti mitre dei vescovi. Quel che l’atto papale lascia in eredità è il mistero di Nicodemo e del vento così come glielo racconta Gesù nella clandestinità d’un incontro notturno: non sappiamo da dove venga né dove vada, ma può darsi che ti faccia rinascere dall’alto.

Non appropriato (forse inelegante) è stato a mio parere il commento del cardinale di Cracovia Stanislaw Dziwisz. Citando Giovanni Paolo II, di cui fu segretario personale, ha stabilito, lunedì: “Dalla croce non si scende”. Chi, e con quale autorità può dire una cosa del genere? Ammettere di “non farcela”, fisicamente o esistenzialmente, non è meno eroico del martirio-testimonianza di Giovanni Paolo II. È un umanissimo grido d’impotenza, uno scendere i gradini del potere che sortisce l’effetto contrario: innalza. Enzo Bianchi dice che è un dono: “Una volta cessato l’esercizio del ministero, un altro può continuarlo e la persona che lo ha esercitato in precedenza scompare, diminuisce, si ritira”. È quanto fece Giovanni Battista. Forse chissà, questo Papa si è sentito, nel maturare la scelta di diminuirsi, più che mai vicino al Battista.

L’invito a non scendere dalla croce non lo si rivolge neanche a Dio, se è vero che perfino Lui, prima del consummatum est, grida, si torce, e ha sete, e recita il salmo disperato di chi si sente abbandonato dal Padre che prometteva onnipotenza. Proprio Ratzinger, che sembrava impersonare il potere papale più arcigno, confessa di essersi trovato nella condizione più umana che si possa immaginare: quella della solitudine della coscienza, sola di fronte al Padre eterno, senza alcuna autorità terrena che potesse dirgli cosa doveva fare, e dove andava il vento.


Una società che non lascia invecchiare
di Mario Calabresi
(da “La Stampa”, 13 febbraio 2013)

Le dimissioni di Benedetto XVI, guardate ad un giorno di distanza e superato lo stupore per il gesto, ci raccontano anche una storia emblematica del tempo in cui viviamo: la difficoltà di essere anziani nella società della tecnologia e dell’informazione.

Una società che richiede come presupposti fondamentali la velocità, la capacità di adattarsi e di reagire in tempo reale. Uno scenario dominante di fronte al quale il Papa ammette la sua debolezza con una consapevolezza disarmante e con parole chiarissime: «Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo è necessario anche il vigore sia del corpo sia dell’animo.
Vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale… ».

Un gesto quasi di resa di fronte al mondo che cambia a un ritmo che un uomo nato nel 1927 non avrebbe mai immaginato. Non cambia solo nei modi e nei tempi della comunicazione ma richiede di commentare tutto e subito. Eppure quest’uomo prossimo agli 86 anni, mentre già pensava di lasciare il pontificato, aveva tentato di inseguire quella contemporaneità frastornante, sbarcando perfino su twitter. Piegandosi alla necessità di comunicare con messaggi brevi e sincopati di soli 140 caratteri. Aveva cercato, non senza fatica e dopo dolorose e laceranti incomprensioni, di aderire all’agenda globale con i tempi dettati dai media che trasmettono 24 ore su 24. Un’agenda che ogni giorno sposta i confini dell’etica e delle convenzioni sociali. Una rincorsa spasmodica e innaturale per un uomo che aveva formato la sua vita sullo studio, sulla riflessione, sulla meditazione silenziosa. Sembra di scorgere nelle sue parole e nella sua scelta un cortocircuito tra i suoi studi approfonditi sulla vita di Gesù e quel dover ribattere colpo su colpo a cui è difficile sottrarsi. Quel propagarsi di scandali, polemiche, fughe di notizie su scala planetaria a cui sembra suggerirci può tenere testa solo chi è più giovane: «Sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte… ».

Ma non è sempre stato così. Senza bisogno di tornare indietro di un secolo e mezzo, quando Pio IX – era il 1854 – fece un viaggio di un mese nelle Legazioni pontificie arrivando fino in Emilia senza fare un solo discorso ma limitandosi a impartire benedizioni, basterebbe pensare al ritmo del Vaticano di Paolo VI. Per trovare una risposta del Papa era necessario attendere l’Angelus della domenica o l’udienza del mercoledì. Poi, con papa Wojtyla, sono esplosi i viaggi e il ritmo ha moltiplicato le occasioni e i discorsi.

Ma è questo un treno lanciato che non ha altra possibilità che accelerare? Si osserva che la Chiesa vive nel mondo e non può che adattarsi al mondo se vuole incidere ed essere ascoltata. Eppure nel sapersi anche sottrarre, nel celarsi, nel rifiutare di cantare sempre nel coro, perfino nell’assenza si nasconde una grande forza. Immaginate i politici di oggi, costretti a dichiarare trenta volte al giorno, pesate la loro credibilità e la loro durata e paragonatele a quelle di Alcide De Gasperi, Aldo Moro o Enrico Berlinguer le cui interviste, in un anno non in un giorno, si potevano contare sulle dita di una mano.

Si potrebbe replicare che i tempi della Chiesa millenaria (e della politica lenta) erano possibili quando le informazioni non passavano attraverso i muri, quando i telefonini non erano un’estensione del nostro corpo, quando i maggiordomi non facevano fotocopie, fax e mail e quando le Mura vaticane trattenevano discorsi e segreti. Ma quei tempi e quella capacità di visione le avevano garantito una centralità lunga venti secoli.

Ma allora, in questo arrendersi all’età, nel riconoscere invece quasi una centralità determinante alla giovinezza, alle energie e alla velocità che spazio e che valore hanno ancora il sapere meditato, la saggezza e l’esperienza? Benedetto XVI che sceglie di tornare ad essere Joseph Ratzinger ci ha dato la sua risposta ma questa domanda resta centrale e irrisolta, anche perché la risposta plasmerà la nostra società, deciderà se si può accettare di vivere nella frammentazione, alleggeriti della memoria e dei progetti di lungo respiro.

Non si risolve naturalmente solo in questa domanda e nella sua risposta la travagliata decisione del Papa, che è necessariamente figlia di una complessità di problemi su cui si scriveranno libri per un tempo infinito. Ma l’età è il passaggio nodale della dichiarazione resa nella lingua più antica, quasi a sottolineare la volontà di sottrarsi alla dittatura della contemporaneità.

C’è in Ratzinger, l’uomo che oggi tutti paragonano nel suo passo indietro al Wojtyla del calvario coraggioso, della croce portata fino alla fine, anche la consapevolezza dei danni che può seminare la mancanza di energie. Benedetto XVI sa che il prezzo del calvario del suo predecessore fu anche un’assenza di governo della Chiesa, lo sa perché ne ha ereditato tutti i problemi irrisolti, insieme alle lotte intestine. Li ha affrontati con coraggio, a partire dalla pedofilia, ma forse anche questa consapevolezza lo ha spinto a ricordarci che ci vuole forza per governare, lo ha indotto a fare un passo indietro, ora, per non lasciare un altro percorso in salita al suo successore. E’ forse questo il gesto più rivoluzionario che ha fatto.


“Con Wojtyla c’è un abisso là il dolore era uno show”
Intervista di Stefano Zurlo a Massimo Fini
(da “il Giornale”, 13 febbraio 2013)

Premessa: «Sono un polemista, non un dietrologo ».
Massimo Fini, penna acuta e spiazzante del giornalismo italiano, allarga le braccia: «Cominciamo col dire che non dobbiamo sporcare il gesto di papa Ratzinger con il solito gossip all’italiana ».

Il gioco al chissà che c’è dietro?
«Appunto. Ai tempi delle Brigate rosse si diceva: chissà chi c’è dietro le Brigate rosse. Naturalmente c’erano solo e soltanto loro, le Brigate rosse, ma questo per certuni era un dettaglio irrilevante. Lo stesso accadde con Mani pulite e temo che oggi siamo al punto di prima ».

Si parla di rapporti segreti sconvolgenti, si evocano i corvi svolazzanti e si vocifera di malattie nascoste.
«Lasciamo perdere e concentriamoci sul gesto ».

Lei è sorpreso?
«Devo dire che trovo le dimissioni un atto di responsabilità ».

Responsabilità?
«Sì, vuol dire che papa Benedetto è persona di grande realismo, se vogliamo un po’ tedesco. Ha fatto i conti con le sue forze, ha visto che le energie scemavano irrimediabilmente, cosa possibile a quell’età, quando il vigore può scendere di botto, come un ascensore ».

È stata una decisione programmata?
«Non lo so, sicuramente è stata una decisione sofferta da parte di una persona molto lucida, consapevole dei propri mezzi e dei propri limiti. Quindi leggo quel che è successo come un atto di coraggio e di umiltà ».

Si può definire coraggioso chi lascia il timone del comando?
«Sì, se uno ha calibrato risorse e capacità disponibili. Ci vuole coraggio, molto coraggio, ad abbandonare il trono del potere; ci vuole coraggio, molto coraggio, ad imboccare una strada che nessuno o quasi aveva mai percorso; ci vuole coraggio, molto coraggio ad esporsi a critiche, chiacchiere, gossip planetari. Ancora di più se si è, come papa Ratzinger, una persona riservata, schiva ».

Scusi, non ci vuole più coraggio a rimanere alla guida della Chiesa, come ha fatto Wojtyla negli ultimi anni?
«Vede, tra Wojtyla e Ratzinger per conto mio c’è un abisso ».

Addirittura?
«Wojtyla, e parlo da agnostico o, se preferisce una formula alla Nietzsche, da onesto pagano, era perfettamente adeguato ai tempi. Quel che contava era l’apparire e non l’essere, lo show, la sua faccia che rimbalzava su tutti i media del mondo ».

Naturalmente, molti – laici e cattolici – la vedono diversamente da lei. Giovanni Paolo ha usato i media per riproporre la centralità di Cristo.

«Non sono per niente d’accordo. Quello che lei sostiene è vero all’inizio, poi per inseguire tv e giornali, Wojtyla ha annacquato sempre di più il messaggio cristiano. Ma in ogni caso voglio dire che papa Benedetto è agli antipodi del suo predecessore ».

Forse vuol dire che sono due figure complementari?
«No, no: antitetiche. Ratzinger ha portato la sofferenza finchè ha potuto, poi ha deciso di farsi da parte. L’altro l’ha esibita la sofferenza e il dolore non si esibisce, come la carità ».

Non è stato il Wojtyla sofferente a insegnarci che il cristiano non ha paura di niente?
«No, per me anche quello è stato uno show, uno spettacolo, sia pure drammatico ».

Papa Benedetto?
«Ci lancia un messaggio che è insieme molto contemporaneo, direi all’avanguardia, e nello stesso tempo politicamente scorretto ».

Che cosa vuol dire?
«Intendo dire che oggi la vita si allunga, la quarta età diventa una realtà, ma non è scontato che una persona arrivi a ottantacinque, novant’anni con disinvoltura. E invece c’è tutto un pensiero dominante che nega la vecchiaia, nega il decadimento, nega la senilità. Ratzinger combatte la retorica della modernità, con i corpi sempre perfettamente efficienti ».

Insomma, le dimissioni non sono una fuga dalla realtà?
«Al contrario. Perché mascherare la propria debolezza, percepita come inadeguatezza ad un impegno così pesante? Peccato solo, e mi permetta questa battuta, che fra i due grandi vecchi si sia dimesso quello sbagliato ».

Quello giusto?
«L’inquilino del Quirinale ».

Lascerà fra poche settimane pure lui.
«I nostri politici non mollano mai. Papa Benedetto, che certo non ama il clamore, ha avuto il coraggio di compiere un gesto così clamoroso ».


Vi ricorda niente Italease?
Comunicato di Elio Lannutti (Presidente Adusbef)
(da “Dagospsia”, 13 febbraio 2013)

Lo scandalo Mps, che ha provocato un enorme buco di bilancio, costringendo il Governo ad emettere Monti bond per 3,9 miliardi di euro, l’esatto ammontare Imu prima casa, è avvenuto per l’assoluta mancanza di controlli di Consob, per quanto attiene ai bilanci, ma soprattutto per la mancata vigilanza di Bankitalia, che nonostante le ispezioni rilevassero gravissime anomalie di gestione, non ha voluto procedere all’azzeramento del consiglio di amministrazione e del collegio sindacale, come aveva fatto in altri casi, per non disturbare l’avv. Giuseppe Mussari, l’Abi, il MPS ed i partiti di riferimento ed uno status quo, che avrebbe frustrato, rallentato e forse ostacolato, le avide ambizioni del Governatore Mario Draghi, proiettato verso la presidenza della BCE.

Come affermato più volte dall’Adusbef, non sono i poteri che mancano alla Banca d’Italia nell’esercizio della propria attività sul sistema creditizio, conferiti dalle norme e dal Testo Unico Bancario (artt.25,28,51,58,70,76,80), ma la volontà dei vertici di Bankitalia di porre fine ad una gestione fraudolenta del credito e del risparmio, nello scandalo più grave nella storia della Repubblica, un crack da 15,4 miliardi di euro addossato a lavoratori, piccoli azionisti, contribuenti che ha messo alla gogna internazionale la credibilità del sistema dei controlli, quei poteri “per assicurare la sana e prudente gestione” esercitati il 24 luglio 2007 con l’azzeramento del consiglio di amministrazione e del collegio sindacale di Banca Italease. Come riporta Il Sole 24 Ore del 24 luglio 2007:” Italease, Bankitalia azzera i vertici. La Procura apre un fascicolo”.

“Azzeramento del consiglio d’amministrazione, escluso il neo amministratore delegato Massimo Mazzega, rinnovo del collegio sindacale, ricapitalizzazione. E divieto di effettuare operazioni in derivati. Sono questi gli imperativi imposti dalla Banca d’Italia a Banca Italease in seguito al rapporto ispettivo di Via Nazionale sulla gestione del gruppo negli ultimi sei mesi della dirigenza targata Massimo Faenza e durante i quali è esplosa la “mina” derivati. I vertici della banca sono stati informati delle decisioni di Bankitalia, che non ha imposto il temuto commissariamento, durante il cda straordinario di martedì sera, sotto gli occhi del direttore della sede di Milano di Palazzo Koch, Salvatore Messina, dell’ispettore che ha condotto le indagini, Claudia Casini, e di altri funzionari della Banca Centrale guidata da Mario Draghi.

In particolare, via Nazionale, al fine di assicurare «la sana e prudente gestione » del gruppo, ha ordinato «il rinnovo degli organi e la convocazione delle assemblee » in sede ordinaria e straordinaria nonchè «la ricapitalizzazione » dell’istituto. Per questo è stata richiesta una riunione ad hoc del cda per deliberare in merito. Ancora, Bankitalia, alla luce dei contratti in derivati intermediati da Banca Italease con 2 mila clienti e lievitati da gennaio a oggi da 275,5 a 730 milioni di euro (al 29 giugno), ha disposto il divieto di effettuare operazioni finanziarie di questo tipo”.

L’articolo dava conto dei numeri: 2.600 i clienti coinvolti nei contratti derivati venduti dalla banca milanese; 720 milioni il valore nozionale dei derivati; 40% la percentuale di recupero delle perdite sui prodotti derivati attese; 457 milioni il totale dei ricavi di Italease nel 2006; 31% dei suoi ricavi da derivati; 7 le banche d’affari che studiavano i derivati che Italease piazzava ai clienti: Deutsche Bank, Société Générale, Bnp Paribas, Banca Aletti, Goldman Sachs, Lehman Brothers e Bear Stearns”. Il crack Mps causato dal nulla osta di Bankitalia all’acquisto di Antonveneta ad un prezzo folle, le ricoperture in derivati, le banche di affari coinvolte, è cento volte più grave di “Italease”.

L’Italia è un paese che ha bisogno di verità, non di menzogne e versioni di comodo per tutelare il ‘disonore’ di Draghi e delle compromesse istituzioni. In altri Paesi, queste menzogne porterebbero a spontanee dimissioni. Il Governatore Visco e l’intero Direttorio di Bankitalia, che hanno detto bugie ben sapendo di mentire offrendo all’opinione pubblica mondiale falsità e menzogne, con l’aggravante di chiedere ulteriori poteri, che avevano già esercitato nel 2007, si devono dimettere immediatamente.

Adusbef seppur solitaria, non darà tregua ad un sepolcro imbiancato nauseante, continuerà a chiedere, anche con ulteriori esposti alle Procure, l’accertamento delle verità dei fatti, per cercare di evitare in futuro, ulteriori crack bancari per omessa vigilanza di Bankitalia, addossati a lavoratori, risparmiatori, famiglie. Il crack Mps causato dagli omessi controlli di Bankitalia, è molto più grave dello scandalo Finmeccanica. Il Governo Monti, aduso a comportarsi come “Ponzio Pilato”, ha l’opportunità di riscattare la sua ignavia, intervenendo con previste procedure per commissariare la Banca d’Italia.


Si chiama “Bruegel” la Loggia d’oro di Mario Monti
di Rita Pennarola per La Voce delle Voci
(da “Dagospia”, 13 febbraio 2013)

Non solo Bilderberg. O la Trilateral. Non bastavano nemmeno gli Illuminati alla collezione di Mario Monti, fin dal suo insediamento a Palazzo Chigi rimbalzato quotidianamente sul web per le sue conclamate appartenenze a logge supermassoniche mondiali.

Lui, il premier, fin dal 2004 aveva fondato in Europa una compagine tutta sua. Si tratta di Bruegel, un nome che fa discutere fin dal suo primo apparire. Per Monti e i suoi, si tratta di un semplice acronimo (Brussels European and Global Economic Laboratory). Per i piu’ sospettosi, evocare il grande artista fiammingo del 500, noto per la rappresentazione dei ciechi, e’ l’implicito riferimento a quel panorama occulto della finanza mondiale che i cittadini non possono – e non devono mai – vedere.

Ma chi e’ e cosa fa Bruegel? Loro si definiscono naturalmente e senza alcun imbarazzo i filantropi dell’economia europea. Nel senso che solo grazie al loro insegnamento potremo avere nel vecchio continente i grandi economisti di domani. E giu’ finanziamenti miliardari (in prima fila big pharma, con colossi come Novartis e Pfizer, poi banche come Unicredit ed UBS), economic schools in mezzo mondo, tutor prelevati dalle accademie piu’ conservatrici del pianeta (anche quando la conservazione e’ “di sinistra”). Tra i generosi elargitori di fondi non ci sono solo i privati, bensi’ i governi di Stati come Italia, Francia, Belgio, Olanda e naturalmente la Germania.

Passiamo al board. Quando Monti lascia la carica di presidente (rimanendo padre fondatore del sodalizio), gli subentra l’ex presidente della Banca Centrale Europea Jean Claude Trichet. Fra gli italiani di prima fila ecco Vincenzo La Via, in Bruegel da lunga data ma assurto a notorieta’ nazionale solo un anno fa quando Monti, diventato premier, lo chiama al suo fianco come direttore generale del Tesoro, carica che riveste tuttora.

Chi e’ davvero La Via? Nessun mistero, ma qualche sorpresa si’, visto che si tratta di un numero uno alla Banca Mondiale, quello stesso organismo considerato artefice primo del pensiero unico e del temutissimo Nuovo Ordine Mondiale, di cui Mario Monti sarebbe tra i principali artefici, in Italia ed oltre.

Ma a proposito di mondo, scorrendo la classifica 2012 dei think tank piu’ influenti del pianeta resa annualmente da James G. McGann della Philadelphia University, Bruegel figura in ottava posizione su 40 compagini considerate, dietro giganti come Chatham House, che guida la lista, e ben prima di analoghe formazioni di Russia, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti. Fra i pochi italiani in Bruegel non poteva non esserci Vittorio Grilli, attuale ministro dell’Economia. Infine lei, la “principessa comunista” Letizia Reichlin, figlia dei marxisti d’altri tempi Luciana Castellina ed Alfredo Reichlin.


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Bart